1.4 – Responsiveness culturale democratica
Questo libro è stato scritto nel 2016. Lo ripropongo, non più in versione cartacea ma nel blog, suddiviso in capitoli, naturalmente aggiornati ed estesi. Alla fine di questo percorso, chi è interessato, avrà potuto leggere discutere ed avere il testo intero migliorato dalla ulteriore ricerca e dal vostro contributo.
Un altro mutamento di questa mutazione, un altro aspetto visibile di cambiamento indotto dalla modificazione strutturale della società in cui viviamo, è la responsiveness, la capacità di reazione.
Il termine responsiveness appartiene al mondo dell’informatica e indica la capacità reattiva di un sistema a completare il compito che gli è stato assegnato. Quanto tempo intercorre tra l’input dato al mio computer di aprire un file o di effettuare un calcolo o di rispondere a un test? Quel tempo è la responsiveness, la capacità di reazione.
Nella scienza politica il termine è stato introdotto da Robert Dahl nel 1971 e indica, in una democrazia, la “capacità di risposta (responsiveness) del governo alle preferenze dei suoi cittadini, considerati politicamente eguali”[1]. Con il tempo, dal 1971 ad oggi, con responsiveness si è inteso anche il contrario, cioè la capacità di risposta degli elettori alle decisioni del governo o, meglio ancora, agli input del ceto politico.
Perché?
Personalmente l’ho descritto in un libro del 2006, caduto come gli altri nell’oblio polveroso della documentazione, in uno scaffale di chissà quale libreria. Tuttavia si tratta del passaggio, nello scambio tra eletti ed elettori, dal rapporto di rappresentanza alla relazione responsiva. Potremmo anche dire, più semplicemente ma non meglio, dalla rappresentanza alla rappresentazione. Da noi ha coinciso evidentemente, qualche tempo dopo, con la eliminazione della preferenza diretta dell’elettore al candidato e con la sostituzione della elezione con la nomina dei propri rappresentanti politici. E che ha determinato la definitiva perdita della funzione e della responsabilità nazionale del parlamentare, poiché la sua fonte elettiva non è il popolo, ma il capo, sia esso un tiranno o una aristocrazia oligarchica autoreferenziale.
Forse avverrà che torneremo alla preferenza diretta e qualche cosa cambierà, ma non torneremo più al rapporto di rappresentanza, resteremo ormai definitivamente nella relazione responsiva: la nostra azione sarà sempre e comunque una reazione.
Cito da me stesso: “si intende per responsività: in generale, la capacità dell’organismo di adattare all’ambiente le proprie funzioni vitali; nel caso specifico, il rapporto che si determina non tra soggetti politici, ma tra domande (input) e risposte (output). Il vincolo di fidelizzazione tra un partito e i suoi militanti tende ad essere superato. Responsività è l’attitudine che ogni organismo ha di rispondere, ossia reagire adeguatamente, a tutte le esigenze che gli sono imposte dall’ambiente in cui vive. Il partito politico moderno non è più lo strumento democratico per la conquista del potere. Il partito è il potere, oggi. Non importa se sia in maggioranza o in minoranza. Importa quante risposte riesce a dare ai cittadini, elettori possibili. Naturalmente un partito al governo è facilitato e normalmente riesce a produrre un maggior numero di output. Ma non è detto. Un governo eccessivamente concentrato sugli interessi del suo ristretto management, ad esempio, rischia di fornire risposte a un ristretto numero di input e quindi di spostare il baricentro della relazione responsiva a vantaggio delle aspettative del suo concorrente.”[2]
Dunque, il controllo che il potere esercita sulla società della comunicazione, alla fine, è il controllo della responsiveness, della nostra capacità di reagire. La gestisce, la governa e, in qualche modo, la intrappola. Berlusconi, ad esempio, ha offerto una prova fantastica di questa abilità. Ha gestito addirittura la reazione contro se stesso e l’ha scaricata su Monti e sulla sinistra che lo sosteneva; ha recuperato i voti di coloro che contestavano le decisioni prese dal suo governo e la situazione generata dalla sua amministrazione. Una rappresentazione che ha intrappolato e indirizzato a suo vantaggio il dissenso contro le sue stesse decisioni. Ma per poter far questo è indispensabile la nostra staticità e la nostra indifferenza, è assolutamente fondamentale che siamo superficiali e approssimativi, vittime di slogan e pensieri radicali, che restiamo lì, ripetitivi sugli stessi argomenti, fermi concettualmente e fisicamente, silenti e acquiescenti, comunque utenti di un format in cui chi vince è giusto per definizione, direi per affermazione, perché è un format costruito dai vincitori. Il meccanismo di autoproduzione è talmente sofisticato che la società della comunicazione è piena di profezie autoavverantesi: si costruisce uno scenario di verità, non corrispondente alla realtà, a cui il cittadino utente è indotto a credere e che egli stesso, con il suo comportamento collettivo, realizza per il fatto che ci crede. Una mia amica, ossessionata dalla gelosia del marito, lo ha tradito. Probabilmente se Lui non fosse stato così devastato dalla gelosia, Lei non lo avrebbe mai tradito. Sono profezie autoavverantesi. A forza di dirlo, accade. Sono le strutture del potere nella società della comunicazione. Alla fine, avendo semplicemente introdotto e sostenuto un input comunicativo la società si è autonomamente e quasi automaticamente conformata, nella sua realtà, alla verità indotta dalla informazione dominante. Alla fine realtà e verità, più o meno si corrisponderanno, ma non perché i fenomeni reali vengono decodificati con una narrazione di verità scientifiche il più oggettivamente possibile corrispondenti. Non per la essenza della nostra esistenza. Accade piuttosto che una narrazione di verità fideistica descriva fenomeni immaginari a cui gli utenti credono e che, per il fatto che vi credono, determinano, con comportamenti coerenti rispetto alle aspettative. Sono profezie autoavverantesi che generiamo noi stessi per assistere con soddisfazione alla nostra immortalità immaginifica: alla esistenza della nostra essenza. La società della comunicazione ci domina con il nostro stesso narcisismo individuale massificato.
I social network sono una espressione emblematica di tutto questo, di quella che ho altrove[3] definito la scissione simbiotica tra verità e realtà, la paura generata della scissione verticale tra diverse verità – quella scientifica da quella fideistica – e diverse realtà – quella dell’essenza della propria esistenza e quella della esistenza della propria essenza.
Effettivamente noi siamo qui, testimoni ed artefici della rappresentazione sui mezzi di comunicazione di massa delle cose che facciamo accadere, di come le facciamo accadere, prodotte nello stesso momento in cui vengono descritte e descritte nei minimi particolari perché sono state prodotte, senza sapere davvero se sono manifestazioni della realtà o se sono la realtà di una manifestazione. Rappresentazione senza rappresentanza. Non importa se le cose sono accadute, se sono avvenute così. Importano le case che accolgono la loro narrazione. Noi siamo qui, spettatori di altre rappresentazioni, privati di ogni rappresentanza; siamo qui con la sola possibilità di reagire a comando, svuotati e depotenziati, demotivati e nullificati nella nostra incisività. Domina la generale inerzia. Nella società contemporanea la democrazia è il prodotto della capacità di agire mentre l’autocrazia offre la esclusiva possibilità di reagire. L’azione comunicativa di Jurgen Habermas diventa la reazione comunicativa della relazione responsiva. Una possibilità di reagire, evidentemente in modo controllato o indotto. E non ci rendiamo conto di essere noi stessi gli attori/autori delle profezie autoavverantesi che favoriscono inevitabilmente i detentori, potrei anche dire ancora i padroni, dei mezzi di comunicazione. Siamo qui senza strumenti e dunque strumentalizzati, per essere soltanto strumentali a chi ha bisogno di numeri per costruire una sua verità acquisita come realtà. Siamo qui senza strumenti, dunque strumentalizzati per essere noi strumentali, senza luoghi di confronto, senza spazi in cui esercitare il pensiero critico, la discussione, il dialogo. La democrazia, come la cultura, ha indispensabile bisogno di spazi per essere esercitata. Se tolgo spazi fisici alla cultura, se trasformo un teatro in un Centro Commerciale, una piazza in un parcheggio, un cinema in una sala giochi, semplicemente non faccio più cultura. Per la democrazia è perfettamente la stessa cosa. Se trasformo un luogo di confronto in una platea di plaudenti; se evito la parola critica per gli slogan omologanti, se rinuncio a pensare perché è più facile credere, se rinuncio a spiegare perché è più semplice ripetere, la democrazia non c’è più. Il decervellamento è l’effetto diretto della sostituzione della democrazia con l’autocrazia nella società della comunicazione. In Italia il decervellamento è nei fatti storici: “Cittadini italiani in fondo alla classifica sui saperi essenziali per orientarsi nella società del terzo millennio. E in Italia, si ritorna a parlare di analfabetismo funzionale. Non importa, in altre parole, se gli italiani sanno tecnicamente leggere, scrivere e far di conto. Ma l'uso che sono in grado di fare delle informazioni che possono acquisire anche attraverso le tecnologie digitali. Nell'ultima classifica stilata dall'Ocse (l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), e diffusi oggi dall'Isfol, sulle competenze principali degli adulti il nostro Paese figura all'ultimo posto. Ci piazziamo in fondo alla classica - ultimi tra 24 paesi - per competenze in lettura e al penultimo posto sia per competenze in matematica sia per capacità di risolvere problemi in ambienti ricchi di tecnologia, come quelli delle società moderne.”[4] Gli esperti dell’OCSE, nell’anno 2013, hanno analizzato:
- la literacy proficiency, cioè le capacità degli adulti di età compresa fra i 15 e i 65 anni “di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”[5]. Si tratta di una competenza che prescinde dalla semplice capacità strumentale di leggere e scrivere.
- E la numeracy proficiency che invece consiste essenzialmente nella capacità di utilizzare dati, tabelle e grafici per illustrare tantissimi aspetti della vita comune, come ad esempio lo spread , le indicazioni statistiche e grafiche sulle condizioni della nostra economia o sulle previsioni del tempo. O sulla generica incapacità di “accedere, utilizzare, interpretare e comunicare le informazioni numeriche”[6].
- Sono state inoltre analizzate le capacità nell’uso delle tecnologie digitali e quelle offerte dalle reti internet “per acquisire informazioni, comunicare e svolgere compiti pratici”[7].
“Oltre un quarto degli italiani, il 28%, si piazzano a livello più basso, o addirittura al di sotto di tale livello, per competenze in Lettura. Percentuale che scende al 15% nei paesi Ocse e al 12% in Norvegia. Quasi un terzo della popolazione che leggendo un libro o qualsiasi altro testo scritto riesce ad interpretare soltanto informazioni semplici. Stesso discorso quando occorre confrontarsi con dati, tabelle e grafici. Gli italiani che si piazzano ai livelli più bassi - al primo livello o sotto il livello più basso - sono addirittura 32%. In Spagna che ci contende il gradino più basso sono il 31 per cento abbondante. La Finlandia si piazza al secondo posto col 13 per cento e il Giappone è in testa con appena l'8 per cento di adulti con scarse competenze matematiche.”[8] Senza considerare il trend estensivo, clamorosamente estensivo dei cosiddetti Neet, “quei 2 milioni e mezzo di giovani che vivono le loro giornate senza studiare né lavorare”[9].
Se avevamo bisogno di una prova della determinante presenza della autarchia contro una ridotta democrazia nella società della comunicazione italiana è tutta nella eccessiva estensione del decervellamento rappresentata da questi dati. Non cercate le tradizionali espressione della tirannide o del totalitarismo in fantasiosi stati di polizia o complicati meccanismi di controllo. Nella società della comunicazione l’alternativa alla democrazia è l’autocrazia. Il potere della società della comunicazione, da me indicato come epipower[10] – cioè il potere aggiuntivo epistemologico della verità sulla realtà -, che si esprime, nelle sue dimensioni autocratiche, nel decervellamento collettivo per il condizionamento dei cittadini utenti. La democrazia è perfettamente il contrario, un sistema autopoietico che forma le menti in modo critico e produce significati, plusvalenze relazionali di vita.
I dati mostrano quanto l’Italia sia molto più autocratica di quanto non sia democratica.
E noi siamo qui senza strumenti, dunque strumentalizzati per essere noi strumentali, circoscritti all’indispensabile ed anarchico urlo del web, chiamati a una partecipazione a comando, in occasione dei raduni o delle adunanze, per la piazza o per le primarie, relegati al solitario urlo nel web, che dura pochi minuti e finisce nella landa sconfinata dell’insignificante. Parole bruciate nel forno della inutilità, tutte, tante parole, quelle forbite e quelle ingiuriose, quelle offensive e quelle riflessive, sono tutte l’incubatore che costruisce una opinione che non è di nessuno ma che travolge tutti, talvolta ci sconvolge, tal’altra ci avvolge e, al momento opportuno, ci coinvolge. Per il resto ci lascia vittime della generale inerzia, in un vuoto nichilista che rende inutile perfino questo mio disperato tentativo di far in modo che non sia tutto inutile. Come canta Francesco Guccini:"delle rabbie antiche non rimane che una frase o qualche gesto”[11].
Non possiamo più agire, possiamo soltanto reagire. Certo questa reazione non sempre è controllata, e non è detto che colui che la provoca non sia lo stesso che poi la subisce. L’autocrazia cognitiva che ci domina è tutta intera dentro la democrazia, si afferma con la nichilistica insignificanza della rinuncia, è fatta di mille micro atti quotidiani, dal rifiuto di capire, di parlare, si scrivere, dalla esaltazione del desiderio e, come direbbe Lacan, dalla rinuncia del godimento, dalla delega alla vita che comunque è nostra, dalla espropriazione della funzione e dalla omologazione al consumo. Se la pubblicità della TV generalista è generalizzata, la città deve essere generalista e generalizzata. Le case hanno un valore se sono uguali e assemblate in moduli preconfezionati, per rendere gli abitanti predisposti a frequentare, senza socializzare, centri commerciali assemblati con moduli altrettanto preconfezionati e funzionali agli spazi per lo svago e la ricreazione in un tempo definito e controllato. I cittadini non parlano più della loro città. Lo spazio in cui si incontrano sono i programmi televisivi in cui si frequentano e, dunque, una platea molto più ampia e molto meno definibile, perché identità di tutti coloro che sono i potenziali utenti, segmentati per fasce di interesse del marketing, lobotomizzati secondo l’apparentemente contraddittorio criterio della individualità esclusiva di massa.
L’autocrazia nella società della comunicazione è un virus che ciascuno trasmette all’altro, consapevole o meno, nel momento stesso in cui non lo riconosce come altro. È una profezia autoavverantesi.
Questa situazione è una condizione, uno stato cognitivo emozionale indotto, costruito, prodotto.
Noi siamo qui, senza più luoghi di confronto, con una infinità di strutture abbandonate, con spazi sottratti alla cultura e donati al marketing, in bolle ambientali commerciali che ci accolgono con il fresco quando è caldo e con il caldo quando è freddo, soli e senza possibilità, a sentire chi che sbraita preannunciando catastrofi se non comanderà lui. C’è chi non si sa cosa fa perché non sa cosa fare. Chi crede che poi ci penseranno gli organi e le regole, insomma altri. Chi si è imprigionato in chissà quale tecnostruttura. Chi ottimizza le risorse e decide che è inutile pensare, tanto comunque decide il capo. Chi si dispera a rincorrere micro problemi cercando di risolverli anche se sanno già che non risolveranno la situazione. E noi siamo qui, con la voglia di andare al mare e senza la forza di agire.
Io so che invece la soluzione è quella di agire, agire comunicativamente, riappropriarsi dell’azione comunicativa. È quello che ha fatto del web un universo di vita costruito dalle parole. Chiunque abbia postato o chattato ha agito, anche inconsapevolmente, con un progetto politico autonomo. Ora so che ovunque si conduca una azione con un progetto politico autonomo nasce la vita, libera dalla paura, liberata dal controllo, senza qualsivoglia omologazione al format tirannico moderno. Io so che la soluzione del lavoro è lavorare, senza la necessità di una legge, ma cercando una politica, un processo di transizione, non il vuoto nullificante dell’arrangiarsi. Io so che la soluzione della vita è complessivamente la vita, vissuta ai livelli dimensionali possibili, in luoghi conviviali e accoglienti. E so che potrei contribuire a farlo. Ma non lo faccio perché un potere apparentemente distante, ingannevolmente sovrastante, e invece vicino, vicinissimo, al mio fianco, dentro di me induce, introduce l’inerzia e il nichilismo, il sarcasmo caustico, il cinismo distruttivo e fascista degli slogan. Un potere ologrammatico e pervasivo mi trasforma in utente, possibilmente plaudente, non attivo, semplicemente reattivo.
Non distruggeremo l’inerzia degli utenti responsivi se non cambieremo il terzo dei tre fattori morfologici dei network sociali moderni: il complessivo sistema della comunicazione. Se il sistema elettorale seleziona il ceto politico, il sistema fiscale libera risorse, il sistema della comunicazione, in cui possiamo inserire anche l’istruzione e la ricerca scientifica, produce idee e conduce ad un confronto partecipato. Il potere monotono della comunicazione omologante, più di tutto teme questa rinascita cognitiva perché sa che è quello il fondamento della propria energia. Secondo i dati OCSE moltissimi italiani hanno difficoltà, per analfabetismo funzionale, a sintetizzare un concetto complesso. È un effetto della autocrazia della comunicazione che genera il decervellamento per controllare il comportamento degli utenti. Viceversa il potere pluritono della democrazia, spera nella proliferazione degli strumenti di comunicazione ed una estensiva possibilità partecipativa per una rinascita cognitiva critica, discutibile e discussa.
Parlare è già tanto.
È tutto.
Insistere con il confronto critico, con la discussione o il dibattito, è già una azione politica civile, di resistenza, democratica.
La battaglia per la democrazia è prima di tutto una battaglia culturale.
ooo/ooo
[1] DAHL Robert, I dilemmi della democrazia pluralista, Laterza, Bari 2006
[2] CECI Alessandro, Intelligence e democrazia, Rubettino, Soveria Mannelli, 2006
[3] CECI Alessandro, Antropologia della sicurezza, Eurilink, Roma 2010
[4]http://www.repubblica.it/scuola/2013/10/08/news/ocse_gli_adulti_non_sanno_leggere_e_far_di_conto_dalle_indagini_italia_ultima_in_europa-68187622/
[5]http://www.repubblica.it/scuola/2013/10/08/news/ocse_gli_adulti_non_sanno_leggere_e_far_di_conto_dalle_indagini_italia_ultima_in_europa-68187622/
[6]http://www.repubblica.it/scuola/2013/10/08/news/ocse_gli_adulti_non_sanno_leggere_e_far_di_conto_dalle_indagini_italia_ultima_in_europa-68187622/
[7]http://www.repubblica.it/scuola/2013/10/08/news/ocse_gli_adulti_non_sanno_leggere_e_far_di_conto_dalle_indagini_italia_ultima_in_europa-68187622/
[8]http://www.repubblica.it/scuola/2013/10/08/news/ocse_gli_adulti_non_sanno_leggere_e_far_di_conto_dalle_indagini_italia_ultima_in_europa-68187622/
[9]http://www.repubblica.it/scuola/2013/10/08/news/ocse_gli_adulti_non_sanno_leggere_e_far_di_conto_dalle_indagini_italia_ultima_in_europa-68187622/
[10] CECI Alessandro, Cosmogonie del potere, Ibiskos, Empoli 2011
[11] Guccini Francesco, La canzone delle osterie di fuori porta, in Stanze di vita quotidiana, EMI italiana, 1974
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