SOCIALISM LIFE 5 - ciò che l'Europa non vuole

 


Alessandro Ceci

Con il volto cupo da una tristezza occultata, Ursula von der Leyen, di fronte al microfono e alle telecamere del mondo, sembrava sola, ma rappresentava un intero continente, per molti di noi il continente più intero. 
Forse perché laureata in medicina, Ursula ha consapevolezza della violenza del covid 19. Ora però, come prima donna eletta alla guida della Commissione Europea, ha anche la consapevolezza sociale politica ed economica della dirompenza e della distruttività di questo mostro invisibile e infettante. 
Di fronte alle telecamere del mondo e con un solo microfono davanti, Ursula annuncia, direi enuncia, i dati drammatici dell’impatto economico e la consapevolezza che la pandemia mette per la prima volta, davvero in crisi, un vecchio modello di sviluppo, ridicolo, obsoleto, insignificante per i problemi del XXI secolo. 

Questo è il fatto. 

Di fronte a milioni di persone escluse dal mercato del lavoro, togliendo dalla cognizione della propria vita la centralità di una occupazione e senza più nemmeno la voglia di ricominciare, private del significato di dati quantitativi, il mondo e più di tutti il continente che Ursula rappresenta e governa, sta prendendo definitivamente coscienza che la crescita osannata, divinizzata e inseguita affannosamente, non serve più a garantire la qualità della vita di popolazioni intere. In politica, in economia, nella società, si rincorrono parole vuote e vacue che non sanno più nemmeno giustificare se stesse. E i loro interpreti appaiono comici mimi del nulla. 
Contro queste ridicole maschere di certezza, onestamente, Ursula non ha tradito la sua emozione, la sua tristezza e il suo stupore. Sinceramente affranta. 
La crescita capitalista, è un’escrescenza, come l’ha giustamente definita Donatella Di Cesare[1]

Eppure non è la prima volta che l’Europa si trova in questa situazione di crisi. 

Il 7 e il 10 maggio del 1935, al Kulturbund di Vienna, Edmund Husserl tenne una conferenza dall’emblematico titolo “la filosofia nella crisi dell’umanità europea[2]. Il virus ontologico di oggi ha messo in evidenza ciò che l’Europa non vuole fare di se stessa, come sosteneva allora, di fronte a un virus culturale ed epistemologico, con rara lungimiranza, Husserl: “L’Europa non è più un aggregato di nazioni contigue che si influenzano a vicenda soltanto attraverso il commercio e le lotte egemoniche[3], diceva. 

Nonostante la tristezza della situazione e lo sguardo incredulo di Ursula von der Leyen, l’Europa è l’unico continente che può apprendere dall’impatto con il virus e cercare la strada di uno sviluppo di nuovo tipo. Perché l’Europa è l’unico continente al mondo che ha vissuto, assorbito, interiorizzato, la più importante esperienza democratica che ci sia mai stata nella storia: il socialismo. Nata dalla sperimentazione greca, tra il VII e il VI secolo a.C., l’Europa, oltre ai totalitarismi e alle guerre sconquassanti, tra barbarie e civiltà, ha vissuto e sviluppato la democrazia, grazie sia al liberalismo che al socialismo. 
Secondo Mauro Ceruti, gli universalismi europei possono essere considerati come “polarizzati attorno a due assi oppositivi”. Il primo asse “era quello che riguardava il polo della civiltà”. Le relazioni sociali. Il secondo asse “concerneva invece le relazioni fra autorità religiosa e autorità politica[4]. Le relazioni istituzionali. Il primo asse riguarda la relazione che finisce nel principio di regolazione. Il secondo asse riguarda invece l’azione che finisce in istituzione. Insomma giustizia e libertà. 

In una democrazia, si sa, la politica attiene principalmente ai margini di libertà e giustizia: la libertà di agire di un essere umano e la giustizia sociale come il regolatore della convivialità. Non è dunque il diritto, come voleva Hobbes, e la sua forza, che riduce il conflitto. Una sentenza ingiusta produce o potenzia la ribellione sociale. La funzione di equilibrio politico riguarda “il polo della civiltà”, come aveva ben capito Eraclito prima ed espresso perfettamente Dante poi: la giustizia sociale conduce alla convivialità individuale e collettiva. È il socialismo di Dante. Nel XXVII canto del Paradiso, infatti, Dante ammonisce il potere umano e terreno. Le anime di Dio, in forma di leggere fiammelle, disegnano lettera per lettera la frase “diligite justitiam qui judicatis terram”, amate la giustizia o voi che governate la terra. Questo è il compito della politica, quando la libertà è un diritto individuale e collettivo per la sopravvivenza e per l’autorealizzazione. 
L’Europa è l’unico continente al mondo che, nel secondo novecento, ha vissuto, in varie estese forme, una situazione politica di giustizia sociale diffusa e progressiva. È questa l’insuperabile forza della sua democrazia. Questo è lo sviluppo. Gli inizi del XXI secolo sono stati invece caratterizzati da una crescita irrefrenabile di una globalizzazione che ha spinto in modo acerrimo lo sfruttamento e la crescita dell’economia capitalistica. E siamo finiti in un deserto con rare oasi di sfrenata accumulazione riservate ai pochi ricchi fortunati contro enormi popolazioni di poveri sfortunati, lasciati arrostire sotto il sole ardente e sulla sabbia rovente. 
Chi non ha vissuto il socialismo come “mantello protettivo[5] della democrazia, può sconfiggere la pandemia solo inseguendo decisioni politiche che estendano la socialità e il reddito a crescenti popolazioni di cittadinanza. 
Chi, come gli europei, ha avuto politiche di distribuzione, di controllo sociale, di estensione dei diritti di cura e tutela della vita e della solidarietà, può invece ricorrere a meccanismi automatici di distribuzione, piegando le forme istituzionali alla sostanza delle relazioni sociali della vita quotidiana. Ha inoltre la possibilità di realizzare un progetto didascalico innovativo post pandemico decisamente nuovo, dentro uno “spirito nuovo”. 

Per la ricchezza della sua complessità e per il bagaglio enorme della sua storia, l’Europa può indicare, oggi, proprio oggi che siamo travolti da una pandemia che uccide prima i più deboli e i più bisognosi, quale è la strada. L’Europa, che ha vissuto la più significativa esperienza democratica dell’umanità intera, può assumere una leadership planetaria mostrando al mondo che il futuro prossimo venturo non si costruisce con le armi e con la forza, nel pacifico o nel mediterraneo o in qualsiasi altro luogo. Per vivere all’altezza dei tempi che ci si propongono bisogna riprendere lo spirito della politica, così come ce lo ha indicato Edmund Husserl: “uno spirito impegnato in un compito infinito, che permea tutta l’umanità e crea nuovi e infiniti ideali! Ideali per i singoli uomini, nelle nazioni, e ideali per le nazioni stesse. Infine questi ideali infiniti valgono anche per la sintesi più vasta delle nazioni, una sintesi in cui ciascuna nazione, proprio per il fatto di perseguire il proprio compito ideale nello spirito dell’infinità, offre alle altre ciò che ha di meglio. Attraverso questa offerta e la sua accettazione si amplia e si innalza la totalità sopranazionale, con tutte le società che si articolano in essa, colma di uno spirito e di un compito superiore e articolato in una molteplice infinità, l’unico tuttavia che sia finito.[6]

Nel pieno di questa pandemia che distrugge le inefficienze del vecchio mondo e ci apre alle esigenze del nuovo, l’Europa “offre alle altre ciò che ha di meglio”, la sua esperienza socialdemocratica, in cui le istituzioni si piegano alle esigenze dei cittadini e acquisiscono una nuova legittimazione. Ciò che abbiamo da offrire al mondo non ciò che è avvenuto ovunque, ovvero il Dio e il demone del potere, l’alternanza dialettica tra barbarie e civiltà. Ciò che abbiamo da offrire al mondo per uscire dalla devastante crisi della pandemia è l’unica esperienza che abbiamo vissuto soltanto noi europei, direi occidentali; l’esperienza che ha salvato l’America dalla deflagrante crisi del 1929 e l’Europa dalla dirompente crisi bellica e post bellica: socialismo e libertà, che ci hanno fatto vivere in una democrazia continentale, in due continenti democratici, nonostante le loro diversità, e non solo rinchiusi nella pur preziosa bolla politica della piccola città di Atene o in qualche altro angolo sperduto della terra. Il socialismo ha fatto della democrazia, non un’eccezione, ma una regola proprio perché ha saputo tagliare le escrescenze capitalistiche estendendo i diritti, principalmente quei diritti che derivano dai bisogni. Oggi quelle escrescenze capitalistiche della crescita che non riesce a diventare sviluppo sono tornate nel mondo e sono il più grande rischio per la sopravvivenza della democrazia e della stessa specie umana. L’economia non basta. Occorre un’azione politica finalizzata sempre a salvare la vita delle persone, in omaggio alla vita, die lebenswelt, al mondo pragmatico della vita. 

Il socialismo è stato davvero il “mantello protettivo” della democrazia. E lo sarà ancora nella società immunizzata del XXI secolo. Grazie al socialismo la democrazia non è un’eccezione, ma una regola. Non una connotazione tipica, ma un’ambizione planetaria. 
Democrazia, libertà e socialismo sono ideali infiniti, “Ideali per i singoli uomini, nelle nazioni, e ideali per le nazioni stesse[7]

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[1] DI CESARE Donatella, Virus Sovrano?, Bollati Boringhieri, Torino 2020
[2] HUSSERL Edmund, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, il Saggiatore, Milano 2008, pp. 328-358
[3] HUSSERL E., cit. 2008, p.348
[4] CERUTI Mauro, Il tempo della complessità, Raffaello Cortina Editore, Milano 2018, p.26
[5] RORTY Richard, La priorità della democrazia sulla filosofia, in Filosofia ’86, Laterza, Bari 1987
[6] HUSSERL E., cit. 208, pp.347-348
[7] HUSSERL E., cit. 208, pp.347-348

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