LA DEMOCRAZIA INCERTA


inconsapevolezza democratica nella società della comunicazione 


Se faceste, come ho fatto io, uno scouting sul pensiero democratico più o meno recente, forse avreste anche voi una sensazione di vacuità, di un discorso ridotto alle procedure o di un discorso eccessivamente esteso all’universo della vita sociale. Ben inteso, la democrazia è una procedura per prendere decisioni, come ripeteva Bobbio, o per selezionare ceto politico, su cui insiste Sartori. Inoltre la democrazia è certamente dinamica, secondo Schumpeter, ed estensiva. Tuttavia, ciò che manca sono alcuni caratteri tipici dell’era moderna. Alla fine tutti si riconducono alla definizione di caratteri universali per una forma di governo aristotelica, con connotazioni stabili e stabilite. 

Il mio approccio è un po’ diverso. Parte dalla ipotesi di Bertrand Russell sulla centralità del potere. Come è noto, infatti, Russell sosteneva che “il concetto fondamentale della scienza sociale è il potere, allo stesso modo che nella scienza fisica il concetto fondamentale è quello di energia” e che, dunque, “le leggi della dinamica sociale possono essere enunciate soltanto in termini di potere”. So che il potere dell’uomo ha determinato 4, solo 4, mutazioni dell’habitat sociale umano: l’ontopower, il potere ontologico della sopravvivenza, ha costituito le comunità umane; l’egopower, il potere della propria auto rappresentazione, ha costituito le società stratificate; il biopower, il potere sociale sul controllo della vita, ha costituito i sistemi; e oggi, l’epipower, il super potere epistemico della verità sulla realtà, sta costituendo una società di network. Corrispondentemente la democrazia è stata collaborativa nelle comunità, rappresentativa nelle società, partecipativa nei sistemi. Come è oggi la democrazia nella società della comunicazione e nei domini relazionali dei network? 

Nessuno lo sa, o almeno, nessuno lo dice. 

Si cerca nel passato, cognitivo o commemorativo, proprio perché non si scruta il presente. 

Il passato però, addirittura le origini, non sono più adeguate, come si dice, necessarie ma non sufficienti, per fronteggiare la complessità del potere nella società contemporanea e indirizzare la sua benefica energia per una migliore qualità della vita con istituzioni legittimate da una democrazia condivisa. La collaborazione alla vita comunitaria non ci aiuta a governare le Piattaforme Continentali di Nazionalità; la rappresentanza connotativa nell’assemblea di una polis o di uno Stato non è più identificativa di storia e tradizioni quando la cittadinanza è multietnica e addirittura con diversa nazionalità; la partecipazione in sistemi sociali specializzati e differenziati per ruoli e linguaggi, non è più connessa con la multidimensionalità dei problemi, con soluzioni e comunicazioni integrate, in epoca di surplus informativo e sentiment imperativo. Anche riducendo la democrazia alle sue sole procedure, come doveva essere alle sue origini, l’equivoco è talmente ampio che, con la scusa di governare la complessità del sociale, la Corte Costituzionale Italiana consente alla migliore minoranza, con il trucco del premio elettorale, di ottenere la opportuna maggioranza dei seggi parlamentari. 

Sarà perché la democrazia è nata bene che procede male. 

Freud e Hobbes ci hanno insegnato che cosa è un pensiero laico nell’individuo e nel soggetto: sapere che le tue origini sono la più estrema corruzione criminale. L’assassinio del padre per Freud. La condizione di “homo homini lupus” per Hobbes. Roma nacque dall’omicidio del fratello. Gli USA da una guerra tra fratelli. Forse l’Europa non decolla perché le sue origini sono troppo nobili. Fossero state più ignobili oggi il processo di integrazione sarebbe molto avanti. 

Questo avviene per un fatto processuale semplicissimo: perché se uno parte dal massimo, non può andare oltre. Se uno considera meravigliose le origini, non fa che guardare indietro. Questo è il dramma del pensiero teocratico: essendo tutto proveniente da Dio, essere supreme e infallibile, tutto il resto, tutto il futuro non è che una corruzione. Al contrario un laico, se proviene da una corruzione, non può che migliorare, il futuro è generativo e non degenerativo. Come diceva Bauman, che la società più giusta è quella che pensa continuamente di essere ingiusta. 

Il valore di ogni origine è dato dalle sue successive evoluzioni, dalla consapevolezza che ci siano diverse dimensioni di democrazia, con diverse prevalenti connotazioni, in diverse epoche storiche. Solo se siamo condotti da una teoria delle mutazioni politiche, possiamo concepire il fascino e la bellezza delle origini, nonostante l’insufficienza nell’attuale fase storica e politica. In una logica quantistica della variabilità delle connotazioni in funzione delle condizioni, è possibile apprezzare sempre il valore insostituibile della democrazia. 

Con questo approccio processuale del potere e della democrazia ho proposto, per la interpretazione di entrambi, un connotato e tre funzioni. 

  • Il connotato, che ci permette di giudicare e risolvere le degenerazioni della politica – in generale - e della democrazia – in particolare -, è uno solo: il vuoto politico. Non è vero che il vuoto politico non esiste. Esiste, eccome. Alcune nazioni al mondo ne hanno una prova pratica concreta e drammatica. Non tutte gli Stati, al mondo, come si dice, “fanno mafia”. Le organizzazioni criminali strutturate sono nate soltanto laddove, nella storia di quello Stato, nella sua formazione o nella sua violenta riformulazione, si è determinata una scissioni simbiotica tra governo e governance. E la scissione simbiotica tra governo e governance è il vuoto politico. Possiamo fare una analisi dettagliata di tutti gli Stati con una presenza di criminalità organizzata strutturale – io l’ho fatta - e vedremo che tutte hanno avuto una scissione simbiotica tra governo e governance, cioè un vuoto politico. Al contrario, se ci accorgessimo di un vuoto politico, cioè di una scissione tra governo e governance, potremmo ipotizzare la presenza di una qualche forma di organizzazione criminale. Allora, la minaccia alla democrazia nella società della comunicazione è data dal vuoto politico, cioè dalla scissione simbiotica tra governo e governance. Viceversa una democrazia della comunicazione è tale, quando governo e governance sono simbioticamente integrati. Ad esempio, in Italia abbiamo troppo governo e poca governance, mentre in Europa abbiamo troppa governance e poco governo. Nell’approccio procedurale della teoria democratica invece il tema della governance, come elemento fondamentale per una corretta articolazione della democrazia non esiste. Per questo, pur essendo necessario, direi addirittura indispensabile, discutere di meccanismi elettorali, strutture costituzionali, leggi, regole e regolamenti, non basta, non è sufficiente per affrontare il tema della democrazia realizzata nella società della comunicazione. 

  • Le funzioni morfologiche dei network moderni sono tre e le ho già, più volte, ripetute: le risorse, quindi la funzione fiscale per la gestitone del flussi economici e finanziari; gli uomini, quindi la funzione elettorale per la selezione del ceto politico; la comunicazione, quindi la funzione culturale, informativa, educativa, mediatica per la produzione delle idee. Il controllo di queste tre funzioni ci indica la tipologia del potere in quella determinata organizzazione politica. 

Naturalmente, ciascuna delle funzioni può cambiare il connotato. È chiaro che se la funzione fiscale è iniqua, l’evasione si espande e la governance dell’economia assume l’aspetto della evasione e della corruzione. Se la funzione elettorale non selezione il ceto politico il governo è in balia di se stesso, in un linguaggio autoreferenziale, senza alcun rapporto con le esigenze di sviluppo della società. La privazione della relazione politica con gli elettori, allontana i decisori dalla governance della vita reale, della vita nuda dei cittadini. E ancora, se non funziona il sistema della comunicazione manca la produzione delle idee. Governo e governance si attardano su questioni obsolete ed insignificanti. Il vuoto si appropria del sistema politico e il governo reale della società passa dai nominati alle lobbies. 

Dunque, la disarticolazione delle funzioni produce vuoto politico, cioè scinde la relazione – che dovrebbe essere – simbiotica tra governo e governance. Questa scissione trasforma la democrazia in autocrazia: poiché questo è l’ultimo punto che vorrei qui ricordare. 

La democrazia moderna non è una forma di governo in opposizione ad un’altra. Non esistono più le forme di governo aristoteliche: il governo di uno (tirannide), il governo di pochi (aristocrazia) e il governo di molti (democrazia). E non esiste più nemmeno le alternative oppositive basate sull’azione sociale e politica, come ci ha insegnato Hannah Arendt: democrazia o totalitarismo. 

Nella società della comunicazione esiste un intervallo di infinite possibilità integrate tra due estremi: da un lato la democrazia, dall’altro l’autocrazia. In mezzo le infinite forme politiche che conosciamo come poli nel network delle relazioni internazionali. Poli con percentuali di democrazia e percentuali di autocrazia, che in diversi momenti, a seconda dei diversi comportamenti, in base ai diversi orientamenti, in considerazione di diversi procedimenti e diversificati provvedimenti, tende ad essere più o meno democratica o più o meno autocratica. In ogni giorno, in ogni ora della nostra azione politica noi possiamo determinare maggiore o minore democrazia relativa e possiamo passare ad una forma politica autocratica senza nemmeno accorgercene, come avviene spesso con le tecniche di omologazione mediatica. 

Questa nuova condizione ha il suo fascino e la preoccupazione, il suo decalogo e la sua falsificazione, per dirla con Ortega y Gasset. Il fascino è che ciascuno di noi può, costantemente contribuire al livello complessivo di democrazia esistente nel suo habitat sociale, cioè al suo dimensionamento. Tuttavia, e questo è il rischio, tutti i giorni siamo vittima di una strategia di decervellamento che ci eliminano le difese critiche, ci omologano e ci schiavizzano, senza che ce ne accorgiamo. Prima non era così. Prima sapevi sempre, nel bene e nel male, se vivevi in un regime tirannico o aristocratico o democratico, in un sistema totalitario o democratico. Oggi rischi di non saperlo più. Non sai se una decisione apparentemente democratica trasforma in realtà il tuo habitat sociale e politico in un habitat autocratico, se un fattore elettorale è funzionale o disfunzionale al miglioramento della democrazia o se favorisce il potere personale e familiare di uno, se una riforma fiscale favorisce la uguaglianza delle chance di partenza o le peggiora, se essere annoiati da una considerazione critica è un elemento di funzionalismo procedurale pratico o il sicuro viatico verso un incontrollabile potere autocratico. 

Oggi non lo sai più. 

Ma almeno una cosa è certa: questa ignoranza, questo deficit cognitivo è la vera minaccia della democrazia nella società della comunicazione.

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