POSTPENSIERO 156 - NOI: IL CAMBIAMENTO
SUI CAMBIAMENTI CROMATICI
Vincent van Gogh, Strada di campagna in Provenza di notte 1890; olio su tela, 93,4 x 72 cm; Otterlo, Kröller-Müller Museum)
Philip
Ball, chimico e fisico, divulgatore scientifico e redattore della rivista
«Nature», in un libro di 4 anni fa sul futuro prossimo venturo, afferma che «la
nostra relazione con la morte e il morire sarà, in un modo o nell’altro, un
elemento che guiderà il cambiamento sociale».
Che cosa
significa? e, più di tutto, perché?
Credo che
questa affermazione apodittica possa essere ricondotta a tre argomentazioni
prevalenti:
1 – la
prima, come si legge agli esordi del testo, riguarda la nostra coscienza
fenomenologica: «Il mondo cambia perché cambiamo noi». In genere,
invece, si pensa perfettamente il contrario: noi cambiamo perché il mondo
cambia e una vasta litania ricorrente ci induce a cambiare per essere più
adatti ad ottimizzare i processi del mondo. Invece Ball spiega benissimo che; «Il
futuro sarà differente non tanto perché abbiamo inventato delle nuove
tecnologie, quanto piuttosto perché abbiamo scelto quali inventare e quali
usare».
2 – la seconda
riguarda la dinamica oggettiva delle cose. La morte è il cambiamento estremo. Per
quasi tutte le religioni e per qualche fiduciosa filosofia, la morte non è la
fine della vita. In altro modo ed in altro luogo, in un indefinibile altrove, la
vita continua. Tuttavia, questa fede, questa speranza, questo desiderio, forse questa
illusione, non è oggettiva. Al massimo è una baldanzosa e presuntuosa
rivendicazione egocentrica. L’unica certezza scientifica è che con la morte
cambiamo definitivamente, assolutamente, irreversibilmente. È un cambiamento definitivo
e, dunque, estremo. Intanto perdiamo il corpo. Questo strumento a cui
riconduciamo i nostri desideri e i nostri godimenti, la maschera con cui ci
trasformiamo da individui a persone, il referente principale del nostro posizionamento,
è perduto, dopo essere stato gradualmente perdente contro i segnali del tempo
che passa. La morte è il nostro cambiamento estremo e, come si diceva prima, «Il
mondo cambia perché cambiamo noi».
3 – tuttavia è la terza argomentazione che più ci interessa, perché è la terza argomentazione che più ci riguarda, qui, ora, per ciascuno di noi, in ogni qui e in ogni ora, in qualsiasi altrove. Invertiamo la frase: se non cambiamo noi, il mondo non cambia. E invece noi speriamo che tutto cambi senza cambiare noi mai in nulla. Anzi, paradossalmente, speriamo che tutto cambi, per restare come siamo. Oggi viviamo nell’artificio tecnologico dell’eterno presente, nel falso consapevole di foto taroccate che ci mostrano, non come siamo, ma come desideriamo di essere. Il nostro immaginifico è falso e costantemente falsificato: una verità che tenta disperatamente, miseramente, di sostituirsi alla realtà. Perché? Perché vogliamo contrastare le trasformazioni del nostro corpo, vorremmo bloccare il drammatico divenire, in cui odiamo riconoscerci e ci convinciamo sempre più che ogni cambiamento è una degenerazione, che il futuro è una corruzione, che meglio conservare che innovare. Abbiamo paura. Diventiamo sempre più pavidi. Siamo noi stessi a produrre la paura che ci domina. Cerchiamo di imparare l’impossibile esercizio di restare fermi. Ma questa, come diceva Einstein, è la più grande dimostrazione della pazzia: sperare che tutto cambi, facendo sempre le stesse cose. O vivere nella perenne retroazione descritta magistralmente da Tomasi di Lampedusa: cambiare tutto affinché nulla cambi. Sono le due forme della irresponsabile conservazione, della follia tecnotronica collettiva; quando, invece, se non cambiamo noi, nulla può cambiare, se non miglioriamo noi nulla può migliorare, cioè: «Il mondo cambia perché cambiamo noi».
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