CRISI DEMOCRATICHE DI IDENTITA': apprendimento dal voto tedesco
GEOPOLITICA DEL VOTO IN EUROPA: il caso tedesco
Sono 3, a mio avviso, le ragioni che spiegano (epistemologicamente "giustificano") il clamoroso successo del partito neonazista in Sassonia, che corrisponde, più o meno, alla nostra Calabria.
- - La prima ragione è dara dalla rilevanza del Sentiment politico. Non si vota più in base ai programmi di governo. Quei programmi, su cui troppo si attarda il centrosinistra italiano, non li legge più nessuno e, chi li legge, sa benissimo che non si realizzeranno mai. Sono solo un almanacco di buone intenzioni. Politicamente non hanno alcuna rilevanza. L'orientamento al voto è indotto dal Sentiment politico, quel venticello leggero, non logico-razionale, ma emozionale e imitativo, che trascina popolazioni di elettori. A sua volta il Sentiment politico si compone principalmente di due elementi: una comunicazione semplice e diretta, cioè che non si articola in spiegazioni complesse e che affronta la questione essenziale con argomenti chiari; una relazione riconoscibile tra eletto ed elettore, la convinzione, cioè, che il candidato sia mio amico, del mio stesso habitat e che con lui io possa parlare liberamente, sempre.
- - La seconda ragione è la rete connettiva che si realizza, con il supporto di internet e dei "social", tra il leader e i territori. Qualche anno fa il politologo Parag Khana scrisse un libro molto importante dal titolo "connettografia" che disegnava le mappe delle connessioni relazionali sul e con il territorio. E invece i leader politici vengono, parlano, stimolano l'applauso possibilmente al ridosso del telegiornale della sera e se ne vanno. Considerano i votanti non più cittadini, paradossalmente nemmeno elettori, essenzialmente utenti. E i votanti lo sanno, lo sentono, e reagiscono.
- - La terza ragione è che non esiste più l'elettorato moderato di centro. Vince la campagna elettorale chi porta a votare gli astenuti. Tuttavia gli astenuti di oggi non sono gli indifferente di ieri, sono i non rappresentati, coloro che non si riconoscono in nessun partito e, per questo, hanno giudizi radicali e atteggiamenti radicalizzati. Si sposano facilmente con narrazioni estreme, anche se non necessariamente convincenti, ma almeno rivendicative. Tanto più sale il tasso dei partecipanti al voto (in Sassonia l' 80%) altrettanto aumentano le adesioni ai partiti che sviluppano una narrazione radicale ed estrema.
La preoccupazione vera però non è nemmeno circoscritta a queste ragioni.
La preoccupazione vera è data dal fatto che, il 5 marzo 1933, quando nelle elezioni del Reichstag Hitler si fermò al 43,9%, in Sassonia andarono a votare l'91,6% degli elettori e il partito nazista (NSDAP) prese il 45% di voti.
Questa è la preoccupazione profonda: la paura che sia una riedizione di quanto già accaduto.
Cerchiamo di capire, oltre le grida manzoniane del ritorno nazista, cosa ci insegna e quanto anche ci riguarda il dato elettorale tedesco. Qualcosa che valga anche per noi.
Partiamo dal primo elemento: il Sentiment politico.
1 - IL SENTIMENT
Vedo che in Italia non si fa che parlare in modo ossessionante di un fantomatico programma risolutore di ogni differenza e di ogni contraddizione. Un programma che leggeranno in pochi e che sarà un noioso almanacco di problemi storici e articolate soluzioni tecniche.
Ovunque si è vinta una campagna elettorale sono state invece proposte e diffuse due, massimo tre, idee guida (per la destra: remigrazione, insicurezza, paura sociale ed economica) che non si trasmettono con articolate soluzioni concettuali.
Non dico che la sinistra dovrebbe fare lo stesso. Se lo facesse sarebbero tutti uguali. La sinistra potrebbe (anzi dovrebbe) offrire una soluzione chiara allo squilibrio europeo e italiano percepito (e per l'Europa non realistico).
Prendiamo l'Italia.
L'Italia è da 80 anni circa una democrazia anomala: la sola che non ha mai cambiato sostanzialmente gestione del potere per 60 anni; l'unica che dal 1860 ha 4 organizzazioni criminali strutturate e permanentemente attive; l'unica con 40 anni di terrorismo rosso e nero; l'unica in cui lo stato è risultato coinvolto in stragi contro i suoi cittadini per fomentare la nota "strategia della tensione"; l'unica con una legge nazionale (Gasparri) che blocca il monopolio delle televisioni generaliste a 6, spartire 3 allo Stato (altra anomalia) e 3 a un solo privato (anomalia nella anomalia); ecc... ecc...
Come si risolve questo squilibrio storico?
Con un lungo almanacco di problemi atavici e di buone intenzioni?
No.
Si risolve spiegando che uno Stato, qualsiasi Stato, ritrova automaticamente il suo equilibrio se tiene in simbiosi 3 fattori: I SOLDI, cioè la riforma fiscale; GLI UOMINI cioè la riforma elettorale; LE IDEE, cioè il sostegno alla cultura complessivamente intesa, comprensiva della scuola e della generale mediaticita'.
3 cose semplici, comprensibili e possibili. Tutti sanno che per risolvere i problemi ci vogliono soldi, uomini e idee.
Parlare del tuo, senza seguire la narrazione degli altri.
E questo per me è il modo migliore per contrastare un Sentiment populista e radicale che sta sconquassando il pensiero democratico in Europa.
2 - CONNETTOGRAFIA ELETTORALE
La seconda ragione, ormai di numerosi risultati elettorali che sembrano incomprensibili ed irrazionali, è la meno evidente e probabilmente la meno gestibile.
Le televisioni disorientato le decisioni politiche dei leadership che seguono la evidenza ed anche il clamore conunicativo dei media. Ma i media sono una realtà comunicativa parziale, non prendono tutto il mercato elettorale. Anzi, poiché radicalizzano e rafforzano le opinioni di schieramento (e non la comunicazione critica) determinano un rifiuto estraniante in molti potenziali elettori che si astengono e inducino una rigidità degli elettorali di appartenenza.
Esiste tuttavia una rete connettiva di gruppi e singoli cittadini che sfugge alle repliche cristallizzate degli analisti televisivi. Questo elettorato undershow, dietro e sotto l'immagine mediatica, genera il sentiment politico che orienta il voto.
Ripeto che qualche anno fa il politologo Parag Khana scrisse un libro molto importante dal titolo "connettografia" che disegnava le mappe delle connessioni relazionali sul e con il territorio.
I politici dovrebbero imparare ad utilizzare le "mappe connettografiche" delle opinioni politiche ed incidere su queste perché sono queste mappe che sono in grado di ridurre o espandere l'astensionismo e cambiare l'esito elettorale come avvenuto nell'ultimo referendum italiano. Sennonché la gestione della connettografia elettorale richiede un lavoro che, come diceva Aldo Moro, "sembra fatto di niente", una presenza sui territori, una relazione con i dirigenti, una organizzazione politica che i partiti non hanno più e che si è trasferita parzialmente alle associazioni. I leader seguono, invece, lo specchio televisivo della propria autorappresentazione e parlano soltanto a chi già la pensa come loro. Non riescono a convincere altri. L'elettorato connettografico undershow si convince da solo semplicemente perché nessuno parla con loro.
Sia chiaro, non è l'elettorato dei social.
È l'elettorato lebenswelt, l'elettorato del mondo della vita, che frequenta le piazze, le strade, i centri commerciali, gli ospedali, le cene tra amici, le scuole, le case; totalmente immerso nel mondo della vita, fatto di enormi problemi insuperabili, di dolori lancinanti, che non parla più con coloro che organizza quella vita che subiscono.
Prima li vedevano soltanto passare in auto blu. Oggi li vedono comparire indifferentemente in una trasmissione televisiva.
I leader politici, illusi che quella immagine sia esaustiva, parlano, stimolano l'applauso possibilmente al ridosso del telegiornale della sera e se ne vanno. Considerano i votanti non più cittadini, paradossalmente nemmeno elettori, essenzialmente utenti. E i votanti lo sanno, lo sentono, e reagiscono.
Sono in politici a non stare più nel mondo della vita, laddove, come sosteneva Hannah Arendt, bisogna portare i corpi, bisogna incontrare le persone, parlare con loro, toccare il disagio, vedere fisicamente i problemi per interpretarli, sentire le speranze e le ambizioni. Questo una volta era il compito dei partiti politici che rappresentavano parti di connessioni di vita. Oggi le mappe connettografiche undershow sono elettoralmente attratte da chi, proprio perché sfugge alla immaterialita' mediatica, frequenta quello stesso mondo della vita. E allora crescono movimenti che sono esclusi dagli schemi mediatici e crescono proprio perché sono esclusi e, quindi, non essendo riconosciuti come establishement, si incontrano nelle connessioni sociali del mondo della vita.
La partecipazione è un volto della uguaglianza. Soltanto che noi eravamo abituati a credere che partecipazione significasse portare i cittadini ad occuparsi della politica.
Oggi è perfettamente il contrario: partecipazione significa portare la politica ad occuparsi dei cittadini.
3 - CONOSCERE L'ASTENSIONISMO
Noi eravamo abituati a cognizioni derivanti da una filosofia e da una scienza politica che interpretavano i risultati elettorali in modo tradizionale. Chi non andava a votare era considerato come disinterassato alla politica. Se si interessava, quando si interessava, esprimeva un voto riflettuto e razionale. Molti avevano comunque un riferimento politico nei partiti istituzionali e, quando decidevano di recarsi alle urne, tendenzialmente rafforzavano i partiti dell'area politica a cui si sentivano più legati. Tutte le analisi, ad esempio quelle di Giovanni Sartori, guardavano all'elettorato fluttuante che era, più o meno, il 5%. Se quell'elettorato fluttuava al centro, come in Francia o in Inghilterra, determinava la vittoria di uno o dell'altro schieramento. Se fluttuava agli estremi, perchè, come in Italia che aveva sempre il centro politico occupato della stessa coalizione di governo, quell'elettorato era ininfluente. Rafforzava di volta in volta partiti estremi che comunque restavano in quella che Togliatti chiamava "la fossa d'inferno della opposizione permanente". L'esito elettorale, poteva modificare gli equilibri interni, ma non si scaricavano mai sulla coalizione di governo: era insignificate rispetto alla attribuzione del potere.
Le cose sono cambiate.
Coloro che si astengono dal votare non sono più indifferenti.
Sono indignati.
Non votano perchè non si sentono rappresentati.
Si tratta oggi di un "non voto" di protesta e contestazione. Gli astenuti rifiutano la narrazione politica prevalente. E questo rifiuto è esso stesso una scelta politica. Parliamo allora di un elettorato radicalizzato che si collega facilmente al primo urlatore seriale presente sul proscenio della politica. Una volta è Grillo, una volta è Vannacci. tanto ci si radicalizza senza confronto, tanto più si raccoglie il rifiuto emozionale di chi si astiene.
In questo senso l'elettorato moderato si è decisamente ridotto.
Vince la campagna elettorale chi porta a votare gli astenuti.
Tuttavia," gli astenuti di oggi non sono gli indifferente di ieri, sono i "non rappresentati", coloro che non si riconoscono in nessun partito e, dunque, sono portatori di pregiudizi radicali e atteggiamenti radicalizzati. Si riconoscono facilmente con narrazioni estreme, dentro dietrologie immaginarie, anche se non necessariamente convincenti, purchè siano in qualche modo rivendicative. Sono elettori senza vincolo a cui non serve una motivazione, un ragionamento, la complessa competenza alla risoluzione dei problemi. Basta una rivendicazione.
La protesta è in sè attrattiva.
La proposta è impegnativa.
Quindi, tanto più sale il tasso dei partecipanti al voto (in Sassonia l' 80%) altrettanto aumentano le adesioni ai partiti che sviluppano una narrazione radicale ed estrema.
Per un elettorato così straniante (non più estraneo) è più importante una rappresentazione di una rappresentanza. E la rappresentazione è efficace quando ha almeno un nemico e la costruzione del nemico, secondo il paradigma di Carl Schmitt, è la sostanza diretta e immediata di una qualsiasi rivendicazione.
Bisognerebbe analizzare quanto sia corrispondente lo spostamento elettorale alla produzione della colpa nel dibattito politico. La produzione della colpa è sostitutiva della produzione delle idee, proprio perchè mira a fidelizzare un elettorato radicalizzato.
La mia amica Fabrizia Abbate mi suggerisce di inserire il tema della immigrazione nel contesto dell'analisi del voto.
La richiesta è corretta perchè quel tema è, per eccellenza, il tema della più istintiva produzione della colpa.
La mia impressione è che noi stessi, essendo spesso tolleranti e addirittura acquiescenti, non ci rendiamo conto né di ciò che davvero accade per mezzo del tema dell'immigrazione.
Da un lato, attribuiamo agli immigrati ogni responsabilità, dai reati alla disoccupazione. Il che è francamente ridicolo per un popolo, quello italiano, che nella sua storia ha fatto del reato un suo elemento connotativo. Abbiamo 4 organizzazioni criminali strutturate e permanenti che fanno sbranare i nemici nella rolla dei porci e sciolgono bambini nell'acido, che uccidono popolazioni di cittadini con il traffico della droga e lo smalimento illegale dei rifiuti tossici. Abbiamo avuto bande criminali regionali, dai sequestratri sardi alla banda della magliana; oltre i crimini diffusi nelle relazioni familiari e di prossimità. Un popolo che ha vissuto 40 anni di terrorismo rosso e nero, con differenziate stragi e lo Stato che, per affermare la strategia della tensione, disseminava il paese di bombe. E la colpa di ogni crimine è dei poveri immigrati.
Dall'altro lato, totalmente contro il pensiero cristiano, affermiamo che gli immigrati ci servono, cioè che la vita delle persone è strumentale agli interessi economici, che i poveri sono funzionali alla nostra ricchezza, che il mondo deve essere sempre diviso tra chi ha il potere (possibilmente noi) e chi fa ciò che ci serve (possibilmente gli altri). Si tratta della profonda disumanizzazione capitalistica di tante persone che vanno tranquillamente in Chiesa e poi votano istintivamente contro i più deboli, contro i marginali, contro l'altro nemico. Non riescono proprio riconosce Cristo nell'altro.
L'altro Nemico.
Hannah Arendt ci ha spiegato che un sintomo evidente dell'avvento del totalitarismo è la formazioni nell'immaginario collettivo del "nemico oggettivo".
Chi è il "nemico oggettivo"?
Colui che ci è nemico per quello che è e non per quello che fa.
Uno degli inequivocabili elementi di civiltà è il diritto penale interamente costruito sulla regola secondo cui "il reato penale è personale". Il reato non è attribuibile ad una classificazione sociale, ad una connotazione politica, ad uno status economico. Il reato nonn ha niente di collettivo; infatti, anche i reati penali collettivi, alla fine, si traducono in responsabilità e giudizio personale.
Perchè?
Perchè una persona va giudicata per quello che fa e non per quello che è, per il suo comportamento non per la sua etnia.
Stiamo introducendo nella coscienza collettiva delle nostre democrazie il concetto di "nemico oggettivo", un nemico prestabilito per la sua connotazione e non per il suo comportamento.
Volendo dar credito ad Hannah Arendt, questo è il primo passo, il più determinante verso una nuova forma di totalitarismo.
In ogni caso, giocare con questi messaggi per sfruttare la rabbia di una astensione risentita è estremamente pericoloso per tutti.
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