EDITH STEIN L'IMPERDONABILE
Edith stein
l’imperdonabile
Alessandro Ceci
“essere imperdonabili è un modo
di
abitare il proprio tempo”
Chi sono gli imperdonabili?
«Chi getterà la sua vita la salverà»[1], riporta Cristina Campo; coloro per cui la «perdita volontaria» è involontariamente diventato un guadagno.
«In un’epoca di progresso puramente orizzontale, - scrive Cristina Campo - nella quale il gruppo umano appare sempre più simile a quella fila di cinesi condotti alla ghigliottina di cui è detto nelle cronache della rivolta dei Boxers, il solo atteggiamento non frivolo appare quello del cinese che, nella fila, leggeva un libro. Sorprende vedere altri azzuffarsi a sangue, in attesa del loro turno, sul preferito tra i carnefici operanti sul palco.»[2]
Gli altri si azzuffano per finire in ritardo nelle mani del boia, ma «Il cinese che legge, in ogni modo, mostra sapienza e amore alla vita.»[3]
Non è la baruffa, quindi, per arraffare qualche attimo di resistenza, la salvezza degli umani, ma il «territorio divino» di «tutto ciò che è gioioso»[4]. Non «il povero mondo biochimico di domani dove il pensiero, secondo cui viene annunziato con reverenza, non sarà più che un siero, la coscienza più che un tegumento, ma neppure siero e tegumento l’uomo potrà ricevere in retaggio alla sua nascita poiché è noto che un impulso elettronico potrà privarlo di entrambi a qualunque distanza, per opera di un qualunque sconosciuto.»[5], ma la capacità di essere sé stessi di fronte all’inevitabile. Il cinese lettore «dovette a ciò la sua testa: l’ufficiale tedesco di scorta ai condannati non resse alla sua compostezza e gli fece grazia»[6]. Poi il cinese si guardò intorno: «è decente ritenere le parole che il cinese proferì, interrogato, prima di perdersi tra la folla: “Io so che ogni rigo letto è profitto”. È lecito immaginare che il libro che egli teneva tra le mani fosse un libro perfetto.»[7]
Gli imperdonabili sono coloro che attraversano il proprio dolore da soli, coloro che sanno essere senza necessariamente esistere, chi non teme il tempo, coloro per cui non è necessaria l’estasi e nemmeno la trascendenza, non è urgente il proprio interesse, sai di essere oltre il potere, immune da ogni comando, privo di ogni vantaggio, interamente dedito al significato, contro di te, intorno a te, anche se parzialmente percepito una sera, o di notte, o alla luce del sole, fulminato da una irresistibile intuizione o da una articolata argomentazione.
Gli imperdonabili sono senza giustificazione, affidati a sé stessi dentro un oceano di buone ragioni, in grado di annegare senza rimpianto, di finire senza scrupolo. Sono imperdonabili perché cedono al sogno, rinunciano al sonno, allucinati o allucinazioni essi stessi, esprimono le ragioni che altri non hanno, con un gesto, con una scelta anomala, talvolta incomprensibile, talvolta inattuabile, talvolta inesprimibile a parole, sintetizzata in un vezzo, in un atto, in una scelta.
Gli imperdonabili non fanno mai un sacrificio, giacché il vero sacrificio sarebbe non sacrificarsi, sarebbe accomodarsi, sarebbe adeguarsi. È non sentire il vuoto dentro. È essere riempiti dalla propria assenza, vocarsi alla propria vocazione per dare un senso alla propria presenza nel mondo.
Imperdonabili si diventa, quando il dolore è più forte della vita.
2.
A che cosa pensano gli imperdonabili?
Gli imperdonabili pensano continuamente, direi esclusivamente, al proprio paradigma, se per paradigma intendiamo un completo e complesso sistema di pensiero a cui far costantemente riferimento.
Il paradigma a cui Edith Stein fece sempre riferimento è stato quello della fenomenologia di Husserl. Entrambi partecipavano ad un tentativo generale di rifondazione della filosofia. Il paradigma fenomenologico doveva servire a questa rifondazione che poteva avvenire soltanto tramite il metodo della riduzione eidetica.
Noi oggi, dopo Jacques Derrida[8], padroneggiamo il metodo più preciso della decostruzione[9]; che non è proprio identico, ma è abbastanza corrispondente, addirittura simile. La differenza è nel fatto che con la riduzione bisogna sfrontare mentre con la decostruzione bisogna scomporre. In ogni caso si tratta di togliere il superfluo per trovare l’essenza oggettiva dei fenomeni. Di ogni fenomeno. E, per Husserl, il fenomeno primo è il soggetto: noi, io, tu, voi, ognuno di noi che è simile a miliardi di altri simili e, purtuttavia, singolarmente diversi, giacché «chiunque altro è tutt’altro»[10].
Per capire questo concetto di riduzione eidetica, che sarà fondamentale successivamente nel pensiero di Edith Stein, da lei stessa simbolicamente rappresentato con la raffigurazione delle “sette stanze”, dobbiamo partire dal presupposto che per comprendere ed interpretare la fenomenologia abbiamo bisogno di un metodo scientifico. La fenomenologia viene rappresentata come una «scienza di essenze»[11], cioè una disciplina che deve analizzare i fenomeni che si manifestano nella loro struttura essenziale. Questa analisi si deve svolgere prima di tutto sospendendo il proprio giudizio sul fenomeno stesso (epochè) e poi sfrondando il superfluo, con una riduzione trascendentale all’essenza. Poiché questo metodo ci permette di cogliere i fenomeni che esaminiamo, diventa una forma di esaltazione della nostra coscienza che, oltre la propria esperienza quotidiana personale, è pura e trascendentale[12] in quanto formata da un flusso di vissuti[13]. Formata e formulata come dominio dei fenomeni psichici
Il fatto è che il primo fenomeno di cui veniamo a conoscenza, dal momento in cui nasciamo, siamo noi stessi. Il primo fenomeno è la nostra soggettività: ciò che stiamo vivendo. Quindi se cominciamo da qui, da noi stessi, sospendiamo il giudizio e riduciamo eideticamente per cercare la struttura essenziale del nostro vissuto, di ciò che siamo, non possiamo che fare riferimento a ciò che tutti abbiamo: il corpo e la psiche.
Forse, quando Edmund Husserl scrisse, prima di morire, in un libro rimasto postumo e che avrebbe definitivamente sistemato e sistematizzato il rapporto tra fenomenologa ed epistemologia, che avrebbe chiarito del tutto il senso e il significato di trascendenza, quando espose il concetto di lebenswelt che consisteva nel passaggio da “alle cose stesse” a “nelle cose stesse”, forse in quel momento Edmund Husserl pensò a lei: Edith Stein.
Perché?
La storia è nota.
Husserl morì a Friburgo, in Brisgovia, il 27 aprile del 1938.
Era ebreo e i nazisti era venuti a prenderlo per deportarlo, ma la malattia arrivò prima di loro. Era già stato abbondantemente condannato, cacciato dall'università di cui era rettore e sostituito con Heidegger, che il 1 maggio del 1933 aveva aderito al partito NSDAP, il partito nazista, e aveva tenuto, il 27 maggio del 1933, il celebre Discorso del Rettorato sull'autoaffermazione dell'università tedesca: il Die Selbstbehauptung der deutschen Universität. Successivamente, nel novembre del 1933, salutò l'avvento di Hitler a potere e bruciò dalla libreria dell'Università tutti i libri di Husserl di cui si vantava impropriamente, prima della caccia agli ebrei, di essere il suo migliore e preferito allievo. Tuttavia la tirannide è uno stritasassi burocratico e, nell'aprile del 1934, anche il misero Heidegger fu costretto a dimettersi dalla carica di Rettore dell'Università di Friburgo, dopo soli dieci mesi, a causa di incomprensioni con la burocrazia e la politica del partito che aveva utilizzato per la propria autoaffermazione.
Husserl rimase solo ed emarginato per cinque anni, senza più la nazionalità tedesca, senza più la casa, senza accesso alla biblioteca, al numero 40 di Lorettostraße dove aveva abitato dal 1916, solo con la moglie Malvine.
In qualche modo rimase nascosto, finchè non si ammalò di pleurite, cioè della infiammazione delle membrane che circondano i polmoni. Nell'autonno del 1937 cadde accidentalmente e la malattia si impadronì rapidamente del corpo. All'età di 79 anni, ricoverato in casa per essere curato com'era possibile fare, prima che le SS lo prendessero per deportarlo, Husserl si avvicinò alla suora che lo assisteva e disse: "che peccato! Poteva essere un piccolo inizio".
Si riferiva al concetto di lebenswelt, di mondo della vita secondo cui bisognava elaborare un nuovo paradigma di scienza, che non contemplasse soltanto l'oggettivazione epistemologica, ma che fosse ingrado anche di interpretare la soggettivizzazione emeneutica, non soltanto la scienza razionale e naturalistica, ma anche la scienza ragionalevole e sociale, una scienza nuova senza possibilità di comparazioni con il precedente, che richiedesse una nuova elaborazione e un nuovo impegno, necessario "come di fronte a tutti i compiti di principio nuovi, che non possono servirsi nemmeno di un’analogia, con una certa inevitabile ingenuità"1 .
Credo, immagino, che in quel momento tragico, o poco prima, Edmund Husserl abbia pensato alla sua allieva, preferita ma non prediletta, si sia chiesto perché Edith Stein avesse scelto, contro il parere perfino della rispettosa madre, perché mai avesse scelto, di lasciare la filosofia radicale, nel massimo della sua elaborazione sulla fenomenologia, perché avesse deciso di partire come infermiera volontaria per curare i malati e i martiri della I guerra mondiale. Credo, non disdegno di immaginare che alla fine Husserl abbia capito davvero e definitivamente che proprio quella decisione, quella scelta di immergersi nel dolore degli altri, era il più profondo e definitivo trasferimento nella lebenswelt, nel mondo della vita. Credo, desidero ipotezzare, che questa illuminazione gli abbia aperto l'universo di una conoscenza quantistica presente nel suo ultimo libro pubblicato postumo, in cui si predefinisce l'esigenza insuperabile, non solo di valutare i dati della conoscenza, ma di ponderarne il valore, di sentire il dolore delle piccole cose che piega le gambe. Perché, questo forse pensò Edmund Husserl prima di morire, talvolta accade, al contrario di quanto ripeteva Hegel, che la filosofia non riesce a reggere il peso della vita. Gli scienziati, gli intellettuali, i pensatori, i presuntuosi filosofi credono che frequentemente la vita non riesca a reggere il peso del concetto. Non è così però. e Husserl alla fine capì, dopo aver dedicato la sua vita allo studio solitario e riservato, concentrato sulla fenomenologia dell'esistenza, tema dell'Io trascendente, che le piccole cose che aveva subito alla fine, gli insulti, le minime ingiustizie, questo coacervo di piccoli orrori che appartengono al quotidiano, pesano più di tutto perchè sono questi che danno la cifra effettiva di ciò che non siamo stati. Un padre assente, un docente non disponibile, un marito non accogliente, un amico intransigente, una parola distante. Queste minime cose sono l'espressione più radicata del nostro male estremo e assoluto: della nostra incapacità egoistica di esserci.
In quei momenti, quando si capisce di essere in quei momenti, anche se sei alla fine che potrebbe essere l'inizio di un nuovo pensiero, bisogna dare un taglio netto e tuffarsi con decisione nel mondo della vita. Accadrà anche a Wittgenstein durante al II guerra mondiale. E questa era stata la scelta di Edith Stein. Spero che Husserl l'abbia capita, infine.
Nel 1914 Ludwig Wittgenstein decise di arruolarsi volontario nell'esercito austro-ungarico.
Non era obbligato a diventare militare. Aveva una bellissima ernia iatale e figlio di una ricchissima famiglia austriaca. Ricca, colta e principalmente influente, politicamente molto influente, da sempre potente nell’Impero austro-ungarico. Vivevano a Vienna, con il prestigio della ricchezza e il privilegio della nobiltà. Tuttavia, la facoltosa famiglia era attraversata dalla maledizione che travolge le dinastie. Dietro la veste della imprenditoria dell’acciaio e della siderurgia, dietro l’eleganza dei salotti intellettuali ben frequentati, si infiltrava il virus della degenerazione cognitiva e del disagio esistenziale che causò il suicidio di tre suoi fratelli, e l’instabilità sua e degli altri. Le sorelle Hermine e Margarete, invece no. Mantennero sempre una certa saldezza e curarono il fratello Ludwig, che rinunciò alla sua grande fortuna economica, regalò i suoi soldi e lavorò come insegnante elementare e giardiniere. Dormiva su un letto di fortuna in uno stanzino dell’Istituto Scolastico. Un giorno, mentre scriveva il Tractatus logico-philosophicus decise di arruolarsi volontario.
Perché?
Era il 1914 Ludwig Wittgenstein decise che bisognava fare qualcosa per partecipare fisicamente alla vita, alla sua dinamica, alla sua irruenza. Non era un modo per mettersi alla prova. Era un modo per trovare e provare la vita. Qualcosa che cambiasse una volta tanto. Così combatté sul fronte russo e italiano. Fu fatto prigioniero dagli italiani nel novembre del 1918. Si arruolò come soldato semplice e divenne in seguito ufficiale d’artiglieria. Portò con sé il manoscritto del suo Tractatus e lavorò quando fu catturato e costretto in un campo di prigionia nella provincia di Frosinone, a Cassino, nella frazione di Caira.
Prima di lui Edith Stein fece lo stesso.
Non potendo essere arruolata come militare fu reclutata come infermiera.
Scelse la lebenswelt, il mondo della vita.
Scelse la lebenswelt, il mondo della vita.
Nell’aprile del 1915 erano tutti stupiti, addirittura stupefatti che quella infermiera, aggiunta da qualche giorno al reparto dei malati di tifo, fosse, in una vita altra, una studiosa di “filosofia rigorosa”. Insistette, perfino. La prima domanda di partecipazione al servizio sanitario della Croce Rossa non fu nemmeno respinta. Semplicemente non ricevette risposta. E allora Edith Stein si strinse ancor di più al rigore filosofico. Restò a Gottinga altri sei mesi e concluse la sua tesi. La Croce Rossa però non si era dimenticata di Lei. A Breslavia, dove era tornata conclusi i sei mesi di lavoro, il telefono squillò. C’era, dalla parte opposta della cornetta, la voce di una signora che rappresentava la cura degli altri, non dei forti che belligeravano ma dei deboli che avevano subito l'impatto con la violenza. Le propose di lavorare come infermiera nell’ospedale militare di Mährisch – Weisskirchen.
Edith partì, contro la madre.
Non solo contro il suo parere.
Forse proprio contro di Lei che era stata perdonata per aver concentrato la sua vita nelle imprese di famiglia. Edith era invece imperdonabile e il suo tempo era dedicato interamente alla conoscenza teorica e pratica, pragmatica: alla conoscenza della vita.
Le madri però non hanno bisogno di condividere per aiutare. Dopo aver adempiuto alla obbligatoria procedura di vaccinazione contro il tifo e il colera, Auguste si dispose a preparare l’occorrente per il difficile viaggio che la figlia doveva affrontare, un percorso piuttosto lungo e difficoltoso fino al territorio ceco.
Partì in treno da Breslavia. Dopo cinque o sei ore si trovò di fronte ad un imponente edificio, precedentemente sede dell’Accademia militare e ora riadattato ad ospedale per le malattie infettive. Le contrapposizioni sono fatte di provocazioni e fu forse percepita come una provocazione l’informazione che inviò a sua madre per descrivere il tipo di ospedale a cui era stata aggiunta. La madre le aveva rifiutato il consenso. Edith andò, per la prima volta, contro il suo parere. Ma il rigore filosofico e la coerenza teorica non permettono ipocrisie. È quasi una tortura. Certamente induce forti sensi di colpa. E quello per Edith era il primo atto di opposizione che somigliava molto a una ribellione. Per la prima volta contro la volontà materna. Non sarebbe stata l’ultima. La prima di una lunga serie. D’altronde una madre ignora l’esigenza intellettuale di immergersi nel mondo della vita e quindi i suoi giudizi sono condizionati dalla preoccupazione della sicurezza e della integrità fisica dei figli. Una madre è allenata a difendere i figli e a ipotizzare ogni possibile rischio, i probabili pericoli, fisici per primi e cognitivi poi. Come vedremo non aveva sbagliato.
Nell’Accademia Militare trasformata in Ospedale furono tutti accoglienti, come sono sempre con i nuovi arrivati, quasi per ringraziarli del sacrificio volontario e dell’impegno. Di sacrificio Edith non ne fece molto, ma di impegno si; quello almeno necessario per convincere la madre che quel rischioso lavoro era indispensabile alla sua esperienza nella lebenwelt, nel mondo della vita. Con particolare attenzione prepararono una torta e dello spumante che rappresentava il benvenuto per Lei e il buon viaggio per un giovane medico polacco trasferito altrove, in un altro ospedale. Ad Edith sembravano incontri futili ed insignificanti. Se uno è predisposto al sacrificio e alla cura dell’altro, non ha proprio nulla da festeggiare. Ma non si sottrasse. Per cortesia certo, ma anche per opportunismo. Non valeva la pena contrastare un’usanza con cui, in realtà, si celebrava la vita, l’impegno a salvare la vita, in un luogo dedito prevalentemente alla morte. Fu festeggiato, prima del suo arrivo, il millesimo paziente di tifo. Può sembrare raccapricciante festeggiare l’espansione della malattia, però, proprio di fronte a tanti casi di dolore, prendere parte ad un momento di gratificazione può rappresentare un nuovo impegno, una forma di serenità quotidiana nell’affrontare il delirio della guerra e il dolore di una pandemia irrefrenabile. Dopo un primo umano stupore, Edith capì che, d’altronde, così sono gli imperdonabili: cedono il proprio corpo e ogni proprio privilegio per contrastare l’irruenza della fenomenologia del male; cedono, ma non concedono, gli imperdonabili, di sacrificare la propria identità, anche se non riescono ad identificarsi con la frenesia dell’irragionevole quotidiano.
Se si ha il coraggio di opporsi a un genitore, se ci si oppone al parere di una madre, ci si oppone a tutti. Così Edith infatti descrive, nel suo diario, la richiesta di rinvio dell’esame di greco che doveva sostenere: “Marzo 1915. Oggi sono stata dal consigliere segreto Thalheim per presentare la domanda di rinvio dell’esame. Quando ha saputo il motivo, in un primo momento non ha commentato, ma, mentre andavo via, mi ha chiesto se i miei genitori sono d’accordo. Ho risposto che mio padre è morto quando ero bambina e che mia madre è contraria. So che ha una figlia della mia età; ha cercato di dissuadermi, dicendo che le infermiere non godono di buona reputazione. Non solo non mi ha convinto, ma la sua osservazione è stata per me un incentivo: adesso ritengo veramente necessario che questi posti siano occupati da persone serie. Sicché ho ringraziato il consigliere segreto con sincera cordialità. Infatti, il suo interessamento nei miei confronti tradiva, comunque, una grande bontà d’animo, ma non mi sono lasciata sviare minimamente dalla mia decisione.”
Il lavoro era ben organizzato. Con il personale del nosocomio ci si intendeva perché parlavano tedesco. Probabilmente proprio per la difficoltà di comprendere la lingua, i cittadini del posto erano ostili o comunque poco accoglienti. Edith fu destinata al padiglione dei malati di tifo e quindi era indispensabile, per lei e i suoi colleghi, assumere le opportune precauzioni per evitare il contagio. I pazienti però erano la vera espressione di vita. Il contatto umano con loro era il legame con la lebenswelt, con l'ultimo pensiero di Husserl, il suo maestro. Era il legame con quella vita orribile, sconvolta, travolta dalla guerra comunque ingiustificabile come ogni guerra. In guerra siamo travolti, tutti, dalla morte collettiva che invade il mondo e pervade le anime. Non si può nemmeno dire che quell’habitat fosse amorale e disumano. C’era solo un clima definitivo che mischiava i valori individuali e collettivi, che mescolava in una poltiglia indigeribile il bene con il male..
Edith non poteva ammetterlo. Non poteva concepire che alla malattia fisica dei combattenti si affiancasse la malattia dello spirito umano. Non c’era etica professionale ma soltanto l’attenzione alla permanente minaccia di vita del personale sanitario, il quale, efficiente operativamente, si abbandonava a una condotta non solo di per sé riprovevole, ma non adatta ad un luogo di sofferenza. Così Edith descrive la festa organizzata in occasione del trasferimento: “Dopo pochi giorni dal mio arrivo nel padiglione dei malati di tifo, si organizzò, infatti, una «festa» in occasione del trasferimento di un giovane dottore polacco in un altro ospedale.” Per Edith era totalmente inconcepibile: “Avevo compreso che sarebbe stato più prudente non partecipare, sia perché era fuori luogo festeggiare sia perché non ero sicura sulla «qualità» di quell’incontro.”
La discesa nel mondo della vita, il rispetto di quella regola centrale della fenomenologia, l’esigenza di restare sempre “alle cose stesse” e non solo, addirittura “nelle cose stesse”, fulminò Edith Stein due volte.
La prima la fulminò per i comportamenti che lei, contro la logica di ogni fenomenologia, considerava immorali. In quella sede di Accademia militare trasformata in ospedale, in quel clima di morte e dolore, infezione e totale infiammazione, dentro quella macelleria di esseri umani, si festeggiava di tutto, dal trasferimento di un medico al millesimo paziente di tifo. Per non sbagliare approccio con gli altri Edith si fece consigliare dalla sua superiora, tal sorella Loni, “che mi sembra una persona seria e di buoni principi.” Il consiglio, ai nuovi arrivati, è sempre lo stesso: quello di disporsi positivamente verso gli altri, anche se i loro comportamenti sembrano equivoci e incomprensibili. Suo malgrado e nel rispetto dell’esperienza della “superiora”, Edith si fece convincere e andò portando con sé quell’interrogativo che le rimbalzava in testa: una “festa in onore del. Mille pazienti? Mi stupisco che siano stati tanti e mi stupisco ancora di più che si sia potuto organizzare una festa: com’è possibile festeggiare una cosa così triste che coinvolgeva esseri umani?!”[14]
In un periodo di ripensamento, in cui la filosofia radicale cede al mare della vita, per evitare di annegare nell’insignificante, bisogna vivere una esperienza ricostruttiva, bisogna ricevere da un evento qualsiasi una plusvalenza ermeneutica, cioè un evento coinvolgente, fors’anche sconvolgente, che aiuti il pensiero a fluire di nuovo, a nuotare elegante rinforzato da significati liquidi. Per Edith, l’ermeneutica scatenante della lebenswelt fu il suo rapporto, silente ma non tacito, con un paziente polacco. Tutti i malati assorbivano ogni energia, ma il polacco era attraente. Il suo dolore era attraente. Il suo sacrificio era attraente. La sua speranza era attraente.
Il polacco era un capitano di cavalleria, portato in ospedale in un’ambulanza, “nudo come verme”.
Portava un paio di occhiali “a stringinaso”. Sotto la testa un cuscino di seta rosso che stringeva come fosse un’ancora alla vita. Era rimasto imprigionato in un trance di paura. Non voleva distaccarsi dagli oggetti, dai simboli della propria esistenza. Sapeva che la morte era un vento che poteva trascinarlo via. E lui, il capitano di cavalleria polacco, voleva mostrarsi presentabile, forse non proprio elegante, ma certamente dignitoso. Presuntuoso. Aveva scoperto la sua provenienza nobiliare. Era nipote di non si sa quale ministro e, dunque, trasformava spesso la sua arroganza in prepotenza.
La malattia, però, non fa sconti, non riconosce titoli né provenienze e questa indifferenza lo irritava. Diventava distonico e aggressivo nei confronti degli altri da cui si illudeva di distinguersi. Pretenzioso. Chiedeva cose sempre più difficili da ottenere, per mettere alla prova la sua forza e la sua autorità. Credeva di poter sconfiggere da solo la malattia. Non voleva mangiare. Non voleva curarsi. Non assumeva le dovute medicine. E le sue condizioni peggioravano giorno dopo giorno.
Non si sa se per scelta o per opportunità, se per un incarico ricevuto o per sua volontà, toccò ad Edith la cura del cavaliere. Edith si dedicò a lui a tempo pieno e con tutta la necessaria pazienza. Gli insulti contro l’infermiera di lusso si succedevano, specialmente quando bisognava somministrate le medicine indicate dai medici. Finché un giorno la misura si fece colma e, davanti al solito “Se ne vada, canaglia!”, Edith lasciò la divisa con la funzione e prese un periodo di riposo. Bisogna ricaricare le pile.
Il giorno dopo Edith partì.
Il suo viaggio poteva avere il volto di un atto di egoismo e il senso di colpa le mordeva lo stomaco. Questo muto disagio fu il peso dei giorni di riposo. Qualcun altro si sarebbe occupato del paziente polacco, qualcun altro l’avrebbe sostituita come pneumatico assorbimento degli insulti. Tutti sono utili, nessuno è indispensabile.
Quando riprese i libri e gli studi non sapeva più se la pausa fosse relativa allo studio o se, viceversa, il lavoro, l’azione, avrebbe detto Hannah Arendt, era superiore alle elaborazioni teoriche. Per congiungere le cose e non perdere tutto, Edith si iscrisse a Breslavia ad un corso per conseguire il diploma di infermiera professionista. Poi passò anche l’esame di Greco completando il percorso di diploma del liceo classico.
Espletati gli impegni formali Edith ritrovò la calma. Lo studio aiuta a riprendersi e in qualche modo ritrovarsi. Non basta però. C’è un gusto amaro nella elaborazione teorica scissa, sconnessa dal mondo della vita. C’è la solitudine addirittura riservata delle idee che passano e vanno via. La solitudine che rifiuta di aprirsi al mondo nel momento stesso in cui lo desidera. Edith cominciò automaticamente a redigere la sua tesi sull’entropatia. Una idea originale che nessuno conosceva e che per questo, testardamente la affascinava proprio perché la isolava dal comune filosofare. Edith era impavida ed imperdonabile. Impavida perché non temeva le sue scelte. Imperdonabile perché non soffriva nel concedersi ad esse. Aveva però confuse nostalgie. Mentre scriveva dell’entropatia, la frequentava, invadente, la sua esperienza in Ospedale, dove non c’erano schieramenti ma solo la volontà di sopravvivere, insieme; dove il lavoro era assorbente e senza pensiero con i malati, una gratificazione insuperabile non solo nel dedicarsi ad altri, ma anche nel concedersi al dolore come espressione ineliminabile della nostra presenza nel mondo. Erano procedure a cui affidarsi, da rispettare senza giustificazione, per i malati di tifo che potevano scadere in una polmonite e dovevano mangiare cibi liquidi per non affaticare la degenza. Bisognava agire, costatando l’utilità pratica del proprio comportamento, senza dover argomentare, la comodità dell’eseguire. C’era la nostalgia del dottor Pick, della sua gentilezza, la cortesia dovuta al prossimo. C’era la nostalgia dei pazienti, spaesati nel vero senso del termine, cioè senza più i loro paesi, stranieri docili come immigrati calpestati, poveri soldati, strumenti di guerre di potere, per la conquista di un territorio, per la rivendicazione di una identità che riduce e avvilisce la plusvalenza dell’umano, che denigra e umilia la volontà di Dio: il creatore dell’esistenza che vede la sua opera avvilita dalla distruzione. Quei soldati, di diverse nazionalità, pochi tedeschi, austriaci provenienti da regioni sperdute che ignoravano le ragioni perdute, slovacchi e ruteni, ciechi, ungheresi, italiani e polacchi, il cavaliere polacco.
Il divino era proprio là, nell’estremo di ogni esistenza, nella volontà del robusto zingaro di sopravvivere alla sua stessa morte per difterite lasciando una lettera alla moglie, una preghiera.
Perché una preghiera?
Una volta aveva visto una donna che, dopo la spesa, buste alla mano, entrava in chiesa per pregare.
Perchè pregare?
La preghiera era un modo per avere una certezza di sopravvivenza. Pirandello avrebbe affermato che nessuno è mai morto se vive nella mente di un solo amico. La preghiera è il tentativo di perpetuarsi tramite il comportamento di altri. Pregare è il modo che abbiamo per sopravvivere, il rito che rafforza il mito della nostra esistenza. Non serve ad assicurarci un posto vicino a Dio. Quel posto ci viene assicurato o meno dai nostri comportamenti, dai comportamenti ricorrenti. Non basta una preghiera finale. Lo zingaro, come tutti, sperava di essere ricordato anche dopo. Sperava di sopravvivere nella mente delle persone che lo amavano. Edith capì che la preghiera era certo il modo che aveva la morte per dare significato a chi restava, ma anche e principalmente di dare vita a chi moriva. Ad entrambi serviva una presenza caritatevole. Questa era la vera azione nel mondo della vita. Questa era la vera azione politica, non per la sola religione, ma per tutta la vita. L’azione caritatevole era l’azione politica che offriva la plusvalenza di significati che nessuna filosofia era in grado di esprimere, Quel “ci sono più cose in cielo e in terra Orazio di quante ne sogni la tua filosofia” che William Shakespeare aveva inserito nell’Atto I, Scena V dell’Amleto e che riguarda il vuoto di soddisfazione e cognizione che travolge tutti coloro, tutti gli imperdonabili che concedono la loro intera vita al pensiero, ignari della complessità fenomenologica dell’esistenza.
Si è soli.
Si resta soli per quanti amici puoi frequentare, per quanti confronti puoi affrontare. Non è vero che lo studio non permette di affrancarsi dalle concrete esperienze della vita. Lo permette. Eccome. È proprio questo il problema: essere affrancati dalle concrete esperienze della vita. Husserl lo capì solo alla fine. Ripeteva continuamente che il pensiero doveva riferirsi “alle cose stesse”. Alla fine, capì che il pensiero aveva un senso e un significato se stava “nelle cose stesse”, dentro la fenomenologia dell’esistenza e questa, appunto, che non ci fosse, era la crisi profonda delle scienze europee[15].
Edith lo senti senza razionalizzare, tra la guerra e la malattia, di fronte alla ostentazione della morte. Ma non capì, di fronte a quella estrema condizione di sopravvivenza, che le cose si mescolano, che la morale si riduce, che la dignità evapora e svanisce, diventa insufficiente e ostacola il riconoscimento della vita nuda[16]. Non lo capì e, dunque, non tollerò alcuna forma di empietà che pure frequentava i corridoi, gli angoli segreti e perfino le stanze dell’ospedale. Invece, nella mescola dei valori della vita, l’empietà e la moralità non si distinguono nella stessa persona.
Edith fu rapita dalla sua esperienza. Nel labirinto del mondo della vita ebbe un riorientamento gestaltico, cioè le era totalmente cambiata la gerarchia dei concetti. Aveva riorientato il suo punto di vista. Lei, pur scrutando nella
stessa direzione e dentro lo stesso cono di immagine, vide tuttavia cose
diverse, totalmente nuove, fino ad allora ritenute erroneamente insignificanti. Se Husserl aveva trovato l'essenza della vita nell'io come presupposto del paradigma fenomenologico, la Stein scelse Dio come preupposto del paradigma teologico.
Sarà stata quella la scelta di superare l’umano e di ricorrere alla morale universale di Dio, di rifugiarsi in quell’ordine morale supremo e assoluto?
Forse, ma non solo.
Non trovandolo nell’umano, Edith ha cercato Dio altrove. Per lei era incomprensibile, anzi inaccettabile che nell’uomo ci fosse il Dio e anche il Demone, come ci avrebbe insegnato successivamente Bertrand Russell[17]. Dio è ovunque, fuori di noi e nel nostro profondo, nella solitudine notturna del pensiero che s’interroga.
Edmund Husserl cercava una qualche trascendenza senza Dio.
Edith Stein vedeva l’unica trascendenza in Dio.
Questa differenza ha costituito una biforcazione, una separazione rispettosa tra le due intelligenze.
In sintesi, tra il 1900 e il 1911[19], Husserl cercava definitivamente di fondare sia la filosofia che la fenomenologia sulla logica. A partire dal secondo volume di Ricerche logiche, più precisamente Husserl intendeva rifondare la filosofia sulla struttura di leggi oggettive della logica e la fenomenologia sulla idealità obiettiva di entità (oggetti e soggetti) logici. Secondo la concezione di Husserl la nuova filosofia avrebbe dovuto estendere alla fenomenologia dell’esistente il metodo della logica pura per la “apprensione delle essenze di tutti gli oggetti”[20].
Edith Stein non la pensava così. “L’obiettivo del pensiero di Edith Stein risiede nella filosofia della persona, non soltanto nell’ontologia”[21].
Credo che Edith Stein abbia cercato (e trovato) nella religione una pacificazione con il dolore. Con il proprio dolore e con quello degli altri. È il tipico atteggiamento degli imperdonabili: sentire il dolore nel mondo e concentrare la propria vita su piccole cose fuori dalle dinamiche esistenziali della fenomenologia. Gli imperdonabili possono “immaginare altrettanto bene un luminoso trattato sulla vita dei funghi o sui nodi del tappeto persiano, la descrizione accurata di un grande schermitore, una raccolta di lettere dal bel numero di parole in bel rapporto tra loro. O addirittura quel Saggio sui coltelli che qualcuno, mi dicono, sta scrivendo e che mi sembra degno di aspettativa perché chi lo scrive scrive con perfezione e parli di coltelli, di Francesco Bacone, del fine alluce teso di Anna Pavlova nei dolorosi arabeschi di Giselle, sta rispondendo in modo degno di onore alla ghigliottina in attesa: il povero mondo biochimico di domani dove il pensiero, secondo ci viene annunziato con reverenza, non sarà più che un siero, la coscienza più che un tegumento, ma neppure siero e tegumento l’uomo potrà ricevere in retaggio alla sua nascita poiché è noto che un impulso elettronico potrà privarlo di entrambi a qualunque distanza, per opera di un qualunque sconosciuto.”[18]
Lei scelse di dedicarsi a Dio perchè tutto ciò che esiste è relativo, tranne la fede come secondo gli scritti che aveva letto di Teresa D'Avila, ebrea convertita, come Lei, con due lutti in famiglia, come Lei, travolta da una crisi esistenziale, come Lei, sottoposta all'opposizione di un familiare dominante, come Lei e come Lei amante di musica, poesia, lettura e scrittura.
Da Teresa d'Avila e dal suo libro più importante, Il Castello Interiore, scritto nel 1577, Edith prenderà 3 passaggi fondamentali:
- la collocazione di Dio, nel fondo e nel profondo di noi stessi, nell'anima posizionata negli angoli silenziosi e oscuri dentro di noi, un luogo che nessuno raggiunge e che può essere percepito soltanto con una mistica preghiera;
- il castello è fatto di sette stanze, che ciascuno deve frequentare in vari momenti della vita, in un percorso interiore che ci pemette di coniugare simbioticamente amore e Dio. Per Stein le stesse stanze sono: la prima stanza, è quella dell'anima prigioniera del mondo esterno; la seconda stanza è quella dell'anima che lotta contro le tentazioni; la terza stanza è quella dove l'anima si purifica tramite la meditazione; la quarta stanza dove l'anima si nutre di immaginazione, conoscenza e memoria; la quinta stanza è il luogo in cui l'anima si libera di ogni costrizione; la sesta stanza è una stanza di preparazione, dove bisogna perdere ogni tentazione; la settima stanza è piena di luce, non si conosce, nessuno la conosce, ma quella luce stupenda è certamente Dio, la stanza dell'incontro con il supremo amore dell'esistenza;Il passaggio da una stanza all'altra del Castello è il percorso verso Dio, il viaggio spirituale che unisce l'uomo all'amore di Dio.Questi 3 elementi costituiscono l'essenza della esperienza mistica, in cui l'uomo si eleva verso Dio e contemporaneamente Dio discende nell'uomo. Anzi, possiamo affermare che, secondo il paradigma teologico di Stein l'uomo si eleva verso Dio proprio perchè Dio discende nell'uomo. e affinchè questa reciproca transumanza avvenga, l'uomo deve intraprendere una strada, una strada mistica fatta di silenzi e preghiera, per assorbire e protendere a Dio.
Questo percorso verso Dio, per Stein, è essenzialmente posto e proposto dal pensiero filosofico medievale, dalla tradizione medievale da Tommaso d'Aquino ad Agostino d'Ippona, in un percorso storicamente invertito.
Stein immagina perfino un incontro filosofico tra Tommaso d'Aquino e Husserl, un racconto da regalare al maestro della fenomenologia il giorno del suo settantesimo compleanno. Husserl, dopo la festa, si ritira nel suo studio, nel silenzio del recupero di sé disperso nel clamore degli auguri. Si apre la porta ed entra una persona. Husserl crede di incontrare un suo studente di cui non ricorda né il volto né il nome. Pian piano, discutendo, si scopre che quella persona entrata nell'intimità dello studio è Tommaso d'Aquino.
I due cominciano a discutere ed emergono pian piano le affinità e le differenze.
Io credo che Edith abbia utilizzato questo artificio letterario, teatrale, per discutere Lei con il maestro senza timore e senza reverenza. Lei si sente un filosofo che ha aderito alla fede e considera Husserl un filosofo critico e distingue tra chi può partire dall'assoluta certezza indispensabile alla costruzione filosofica e chi deve sempre ricominciare da capo, perduto nella eterna fatica del mito di Sisifo. Husserl appartiene a questa seconda specie perchè "ha dovuto tornare indietro ed affaticarsi per cercare un metodo assolutamente attendibile". (E. Stein, Fenomenologia di Husserl e filosofia e Tommaso d’Aquino, op. ult. cit., 70).
Tuttavia questa distanza, questa biforcazione radicale è soltanto apparente, perchè Tommaso, che parte dalla identificazione insuperabile tra Dio e verità, adotta un atteggiamento critico riflessivo e, viceversa Husserl, che parte da una critica, è molto rigoroso e talvolta estremamente rigido. Alla fine i due concordano che l'idea di verità ha una sua sussistenza oggettiva indipendente che può essere svelata. Tommaso dirà rivelata. Dunque, sebbene Tommaso sia portatore di una visione Teocentrica (il punto di partenza è Dio) mentre Husserl sia portatore di una visione egocentrica (il punto di partenza è l'Io), entrambi credono che sia possibile determinare l'essenza del mondo e di tutte le cose del mondo.
immediatamente però le strade si tornano a separare nella diversa impostazione gnoseologica: Husserl pensa che le cose si intuiscono mentre Tommaso ritiene che si pensano; il primo ha un atteggiamente deduttivo percettivo, il secondo ha un atteggiamento induttivo astrattivo.
In particolare, Stein individua almeno tre aspetti nei quali si può scoprire una piena concordanza al di là dell’apparente contrasto tra procedimento scolastico e quello fenomenologico:
- l’opposizione di Husserl al principio di Tommaso secondo cui ogni conoscenza comincia con i sensi, appare facilmente superabile dalla circostanza che anche per Husserl il principio di rimando ai sensi non può essere eliminato, poiché ogni intuizione include in sé un materiale sensibile;
- l’impostazione induttiva di Tommaso - per il quale ogni nuova conoscenza è ottenuta attraverso l’elaborazione intellettuale del materiale sensibile - non va interpretata in senso stretto. Posto che il fenomenologo può utilizzare l’espressione intuitus legere, il leggere all’interno delle cose, indicato dall’Aquinate come il compito proprio dell’intelletto, come calzante descrizione di ciò che egli intende con i termine intuizione;
- sia la fenomenologia che la scolastica non solo respingono ogni arbitrio soggettivo ma per entrambe l’intuitus legere, la visione dell’intelletto, consistono in un ricevere passivo.
In ogni caso, dal mio punto di vista, questo tentativo un po' infantile della Stein di restare legata al maestro come fosse il padre, cercando “la più stretta comunanza fra fenomenologia e tomismo”, non funziona, almeno su un punto che considero essenziale.
Un principio fondante della fenomenologia è che la trascendenza avviene tramite il proprio io, dentro la percezione individuale di sè nel mondo, senza la quale non si percepisce nemmeno il mondo. Se la trascendenza diventa divina, l'io non conta più, la verità diventa esterna alla propria percezione, appartenente a chi l'ha creata. A quel punto la fenomenologia esistenziale non esiste più. E questo è il motivo principale per cui Husserl, pur essendo credente, prima protestante e poi forse cattolico, non ha mai inserito il paradigma teologico dentro il paradigma teorico della fenomenologia.
Molto più affascinante è la coniugazione congiunta nella filosofia medievale tra il pensiero di Tommaso e quello di Agostino che, in tanti anni sono stati considerati in contrapposizione.
Anzi, per meglio dire, proprio questo tentativo di superamento della contraddizione strutturale tra fenomenologia e tomismo, indurrà la Stein a percorre una strada interamente dentro il pensiero medievale, nella dialettica tra Agostino e Tommaso.
Se Husserl riteneva che la conoscenza cominciasse dalla percezione dell'io, Agostino crede che la conoscenza nasca dall'interiorità, dal luogo in cui l'io incontra l'essere. Credeva che il senso e il significato della vita, il suo compimento si realizzasse in questo incontro. Ma se per Husserl l'uomo non poteva trascendere da se stesso, per Agostino si, può farlo, quando l'uno si rivolge all'altro, quando Dio si rivela o con la fede o con la ragione.
Se partiamo dalla ragione, non possiamo prescindere da Tommaso d'Aquino e dalle 5 prove dell'esistenza di Dio, mutuate dichiaratamente dalle 5 prove e il concetto di motore immobile di Aristotele. E se restiamo sulla ragione naturale possiamo sostenere con Agostino che la rivelazione di Dio è dichiarata dalle Sacre Scritture e dalla patristica.
Edith Stein mostra e dimostra che il pensiero teologico medievale ha una sua unità.
Conscio della difficoltà di ridurre necessariamente, per poter interpretare correttamente, il pensiero articolato e complesso di una filosofia che ha attraversato diverse fasi evolutive e complicate articolazioni espressive, vorrei concludere questa relazione con il tema della donna; sia perchè oggettivamente la condizione femminile per la Stein è stato uno degli elementi di bisforcazione che ha indirizzato la sua vita; sia perchè mostra in modo più evidente di tutti il tentativo di coniugare in continuatà le sue elaborazioni prima e dopo la conversione.
Lo schema logico è sempre lo stesso: ciò che pensavo prima non è alternativo a ciò che penso dopo, ma integrativo, cioè, ciò che ho creduto dopo è integrativo di ciò che credevo prima. Stein ha sempre cercato gli elementi di congiunzione e di continuità delle diverse formulazioni filosofiche e teologiche.
D'altronde non avrebbe potuto essere altrimenti.
In quell'epoca storica, in Germania, a Friburgo, le donne non potevano affrontare la carriera universitaria e, sebbene ne avesse tutti i meriti riconosciuti, Lei non potè essere chiamata come assistente alla cattedra di Husserl. Nonostante le ripetute, direi insistite, domande, non ottenne infatti l'Habilitation, cioè la libera docenza universitaria, non ottenne la cattedra universitaria. Scrisse perfino ad un Ministro, ma non riuscì. Lasciò il lavoro con Husserl, che la trattava in realtà più come segretaria che come filosofa, e, dopo essere stata battezzata nel 1922, insegnò per 10 anni, fino al 1932, tedesco e pedagogia presso l'Istituto delle Suore Domenicane a Speyer (Spira). Il paradosso la inseguiva, perchè ottenne un incarico di docenza solo nel 1932; un lettorato che è in realtà quello che noi chiamiamo oggi un laboratorio, un'attività didattica di supporto o integrativa, indirizzata all'apprendimento pratico o alla sua applicazione. Lo ottenne presso l'Istituto di Pedagogia Scientifica di Münster. Poteva anche andare bene, come una sorta minima di riconoscimento, se non fosse che nel 1933 i nazisti vinsero la prima campagna elettorale e presero il potere. Emanarono le leggi razziali che, nello specifico, escludevano dagli uffici pubblici e dall'insegnamento tutti coloro che fossero di "origine ebraica". Edith Stein dovette lasciare l'insegnamento.
Fu penalizzata, dunque, nel suo essere donna e nel suo essere ebrea. Addirittura, prima del sequestro e dell'assassinio ad Auschwitz, fu penalizzata più per essere donna che per essere ebrea. Poi naturalmente, con la prigiona e lo sterminio, sono cambiate tutte le proporzioni.
La questione femminile, tuttavia, fu elemento essenziale della sua formazione filosofica e, per un certo periodo storico, politica. Infatti, subito dopo la prima guerra mondiale, negli anni attorno al 1919, più o meno a 28 anni, Edith Stein fece parte del DDP, il Partito Democratico Tedesco, liberale e progressista, fortemente attivo nella Repubblica di Weimar, impegnata sui temi del diritto di voto delle donne, sulla emancipazione e promozione del ruolo delle lavoratrici in Germania e, in generale, concentrò i suoi sforzi sulle battaglie sociali.
In questa prima fase, dunque, Edith Stein fu una passionaria della parità dei sessi e della liberazione della donne da tutti i vincoli sociali che la costringevano ad una qualsiasi forma di minorità.
C'è però una seconda fase, in cui la elaborazione sul ruolo della donna cambia, nonostante tutti gli sforzi a tenerla legata ad una equivoca forma di emancipazione. Edith Stein esprime interamente il suo pensiero sul ruolo della donna nel contesto familiare, sociale ed ecclesiale nei testi di una serie di conferenze pubblicate in un libro dal titolo Essere finito Essere eterno, per una elevazione al senso dell'essere, pubblicato dalla casa editriche "Città Nuova".
Dopo la conversione, infatti, Edith Stein riflette sul ruolo della donna a partire dal corpo, dalla struttura del suo corpo e che rappresenta una specie di risposta alla prima elaborazione teorica del femminismo in europa: è il tema della parità dell'uomo e della donna. Il corpo stesso mostra che questa parità non esiste. Il corpo della donna, afferma Stein, esprime la sua vocazione alla generatività non solo rispetto al suo compagno ma rispetto all'intera umanità. Leggo testualmente: "saper partecipare alla vita di un uomo, cioè saper prendere parte a tutto ciò, grande e piccolo, che lo riguarda, alla gioia e al dolore, come al suo lavoro e ai suoi problemi, ecco il dono e la felicità della donna".
In che senso è dono e felicità?
Nel senso di realizzazione di un'attitudine identitaria soggettiva. L'anima femminile avrebbe dei propri atteggiamenti permanenti che danno forma e sostanza a compiti particolari; il suo ethos, cioè l'essenza femminile dall'interno, attribuisce specifici significati che formano, cioè danno forma, alla sua funzione esterna. Questo ethos della donna tende a custodire l'universo della propria concretezza, ad essere il tutore del senso presente. Serve all'uomo, direi meglio al maschio, che, secondo Edith Stein, tende a trasgredire la situazione attuale in cerca dell'universale. La donna lo riconduce alla sua quotidianità, alla sua vita; tramite la donna apprende che questa trasgressione va mantenuta saldamente alla concretezza dell'esistenza. La differenza dell'uomo e della donna non riguarda pertanto la struttura dell'uno o dell'altro e, se volete, nemmeno dei diversi ruoli. Stein ammetterà che entrambi posso svolgere tutti i ruoli sociali. La differenza è data dalla funzione che l'uno rappresenta rispetto all'altro, potremmo dire dalla funzione empatica perchè tramite questa funzione l'uno riconosce, concepisce e partecipa alla vita dell'altro. Infatti, vicerversa, la donna, nell'incontro con l'uomo, apprende che ogni custodia esige una distanza e, quindi, una incessante trasgressione dalla concretezza della vita.
Questo ragionamento, come tutta la filosofia della Stein, è così radicale che, in testo scritto per una conferenza sui problemi dell'educazione della donna, ammette che bisognerbbe occuparsi, in seguito, "del problema se esista la donna come specie universale. Ad ogni modo, se si parla della situazione della donna non si intende parlare certo della specie ma di tutto ciò che cade sotto la specie universale, cioè dei tipi e degli individui." Tutto ricade cioè sotto la specie universale dell'umano. In questo senso "La parità è così grande che a stento si può parlare di una situazione comune a tutte". Non esiste una situazione che richiede un riconoscimento della propria identità femminile, che riguarda tutte le donne, ma una situazione unica che riguarda l'intera umanità.
Un secondo aspetto, da affrontare in questo contesto, riguarda il ruolo della donna nella antropologia cattolica. Anche qui siamo in una concezione radicale del pensiero di Stein: la vita muliebre. Il connotaato tipico e unico, proprio della donna, cito testualmente, è "diventare ciò che si deve essere, far dispiegare e maturare nel modo migliore la umanità addormentata con quella particolare impronta individuale che le è richiesta, farla maturare in quell'unione di amore che solo può attivare questo rigoglioso processo, insieme eccitare e respingere gli altri alla perfezione e alla maturità, questo è il bisogno più profondo della donna".
L'unione d'amore: ecco un concetto esplicativo.
L'amore sgorga da Dio e di questo amore è totalmente piena l'anima delle donne, perchè questa è la funzione che Dio stesso le ha attribuito, come porta alla sua presenza nel mondo, come trasformazione della divinità in umanità.
Scrive: "Mi pare che l'anima della donna viva e sia presente con maggiore intensità in tutte le parti del corpo e di conseguenza venga toccata più a fondo da ciò che interessa il corpo (è spirito, NdA), mentre nell'uomo invece il corpo ha più chiaro il carattere di strumento, serve a lui nel suo operare, fatto questo che comporta un certo distacco".
Dire che l'anima delle donne viene "toccata più a fondo da ciò che interessa il corpo" significa dire che l'anima delle donne è spirito, è spirito santo poiché deriva da Dio. Quindi non è vero che nella trinità divina la donna non c'è. Se il padre è Dio e il figlio è Cristo, lo spirto santo è Maria, l'anima delle donne.
Maria è il valore ontologico del femminile, il dono d'amore totale, certo fatto di carne e sangue, ma anche di spirito, cioè di nutrimento dell'anima.
Maria è il simbolo universale della chiesa perchè è prototipo e orgine da cui fu formato tutto il corpo di Cristo che è la chiesa; colei che costituisce il vertice della vita spirituale e del misticismo in quanto il modello della donazione di sé, come risposta totale alla chiamata del Signore che ha deciso di venire sulla terra in qualità di uomo grazie a Lei. Maria è la porta attraverso cui Dio fece ingresso nel genere umano così come la Chiesa è la casa in cui Dio decide di rappresentarsi.
Maria è l'inizio e l'inizio è dono puro.
Tutto è dono, l'assoluta apertura empatica all'altro, all'esistenza e a Dio.
È il nucleo fondante del concetto di empatia della Stein. L'empatia non è un atteggiamento psicologico, una disposizione comportamentale. L'empatia è il riconoscimento dell'altro e di Dio in quanto riconoscimento comunque di un altro in me, diverso da me.
L'empatia è riconoscersi, sentire il dolore di chi mi vive affianco, la tristezza di chi conosco, la gioia che condivido. Maria rappresenta l'universale relazione con il mondo, senza solitudine e senza egoismo, perchè compie l'estremo sacrificio di donare all'umanità la sua stessa redenzione tramite la morte del figlio. Questa nobiltà del dono assoluto è la nobiltà femminile, la nobiltà di tutte le donne di cui Maria costituisce l'archetipo; l'archetipo dell'essere donna e, al tempo stesso, l'icona femminile dell'essere della umanità intera. Un dono tutto particolare che non fa perdere nulla a chi lo concede, anzi, lo eleva, il dono degli imperdonabili, di coloro che non devono essere perdonati perchè non ne hanno bisogno e sono imperdonabili perchè il perdono non può essere dato a loro che non hanno mai peccato.
Gli imperdonabili sono esseri viventi di questo tipo, sono l'autenticità soggettiva nella accoglienza del Verbo; del proprio verbo e della parola di Dio. Il dono illimitato e intero della donna, che solo Dio può accettare perchè non vi si perde l'anima ma la si conquista e solo Dio può donare tutto se stesso all'uomo senza perdere nulla di sé. Questo dono è il significato religioso e universale del femminile.
Aveva abbracciato la croce fino alla fine.
Lasciò scritto: "Ave crux, Spes unica".
Era un'invocazione tratta dall'inno "Vexilla Regis pròdeunt”, scritto dal Venanzio Fortunato, un poeta del 568, in onore della Reliquia che l’imperatore d’Oriente Giustiniano II donò al Monastero di Poitiers, eretto per celebrare la Santa Croce.
Voleva dire che quel forno crematorio era una croce che bisognava accettare, come fece Cristo. Il dono di sé consiste nel tentativo di debellare il peccato ed essere uccisi proprio dal quel peccato. Questo gesto, che dovrebbe salvare l'umanità dalla sua miseria e dalla sua finitezza, è, alla fine, l'espressione definitiva e irrecuperabile della finitezza e della miseria umana.
Ecco chi sono gli imperdonabili. Chi conosce questa degenerazione assoluta e irreversibile e non si preoccupa di esserne schiacciato, perchè la morte non cambierà il senso del suo essere, il significato che diamo alla nostra presenza nel mondo. Non importa definirsi ebreo, ateo, cattolico o di qualsiasi altra fede. Non importa essere o no allineati a una credenza. Non importa l'appartenenza.
L'indifferenza per il potere e per il successo nella vita degli imperdonabili, la caduta del desiderio, per dirla con Lacan, o meglio, per dirla diversamente da Lacan, il godimento che si prova nella caduta del desiderio, non è accidia, l'avversione ad agire, la noiosa inerzia. È, come scrive Giorgio Agamben nel suo libro "Stanze", la testimonianza "della saggezza secondo cui solo per chi non ha più speranza è stata data la speranza, e solo per chi in ogni caso non potrà raggiungerle sono state assegnate le mete". Con una immagine molto più suggestiva possiamo dire che gli imperdonabili si trovano nella kafkiana condizione in cui "esiste un punto di arrivo, ma nessuna via", un castello da raggiungere senza che nessuna strada vi ci conduca; una condizione paradossale "dalla quale non c'è scampo, perché non si può fuggire da ciò che non si può nemmeno raggiungere".
Gli imperdonabili non chiedono indietro il tempo. Sanno compiere le loro scelte, oltre il calcolo dei costi e dei vantaggi, non cedono, non possono cedere senza rinnegare se stessi. Fanno ciò che credono di dover fare ovunque ti porti questo scegliere la vita nella vita. La loro salvezza passa nella capacità di affrontare l'implacabile esistenza, di abbracciare la croce che spetta loro, ciò che siamo e ciò che non siamo, restare concentrati nella minuziosa precisione e attenzione ai significati di ciò che facciamo, dell'orma che possiamo lasciare. Ed anche se non riusciamo a lasciare alcun segno del nostro passaggio, se restiamo in ombra, non importa, perchè gli imperdonabili hanno un loro particolare e unico modo di abitare la terra. Sanno che "chi getterà la sua vita la salverà".
ooo/ooo
[1] Cristina CAMPO, Gli Imperdonabili, Adelphi, Milano 1987
[2] Cristina CAMPO, cit. 1987
[3] Cristina CAMPO, cit. 1987
[4] Cristina CAMPO, cit. 1987
[5] Cristina CAMPO, cit. 1987
[6] Cristina CAMPO, cit. 1987
[7] Cristina CAMPO, cit. 1987
[8] Jacques DERRIDA, La scrittura e la differenza, Einaudi, Torino 1971; Jacques DERRIDA, Della grammatologia, Jaca Book, Milano 1968/2006.
[9] Alberto ANDRONICO, La decostruzione come metodo, Giuffrè, Milano 2022
[10] Jacques DERRIDA, Donare la morte, Jaca Book, Milano 2009; Jacques DERRIDA, Il tempo degli adii, Mimesis, Milano 2006
[11] Edmund HUSSERL, Introduzione alla logica e alla teoria della conoscenza. Lezioni 1906/07, Editrice Morcelliana, Scholé, Brescia 2019; Edmund HUSSERL, L’idea di fenomenologia: cinque lezioni, Bruno Mondadori, Milano 1995.
[12]Edmund HUSSERL, Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica. Libro primo: Introduzione generale alla fenomenologia pura, , Einaudi, Torino, 2002, vol. I, p. 178
[13] https://mondodomani.org/dialegesthai/articoli/paolo-bucci-01
[14] “Quando sono entrata nella camera dei medici, ho visto che era stato allestito un tavolo con alcune torte e, soprattutto, molte bottiglie di liquore. Ho preso una fetta di torta, ma non ho bevuto, perché non lo faccio abitualmente. Tutti si sono informati sulla mia persona, quando hanno saputo che studio “filosofia rigorosa”, cioè non solo che ho frequentato una Facoltà di filosofia, che nell’ordinamento austriaco comprende molte altre discipline, ma che mi interesso esplicitamente di questioni filosofiche, si sono molto stupiti; ben presto, però, man mano che il contenuto delle bottiglie diminuiva, la conversazione ha preso un indirizzo del tutto diverso. Mi ha salvata proprio il medico polacco che è stato trasferito, lo definisco il “cavaliere polacco”: ha intuito il mio imbarazzo e si è scusato con me. Eravamo gli unici rimasti sobri. Poi, la festa è continuata con una passeggiata in giardino, mi sono unita a tutti per paura di rimanere sola; per fortuna sono stata accompagnata da un’altra infermiera. Il gruppo si è diretto verso una villa in cui abitano i medici e hanno svegliato un collega che dormiva, costui si è unito volentieri all’allegra brigata. Sono stata presentata anche a lui, ma a quel punto ecco apparire di nuovo quello che si potrebbe definire il mio angelo custode: il dottore polacco che mi ha sottratto all’allegra brigata e mi ha accompagnato nella stanza che condivido con altre due infermiere. Anche lì una nuova sorpresa: un altro medico aveva messo la camera sottosopra e aveva allestito un’apparecchiatura fotografica, era stato seguito da un collega e da un’infermiera, che si trattennero un po’ nella stanza. Finalmente si allontanarono, ma le mie due coinquiline, Sofie e Marga, non erano ancora rientrate, le ho aspettate e sono potuta andare a letto tranquilla. Niente di negativo mi è successo personalmente, ma provo non solo molto disgusto per quell’esperienza, ma anche indignazione che tutto ciò sia potuto accadere in un luogo in cui altre persone soffrono. In ogni caso, la cosa è stata deprecata anche da sorella Loni, che non aveva partecipato: ha chiamato le infermiere e le ha rimproverate. Le ho mandato a dire che per me era stato penoso e ho ricevuto un messaggio in cui si dichiarava dispiaciuta che avessi avuto al mio arrivo un’impressione tanto negativa di quell’ambiente.” Dal diario di Edith Stein, aprile 1915.
[15] HUSSERL Edmund, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Il Saggiatore, Milano 2015
[16] AGAMBEN Giorgio, Homo sacer. Il potere sovrano e la vita nuda, Einaudi, Torino 2005
[17] RUSSELL Bertrand, Un’etica per la politica, Laterza, Bari 1994
[18] CAMPO Cristina, Gli imperdonabili, Adelphi, Milano 2014
[19] Vedi Edmund HUSSERL, L’idea di fenomenologia, in (a cura di) A. VASA e M. Rossi, Il Saggiatore, Milano 1981; Edmund HUSSERL, Ricerche Logiche, vol.II, Il saggiatore, Milano 1988; Edmund HUSSERL, La filosofia come scienza rigorosa, (a cura di) F. Costa, Paravia, Torino 1958.
[20] Hanna-Barbara GERL-FALKOVITZ, Edith Stein. Vita, filosofia, mistica, Marcelliana Edizioni, Brescia 2020, p. 123
[21] Hanna-Barbara GERL-FALKOVITZ, cit. Brescia 2020, p. 126.
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