PRO E CONTRO EDITH STEIN

 

Edith stein

l’imperdonabile

 

Alessandro Ceci

           essere imperdonabili è un modo

di abitare il proprio tempo

 

 

 

 

 

Chi sono gli imperdonabili?


«Chi getterà la sua vita la salverà»[1], riporta Cristina Campo; coloro per cui la «perdita volontaria» è involontariamente diventato un guadagno.

«In un’epoca di progresso puramente orizzontale, - scrive Cristina Campo - nella quale il gruppo umano appare sempre più simile a quella fila di cinesi condotti alla ghigliottina di cui è detto nelle cronache della rivolta dei Boxers, il solo atteggiamento non frivolo appare quello del cinese che, nella fila, leggeva un libro. Sorprende vedere altri azzuffarsi a sangue, in attesa del loro turno, sul preferito tra i carnefici operanti sul palco.»[2]

Gli altri si azzuffano per finire in ritardo nelle meni del boia, ma «Il cinese che legge, in ogni modo, mostra sapienza e amore alla vita.»[3]

Non è la baruffa, quindi, per arraffare qualche attimo di resistenza, la salvezza degli umani, ma il «territorio divino» di «tutto ciò che è gioioso»[4]. Non «il povero mondo biochimico di domani dove il pensiero, secondo ci viene annunziato con reverenza, non sarà più che un siero, la coscienza più che un tegumento, ma neppure siero e tegumento l’uomo potrà ricevere in retaggio alla sua nascita poiché è noto che un impulso elettronico potrà privarlo di entrambi a qualunque distanza, per opera di un qualunque sconosciuto.»[5], ma la capacità di essere sé stessi di fronte all’inevitabile. Il cinese lettore «dovette a ciò la sua testa: l’ufficiale tedesco di scorta ai condannati non resse alla sua compostezza e gli fece grazia»[6]. Poi il cinese si guardò intorno: «è decente ritenere le parole che il cinese proferì, interrogato, prima di perdersi tra la folla: “Io so che ogni rigo letto è profitto”. È lecito immaginare che il libro che egli teneva tra le mani fosse un libro perfetto.»[7]


Gli imperdonabili sono coloro che attraversano il proprio dolore da soli, coloro che sanno essere senza necessariamente esistere, chi non teme il tempo, coloro per cui non è necessaria l’estasi e nemmeno la trascendenza, non è urgente il proprio interesse, sai di essere oltre il potere, immune da ogni comando, privo di ogni vantaggio, interamente dedito al significato, contro di te, intorno a te, anche se parzialmente percepito una sera, o di notte, o alla luce del sole, fulminato da una irresistibile intuizione o da una articolata argomentazione. 
Gli imperdonabili sono senza giustificazione, affidati a sé stessi dentro un oceano di buone ragioni, in grado di annegare senza rimpianto, di finire senza scrupolo. Sono imperdonabili perché cedono al sogno, rinunciano al sonno, allucinati o allucinazioni essi stessi, esprimono le ragioni che altri non hanno, con un gesto, con una scelta anomala, talvolta incomprensibile, talvolta inattuabile, talvolta inesprimibile a parole, sintetizzata in un vezzo, in un atto, in una scelta. 
Gli imperdonabili non fanno mai un sacrificio, giacché il vero sacrificio sarebbe non sacrificarsi, sarebbe accomodarsi, sarebbe adeguarsi. È non sentire il vuoto dentro. È essere riempiti dalla propria assenza, vocarsi alla propria vocazione per dare un senso alla propria presenza nel mondo.

Imperdonabili si diventa, quando il dolore è più forte della vita.



2.

A che cosa pensano gli imperdonabili?

Gli imperdonabili pensano continuamente, direi esclusivamente, al proprio paradigma, se per paradigma intendiamo un completo e complesso sistema di pensiero a cui far costantemente riferimento.

Il paradigma a cui Edith Stein fece sempre riferimento è stato quello della fenomenologia di Husserl. Entrambi partecipavano ad un tentativo generale di rifondazione della filosofia. Il paradigma fenomenologico doveva servire a questa rifondazione che poteva avvenire soltanto tramite il metodo della riduzione eidetica.

Noi oggi, dopo Jacques Derrida[8], padroneggiamo il metodo più preciso della decostruzione[9]; che non è proprio identico, ma è abbastanza corrispondente, addirittura simile. La differenza è nel fatto che con la riduzione bisogna sfrontare mentre con la decostruzione bisogna scomporre. In ogni caso si tratta di togliere il superfluo per trovare l’essenza oggettiva dei fenomeni. Di ogni fenomeno. E, per Husserl, il fenomeno primo è il soggetto: noi, io, tu voi, ognuno di noi che è simile a miliardi di altri simili e, purtuttavia, singolarmente diversi, giacché «chiunque altro è tutt’altro»[10].


Per capire questo concetto di riduzione eidetica, che sarà fondamentale successivamente nel pensiero di Edith Stein, da lei stessa simbolicamente rappresentato con la raffigurazione delle “sette stanze”, dobbiamo partire dal presupposto che per comprendere ed interpretare la fenomenologia abbiamo bisogno di un metodo scientifico. La fenomenologia viene rappresentata come una «scienza di essenze»[11], cioè una disciplina che deve analizzare i fenomeni che si manifestano nella loro struttura essenziale. Questa analisi si deve svolgere prima di tutto sospendendo il proprio giudizio sul fenomeno stesso (epochè) e poi sfrondando il superfluo, con una riduzione trascendentale all’essenza. Poiché questo metodo ci permette di cogliere i fenomeni che esaminiamo, diventa una forma di esaltazione della nostra coscienza che, oltre la propria esperienza quotidiana personale, è pura e ​trascendentale[12] in quanto formata da un flusso di vissuti[13]. Formata e formulata come dominio dei fenomeni psichici

Il fatto è che il primo fenomeno di cui veniamo a conoscenza, dal momento in cui nasciamo, siamo noi stessi. Il primo fenomeno è la nostra soggettività: ciò che stiamo vivendo. Quindi se cominciamo da qui, da noi stessi, sospendiamo il giudizio e riduciamo eideticamente per cercare la struttura essenziale del nostro vissuto, di ciò che siamo, non possiamo che fare riferimento a ciò che tutti abbiamo: il corpo e la psiche.


Forse, quando Edmund Husserl scrisse, prima di morire, in un libro rimasto postumo e che avrebbe definitivamente sistemato e sistematizzato il rapporto tra fenomenologa ed epistemologia, che avrebbe chiarito del tutto il senso e il significato di trascendenza, quando espose il concetto di lebenswelt che consisteva nel passaggio da “alle cose stesse” a “nelle cose stesse”, forse in quel momento Edmund Husserl pensò a lei: Edith Stein.

Perché?
 
La storia è nota.

Husserl morì a Friburgo, in Brisgovia, il 27 aprile del 1938.
Era ebreo e i nazisti era venuti a prenderlo per deportarlo, ma la malattia srrivò prima di loro. Era già stato abbondantemente condannato, cacciato dall'università di cui era rettore e sostituito con Heidegger, che il 1 maggio del 1933 aveva aderito al partito NSDAP, il partito nazista, e aveva tenuto, il 27 maggio del 1933, il celebre Discorso del Rettorato sull'autoaffermazione dell'università tedesca: il Die Selbstbehauptung der deutschen Universität. Successivamente, nel novembre del 1933, salutò l'avvento di Hitler a potere e bruciò dalla libreria dell'Università tutti i libri di Husserl di cui si vantava impropriamente, prima della caccia agli ebrei, di essere il suo migliore e preferito allievo. Tuttavia la tirannide è uno stritasassi burocratico e, nell'aprile del 1934, anche il misero Heidegger fu cospretto a dimettersi dalla carica di Rettore dell'Università di Friburgo, dopo soli dieci mesi, a causa di incomprensioni e incomprensioni con la burocrazia e la politica del partito che aveva utilizzato per la propria autoaffermazione.
Husserl rimase solo ed emarginato per cinque anni, senza più la nazionalità tedesca, senza più la casa, senza accesso alla biblioteca, al numero 40 di Lorettostraße dove aveva abitato dal 1916, solocon la moglie Malvine.
In qualche modo rimase nascosto, finchè non si ammalò di pleurite, cioè della infiammazione delle membrane che circondano i polmoni. Nell'autonno del 1937 cadde accidentalmente e la malattia si impadronì rapidamente del corpo. All'età di 79 anni, ricoverato in casa per essere curato com'era possibile fare, prima che le SS lo prendessero per deportarlo, Husserl si avvicinò alla suora che lo assisteva e disse: "che peccato! Poteva essere un piccolo inizio".
Si riferiva al concetto di lebenswelt, di mondo della vita secondo cui bisognava elaborare un nuovo concetto e una nuova concezione di scienza, : " 



 
 
 Quando Husserl parla di questa istituenda scienza del mondo della vita, oltre a rilevare il senso sicuramente nuovo e per molti versi problematico che qui la parola ‘scienza’ assume, differenziandosi nettamente da ciò che il senso comune e gli scienziati stessi intendono per scienza, ovvero la scienza ‘obiettiva’ logico-naturalistica, non manca più volte di notare la precarietà del suo contenuto e del suo metodo. Per esempio nel § 44, richiamandosi alla necessità di cominciare interamente da capo per dare avvio alla scienza della Lebenswelt, Husserl aggiunge: «Lo facciamo necessariamente, come di fronte a tutti i compiti di principio nuovi, che non possono servirsi nemmeno di un’analogia, con una certa inevitabile ingenuità»1 . Il «piccolo inizio», che si rifà interamente a se stesso, si chiarisce qui in riferimento a ragioni di contenuto: un così inaudito gesto inaugurale non poteva che essere piccolo, fragile, persino ingenuo, rispetto agli sviluppi che esso intendeva innescare. Non una questione di modestia personale, dunque (o non solo questo), ma uno stato di fatto della ‘cosa stessa’.

Forse si chiese perché la sua allieva, preferita ma non prediletta, avesse scelto, contro il parere perfino della rispettosa madre, perché mai avesse scelto, il……., nel massimo della sua elaborazione filosofica e scientifica sulla fenomenologia, come mai avesse deciso di partire come infermiera volontaria per curare i malati e i martiri della I guerra mondiale.

Talvolta accade che la filosofia non riesca a reggere il peso della vita.

Più frequentemente accade che la vita non riesca a reggere il peso della filosofia.

In ogni caso in quei momenti, bisogna dare un taglio netto e tuffarsi con decisione nel mondo della vita. Accadrà anche a Wittgenstein durante al II guerra mondiale.





Nel 1914 Ludwig Wittgenstein decise di arruolarsi volontario nell'esercito austro-ungarico. Non era obbligato a diventare militare. Aveva una bellissima ernia iatale e figlio di una ricchissima famiglia austriaca. Ricca, colta e principalmente influente, politicamente molto influente, da sempre potente nell’Impero austro-ungarico. Vivevano a Vienna, con il prestigio della ricchezza e il privilegio della nobiltà. Tuttavia, la facoltosa famiglia era attraversata dalla maledizione che travolge le dinastie. Dietro la veste della imprenditoria dell’acciaio e della siderurgia, dietro l’eleganza dei salotti intellettuali ben frequentati, si infiltrava il virus della degenerazione cognitiva e del disagio esistenziale che causò il suicidio di tre suoi fratelli, e l’instabilità sua e degli altri. Le sorelle Hermine e Margarete, invece no. Mantennero sempre una certa saldezza e curarono il fratello Ludwig, che rinunciò alla sua grande fortuna economica, regalò i suoi soldi e lavorò come insegnante elementare e giardiniere. Dormiva su un letto di fortuna in uno stanzino dell’Istituto. Un giorno, mentre scriveva il Tractatus logico-philosophicus decise di arruolarsi volontario.

Perché?

Era il 1914 Ludwig Wittgenstein decise che bisognava fare qualcosa per partecipare fisicamente alla vita, alla sua dinamica, alla sua irruenza. Non era un modo per mettersi alla prova. Era un modo per trovare e provare la vita. Qualcosa che cambiasse una volta tanto. Così combatté sul fronte russo e italiano. Fu fatto prigioniero dagli italiani nel 1918. Si arruolò come soldato semplice e divenne in seguito ufficiale d’artiglieria. Portò con sé il manoscritto del suo Tractatus e lavorò quando fu catturato nel novembre del 1918 e costretto in un campo di prigionia nella provincia di Frosinone, a Cassino, nella frazione di Caira.

Prima di lui Edith Stein fece lo stesso. Non potendo essere arruolata come militare fu reclutata come infermiera.



Nell’aprile del 1915 era tutti stupiti, addirittura stupefatti che quella infermiera, aggiunta da qualche giorno al reparto dei malati di tifo, fosse, in una vita altra, una studiosa di “filosofia rigorosa”. Insistette, perfino. La prima domanda di partecipazione al servizio sanitario della Croce Rossa non fu nemmeno respinta. Semplicemente non ricevette risposta. E allora Edith Stein si strinse ancor di più al rigore filosofico. Restò a Gottinga altri sei mesi e concluse la sua tesi. La Croce Rossa però non si era dimenticata di Lei. A Breslavia, dove era tornata conclusi i sei mesi di lavoro, il telefono squillò. C’era, dalla parte opposta della cornetta, la voce di una signora che rappresentava la Croce Rossa. Le propose di lavorare come infermiera nell’ospedale militare di Mährisch – Weisskirchen.

Edith partì, contro la madre.

Non solo contro il suo parere.

Forse proprio contro di Lei che era stata perdonata per aver concentrato la sua vita nelle imprese di famiglia. Edith era invece imperdonabile e la sua vita era dedicata interamente alla conoscenza teorica e pratica, pragmatica: alla conoscenza della vita.

Le madri però non hanno bisogno di condividere per aiutare. Dopo aver adempiuto alla obbligatoria procedura di vaccinazione contro il tifo e il colera, Auguste si dispose a preparare l’occorrente per il difficile viaggio che la figlia doveva affrontare, un percorso piuttosto lungo e difficoltoso fino al territorio ceco.



Partì in treno da Breslavia. Dopo cinque o sei ore si trovò di fronte ad un imponente edificio, precedentemente sede dell’Accademia militare e ora riadattato ad ospedale per le malattie infettive. Le contrapposizioni sono fatte di provocazioni e fu forse percepita come una provocazione l’informazione che inviò a sua madre per descrivere il tipo di ospedale a cui era stata aggiunta. La madre le aveva rifiutato il consenso. Edith andò, per la prima volta, contro il suo parere. Ma il rigore filosofico e la coerenza teorica non permettono ipocrisie. È quasi una tortura. Certamente induce forti sensi di colpa. E quello per Edith era il primo atto di opposizione che sembrava molto a una ribellione. Per la prima volta contro la volontà materna. Non sarebbe stata l’ultima. Una prima di una lunga serie. D’altronde una madre ignora l’esigenza intellettuale di immergersi nel mondo della vita e quindi i suoi giudizi sono condizionati dalla preoccupazione della sicurezza e della integrità fisica dei figli. Una madre è allenata a difendere i figli e a ipotizzare ogni possibile rischio, i probabili pericoli, fisici per primi e cognitivi poi. Come vedremo non aveva sbagliato.



Nell’Accademia Militare trasformata in Ospedale furono tutti accoglienti, come sono sempre con i nuovi arrivati, quasi per ringraziarli del sacrificio volontario e dell’impegno. Di sacrificio Edith non ne fece molto, ma di impegno si; quello almeno necessario per convincere la madre che quel rischioso lavoro era indispensabile alla sua esperienza nella lebenwelt, nel mondo della vita. Con particolare attenzione prepararono una torta e dello spumante che era il benvenuto per Lei e il buon viaggio per un giovane medico polacco trasferito altrove, in un altro ospedale. Ad Edith sembravano incontri futili ed insignificanti. Se uno è predisposto al sacrificio e alla cura dell’altro, non ha proprio nulla da festeggiare. Ma non si sottrasse. Per cortesia certo, ma anche per opportunismo. Non valeva la pena contrastare un’usanza con cui, in realtà, si celebrava la vita, l’impegno a salvare la vita, in un luogo dedito prevalentemente alla morte. Fu festeggiato, prima del suo arrivo, il millesimo paziente di tifo. Può sembrare raccapricciante festeggiare l’espansione della malattia, però, proprio di fronte a tanti casi di dolore, prendere parte ad un momento di gratificazione può rappresentare un nuovo impegno, una forma di serenità quotidiana nell’affrontare il delirio della guerra e il dolore di una pandemia irrefrenabile. Dopo un primo umano stupore, Edith capì che, d’altronde, così sono gli imperdonabili: cedono il proprio corpo e ogni proprio privilegio per contrastare l’irruenza della fenomenologia del male; cedono, ma non concedono, gli imperdonabili, di sacrificare la propria identità, anche se non riescono ad identificarsi con la frenesia dell’irragionevole quotidiano.



Se si ha il coraggio di opporsi a un genitore, se ci si oppone al parere di una madre, ci si oppone a tutti. Così Edith infatti descrive, nel suo diario, la richiesta di rinvio dell’esame di greco che doveva sostenere: “Marzo 1915. Oggi sono stata dal consigliere segreto Thalheim per presentare la domanda di rinvio dell’esame. Quando ha saputo il motivo, in un primo momento non ha commentato, ma, mentre andavo via, mi ha chiesto se i miei genitori sono d’accordo. Ho risposto che mio padre è morto quando ero bambina e che mia madre è contraria. So che ha una figlia della mia età; ha cercato di dissuadermi, dicendo che le infermiere non godono di buona reputazione. Non solo non mi ha convinto, ma la sua osservazione è stata per me un incentivo: adesso ritengo veramente necessario che questi posti siano occupati da persone serie. Sicché ho ringraziato il consigliere segreto con sincera cordialità. Infatti, il suo interessamento nei miei confronti tradiva, comunque, una grande bontà d’animo, ma non mi sono lasciata sviare minimamente dalla mia decisione.”

Il lavoro era ben organizzato. Con il personale del nosocomio ci si intendeva perché parlavano tedesco. Probabilmente proprio per la difficoltà di comprendere la lingua, i cittadini del posto erano ostili o comunque poco accoglienti. Edith fu destinata al padiglione dei malati di tifo e quindi era indispensabile, per lei e i suoi colleghi, assumere le opportune precauzioni per evitare il contagio. I pazienti però erano la vera espressione di vita. Il contatto umano con loro era il legame con la lebenswelt, come definirà Husserl, il mondo della vita. Di quella vita, sconvolta, travolta dalla guerra. Quando si è travolti dalla morte collettiva che invade il mondo e pervade le anime. Non si può nemmeno dire che quell’habitat fosse amorale e disumano. C’era solo un clima definitivo che mischiava i valori individuali e collettivi.

Edith non poteva ammetterlo. Non poteva concepire che alla malattia fisica dei combattenti si affiancasse la malattia dello spirito umano. Non c’era etica professionale ma soltanto l’attenzione alla permanente minaccia di vita. del personale sanitario, il quale, efficiente operativamente, si abbandonava a una condotta non solo di per sé riprovevole, ma non adatta ad un luogo di sofferenza. Così Edith descrive la festa organizzata in occasione del trasferimento: “Dopo pochi giorni dal mio arrivo nel padiglione dei malati di tifo, si organizzò, infatti, una «festa» in occasione del trasferimento di un giovane dottore polacco in un altro ospedale.” Per Edith era totalmente inconcepibile: “Avevo compreso che sarebbe stato più prudente non partecipare, sia perché era fuori luogo festeggiare sia perché non ero sicura sulla «qualità» di quell’incontro.”

La discesa nel mondo della vita, il rispetto di quella regola centrale della fenomenologia, l’esigenza di restare sempre “alle cose stesse” e non solo, addirittura “nelle cose stesse”, fulminò Edith Stein due volte.



La prima la fulminò per i comportamenti che lei, contro la logica di ogni fenomenologia, considerava immorali. In quella sede di Accademia militare trasformata in ospedale, in quel clima di morte e dolore, infezione e totale infiammazione, dentro quella macelleria di esseri umani, si festeggiava di tutto, dal trasferimento di un medico al millesimo paziente di tifo. Per non sbagliare approccio con gli altri Edith si fece consigliare dalla sua superiora, tal sorella Loni, “che mi sembra una persona seria e di buoni principi.” Il consiglio, ai nuovi arrivati, è sempre lo stesso: quello di disporsi positivamente verso gli altri, anche se i loro comportamenti sembrano equivoci e incomprensibili. Suo malgrado e nel rispetto dell’esperienza della “superiora”, Edith si fece convincere e andò portando con sé quell’interrogativo che le rimbalzava in testa: una “festa in onore del. Mille pazienti? Mi stupisco che siano stati tanti e mi stupisco ancora di più che si sia potuto organizzare una festa: com’è possibile festeggiare una cosa così triste che coinvolgeva esseri umani?!”[14]

In un periodo di ripensamento, in cui la filosofia radicale cede al mare della vita, per evitare di annegare nell’insignificante, bisogna vivere una esperienza ricostruttiva, bisogna ricevere da un evento qualsiasi una plusvalenza ermeneutica, cioè un evento coinvolgente, fors’anche sconvolgente, che aiuti il pensiero a fluire di nuovo, a nuotare elegante rinforzato da significati liquidi. Per Edith, l’ermeneutica scatenante della lebenswelt fu il suo rapporto, silente ma non tacito, con un paziente polacco. Tutti i malati assorbivano ogni energia, ma il polacco era attraente. Il suo dolore era attraente. Il suo sacrificio era attraente. La sua speranza era attraente.

Il polacco era un capitano di cavalleria, portato in ospedale in un’ambulanza, “nudo come verme”.



Aveva sul naso un paio di occhiali “a stringinaso”. Sotto la testa un cuscino di seta rosso che stringeva come fosse un’ancora alla vita. Era rimasto imprigionato in una trance di paura. Non voleva distaccarsi dagli oggetti, dai simboli della propria esistenza. Sapeva che la morte era un vento che poteva trascinarlo via. E lui, il capitano di cavalleria polacco, voleva mostrarsi presentabile, forse non proprio elegante, ma certamente dignitoso. Presuntuoso. Aveva scoperto la sua provenienza nobiliare. Era nipote di non si sa quale ministro e, dunque, trasformava spesso la sua arroganza in prepotenza.

La malattia non fa sconti, non riconosce titoli né provenienze e questa indifferenza lo irritava. Diventava distonico e aggressivo nei confronti degli altri da cui si illudeva di distinguersi. Pretenzioso. Chiedeva cose sempre più difficili da ottenere, per mettere alla prova la sua forza e la sua autorità. Credeva di poter sconfiggere da solo la malattia. Non voleva mangiare. Non voleva curarsi. Non assumeva le dovute medicine. E le sue condizioni peggioravano giorno dopo giorno.

Non si sa se per scelte o per opportunità, se per un incarico ricevuto o per sua volontà, toccò ad Edith la cura del cavaliere. Edith si dedicò a lui a tempo pieno e con tutta la necessaria pazienza. Gli insulti contro l’infermiera di lusso si succedevano, specialmente quando bisognava somministrate le medicine indicate dai medici. Finché un giorno la misura diventa colma e, davanti al solito “Se ne vada, canaglia!”, si lascia la divisa con la funzione e ci si prende un periodo di riposo. Bisogna ricaricare le pile.

Il giorno dopo Edith partì.

Il suo viaggio poteva avere il volto di un atto di egoismo e il senso di colpa le mordeva lo stomaco. Questo muto disagio fu il peso dei giorni di riposo. Qualcun altro si sarebbe occupato del paziente polacco, qualcun altro l’avrebbe sostituita come pneumatico assorbimento degli insulti. Tutti sono utili, nessuno è indispensabile.

Quando riprese i libri e gli studi non sapeva più se la pausa era relativa allo studio o se, viceversa, il lavoro, l’azione, avrebbe detto Hannah Arendt, era superiore alle elaborazioni teoriche. Per congiungere le cose e non perdere tutto, Edith si iscrisse a Breslavia ad un corso per conseguire il diploma di infermiera professionista. Poi passò anche l’esame di Greco completando il percorso di diploma del liceo classico.

Completati gli impegni formali Edith ritrovò la calma. Loo studio aiuta a riprendersi e in qualche modo ritrovarsi. Non basta però. C’è un gusto amaro nello studio scisso, sconnesso dal mondo della vita. C’è la solitudine addirittura riservata delle idee che passano e vanno via. La solitudine che rifiuta di aprirsi al mondo nel momento stesso in cui lo desidera. Edith cominciò automaticamente a redigere la sua tesi sull’entropatia. Una idea originale che nessuno conosceva e che per questo, testardamente la affascinava proprio perché la isolava dal comune filosofare. Edith era impavida ed imperdonabile. Impavida perché non temeva le sue scelte. Imperdonabile perché non soffriva nel concedersi ad esse. Aveva però confuse nostalgie. Mentre scriveva dell’entropatia, la frequentava, invadente, la sua esperienza in Ospedale, dove non c’erano schieramenti ma solo la volontà di sopravvivere, insieme; dove il lavoro era assorbente e senza pensiero con i malati, una gratificazione insuperabile non solo nel dedicarsi ad altri, ma anche nel concedersi al dolore come espressione ineliminabile della vita. Erano procedure a cui affidarsi, da rispettare senza giustificazione, per i malati di tifo che potevano scadere in una polmonite e dovevano mangiare cibi liquidi per non affaticare la degenza. Bisognava agire, costatando l’utilità pratica del proprio comportamento, senza dover argomentare, la comodità dell’eseguire. C’era la nostalgia del dottor Pick, della sua gentilezza, la cortesia dovuta al prossimo. C’era la nostalgia dei pazienti, spaesati nel vero senso del termine, cioè senza più i loro paesi, stranieri docili come immigrati calpestati, poveri soldati, strumenti di guerre di potere, per la conquista di un territorio, per la rivendicazione di una identità che riduce e avvilisce la plusvalenza dell’umano, che denigra e umilia la volontà di Dio: il creatore dell’esistenza che vede la sua opera umiliata dalla distruzione. Quei soldati, di diverse nazionalità, pochi tedeschi, austriaci provenienti da regioni sperdute che ignoravano le ragioni perdute, slovacchi e ruteni, ciechi, ungheresi, italiani e polacchi, il cavaliere polacco.

Il divino era proprio là, nell’estremo di ogni esistenza, nella volontà del robusto zingaro di sopravvivere alla sua morte per difterite lasciando una lettera alla moglie, una preghiera. Perché una preghiera?

La preghiera era un modo per avere una certezza di sopravvivenza. Pirandello avrebbe affermato che nessuno è mai morto se vive nella mente di un solo amico.

Pregare è il modo che abbiamo per far sopravvivere, il rito che rafforza il mito della nostra esistenza. Non serve ad assicurarci un posto vicino a Dio. Quel posto ci viene assicurato o meno dai nostri comportamenti, dai comportamenti ricorrenti. Non basta una preghiera finale.

Lo zingaro, come tutti, sperava di essere ricordato anche dopo. Sperava di sopravvivere nella mente delle persone che lo amavano. Edith capì he la preghiera era il modo che aveva la morte per dare significato a chi restava. Ed è proprio a chi restava che serviva una presenza caritatevole. Questa era la vera azione nel mondo della vita. Questa era la vera azione politica, non della sola religione, ma per tutta la vita. L’azione caritatevole era l’azione politica che offriva la plusvalenza di significati che nessuna filosofia era in grado di esprimere, Quel “ci sono più cose in cielo e in terra Orazio di quante ne sogni la tua filosofia” che William Shakespeare aveva inserito nell’Atto I, Scena V dell’Amleto e che riguarda il vuoto di soddisfazione e cognizione che travolge tutti coloro, tutti gli imperdonabili che concedono la loro intera vita al pensiero, ignari della complessità fenomenologica dell’esistenza.

Si è soli. Si resta soli per quanti amici puoi frequentare, per quanti confronti puoi affrontare. Non è vero che lo studio non permette di affrancarsi dalle concrete esperienze della vita. Lo permette. Eccome. È proprio questo il problema: essere affrancati dalle concrete esperienze della vita. Husserl lo capì solo alla fine. Ripeteva continuamente che il pensiero doveva riferirsi “alle cose stesse”. Alla fine, capì che il pensiero aveva un senso e un significato se stava “nelle cose stesse”, dentro la fenomenologia dell’esistenza e questa era la crisi profonda delle scienze europee[15].

Edith lo capì, senza razionalizzarlo, tra la guerra e la malattia, di fronte alla ostentazione della morte. E non capì, di fronte a quella estrema condizione di sopravvivenza, le cose si mescolano, la morale si riduce, la dignità evapora e svanisce, diventa insufficiente e ostacola il riconoscimento della vita nuda[16]. Non lo capì e, dunque, non tollerò alcuna forma di empietà che pure frequentava i corridoi, gli angoli segreti e perfino le stanze dell’ospedale. Invece, nella mescola dei valori della vita, l’empietà e la moralità non si distinguono nella stessa persona.

Sarà stata quella la scelta di superare l’umano e di ricorrere alla morale suprema di Dio, di rifugiarsi in quell’ordine morale supremo e assoluto?

Forse, ma non solo.

Non trovandolo nell’umano Edith ha cercato Dio altrove. Per lei era incomprensibile, anzi inaccettabile che nell’uomo ci fosse il Dio e anche il Demone, come ci avrebbe insegnato successivamente Bertrand Russell[17]. Dio è ovunque, fuori di noi e nel nostro profondo, nella solitudine notturna del pensiero che s’interroga.



Credo che Edith Stein abbia cercato (e trovato) nella religione una pacificazione con il dolore. Con il proprio dolore e con quello degli altri. È il tipico atteggiamento degli imperdonabili: sentire il dolore nel mondo e concentrare la propria vita su piccole cose fuori dalle dinamiche esistenziali della fenomenologia. Gli imperdonabili “posso immaginare altrettanto bene un luminoso trattato sulla vita dei funghi o sui nodi del tappeto persiano, la descrizione accurata di un grande schermitore, una raccolta di lettere dal bel numero di parole in bel rapporto tra loro. O addirittura quel Saggio sui coltelli che qualcuno, mi dicono, sta scrivendo e che mi sembra degno di aspettativa perché chi lo scrive scrive con perfezione e parli di coltelli, di Francesco Bacone, del fine alluce teso di Anna Pavlova nei dolorosi arabeschi di Giselle, sta rispondendo in modo degno di onore alla ghigliottina in attesa: il povero mondo biochimico di domani dove il pensiero, secondo ci viene annunziato con reverenza, non sarà più che un siero, la coscienza più che un tegumento, ma neppure siero e tegumento l’uomo potrà ricevere in retaggio alla sua nascita poiché è noto che un impulso elettronico potrà privarlo di entrambi a qualunque distanza, per opera di un qualunque sconosciuto.”[18]

Così sono gli imperdonabili e Lei fu certamente uno degli imperdonabili del mondo, sempre, dovunque si sia posizionata: nella sua famiglia, quando doveva compiere delle scelte prima e dopo la morte del padre; nel lavoro, quando doveva trovare i soldi per sopravvivere nonostante il sostegno materno; all’università, ridotta a segretaria di Husserl; nei suoi due amori sfortunati; nella penombra di ogni scelta di vita e poi, infine, quando nel 1922 si battezzò e poi quando scelse a via della clausura monastica. Imperdonabile perfino quando scomparse, svanita tra un forno crematorio nazista ed un altro senza lasciare alcuna traccia di sé.

Edith Stein fu sempre così, imperdonabile in tutti i periodi della sua vita, quando fu automaticamente di religione ebraica, quando fu atea per scelta scientifica, quando si convertì con decisione al cristianesimo.

Edith Stein, fu sempre così, imperdonabile perché ha gettato, scambiato la sua vita sempre per una qualche forma di salvezza.

Edith si dedicò con la minuziosa precisione e attenzione a Dio, alla presenza di Dio nel mondo e dentro di noi.





Edmund Husserl cercava una qualche trascendenza senza Dio. Edith Stein vedeva l’unica trascendenza in Dio. Questa differenza ha costituito una biforcazione, una separazione rispettosa tra le due intelligenze. In sintesi, tra il 1900 e il 1911[19], Husserl cercava definitivamente di fondare sia la filosofia che la fenomenologia sulla logica. A partire dal secondo volume di Ricerche logiche, più precisamente Husserl intendeva rifondare la filosofia sulla struttura di leggi oggettive della logica e la fenomenologia sulla idealità obiettiva di entità (oggetti e soggetti) logici. Secondo la concezione di Husserl la nuova filosofia avrebbe dovuto estendere alla fenomenologia dell’esistente il metodo della logica pura per la “apprensione delle essenze di tutti gli oggetti”[20].

Edith Stein non la pensava così. “L’obiettivo del pensiero di Edith Stein risiede nella filosofia della persona, non soltanto nell’ontologia”[21].


















[1] Cristina CAMPO, Gli Imperdonabili, Adelphi, Milano 1987


[2] Cristina CAMPO, cit. 1987


[3] Cristina CAMPO, cit. 1987


[4] Cristina CAMPO, cit. 1987


[5] Cristina CAMPO, cit. 1987


[6] Cristina CAMPO, cit. 1987


[7] Cristina CAMPO, cit. 1987


[8] Jacques DERRIDA, La scrittura e la differenza, Einaudi, Torino 1971; Jacques DERRIDA, Della grammatologia, Jaca Book, Milano 1968/2006.


[9] Alberto ANDRONICO, La decostruzione come metodo, Giuffrè, Milano 2022


[10] Jacques DERRIDA, Donare la morte, Jaca Book, Milano 2009; Jacques DERRIDA, Il tempo degli adii, Mimesis, Milano 2006


[11] Edmund HUSSERL, Introduzione alla logica e alla teoria della conoscenza. Lezioni 1906/07, Editrice Morcelliana, Scholé, Brescia 2019; Edmund HUSSERL, L’idea di fenomenologia: cinque lezioni, Bruno Mondadori, Milano 1995.


[12]Edmund HUSSERL, Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica. Libro primo: Introduzione generale alla fenomenologia pura, , Einaudi, Torino, 2002, vol. I, p. 178




[13] https://mondodomani.org/dialegesthai/articoli/paolo-bucci-01


[14] “Quando sono entrata nella camera dei medici, ho visto che era stato allestito un tavolo con alcune torte e, soprattutto, molte bottiglie di liquore. Ho preso una fetta di torta, ma non ho bevuto, perché non lo faccio abitualmente. Tutti si sono informati sulla mia persona, quando hanno saputo che studio “filosofia rigorosa”, cioè non solo che ho frequentato una Facoltà di filosofia, che nell’ordinamento austriaco comprende molte altre discipline, ma che mi interesso esplicitamente di questioni filosofiche, si sono molto stupiti; ben presto, però, man mano che il contenuto delle bottiglie diminuiva, la conversazione ha preso un indirizzo del tutto diverso. Mi ha salvata proprio il medico polacco che è stato trasferito, lo definisco il “cavaliere polacco”: ha intuito il mio imbarazzo e si è scusato con me. Eravamo gli unici rimasti sobri. Poi, la festa è continuata con una passeggiata in giardino, mi sono unita a tutti per paura di rimanere sola; per fortuna sono stata accompagnata da un’altra infermiera. Il gruppo si è diretto verso una villa in cui abitano i medici e hanno svegliato un collega che dormiva, costui si è unito volentieri all’allegra brigata. Sono stata presentata anche a lui, ma a quel punto ecco apparire di nuovo quello che si potrebbe definire il mio angelo custode: il dottore polacco che mi ha sottratto all’allegra brigata e mi ha accompagnato nella stanza che condivido con altre due infermiere. Anche lì una nuova sorpresa: un altro medico aveva messo la camera sottosopra e aveva allestito un’apparecchiatura fotografica, era stato seguito da un collega e da un’infermiera, che si trattennero un po’ nella stanza. Finalmente si allontanarono, ma le mie due coinquiline, Sofie e Marga, non erano ancora rientrate, le ho aspettate e sono potuta andare a letto tranquilla. Niente di negativo mi è successo personalmente, ma provo non solo molto disgusto per quell’esperienza, ma anche indignazione che tutto ciò sia potuto accadere in un luogo in cui altre persone soffrono. In ogni caso, la cosa è stata deprecata anche da sorella Loni, che non aveva partecipato: ha chiamato le infermiere e le ha rimproverate. Le ho mandato a dire che per me era stato penoso e ho ricevuto un messaggio in cui si dichiarava dispiaciuta che avessi avuto al mio arrivo un’impressione tanto negativa di quell’ambiente.” Dal diario di Edith Stein, aprile 1915.




[15] HUSSERL Edmund, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Il Saggiatore, Milano 2015


[16] AGAMBEN Giorgio, Homo sacer. Il potere sovrano e la vita nuda, Einaudi, Torino 2005


[17] RUSSELL Bertrand, Un’etica per la politica, Laterza, Bari 1994


[18] CAMPO Cristina, Gli imperdonabili, Adelphi, Milano 2014


[19] Vedi Edmund HUSSERL, L’idea di fenomenologia, in (a cura di) A. VASA e M. Rossi, Il Saggiatore, Milano 1981; Edmund HUSSERL, Ricerche Logiche, vol.II, Il saggiatore, Milano 1988; Edmund HUSSERL, La filosofia come scienza rigorosa, (a cura di) F. Costa, Paravia, Torino 1958.


[20] Hanna-Barbara GERL-FALKOVITZ, Edith Stein. Vita, filosofia, mistica, Marcelliana Edizioni, Brescia 2020, p. 123


[21] Hanna-Barbara GERL-FALKOVITZ, cit. Brescia 2020, p. 126.

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