ALWAYS IN THE NOW: nuova crisi in palestina



I nuovi conflitti: Stati contro nazionalità



Sento ripetere che è necessaria, indispensabile, una geopolitica dei popoli[1].

Concorderei pure se non fosse che, chi lo propone, poi dispone di una analisi della geopolitica delle élite di potere.

Nell’analisi delle dinamiche del Mondo Arabo, questa contraddizione è frequente, sia perché alla fine le opinioni note sono solo quelle delle élite, sia perché i popoli sono frequentemente indotti a reagire funzionalmente agli obiettivi strategici dei detentori del potere.

C’è tuttavia un terzo argomento che poco viene trattato: il tempo.

L’azione e la reazione politica e militare tra i paradigmi politici occidentali e quelli arabi o, peggio ancora, islamici, non sono sincronizzati. Gli occidentali bruciano tutto in un tempo rapido e a velocità crescente. Gli arabi, o peggio ancora gli islamici, reagiscono seguendo la dimensione e la dinamica dei tempi biblici dettati da una storia lunga e infinita. In cinquant’anni l’Occidente attraversa diversi mutamenti, infinite innovazioni. Nei suoi ultimi cinquant’anni, la condizione politica occidentale è passata dai primi computer alla Intelligenza Artificiale di oggi, dal mondo dei blocchi e del balance of power, alle Piattaforme Continentali di Nazionalità e alle città multietniche. I cinquant’anni del XXI secolo, in Occidente, non sono gli stessi cinquant’anni del XIX secolo e nemmeno del XX secolo. Sono cinquant’anni con accelerazioni direttamente proporzionali, progressive, accelerazioni di accelerazioni.

Nel mondo arabo, e in quello islamico a maggior ragione, cinquant’anni passano relativamente. Sono sostanzialmente statici, trascorrono lentamente su strutture sociali che, pur acquisendo tecnologia innovativa, non cambiano sostanzialmente. E sostanzialmente, nel mondo arabo e peggio ancora in quello islamico, in cinquant’anni, non cambiano strutturalmente le condizioni e gli obiettivi politici. La Repubblica Iraniana resta dominata dal suo leader, gli Emirati dai suoi Emiri, l’Arabia Saudita dalla monarchia assoluta. Gli sciiti restano sciiti contro i sunniti. In cinquant’anni, l’obiettivo del Kaliffato antico non si è ancora realizzato e tutti resteranno in attesa per i prossimi cinquant’anni. I tempi sono dilatati. La pazienza è infinita, ma l’attesa non riduce l’odio perché in un tempo infinito nulla cade nell’oblio. Tutto resta ricordo. Tutto è sempre rivendicazione. Quando la rivendicazione si trasformerà in vendetta, in un tempo considerato passato, per l’Occidente sarà un nuovo attacco, una nuova aggressione, un nuovo insulto; perché l’Occidente ha trasferito le sue nefandezze nell’oblio di un tempo passato, nella dimenticanza funzionale di una storia trasformata in cronaca. Chi subirà la vendetta con una rivendicazione apparentemente datata e, dunque, considerata strumentale, sarà un altro governo, in un’altra condizione politica, talvolta addirittura in un’altra epoca storica. Ci saranno nuovi protagonisti, altre persone che avvertiranno l’ingiustizia dell’aggressione e saranno giustificate per le loro irruente e invadenti reazioni.


Questa mancanza di sincronismo è una condizione tipica del conflitto arabo/israeliano. In parte, lo è stato anche il 7 ottobre 2023. Solo in parte, però, perché a me sembra che questa ultima puntata di una narrazione di violenza infinita, abbia alcuni elementi di novità.

In che senso è possibile sostenere che questo conflitto tra Israele e i Palestina è nuovo rispetto a quanto abbiamo assistito in tutti questi anni?

Perché lo possiamo collocare tra i nuovi conflitti che imperversano nel mondo e non già nel tradizionale confronto relativo all’occupazione di un territorio?

Nel senso che la geopolitica internazionale è cambiata e il vecchio conflitto va inserito in un nuovo scenario.

La prima questione da chiedersi è perché, se la mancanza di sincronia dei tempi è una condizione reale, perché proprio in quella malefica data, il 7 ottobre 2023, Hamas ha attaccato Israele?


Intanto abbiamo saputo, dalle inequivocabili e affidabili fonti del New York Times, che il governo israeliano già da un anno almeno era informato del possibile, anzi probabile attacco di Hamas. Forse non sapevano che sarebbe scattato proprio quel 7 ottobre. Forse qualcuno lo considerava un piano eccessivamente ambizioso. Molti però sapevano che sarebbe potuto accadere. I documenti, le e-mail e le interviste riproposte dal New York Times mostrano inequivocabilmente la consapevolezza del rischio da parte di dirigenti dell’esercito e dell’intelligence israeliani. Pensavano che il movimento estremista palestinese non avesse la forza e la competenza per una azione così devastante. Queste considerazioni, però, sono proprio quelle che l’intelligence non dovrebbe fare. Non dovrebbe attardarsi, di fronte ad una minaccia possibile che si trasforma in un rischio probabile, in considerazioni relative alla realistica opportunità.

Il deficit, se di deficit si è trattato e non di una scelta politica cinica ed opportunistica, è stato dettato dalla banale valutazione di considerare Hamas semplicemente un solo movimento composto da folli terroristi. Si è trattato, se vogliamo credere all’errore, un errore clamoroso. Infatti, non si è trattato semplicemente di una azione terroristica più cruenta di altre, come la pubblicistica generale ci ha indotto a credere. Si è trattato di una azione militare, sebbene asimmetrica, complessa.

L’operazione, denominata Alluvione Al-Aqsa e comunicata ufficialmente alle 6.30 del mattino del 7 ottobre dal comandante Mohammed Deif, è consistita: in un attacco missilistico con oltre 5000 razzi partiti dalla Striscia di Gaza verso pianura di Sharon, tra cui Gedera, Herzliya, Tel Aviv e Ascalona in Israele; contemporaneamente alcune milizie palestinesi e non solo i regolari di Hamas hanno attaccato il confine con tra Israele e Gaza, erano circa 2.500, introdottisi in diversi modi con diversi mezzi: autocarri, camioncini, motociclette, bulldozer, motoscafi, parapendii a motore, droni e perfino deltaplani, una organizzazione che, soltanto per recuperare i mezzi di trasporto, non può essere considerata come un banale attentato terroristico. Una strategia finalizzata studiata anche sul territorio in quanto finalizzata a costruire una “barriera di separazione al confine” finalizzata ad isolare 5 diverse località. Tutto regolarmente documentato da una linea di comunicazione precisa propagata sui social media.

Una operazione complessa di questo tipo non si improvvisa e non può essere considerata uno spontaneo attentato terroristico. Richiede una motivazione strategica, una argomentazione tattica. Il fatto stesso che il comandante Mohammed Deif abbia esortato “i mussulmani nel mondo a unirsi alla lotta” è indicativo delle motivazioni fondamentali di Hamas. Non si tratta della solita richiesta pleonastica, quasi una preghiera o un auspicio. Si tratta di una indicazione politica da realizzarsi nei tempi e nei modi opportuni, secondo la visione islamica del tempo.


In realtà io credo che Hamas fosse perfettamente cosciente di non essere più in grado di contrastare, da sola, la politica di sottomissione israeliana. Credo che abbia progettato questo attacco per provocare la reazione israeliana e costringere la comunità islamica a difendere la Palestina. Una reazione sproporzionata di Israele, se non muove le élite di potere delle nazioni islamiche, muove, questo si, i popoli, i cittadini, i movimenti, a patire da Hezbollah libanesi sostenuti dall’Iran. Una operazione così violenta, e dichiaratamente violenta, direi addirittura provocatoria, costringe Israele a una reazione sproporzionata e il mondo arabo/islamico ad agire. Trasforma, in qualche modo, una guerra locale, tra contendenti sproporzionati in termini di forza militare, in una guerra continentale, una guerra, se non globale, glocale, in cui la sproporzione qualitativa, tecnica e tecnologica, diventa sproporzione quantitativa, militanti e militari, in cui le dimensioni di Israele siano irrisorie rispetto alla grande area di Kaliffato ipotetico. Una sproporzione dimensionale in termini geografici molto evidente nell’immagine proposta. Israele è più piccolo (22.145 km2) della Sardegna (24.090 km2). L’area del Kaliffato ipotetico è più grande (circa 12 milioni di km2) della intera Europa (circa 11 milioni di km2). Hamas tenta dunque di trasformare la contrapposizione qualitativa insormontabile con una contrapposizione quantitativa altrettanto insopportabile per Israele.


Ora il punto è capire perché Israele sia caduta nel vecchio trucco indiano che ho chiamato altrove “la sindrome di Custer”. Il famigerato e famelico generale Custer che, forte della sua potenza militare, seguì un gruppo nocchiero di indiani fino ad un impervio territorio, dove fu accerchiato e sterminato da un folto numero di guerriglieri. Anche le operazioni militari di Israele hanno il problema di incastrarsi in un Gran Canyon di nuovo tipo. I bombardamenti ovunque per inseguire i nemici ovunque rischiano di trasformarsi in una trappola. Troppo a lungo protratti. Troppo costosi. Mirati su popolazioni con la scusa apparati militari occultati ma alla fine sostanzialmente inconsistenti che, nonostante gli sforzi, non riescono a disarticolare la rete immateriale dei nemici. Nelmomento in cui scrivo arriva la notizia drammatica che l’esercito di Israele è entrato in Libano. La “Sindrome di Custer” continua.

Perché allora il governo israeliano, pur essendo al corrente del piano di battaglia di Hamas da più di un anno prima dell’attacco del 7 ottobre 2023, non ha fatto nulla per impedirlo? Esiste un documento di circa 40 pagine, che le autorità israeliane chiamarono in codice “Muro di Gerico”, che delineava, punto per punto, esattamente il tipo di devastante invasione che ha portato alla morte circa 1.200 persone.

Perché Israele non è intervenuto prima?


Perché Israele voleva approfittare dell’impossibile attacco di Hamas, non pensando ad una guerra continentale, per conquistare tutti i territori della Palestina, a cominciare da Gaza, per controllare i confini con l’Egitto e unificare il controllo della costa.

Infatti, il documento ricevuto da Israele, non indicava quando l’attacco fosse avvenuto, ma lo descriveva in modo preciso; così come è avvenuto “con una precisione scioccante”. Non credo che si sia trattato della incapacità o incompetenza dei servizi segreti israeliani. Come mostrano le operazioni di esplosione con “cercapersone” che permettevano agli israeliani, comprando una fabbrica di produzione di questa strumentazione sottosoglia utilizzata dai dirigenti nemici, di controllare i loro movimenti e di ascoltare i loro discorsi. Israele ha sviluppato un apparato di intelligence e un’aggressiva industria dello spionaggio digitale intorno alla promozione dei suoi interessi geopolitici, in particolare intorno alla Striscia di Gaza e in Cisgiordania. È probabile che, non conoscendo la data, il 7 ottobre, i militanti di Hamas abbiano preso alla provvista la leadership israeliana. Sicuramente li hanno presi alla sprovvista relativamente alla efferata dimensione della violenza.

Non credo, però, come sostengono alcuni analisti, che l’intelligence israeliano abbia frainteso le informazioni sulle azioni di programmazione di un attentato così complesso provenienti dal controllo di spionaggio su Gaza e da relazioni con altri servizi segreti nel mondo arabo. Hanno piuttosto sottovalutato l’attacco. I leader israeliani erano perfettamente consapevoli della provocazione.


Per molti anni, precedentemente all’attacco del 7 ottobre 2023, la politica di Netanyahu è stata quella di rafforzare Hamas al duplice scopo di acuire i dissidi e i dissensi tra Hamas e L’Autorità Nazionale Palestinese, per contraddire in questo modo gli accordi di Oslo. Gli interlocutori delegittimati delegittimano i loro accordi. L’11 marzo del 2019, questa dottrina Netanyahu è stata espressa chiaramente ai membri del Likud. I soldi israeliani dovevano servire, come ha sostenuto Nitzan Horowitz, per “cercare di creare un cuneo tra i palestinesi di Gaza e quelli della Cisgiordania”. Divide ed impera.

Una volta regolati i rapporti con Hamas assorbendo Gaza, l’intensione, espletata in queste ore, è quella di rivolgersi alla Cisgiordania per scacciare definitivamente i Palestinesi interamente dal loro territorio e fare in modo che Israele concluda la sua occupazione.


La novità del contenzioso israelo/palestinese è che si sta gradualmente trasformando in arabo/israeliano. Gradualmente significa, rispetto alla diversa concezione del tempo, che il conflitto diventa, nella cognizione dei popoli più che delle élite, tra israeliani/occidentali e arabi/islamici.

La diversa concezione del tempo determina una diversa reattività.

Immediata per Israele.

Tardiva per gli Arabi.


Questa trasformazione è fondamentale per comprendere le evoluzioni del conflitto.

Come sosteniamo ormai dal 2014 la geopolitica internazionale è cambiata. Assistiamo all’avvento di Piattaforme Continentali di Nazionalità. Tutte le analisi sulle dinamiche delle Relazioni Internazionali vanno reinterpretate all’interno di questa innovazione globale.


Il compito della geopolitica, oggi, è quello di individuare le rappresentazioni geografiche delle relazioni internazionali che sono espressione degli interessi nazionali, così come percepiti da ogni singolo Stato e, in secondo luogo, identificare i processi politici e strategici per il conseguimento di tali interessi. Tuttavia, la realizzazione di questo compito è resa particolarmente ardua dalla rapida evoluzione dello scenario globale e dall’instabilità internazionale.

I cambiamenti derivanti dalla fine della Guerra fredda e dal processo di globalizzazione, che hanno reso gli Stati sempre più interdipendenti fra di loro, rendono difficile, non solo individuare e classificare i vari interessi nazionali e i mezzi necessari per conseguirli, ma soprattutto definire quali sono oggi gli attori geopolitici. Questi ultimi non sono più solo Stati nazionali, nel senso classico del termine, ma anche organizzazioni regionali e locali, organismi transnazionali e sovranazionali.

In un simile contesto in cui le relazioni internazionali si evolvono rapidamente e spesso in maniera imprevedibile, le alleanze fra gli Stati e le strategie geopolitiche dei singoli Paesi cambiano in continuazione, non è semplice individuare dei principi e delle regole geopolitiche.

La delegittimazione delle regole dovute a questa fase di profonda trasformazione, accentua non riduce il rischio di conflitti regionali di ampia portata. La soluzione, in un’epoca in cui gli Stati non contano più, non è farne uno in più. Due popoli in due Stati, come si proclama da più parti, non è una soluzione credibile; specie se, come è credibile, entrambi sosterranno la propria espansione con militanti trasformati in militari, con tecniche e tecnologie di aggressione sempre più sofisticate. Se gli Stati sono uno strumento di conquista, la conquista e l’occupazione è la ragione della guerra.

In un mondo nuovo bisogna trovare nuove ragioni di legittimazione.

La migliore resta sempre quella delle relazioni sociali integrate, favorire la commistione, favorire la connessione tra diversità.

Dobbiamo imparare a scoprire, nel caos del mondo e nel disordine politico, i germi dell’ordine futuro.

Questa è la nostra responsabilità.


ooo/ooo

[1] FABBRI D., Sotto la pelle del mondo, Feltrinelli, Milano 2024

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