CRISI DEMOCRATICHE DI IDENTITA' - 1 -
Questo libro è stato scritto nel 2016. Lo ripropongo, non più in versione cartacea ma nel blog, suddiviso in capitoli, naturalmente aggiornati ed estesi. Alla fine di questo percorso, chi è interessato, avrà potuto leggere discutere ed avere il testo intero migliorato dalla ulteriore ricerca e dal vostro contributo.
“Nonostante le differenze nei mezzi tecnici per produrre e per uccidere, nonostante la diversa grandezza delle società, nonostante le credenze religiose più varie, il problema del Potere è un problema eterno, sia che si rivolti il terreno con una vanga, sia che si usi il bulldozer”.
Raymond Aron
“l'impalpabile possibilità di scelte che permea la società moderna non dovrebbe rendere ciechi dinanzi a tutte queste situazioni, congelate in un blocco di ghiaccio, che sono virtualmente al di là di una seria critica e contestazione. Viviamo insomma in una coesistenza di vapore e ghiaccio: una ricchezza di opzioni e una scarsa consistenza del cambiamento socio-politico”.
Claus Offe
… il 16 dicembre 2012
Se a uno capita, da solo, il sedici dicembre duemiladodici, di stare lì, insperato, disperato, esasperato, di stare seduto nella platea degli uditori di una conferenza, in parte ma non necessariamente in disparte, in quella platea, da solo, di quella, proprio quella conferenza, che forse è una delle migliori conferenze degli ultimi anni in Italia, a cui partecipano tanti attenti protagonisti della Alleanza Progressista Globale, un organismo con denominazione improbabile, fantascientifica, orwelliana, che tuttavia ti fa ascoltare tante proposte simili a quelle che avreste detto anche voi, anche noi, forse io pure, talvolta più precise e chiare, talvolta più generiche e confuse, tuttavia condivise e senza slogan ma piene di concetti e di significati; se uno si trova improvvidamente così, differente, differenziato, in una situazione in cui le distanze evidenziano una quotidiana condizione di mutismo intellettuale, che pensa?
Se uno si trova in una situazione che dimostra la sua condizione, che fa?
Cerca parole che potrebbero accendere il buio, dipanare la nebbia, allargare gli orizzonti. Scava nella voragine delle dizioni per enfatizzare le emozioni, costruisce un rigore che fonde e che confonde, l’esempio esplicativo, la prospettiva implicativa, la soluzione implicata, l’emozione della aspettativa e della speranza. Sta sospeso e immagina, tranquillo per non doverlo fare davvero, cosa avrebbe detto, come avrebbe potuto partecipare ad un confronto così avvincente, convincente, coinvolgente, intrigante, semplicemente attraente. E sta zitto.
Anche io, dunque, il sedici dicembre del duemiladodici, non avendo altro da fare, o per cercare di fare qualcos’altro, me ne stavo lì, ad apprezzare e contestare i relatori, in silenzio, me ne stavo lì a cercare le parole, a comporle in frasi che mi avrebbero permesso di indicare molte soluzioni che erano già nei meandri del nostro pensiero, nella storia della nostre idee, come ad esempio la distinzione tra crescita e sviluppo. E stavo zitto.
Avrei voluto dire, forse avrei detto davvero che tuttavia quel pensiero doveva essere aggiornato, come ad esempio il nuovo concetto di bene pubblico o collettivo.
Certo avrei anche detto che molte proposte e soluzioni mi avevano convinto, come ad esempio quella nordica di utilizzare la crisi per avere società migliori dopo la crisi. Altre molto meno, come ad esempio quella della caduta della sovranità che diffondeva una preoccupazione rispetto alla meravigliosa complessità di soggetti e relazioni.
Più di tutto, però, avrei detto che se non avessimo ridisegnato le tendenze politiche del mondo, se non avessimo riposizionato il kit di valori e progetti nel trend evolutivo dei continenti, non saremmo usciti dalla crisi; una crisi che forse non c’è, che è un mito, semplicemente un capro espiatorio, che accusiamo perché non capiamo, una mutazione sociale che temiamo perché non la conosciamo, che ci attardiamo, direi sprofondiamo, dentro concetti protettivi e assicurativi per preservare le nostre certezze di celluloide.
Avrei detto che i progressisti non possono accomodarsi, loro proprio no, in un pensiero conservativo, addirittura, che non possono considerare gli altri i distruttori del mondo solo perché quegli altri, con ferocia, acerrima violenza stanno distruggendo il nostro mondo, la nostra civiltà nel mondo e perché sono culturalmente, economicamente, politicamente, socialmente, finanche fisicamente diversi da noi.
Avrei anche detto che non temo l’utilizzo della forza, non sono pregiudizialmente contro l’uso delle armi. Che so benissimo che la socialità va difesa come bene prezioso, genetico della evoluzione umana e so, come disse una volta Karl Popper, che si può essere, che si deve essere tolleranti con tutti tranne che con gli intolleranti. E so che esiste un criterio inequivocabile per stabilire chi sono questi intolleranti; che appunto non bisogna tollerare mai, quando uno ammazza l’altro per imporre la propria convinzione, che non è mai una idea e nemmeno una ragione, quando lo imprigiona o lo tortura o lo mutila o lo umilia o lo ammutolisce; che è, dunque, intollerabile che il potere, in quanto strumento, in quanto fantastico e pericoloso, meraviglioso e drammatico strumento, è intollerabile ogni volta che il potere in quanto strumento supera l’umano.
Avrei detto che per conservare il proprio mondo non si può ignorare il mondo.
Avrei detto che la sicurezza di tornare a casa ogni sera, non combacia e non si combina con i popoli portati a morire di fame in giro per il mondo.
Avrei detto che l’efficienza non sempre è efficace, la razionalità non sempre ragionevole, non serve a trasformare la crescita in sviluppo.
Avrei detto che le intuizioni brillanti sono pericolose, che ci vuole una idea planetaria, una coscienza delle mutazioni globali.
Le crisi che stiamo vivendo, o che abbiamo vissuto, quelle che vivremo, non sono il prodotto delle attività finanziarie, della bolla speculativa, del deficit energetico, del costo della manodopera.
Le attività finanziarie anarchiche, la bolla speculativa, il deficit energetico o il costo della manodopera sono l’effetto delle crisi.
Le crisi ci sono perché tutti hanno capito la potenza di civiltà e di ricchezza della propensione al consumo; e perché nessuno è più disponibili a cederla ad altri.
Le crisi ci sono perché l’Occidente ha tentato, con la scusa di guerre per esportazione della democrazia, di trafugare la propensione al consumo degli altri e di appropriarsi del loro lavoro molto meno costoso e senza i diritti del nostro.
Le crisi ci sono perché gli Stati, in quanto agenti degli interessi di gruppi di potere e non più in quanto rappresentati di popoli, vogliono ancora governare il mondo senza una governance necessaria, indispensabile invece alle nazionalità planetarie, che sono superiori numericamente e culturalmente ad ogni cittadinanza.
Le crisi ci sono perché stanno sorgendo piattaforme continentali di nazionalità, perfettamente in grado di autogestire la propria propensione al consumo e perché emergono leader territoriali che vogliono esercitare la loro egemonia o, peggio ancora, la loro supremazia su queste nazionalità continentali: oltre la nostra, quella islamica, quella cinese, quella sudamericana, quella indiana, quella africana.
Le crisi ci sono per chi non cambia in un mondo che cambia.
Sono piuttosto crisi di obsolescenza politica, anziché crisi di supremazia economica.
Le crisi ci sono perché non ci sono. La precarietà, la crescita frammentaria, i conflitti, le guerre, che noi, convenientemente, comodamente, ipocritamente denominiamo e interpretiamo con il termine crisi volendo intendere una occasione, al massimo un ciclo, una eccezione, una eccezionalità; quando invece tutti questi segnali sono sintomi di una trasformazione strutturale, di un cambiamento genotipico dell’organismo sociale globale che non accetta più, la nostra esclusiva ed estremamente minoritaria ricchezza. Non l’accetta, questa ricchezza pesante, senza condividerla. E se non possono occuparla, anche fisicamente, anche a costo di rubarla con una assurda e dolorosa rivendicazione di riappropriazione, allora la bombardano con fanatici vocati al martirio o con killer addestrati nei luoghi e nei locali in cui questa nostra ricchezza quotidianamente si dimostra: sui mezzi di trasporto, negli stadi, ai concerti.
Avrei detto che l’Occidente ha una idea di sé ma non del mondo; che il concetto stesso di crisi riguarda meno del 20% degli abitanti della terra, mentre tutto il resto il concetto di crisi non ce l’ha proprio nel suo armamentario cognitivo e concettuale poiché vive semplicemente nella propria condizione di sopravvivenza di sempre.
Questo avrei detto, quello che riposa in silenzio nelle pagine dei miei libri.
Avrei detto che tutte quelle brillanti soluzioni condivisibili e da me condivise, non si realizzeranno se non usciremo, come progressisti, dal paradigma di noi stessi, se non cercheremo gli equilibri sociali e i meccanismi politici autopoietici, cioè quelli che generano la complessità e i livelli di mondo che bisogna governare.
Ero uditore, molto attento, emozionato,.
Ho ascoltato, concentrato, in silenzio.
Ero solo e sono stato zitto.
Approfitto ora della vostra cortesia.
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