Crisi democratiche d'identità - 2
Questo libro è stato scritto nel 2016. Lo ripropongo, non più in versione cartacea ma nel blog, suddiviso in capitoli, naturalmente aggiornati ed estesi. Alla fine di questo percorso, chi è interessato, avrà potuto leggere discutere ed avere il testo intero migliorato dalla ulteriore ricerca e dal vostro contributo.
“Nonostante le differenze nei mezzi tecnici per produrre e per uccidere, nonostante la diversa grandezza delle società, nonostante le credenze religiose più varie, il problema del Potere è un problema eterno, sia che si rivolti il terreno con una vanga, sia che si usi il bulldozer”.
Raymond Aron
“l'impalpabile possibilità di scelte che permea la società moderna non dovrebbe rendere ciechi dinanzi a tutte queste situazioni, congelate in un blocco di ghiaccio, che sono virtualmente al di là di una seria critica e contestazione. Viviamo insomma in una coesistenza di vapore e ghiaccio: una ricchezza di opzioni e una scarsa consistenza del cambiamento socio-politico”.
Claus Offe
1 - quel che avrei detto…
… e prima nel 1982
L’assenza del nemico complica le cose.
Bisogna ogni volta costruirne uno per avere ragione.
Se rifiutiamo di utilizzare il potere per costruire il mondo, inevitabilmente saremo tutti vinti.
Cioè, mai.
La sua realizzabilità è la scommessa dell’occidente.
[1] Tema di un convegno tenuto da N. Bobbio alla LUISS – Roma: “LE FORME DI GOVERNO DA POLIBIO A MOSCA”.
[2] Marx K. – Engels – L’IDEOLOGIA TEDESCA, Editori Riuniti, Roma 1977
[3] Popper R. Karl, IL MITO DELLA CORNICE, in Pera M. e Pitt , I MODI DEL PROGRESSO, Il Saggiatore, Milano, 1990
[4] Rizzi, LA BUREAUCRATISATION DU MONDE, trad. Rizzi, COLLETTIVISMO BUROCRATICO, Sugar, Milano. 1985
[5] Sartori Giovanni, DEMOCRAZIA E DEFINIZIONI, Edizioni Comunità, Bologna 1979.
[6] Sartori G., cit. 1979
[7] Sartori G., cit. 1979
[8] Sartori G., cit. 1979
[9] Talmon J., THE ORIGINS OF TOTALITARIAN DEMOCRACY, Mercury – Londra, 1962
[10] Marcuse – Poper, RIVOLUZIONE O RIFORME?, Armando, Roma, 1977.
[11] Kelsen, I FONDAMENTI DELLA DEMOCRAZIA, Il Mulino, Bologna 1973.
[12] R. Dahrendorf, LA LIBERTA’ CHE CAMBIA, Laterza, Bari, 1971
[13] Alberoni Francesco, LE RAGIONI DEL BENE E DEL MALE, Garzanti, Milano
“Da Polibio a Mosca”[1], la società è cresciuta nella illusoria chiarezza degli schieramenti. Che fossero schiavi o liberi, vassalli o feudatari, aristocratici o borghesi, capitalisti o proletari; i perdenti potevano presumersi legittimamente e legittimamente contrapporsi ai vincitori presunti. Lo schema interpretativo dei processi storici si è caratterizzato essenzialmente come analisi sulla struttura delle generazioni, non già sulla loro natura. Invece di ragionare sulla qualità del sistema, si è offerta la schizofrenica visuale di una società irrimediabilmente divisa in termini quantitativi e dialettici tra vincitori e perdenti, imperatori e carbonari, diretti e direttori…
Se questo approccio fosse ancora corretto, basterebbe schierarsi per aver ragione; come fa ad esempio Marx con la ineluttabile condanna che si legge nella sua XI tesi su Feuerbach: “I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta ora di mutarlo”[2]. Quasi a voler dire: la natura, l’essenza e la qualità del presente può apparire fantasiosamente articolato, può mostrarsi in tipologia diversificate, ma la struttura della società è sempre la stessa, dialettica e conflittuale, divisa tra chi guida e chi perennemente è guidato.
Ma se “Da Polibio a Mosca” questo schema interpretativo può assumere un qualche significato, “Da Mosca a Popper”, nel “post-moderno” è anacronistico e inadeguato. “Il marchio ideologico della Quarta Era – o ciò che la differenzia dall’età moderna – è da vedere proprio nel fatto che le idee di libertà e di ragione son diventate ormai dubbie e che non si può più assumere che la crescente razionalità produca crescente libertà”. All’interno della bolla ambientale del consumo di massa l’uomo è totalmente dipendente da meccanismi che sfuggono ad ogni quantificazione, sia settoriale (economico, sociale, giuridico, politico), sia dimensionale (grande, piccolo, largo, stretto) ed è soggetto alla manipolazione e alla canalizzazione immateriale dei comportamenti. Il dramma della situazione che si è determinata, è la nostra condizione. Pensavamo di dover essere schiacciati dal piede pesante di grandi apparati politici centralizzati e burocratici. Abbiamo temuto le porte chiuse e il rifiuto diretto come ostacolo insormontabile di qualsiasi volontà partecipativa.
L’assenza del nemico complica le cose.
Bisogna ogni volta costruirne uno per avere ragione.
Tra i cittadini – i comandati – e i generali di Tolstoi – i comandanti – non c’è più differenza reale: il numero è albero e pianificatore dell’uomo eterodiretto. Secondo Ortega y Gasset, il numero, la quantità è potenza nullificatrice dell’individuo liberale.
Credevamo che l’idea della Storia come processo immutabile, unico e chiuso, fosse definitivamente fallita. E invece, andando in giro per il mondo uno si accorge che l’idea di destino che genera inauditi fondamentalismi è ancora lì, forte, vigile, radicata. Sembra imperitura, anche se non lo è, se ci imponiamo di credere che non lo sia. Sappiamo che la storia è invece “un processo fondamentalmente aperto” in cui i vincitori di oggi sono nel contempo dei perdenti, mentre i perdenti sono tutti se prevarrà la “generale avversione” degli umani che minaccia la loro socialità.
Viviamo nella “insocievole socievolezza degli uomini”. Siamo noi gli uomini che convivono su continenti meravigliosi, distesi dentro la storia e sulla società, nel tempo e nello spazio. Siamo noi quei viandanti che non hanno destino, che abitano realtà inevitabilmente aperte, in un tempo e in uno spazio, in una storia e in una società che non hanno senso in sé, per fortuna. Per il fatto che storia e società, tempo e spazio dell’agire, sono realtà semplicemente prive di significato, sono indirizzabili, sono realtà totalmente aperte. La storia non ha senso, dice Popper , non ha alcun senso in sé, ma noi possiamo darglielo. Non c’è nessun perdente più definitivo di chi si sente vincitore in nome di un Dio, idea o illusione, che ha precodificato il passato, il presente e il futuro. “Le prigioni sono cornici. E quelli a cui non piacciono le prigioni sono quelli che si opporranno al mito della cornice. Costoro saranno felici di intrattenere una discussione con interlocutori provenienti da altri mondi, da altre cornici, perché ciò da loro l’opportunità di scoprire le proprie insospettate catene, di rompere e perciò di trascendere se stessi. Questo infrangere la propria prigione non è certamente questione di routine, può soltanto essere il risultato di uno sforzo critico, di uno sforzo creativo”[3].
Se rifiutiamo di utilizzare il potere per costruire il mondo, inevitabilmente saremo tutti vinti.
Una volta pensavamo che la nostra endemica minaccia fosse la bureaucratisation du monde[4]: uno strisciante, lento e mistificato tentativo di assorbire gli spazi di autonomia dell’individuo.
Non con un rombo, ma con un lento lamento pensavamo che le democrazie occidentali stessero precipitando nella catastrofe tirannica della discontinuità; iniziavamo seriamente a dubitare nella sopravvivenza del sistema. Ma questo rischio vibra costantemente in ogni società, perché qualsiasi contraddizione può sempre disintegrare qualsiasi istituzione quando ne prosciughi la legittimità che la sorregge. Invece, è sempre molto più accreditata la letteratura della catastrofe e della sua ineluttabilità.
Se l’insegnamento di Popper è valso, sappiamo che nulla è ineluttabile perché la storia dipende da noi e non noi da essa. I destini delle società non sono che conseguenza della nostra azione. La democrazia è perciò la costante ricerca di se stessa, il suo costante adeguamento alle esigenze degli uomini. A questo compito devono adempiere le generazioni. “La Storia è il mito di Sisifo, - scrive Sartori – ogni generazione deve ricominciare da capo. Nessuno di noi nasce civilizzato; il nostro vero certificato di nascita porta l’anno zero. La nostra età storica, la nostra maturità di uomini del proprio tempo, deve essere sempre riconquistata, lo si deve sempre ricuperare: e ogni volta il tragitto si allunga, ogni volta c’è da risalire un po’ di più.”[5]
In ogni democrazia la legittimità deve essere continuamente riconquistata e questo processo permanente di legittimazione del potere, di ogni potere, la rafforza: “l’assioma democratico è che il potere dell’uomo sull’uomo può essere attribuito soltanto dal riconoscimento e dall’investitura altrui. Se la designazione dei dirigenti non proviene dal consensus non c’è democrazia, cessa di esistere anche se questo consenso viene contraffatto o estorto: non c’è consenso se chi deve darlo non è lasciato libero di dissentire, e il consenso perde altresì ogni valore democratico se non viene da una rosa di alternative tra le quali operare una scelta. E nessuna mistificazione terminologica può riuscire a cancellare dei cippi di confine così netti e così facilmente identificabili come questi.”[6] .
La legittimità dunque non è una astrattezza, “consiste in un accordo tacito e sottinteso tra il potere e i suoi soggetti, certe regole e principi che fissano l’attribuzione e i limiti del potere”[7].
Il rischio perenne delle democrazie è che la legittimità possa entrare in crisi. E ogni volta che la legittimità è minacciata c’è una crisi di democratica di identità. Portatori di questo virus violento sono le ideologie della redenzione, il vizio messianico dei movimenti che “distruggono ogni distinzione tra il reale e l’ideale”[8]. Chi è portatore di una weltaschaung assoluta e assolutamente definitiva, fa delle “promesse non mantenibili” e le “promesse non matenute” minacciano la legittimità del potere democratico. Nella società della comunicazione il potere deludente è il problema più drammatico della politica. Le aspettative crescenti deluse immettono nel generale network della comunicazione di massa una sensazione di insofferenza radicale e, demotivando ogni decisione istituzionale delle istituzioni, si candidano alla direzione della protesta incollerita. Colui che vuole tutto e subito, trova sempre una aspettativa irrealizzata da rivendicare, trova sempre “promesse da mantenere”. Se non si è in grado di realizzarle istantaneamente, non si sarà mai più in grado di realizzarle. Avanzano demagogie e retoriche rivoluzionarie, fantasie, che mirano così all’instaurazione di una giustizia sommaria, funzionale al potere perché assolutamente incapace di rendere il potere trasparente.
Quando invece in una democrazia i paradigmi alternativi si confrontano, si criticano e si falsificano, la comunicazione diviene il regno della diversità e della complessità, della fantastica complessità della diversità, e la politica è la sintesi decisionale della ragione legittimata (interessi compresi) necessaria, con il metodo maggioritario, per dirimere i conflitti.
Il fondamentalismo messianico della fede, di ogni fede, al contrario fa del suo schema la ragione: “le sue idee politiche non sono solo un insieme di precetti programmatici o un corpo di tecniche applicabili a un settore speciale dei problemi umani. Esse sono parti integrali di una filosofia coerente e tutto-abbracciante. La politica è definita come l’arte di applicare questa filosofia al fine di realizzare la società perfetta, e lo scopo ultimo della politica è conseguito solo quando questa filosofia regnerà sovrana su tutti i campi della vita.”[9]
Cioè, mai.
Nella città chiusa l’arbitro è la razionalità. Nella città aperta della democrazia “la fede nella ragione, anche nella ragione degli altri, implica l’idea di imparzialità, di tolleranza, di rifiuto di ogni pretesa totalitaria.”[10].
Alla società della comunicazione il sistema contabile, direi ragionieristico della democrazia, sebbene necessario non è più sufficiente. Certamente il sistema democratico sostituisce il “vinca il più forte” del totalitarismo messianico, con il “vinca il maggioritario” della società aperta; indipendentemente dalla identificazione del consenso con la giustizia. Tuttavia la democrazia non è soltanto un insieme di rules of game, di regole del gioco. Non è soltanto un ritrovato tecnico – come voleva Kelsen[11] – per regolare e istituzionalizzare la convivenza civile. Oggi, nella società della comunicazione, garantire che il governo sia democratico, non significa che la democrazia sia un sistema garantito.
Il “vuoto politico” generato dalla scissione simbiotica tra governo e governance, infatti, è un perfido meccanismo, generatore di squilibrio, disgregatore della efficacia consensuale della legittimità del potere. Con l’avvento della società della comunicazione è sempre più evidente, laddove esisteva e continua ad esistere un vuoto politico, cioè una scissione simbiotica tra governo e governance, che il potere delle poliarchie industriali diviene solo formalmente democratico, assordato dal continuo pericolo di sprofondare nel vortice della delegittimazione. Della democrazia parziale – esclusivamente politica – non restano così che “due o tre regolette per vivere meglio”.
È necessaria, fondamentale, una nuova narrazione politica della democrazia; occorre elaborare nuovi paradigmi, capaci di dar senso compiuto alla democrazia; nuovi criteri di legittimazione per istituzionalizzare nuove forme di partecipazione alla vita collettiva. Una legittimazione pluridimensionale: per una partecipazione politica più razionale ed integrata; per una partecipazione economica tutta da sperimentare; per una più consona stratificazione sociale. Una nuova narrazione politica per la legittimazione nella complessità.
Non so se liberalismo e socialismo siano ancora delle ideologie come retaggio della grande transizione dalla società medievale a quella moderna. Non so se siano ancora moduli esplicativi dell’esistenza o se si riducano soltanto ad “una tecnica triviale ed irrilevante di mistificazione della realtà sociale”, se non siano definitivamente sviliti ad “una tetra retorica di difesa burocratica e di abuso politico”.
Ciò che non esiste davvero più è la retorica del mercato come luogo di libero confronto tra antitetici per la scelta della qualità. Il dominio moderno si esprime sulla produzione e gestione delle chances di vita[12]. Gli uomini consumano gomito a gomito delle chances conformate alla potenza nullificatrice del numero. Le esigenze personali sono soppresse, semplicemente soppresse, avvilite dagli spazi obbligati e dal tempo che scorre senza alcuna soluzione. Se vogliamo che “la democrazia governante” regoli davvero la vita, dobbiamo costruire percorsi di vita, percorsi semplici che rendano facile scegliere e realizzare le chance di vita. La partecipazione che la democrazia deve offrire oggi ai cittadini, nella loro individualità e nella loro soggettività, è quella di partecipare alla produzione delle proprie chances di vita e non solo la possibilità di partecipare alle decisioni che li riguardano.
Qui, in questa nuova epoca della storia, per dare forma computa alla democrazia non basta più avere un obiettivo stabilito o stabilire il metodo o definire il merito. Naturalmente, tutto, obiettivo, metodo, merito, contenuto è decisivo.
Il futuro della democrazia, però, è assicurato soltanto dalla sua narrazione, culturale, poetica, filosofica, politica. E del suo controllo critico che si traduce in situazione, organizzazione, azione, relazione. In cognizione.
Riusciremo noi, dentro la mutazione che stiamo vivendo, a mantenere, come l’ha definita Alberoni, “la tradizione del moderno”[13]?
La sua realizzabilità è la scommessa dell’occidente.
ooo/ooo
[1] Tema di un convegno tenuto da N. Bobbio alla LUISS – Roma: “LE FORME DI GOVERNO DA POLIBIO A MOSCA”.
[2] Marx K. – Engels – L’IDEOLOGIA TEDESCA, Editori Riuniti, Roma 1977
[3] Popper R. Karl, IL MITO DELLA CORNICE, in Pera M. e Pitt , I MODI DEL PROGRESSO, Il Saggiatore, Milano, 1990
[4] Rizzi, LA BUREAUCRATISATION DU MONDE, trad. Rizzi, COLLETTIVISMO BUROCRATICO, Sugar, Milano. 1985
[5] Sartori Giovanni, DEMOCRAZIA E DEFINIZIONI, Edizioni Comunità, Bologna 1979.
[6] Sartori G., cit. 1979
[7] Sartori G., cit. 1979
[8] Sartori G., cit. 1979
[9] Talmon J., THE ORIGINS OF TOTALITARIAN DEMOCRACY, Mercury – Londra, 1962
[10] Marcuse – Poper, RIVOLUZIONE O RIFORME?, Armando, Roma, 1977.
[11] Kelsen, I FONDAMENTI DELLA DEMOCRAZIA, Il Mulino, Bologna 1973.
[12] R. Dahrendorf, LA LIBERTA’ CHE CAMBIA, Laterza, Bari, 1971
[13] Alberoni Francesco, LE RAGIONI DEL BENE E DEL MALE, Garzanti, Milano
Commenti
Posta un commento