1.1 . Essere Democratici
Questo libro è stato scritto nel 2016. Lo ripropongo, non più in versione cartacea ma nel blog, suddiviso in capitoli, naturalmente aggiornati ed estesi. Alla fine di quest o percorso, chi è interessato, avrà potuto leggere discutere ed avere il testo intero migliorato dalla ulteriore ricerca e dal vostro contributo.
Raymond Aron
“l'impalpabile possibilità di scelte che permea la società moderna non dovrebbe rendere ciechi dinanzi a tutte queste situazioni, congelate in un blocco di ghiaccio, che sono virtualmente al di là di una seria critica e contestazione. Viviamo insomma in una coesistenza di vapore e ghiaccio: una ricchezza di opzioni e una scarsa consistenza del cambiamento socio-politico”.
Claus Offe
Che cosa significa essere democratici?
Rivolgo questa domanda al Partito Democratico, unico europeo e rimasto il solo partito dell’intero panorama politico italiano con un generale (ma non generico) connotato nella denominazione. Fratelli d’Italia non significa nulla, è una nazionalità e lo siamo tutti. Forza Italia è un buon auspicio anch’esso collettivo. Nuovo Centro Destra indica un posizionamento, quasi un parcheggio. Lista Civica denuncia una sorta di rifiuto per gli istituti della politica. Sinistra Ecologia e Libertà sono i capitoli di un libro mai scritto. Il Movimento 5 Stelle composto da grillini indica una condizione un po’ oscura della sera d’estate. Nessun partito si è connotato nella denominazione per evitare opportunamente la responsabilità della argomentazione. O forse, più praticamente, per acchiappare consensi indiscriminati, cioè i voti di tutti. D’altronde, in un’epoca in cui cambiano gli elettorati, si perdono i riferimenti e la società della comunicazione trasforma il rapporto di rappresentanza (io ti voto e tu mi rappresenti) nella relazione responsiva (introduco un input nella comunicazione e ricevo un output elettorale indefinito e indefinibile)[1], i partiti si adattano e aboliscono nei loro brand aziendali ogni vincolante connotazione.
Ci resta solo il Partito Democratico, minimamente, molto minimamente connotato.
Allora chiedo: che cosa significa essere Democratici?
Una volta sapevamo che cosa significasse essere comunisti, socialisti, democristiani, liberali, fascisti. Oggi essere di un partito o di un altro non comporta grandi differenze. Non è tanto il criterio di appartenenza che manca. Sono le identità culturali ad essere diventate estremamente labili. E, dunque, che cosa significhi essere democratici, effettivamente, non si sa. Nessuno lo sa. Prima era una scelta di vita, ora è una scelta di campo. La differenza tra lo stile dei leader è sempre più fievole e uno potrebbe facilmente essere il leader del campo avverso. Si può stare di qua o di la, da una parte o l’altra del cleavage, con la stessa nonchalance.
È un bene?
È un male?
Non so.
So però che non è un fenomeno nuovo e non è un fenomeno non previsto. Accade sempre, regolarmente in epoche di forte mutazione. Si chiama: il problema della codificazione dei linguaggi e dei significati politici nei tempi nuovi.
In certi momenti di trasformazione d’epoca, le parole e le strutture diventano obsolete e perdono totalmente di significato e perdendo anche le loro funzioni di sistema. In questo modo, i partiti si svuotano, diventano orpelli barocchi, banali accessori dell’arredamento del capo, spesso sono soltanto strumenti, veloci ascensori necessari, utili ed utilizzati per salire ai piani alti della carriera individuale.
Niklas Luhmann lo ha indicato nel lontano 1986. In un articolo scientifico pubblicato allora e riproposto ora per le edizioni MIMESIS, scrive: “Benchè il termine democrazia sia sulle labbra di tutti, una concezione sufficientemente precisa di questo tipo di codificazione della politica ci manca ancora”[2]. Egli sostiene che la codificazione politica in altre epoche si basava sulla contrapposizione (scissione) tra i due estremi di potere dominante e potere dominato, tra potere pubblico e potere privato, mentre nella nostra epoca la codificazione dovrebbe avvenire sulla base della contrapposizione (scissione) tra i due estremi di potere del governo e potere della opposizione: “per tutto ciò che il governo intraprende, l’opposizione in effetti è co-presente, come l’opposizione si orienta costantemente in funzione del governo”[3]. In realtà, per Luhmann, i due, governo e opposizione, governano insieme il sottosistema della politica, anche se in differita, diremmo oggi, cioè in tempi diversi. Ragion per cui, “non c’è obbligo di accordo”[4], ci può essere un salutare dissenso che produce “costantemente informazioni interne al sistema”[5], che ci sono indispensabili per esprime un voto al momento delle elezioni; per quanto le nostre decisioni siano dettate, non dalla “autorità della sola opinione giusta”, ma dalla relatività della “opinione pubblica”[6] che “a seconda degli umori, favorirà talvolta i governanti, talvolta l’opposizione”[7].
A parte il vago sapore platonico della interpretazione e il linguaggio astruso di Luhmann che lascia sempre sconcertati[8], resta il fatto inequivocabile che ogni nostra epoca, ogni mutazione sociale, ogni cosmogonia[9], ha bisogno di re-inventarsi, di una ri-codificazione dei termini principali della politica e, in primis, del potere.
Non so se Luhmann avesse percepito in pieno l’avvento della società della comunicazione.
La mia impressione è che, concentrato com’era sulla teoria dei sistemi e sul processo di differenziazione funzionale, ne avesse perso qualche connotato fondamentale. Tuttavia, la sua idea di ri-codificare i termini della politica sulla base dell’ultima mutazione sociale, è geniale e metodologicamente perfetta. Non esiste un concetto di potere universale e sempre valido. Non esiste un concetto di tirannide, di oppressione o di libertà, di uguaglianza o di giustizia, che vale nei secoli dei secoli. La democrazia, il concetto di democrazia ai tempi di Pericle, nella Grecia del 400 a.C., non è lo stesso concetto nostro, uomini assorbiti dalla liminalità della infosfera.
Abbiamo una insuperabile esigenza di ri-codificare i termini della politica per continuare a capirci. Altrimenti ragioniamo con concetti inesistenti di un mondo che non c’è più. E ogni volta ci resta la delusione di un ozioso gioco oratorio.
Questo compito, il compito della ri-codificazione della politica, spetta ai partiti.
È il compito a cui i partiti non assolvono più. Poiché il vuoto in politica, quando c’è, talvolta da qualcuno viene occupato, se non lo fanno i partiti lo fa qualcun altro. Chi? Lo fanno approssimativamente i mass media, costretti alla permanente semplificazione, banalizzazione, volgarizzazione per crescenti esigenze di audience. Lo fanno in piccola parte i canali di confronto politico al di fuori della politica. Sono entrambe situazioni che producono una serie infinita di spot mediatici che ci attanagliano; la noia delle battute trancianti.
Il compito della ri-codificazione della politica spetta ai partiti.
Il compito di ridefinire che cosa significa essere democratici nella società della comunicazione spetta al partito democratico. Anzi, spetterebbe. Il partito democratico è in preda al non pensiero che permette di essere ogni cosa e, quindi, favorisce l’adesione di ogni elettore. Come si sa, meno parole usiamo e più margini di libertà di azione abbiamo. Meno concetti si esprimono e più libero è il vincolo etico del comportamento politico.
Ripeto quanto ho già scritto: il compito più grande del partito democratico non è governare il cambiamento. Questo tentativo è stato interamente esperito, nella storia italiana, dalla innovazione craxiana, nato incendiario e morto pompiere, vittima di una corruzione molto più profonda dei cento denari: la corruzione della innovazione, il tradimento della riforma. Il rischio fortissimo di governare il cambiamento, cioè cercare di produrre innovazione politica dal governo senza una codificazione della politica nella società, è sempre questo, sempre questa stessa corruzione della innovazione, sempre questo tradimento della riforma, sempre la stessa crisi delle aspettative crescenti. Senza la codificazione della politica nella nuova società della comunicazione si promette tutto in un qualsiasi talk show, con l’illusione di piacere a tutti, con parole indefinite alimentando le indefinibili aspettative di tutti e puntualmente deludendo la maggioranza degli altrettanto indefinibili tele-elettori-utenti.
Invece c’è un compito del partito che dovrebbe essere tanto più forte quanto più si pretende di governare il cambiamento: è il compito della discussione critica, della elaborazione, della codificazione della politica nella mutazione sociale.
Si sta nei democratici se si è democratici. E invece sempre più spesso ci si sente più democratici stando al di fuori del partito dei democratici. Questo è un paradosso che bisogna necessariamente sanare se si vuole essere ciò che si vuole rappresentare.
Il compito più importante del partito democratico non è governare il cambiamento, è ricostruire un pensiero politico democratico che legittimi, addirittura che giustifichi, la presenza di un partito democratico. Un pensiero politico che sappia battersi per una riforma elettorale più democratica, non per quella più opportuna; per una riforma fiscale finalizzata ad un principio di equità, per non dire di uguaglianza, verso un modello di sviluppo scelto; una riforma della comunicazione, in senso lato, che favorisca l’eccellenza critica e non la dequalificata omologazione.
Occorre un pensiero politico democratico che sappia parlare nella società con la società, perché, come diceva Pasolini, è con la città, non contro di essa, che si cambia la vita. Un atto di imperio amministrativo, una legge da sola non basta, serve una cultura, serve una coscienza politica oltre che una conoscenza. Questo pensiero democratico in grado di elaborare un progetto strategico per la società del XXI secolo non c’è. Finché non ci sarà un pensiero politico democratico per la nostra epoca storica la presenza del partito democratico non sarà giustificata e la sua esistenza profondamente minacciata nella cronaca quotidiana.
Bisogna essere democratici per esistere come democratici.
ooo/ooo
[1] Ceci Alessandro, INTELLIGENCE E DEMOCRAZIA, Rubettino, Soveria Mannelli 2006
[2] Luhmann Niklas, DEMOCRAZIA E PARTITI, Mimesis, Milano 2014
[3] Luhmann N., cit. 2014
[4] Luhmann N., cit. 2014
[5] Luhmann N., cit. 2014
[6] Luhmann N., cit. 2014
[7] Luhmann N., cit. 2014
[8] Per cui si potrebbe giocare affermando che il concetto di codificazione ha bisogno di decodificazione
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