1.3 – Evoluzione: la democrazia genera sé stessa

 Questo libro è stato scritto nel 2016. Lo ripropongo, non più in versione cartacea ma nel blog, suddiviso in capitoli, naturalmente aggiornati ed estesi. Alla fine di questo percorso, chi è interessato, avrà potuto leggere discutere ed avere il testo intero migliorato dalla ulteriore ricerca e dal vostro contributo. 




Una di quelle sere strane, incerte, arrivate per caso, senza la forza di volere la forza, a casa mia, appena iniziata la primavera, dopo una certa ora e a quell’ora, poiché la sera spesso rinfresca, è ancora utile accendere il camino.

I miei cuccioli, bastardi di maremmano, bianchi, Bianca e Bernie, si scaldavano al fuoco che faceva capolino tra ciocchi. Anche io ero li, in una sera primaverile un po’ strana. L’aria era intrisa di rabbia e delusione, qualche tristezza si scioglieva davanti a lampi di fiamma che non riuscivano ad uscire e si intrufolavano nelle fessure del legno. Essere il fuoco che trasforma in cenere il meraviglioso, il faticoso costrutto della natura, o essere la natura che faticosamente costruisce una meraviglia che in ogni attimo può essere distrutta dalla volgare violenza di un fuoco?

Per il nostro privilegio e la nostra comodità, per il nostro interesse noi accendiamo un fuoco e gli diamo in pasto il lavoro paziente di un insignificante seme che, negli anni, con dedizione e passione, con competenza e intelligenza, si è trasformato in un albero.

Che cosa vorremmo essere nella nostra vita, a quale significato vorremmo legarci: a quello del fuoco distruttore, servo del nostro confort, o a quello dell’albero ignaro della brutalità di chi non sa vedere la sua bellezza accecato dal proprio interesse? E certo vorremmo essere fuoco contro il fuoco e albero tra gli alberi. Ma né l’uno né l’altro ci è dato in questi tempi bui in cui la bellezza di un costrutto ideale cede alla interessata contabilità dell’ignoranza.

Davanti al fuoco del camino di casa mia, avvolto dal silenzio riflessivo della stanchezza, frequentavo l’ozio di queste investigazioni. Ero stanco e indispettito dai soldi che non riuscivano ad arrivare, dal tempo che si stringe attimo dopo attimo; e, più di tutto, innervosito dalla esigenza di dovermi trasformare in un fuoco distruttore per un senso di giustizia contro le distruzioni che avevo subìto. Eppure dovevo farlo, io che lo avevo sfuggito per anni quel maledetto fuoco, quella indifferenza della violenza che ti rende protagonista della cronaca e ignoto, ombra della storia. Io avrei voluto essere sempre e per sempre albero tra gli alberi, con semplicità, perché “ciò è raggiungere il più alto”, come dice Borghes, “quello che forse ci darà il Cielo: non ammirazione, né vittorie ma semplicemente essere ammessi come parte di una realtà innegabile, come le pietre e gli alberi[1]. E invece noi siamo sempre costretti alla denigrazione e/o alla ammirazione, alle sconfitte e/o alle vittorie.

Io stavo lì, a sentire nell’aria questi pensieri che non si componevano in alcuna morfologia, mentre i miei cuccioli bastardi di maremmano si scaldavano al calore irruento del fuoco, a sentire nell’aria una serata strana, di una primavera appena accennata. Finché il suono del telefono non squarciò il mio torpore, quello di Bianca e Bernie, abituati a dormire accovacciati l’uno sull’altra, come fanno i cuccioli, a reciproca protezione. Risposi a chi, per amore, si preoccupava a distanza del mio silenzio e della mia solitudine. Poi, tra una confidenza e una considerazione, mi chiese che cosa stesse succedendo in Libia. Già. La Libia. Oggetto di tanta attenzione e studio durante la guerra al Rais. Mi sembrava lontana nel tempo. Eppure aveva da poco finito di ardere al fuoco della rivoluzione. Molti piccoli incendi ancora resistevano. Non si vedevano alberi.

Sapevo benissimo cosa stava succedendo in Libia.

In realtà pensavo alla Tunisia.

Non era un errore, era un effetto della analogia e della comparazione.

È lo stesso processo che si verifica in tutti i paesi della primavera araba. Sono tutti di fronte ad una biforcazione fondamentale. In parte di fronte a quella biforcazione siamo anche noi, in Italia. Nel mondo sono stati inaugurati processi di democratizzazione endogena. In alcune parti del mondo sono ancora tentativi e lo saranno per tanto tempo. In altre parti del mondo sono trasformazioni, adeguamenti, aggiustamenti, come da noi.

Ciò che è avvenuto, nella mutazione generale delle società moderne, è un mutamento nella politica estera americana con l’avvento al potere della Presidenza Obama. Prima i Bush, Senior e Junior, avevano chiamato tutto il mondo occidentale ad inaugurare processi di democratizzazione esogena nei paesi di cui si aveva interesse a gestire il petrolio e la propensione al consumo. La famosa democrazia da esportazione, impossibile da attuarsi, ma necessaria per giustificare la presenza degli eserciti e i morti di entrambe le parti. Obama ha, in parte, ritirato gli eserciti, tanto da meritare un premio Nobel anticipato, e favorito processi di democratizzazione endogena, nati dall’interno degli Stati per cambiare la classe dirigente di quei paesi per ottenere con un consenso pilotato ciò che altri avrebbero voluto ottenere con la forza.

Sennonché non tutto è andato proprio come si immaginava.

C’è qualche posto in cui il germe del processo democratico ha attecchito, come in Tunisia, ed altri posti dove non si è riusciti. A riprova che queste cose vanno fatte cum grano salis, come diceva Plinio il vecchio, senza una programmazione standardizzata, sapendo scegliere le modalità e le opportunità caso per caso.

Laddove il germe della democratizzazione non attecchisce, si produce una condizione di conflittualità permanente, una situazione alla homo homini lupus di hobbesoniana memoria, in cui domina il più forte delle fazioni in lotta e lotteranno fin tanto che il più forte non avrà il sopravvento sul più debole. Una politica di prevaricazione o di stallo se le forze si equivarranno, come in Libia.

Laddove, invece, il germe del processo democratico attecchirà, si affermerà lentamente, ma si affermerà.

Secondo Finley[2] le differenze tra la democrazia degli antichi e quella dei moderni possono riguardare diversi elementi:
  • Per gli antichi, per esempio la democrazia è anche prescrittiva o normativa (come dovrebbe funzionare), mentre per i moderni la democrazia è solo descrittiva (come funziona);
  • Per le forme di governo che: per molti pensatori antichi, potevano “aiutare l’uomo a conseguire un obiettivo morale nella società"; i contemporanei invece sono meno ambiziosi, “si astengono dal porsi obiettivi ideali, evitano concetti come quello di vita buona e insistono sui mezzi, sull’efficienza del sistema politico, sulle sue caratteristiche pacifiche e aperte[3];
  • Per la partecipazione politica o addirittura la responsabilità civica che per i Greci era l’essenza fondante della politica stessa, mentre l’uomo moderno non si pone e non propone alcun ideale platonico del fine, nessuna etica della superiorità rispetto a giudizi morali di bene o di male;
  • Per il metodo, secondo la distinzione ideata da Schumpeter[4] nel 1942, secondo cui gli antichi consideravano la democrazia come un metodo per il governo della Polis, mentre i moderni sono portatori di un un ideale democratico, come il solo metodo stabile e forte per il governo delle società complesse. “Libertà e uguaglianza, che sono state parte e ingrediente delle passate definizioni di democrazia, non vengono considerate da Schumpeter come elementi integranti di tale definizione, per quanto degne possano essere di venir considerate degli ideali[5].

Tuttavia, ora qui, a casa mia, mentre parlo al telefono tra il fuoco e il sonno coinvolgente dei cani, penso che queste distinzioni e molte altre non sono più, per niente esaustive. Parlo al telefono e capisco che la differenze essenziale è che, se prima la democrazia era una forma di governo, come voleva Kelsen, ora la democrazia è un processo, è, al tempo stesso, una situazione sociale, un sistema relazionale, una procedura formale, condizione sostanziale, una cultura.

Per noi la democrazia è una complessità.

La democrazia per noi necessita di essere radicata nel cuore e nel corpo della gente per essere affermata. È un processo che richiede la partecipazione condivisa di ciascuno per essere trasferita nel sistema di rappresentanza politica.

Paradossalmente, per esserci, la democrazia non deve esserci mai. È, come si diceva una volta, uno statu nascendi perpetuo; come la società di Bauman, che è giusta solo se pensa di non esserlo mai. È fatta di processi che devono radicarsi e dalla lenta sperimentazione delle procedure. I meccanismi della democrazia non sono mai efficaci per definizione. Devono essere esercitati per essere falsificati. Il ceto politico, impropriamente definito classe dirigente[6], deve essere selezionato negli anni. Per questo è indispensabile porre un limite alla presenza al governo dello Stato. Per evitare la personalizzazione e favorire la selezione, anche se non sempre la qualificazione, del potere.

Il potere va, in qualche modo, spurgato.

La democrazia ci riesce con il limite di mandato al governo del Paese[7]. In questo modo ci si obbliga ai meccanismi di falsificazione, direbbe Popper. In questo modo si rende possibile, anche per uno Stato, la sperimentazione senza rischio eccessivo, aprirsi alla innovazione senza traumi, e quindi selezionare istituti, istituzioni e personale politico. La democrazia deve sempre evitare al potere di incancrenirsi fino alla putrefazione. Pena, l’assenza di democrazia.

In Libia, dopo i circa 50.000 tra morti e dispersi, restano naturalmente le milizie attive. E chissà quanti ne conteremo alla fine, se una fine ci sarà a questa “Fitna”, che nel corano significa un po’ divisione, un po’ prova estrema, ma che nel mondo arabo viene percepita come rottura della grande fratellanza mussulmana e guerra senza scampo dentro la comunità islamica. Non si vota. Si combatte.

In Tunisia invece si è votato. E quella elezione imperfetta, naturalmente imperfetta come tutti i meccanismi elettorali, non è stata risolutiva dello status dello Stato. Forse ci sono stati brogli e confusione. Ma intanto si è votato. Poi si rivoterà e i meccanismi miglioreranno. Pian piano, tanto più i meccanismi di falsificazione funzioneranno tanto più sarà accelerato il processo di democratizzazione e altrettanta democrazia si diffonderà nel sistema politico, economico, sociale e culturale. Alla fine, tra un certo numero di anni, se il sistema politico tutelerà i meccanismi della democrazia, noi avremo un’altra Tunisia, rispettosa di se stessa e della sua identità, in una condizione di legalità irreversibile, perché permanentemente proiettata in avanti, a migliorare se stessa, senza tornare indietro, con dirigenti politici sempre più all’altezza dei tempi e dei loro popoli: perché la democrazia è loro, non gliel’ha esportata nessuno, se la sono costruita da soli per come sono culturalmente e come sono sempre stati storicamente. La democrazia è auto poietica: se c’è, genera continuamente se stessa connotativa del proprio habitat.

La democrazia è similare: come tutte le cose viventi. Ogni cane è diverso dall’altro, ma tutti i cani sono diversi dai gatti. Ogni uomo è diverso dall’altro eppure tutti gli uomini sono diversi dai cavalli che a loro volta, pur essendo ciascuno diverso dall’altro, sono simili tra loro e diversi dalle papere, dagli uccelli, dai pesci. Ogni democrazia è diversa dall’altra ma tutte le democrazie sono diverse dalle tirannidi, dalle oligarchie, dai totalitarismi, dalle teocrazie. È il principio di similarità che vale quasi sempre ma non in assoluto.

Inoltre la democrazia è dinamica. Se si ferma, s’inverte. Ma se continua, il processo di democratizzazione toglie spazio, lentamente, con calma, ad ogni suo nemico, ad ogni residuo di tirannide e perfino di totalitarismo[8] che nella democrazia stessa spesso si annidano. È successo nei paesi ex sovietici europei e dell’area balcanica, Russia compresa. Poteva succede in tutti i paesi della primavera araba. Succede anche in Italia.

In Italia, in estrema sintesi, abbiamo avuto un sistema politico di democrazia parziale, di semidemocrazia, per circa 50 anni. Un ceto politico sostanzialmente bloccato. 5 mafie. 40 anni di terrorismo interno rosso e nero. Apparati deviati. Lo Stato che produceva tensione sociale come strategia politica. Corruzione ed evasione a tutto spiano. Eversione sociale. Ogni degenerazione del potere tollerata, addirittura giustificata dalla minaccia comunista. Inoltre, un sistema politico totalmente mediato dai partiti: appunto un totalitarismo partitocratico. Lo Stato stesso, nella storia italiana, fu generato dai partiti e costruito passando dentro i partiti. Infatti, in Italia, quando lo Stato non c’era ancora i partiti già c’erano. Quando non c’erano segretari comunali, istituzioni provinciali e regionali, organi e organismi di controllo e di polizia, i partiti già c’erano. Il che poteva essere anche una cosa positiva, visto che senza dei partiti restano i tiranni. Il dramma nazionale è stato l’avvento dei partiti totalizzanti[9]: il dramma è stato che tutto il resto si è costruito passando dentro la mediazione, direi il taglieggiamento e l’affiliazione a partiti politici che decidevano senza essere controllati da nessuno, indipendentemente da ogni regola e da ogni regolamento, in un limbo di anarchia, in un potere puro, anzi, di pura forza, vissuto nel vuoto di ogni norma. Un sistema così bloccato, senza alcun ricambio in tanti anni e sempre con lo stesso ceto politico, o comunque con sostituzioni che venivano accettate solo se omologate, accolte solo se coinvolte, presenti solo se acquiescenti, ci si stupisce che sia esploso solo dopo 50 anni. E non prima.

Dal crollo del 1993, nonostante che gran parte delle cose siano ancora sempre le stesse, tuttavia il processo di democratizzazione italiano è andato con pigrizia interessata avanti. Potremmo dire che siamo passati dal totalitarismo dei partiti politici, alla monocrazia televisiva della comunicazione politica. Ma i governi sono stati votati, sono cambiati, i leader sono stati allontanati e recuperati sempre dopo una consultazione elettorale incisiva sulla attribuzione di potere. Prima invece il posto al Governo era una rendita garantita. La inutilità del voto, nella politica precedente, era assoluta. Che vincesse o perdesse il pentapartito comunque governava. Oggi almeno, se uno vince governa, se perde si oppone o se ne va. Il processo di democratizzazione, con fatica, va comunque lentamente avanti. Prima il blocco politico del potere lo aveva invertito. Il processo è molto lento (prevalentemente a causa di una riforma elettorale sbagliata e di un sistema fiscale che non si riesce a riformare)[10] e noi ci portiamo addosso ancora gran parte le nostre annose insufficienze. Tuttavia andiamo avanti e, se ci impegnassimo di più, forse potremmo riuscire ad accelerarlo questo benedetto processo di democratizzazione. Molto in ogni caso dipenderà dalla prossima riforma del meccanismo elettorale[11].

La democrazia insomma è così per tutti: se non procede s’inverte. Quando si inverte (come accaduto anche a noi) farla procedere è davvero difficile e lento. Il rischio che un fuoco violento riduca di nuovo in cenere gli alberi, cioè che ardano le meravigliose istituzioni della civiltà politica, come ad esempio il parlamento, è forte, fortissimo. Vedo un fuoco alimentato, da una parte dalla incapacità di riformarsi e dall’altra dalla crescente demagogia populistica e spesso qualunquistica, che ha incenerito prima i partiti ed ora sta bruciando il parlamento: prima gli istituti e poi le istituzioni. In ogni camino ardono prima i rami più piccoli e più secchi, poi i ciocchi più grandi e più verdi.

Chiudo il telefono con la promessa di scrivere un articolo; questo capitolo. I miei cuccioli bastardi di maremmano hanno ripreso a dormire. Il fuoco si è spento. La legna consumata. È rimasta brace soltanto. Porto i cani alla loro cuccia. No, “la democrazia non è soltanto, e neppure primariamente, un mezzo con il quale diversi gruppi possono conseguire i loro fini o perseguire la società buona: è il funzionamento stesso della società buona[12]. Forse il termine Democrazia è troppo ampio, troppo generico, raccoglie troppe cose. Nella società della comunicazione può addirittura accogliere il suo opposto. Forse oggi non possiamo più considerare la democrazia come un sistema politico definito e definibile. Forse, in questo nostro tempo, in ogni secondo del tempo di questo nostro tempo, dobbiamo considerare la coniugazione congiunta degli opposti. La democrazia convive e, peggio ancora, evolve assieme al suo sistema politico opposto: l’autocrazia. Dentro la democrazia troviamo sempre forme di arcigna e incontrollabile autocrazia; assieme ai processi di omologazione convivono forme di liberazione inusitata, in un universo sempre più incontrollato e incontrollabile. Forse la distinzione fra gruppi similari non è più così netta e così chiara; e noi viviamo in un intervallo con due estremi: da un lato l’autocrazia e dall’altro la democrazia. Prima non era così. Prima la logica formale ci dava delle certezze in ordine ad inequivocabili categorie. O si stava nel governo di uno – dittatura/tirannide - , o in quello di pochi – aristocrazia/oligarchia -, o in quello dei tanti – democrazia/oclocrazia -. Poi abbiamo superato la condizione di pura formalità con un salto computazionale, in cui ci si poneva il problema dicotomico, direi dialettico, del vero e del falso, dello sbagliato e del giusto, della democrazia e del totalitarismo. Oggi, nel vuoto del salto quantico, dobbiamo imparare una corrispondente logica quantistica che ci fa convivere con la multidimensionalità del potere, con la multiforme sua rappresentazione, in spazi glocali, contemporaneamente locali e globali, in tempi destrutturati e discontinui, in tipologie di relazioni differite e differenti, in cui l’una può prendere sempre il sopravvento sull’altra, o che possono restare in un magico equilibrio, ma che possono anche tornare rapidamente ad essere ciascuno l’estremizzazione di se stessa. Nella società della comunicazione, la logica quantistica ci fa capire che, assieme alla omologazione culturale e all’asservimento cognitivo, convive la possibilità di emanciparsi, di liberarsi. Anzi, molto spesso il fattore della omologazione è lo stesso fattore della emancipazione, quello dell’asservimento lo stesso della liberazione, come i mass media, ad esempio, o la sicurezza che produce più libertà nel momento stesso in cui la riduce e la controlla. O come la giustizia, ad esempio, che secondo l’insuperabile argomento di Bauman[13], è quella che si considera ingiusta, essendo questo l’unico modo per migliorarsi continuamente, giacché “essere nel giusto è la materializzazione dell’inerzia della realtà storica[14]. Forse noi viviamo in una società che è costantemente e contemporaneamente autocratica e democratica, e tanto più è democratica quanto più pensa di essere autocratica, in un immaginario punto auto-demo, in cui le percentuali di auto e le percentuali di demo, lo spostamento della società nell’intervallo verso un estremo o l’altro, dipende da ogni nostra azione, da ogni nostra relazione, dalla natura di ogni nostra organizzazione e dal significato di ogni nostra situazione. Forse questo è il connotato della nostra condizione.

Chiudo tutto e vado a dormire. Non ha più senso, forse, il confronto, anche aspro, tra il paradigma prescrittivo e quello descrittivo della democrazia. Sebbene abbia annoverato nei reciproci schieramenti campioni d’intelletto come Isaiah Berlin, da una parte, e quella di Karl Popper, dall’altra, questo confronto è, dal mio punto di vista, senza un effettivo fondamento teorico[15]. La distinzione ha raggiunto vette di elaborazione politologica:
  • Berlin con la sua filosofia morale che distingue la libertà buona da quella cattiva, cioè il bene della libertà di interferenza e di coercizione (positiva) contro il male della libertà di realizzare se stessi (negativa) e che si ferma laddove l’esercizio del potere pretende di elevarci, magari con il “gioco di prestigio[16] di una “coercizione su taluni uomini da parte di altri[17], a uno spesso ingannevole “superiore livello di libertà[18]?
  • O Popper con il suo razionalismo critico che distingue tra amici e nemici della società aperta[19], classificando gli uni tra gli strutturalisti e gli altri tra gli storicisti, e che teme un altro gioco di prestigio, quello di offrire alla storia, che non ne ha, la giustificazione di cui ha “estremo bisogno[20]; cosa che non avverrà “quando avremo abbandonato l’idea che la storia del potere sarà il nostro giudice, quando avremo smesso di preoccuparci se la storia ci giustificherà o meno[21]: il giorno in cui riusciremo “a mettere sotto controllo il potere[22]?
Ho chiuso tutto e sto andando a dormire. Nel camino alcuni tizzoni bruciano ancora. Arde la brace. Il fuoco intorno a noi è tanto. Talvolta anche dentro di noi, quando siamo di fronte a soprusi incommensurabili ed incomprensibili. Sarà vero che la democrazia, nel senso della “forma di società in cui viviamo noi in Occidente[23], è, proprio perché controlla meglio il potere, tra le tipologie politiche, “nonostante numerosi difetti, la migliore di cui abbiamo conoscenza[24]? In ogni attimo della nostra vita ci si pone il dilemma se accettare la sfida di un processo di democratizzazione da spingere in avanti o se fermarsi a consumare il godimento del proprio potere; se proseguire o invertire la strada che solo una piccola parte dell’umanità ancora, purtroppo ha intrapreso. E mentre salgo le scale verso la mia camera, capisco che si può spingere verso un presente migliore cambiando, o invertire il senso di marcia per proseguire il cammino. Non so ancora che cosa sarà domani; cosa sarò, se fuoco con il fuoco o albero tra alberi. E non so cosa dovrà essere per la democrazia che verrà. Forse ricorrere all’etica può servire a non mischiare le cose ed evitare di morire arsi dall’aridità. Non so. Forse.

Alla fine però una buona dormita è sempre una soluzione.

ooo/ooo

[1] Si apre il cancello del giardino / con la docilità della pagina / che una frequente devozione interroga / e all’interno gli sguardi / non devono fissarsi negli oggetti / che già stanno interamente nella memoria. / Conosco le abitudini e le anime / e quel dialetto di allusioni / che ogni gruppo umano va ordendo. / Non ho bisogno di parlare / né di mentire privilegi; / Bene mi conoscono quelli che mi attorniano, / bene sanno le mie ansie e le mie debolezze. / Ciò è raggiungere il più alto, / quello che forse ci darà il Cielo: / non ammirazioni, né vittorie / ma semplicemente essere ammessi / come parte di una realtà innegabile, / come le pietre e gli alberi.
[2] FINLEY I. Moses, La democrazia degli antichi e dei moderni, Laterza, Bari 1997
[3] FINLEY I. M., cit., 1997
[4] SCHUMPETER Joseph, Capitalismo, Socialismo e Democrazia, Etas Kompas, Milano 1964
[5] PARRY G., Le elites politiche, Il Mulino, Bologna 1973
[6] A rigore quella dirigente non mai una classe. I rappresentati politici che arrivano ai vertici decisionali provengo da diverse condizioni sociali ed economiche, quindi da diverse classi. Quello dirigente è un ceto sociale che include i nuovi arrivati a riti e ritualità convenzionali.
[7] Naturalmente mi riferisco agli esecutivi e non alle assemblee. Dal mio punto di vista i due istituti, in una democrazia davvero funzionante, dovrebbero essere totalmente scissi; anche eletti in tempi e modi differenti: con il maggioritario puro gli esecutivi (ogni 5 anni) e con il proporzionale puro le assemblee (ogni 3 anni). Ma questo è un altro testo.
[8] Nella particolare forma che assume il totalitarismo nella società della comunicazione, che riesce ad esistere anche senza essere totale, nonostante ci siano cioè aree autonome (ma non libere, sempre condizionate) e che definirei meglio a “supremazia totalizzante” o, meglio ancora, “monocrazia”. Ma questo pure è un altro testo.
[9] O, come l’ho chiamato prima, totalitarismo partitocratico.
[10] Che sono gli addensatori di energia di ogni processo di democratizzazione.
[11] In una democrazia ci sono due “addensatori di energia” fortemente incisivi, direi determinanti, della morfologia del sistema politico: il meccanismo elettorale – cioè la selezione del ceto politico e dei suoi progetti di innovazione – e il meccanismo fiscale – cioè il criterio di allocazione e di distribuzione delle risorse. Entrambi, per essere credibili e legittimati, devono essere visibili e comprensibili: devono essere semplici.
[12] LIPSET S. Martin, Political Man, Garden City, New York, 1960.; trad. It. L’UOMO E LA POLITICA, Milano 1963
[13] BAUMAN Zygmunt, Società, Etica, Politica, Raffaello Cortina Editore, Milano 2002
[14] KOLAKOWSKI L., Toward a marxism humanism, New York, 1969
[15] Perché chi sceglie un approccio prescrittivo lo fa sulla base della descrizione del funzionamento di alcuni istituti o istituzioni e coloro che scelgono l’approccio descrittivo lo fanno per evitare danni e quindi sulla base di un a migliore prescrizione.
[16] BERLIN Isaiah, La libertà e i suoi traditori, Adelphi, Milano 2005
[17] BERLIN I., cit. 2005
[18] BERLIN I., cit.2005
[19] POPPER R. Karl, La società aperta e i suoi nemici, Armando, Roma 2004
[20] POPPER R.K., cit. 2004
[21] POPPER R.K., cit. 2004
[22] POPPER R.K., cit. 2004
[23] POPPER R. Karl, Alla ricerca di un mondo migliore, Armando, Roma 2002
[24] POPPER R. K., cit. 2002

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