1.2 - La simbiosi democratica

 Questo libro è stato scritto nel 2016. Lo ripropongo, non più in versione cartacea ma nel blog, suddiviso in capitoli, naturalmente aggiornati ed estesi. Alla fine di questo percorso, chi è interessato, avrà potuto leggere discutere ed avere il testo intero migliorato dalla ulteriore ricerca e dal vostro contributo.



Secondo Václav Havel[1] del futuro prossimo venturo, precisamente dei prossimi duecento anni, non se ne preoccupa nessuno.

Non se ne preoccupa lo scienziato contemporaneo perché – se ci pensa – “lo fa esclusivamente in qualità di osservatore disinteressato a cui, fondamentalmente, non potrebbe interessare meno se porta avanti una ricerca sul metabolismo delle pulci, sui segnali radio dei pulsar o sulle riserve globali di gas naturale[2].

Non se ne occupa il politico moderno perché “non ha assolutamente alcun motivo di curarsene, soprattutto se ciò potrebbe interferire con le sue possibilità di essere eletto, almeno finché vive in un Paese in cui ci sono le elezioni[3].

Se ne può occupare, forse, spero, lo scienziato politico?

No.

Havel cita le analisi teoriche del filoso ceco Václav Bĕlohradský secondo cui lo spirito razionalistico della scienza moderna avrebbe una madre nelle scienze naturali (che derivano da Galileo Galilei) e un padre nella scienza politica (che deriverebbe da Niccolò Machiavelli): la ragione astratta oggettiva impersonale e la tecnologia razionale del potere sarebbero i genitori della freddezza razionale moderna del soggetto vivente che libera l’uomo dalla sua responsabilità storica di individuo vivo. “Potremmo dire che, per tutte le complesse deviazioni della storia, l’origine dello stato moderno e del potere politico moderno può essere rintracciata precisamente qui, ovvero, ancora una volta, in un momento in cui la ragione umana comincia a «liberarsi» dall’uomo in quanto tale, dalla sua esperienza personale, dalla coscienza personale e dalla responsabilità personale e, in tal modo, anche da ciò a cui, entro la cornice del mondo naturale, tutta la responsabilità si relaziona in modo esclusivo: il suo orizzonte assoluto . Così come gli scienziati moderni separano il vero uomo dal soggetto dell’esperienza vissuta del mondo, allo stesso modo si comportano lo stato moderno e la politica moderna, e in maniera ancor più evidente.[4]

Sarà vero?

Nel lontano 2006 scrissi una cosa perfettamente opposta: “Quando, tra cinquemila anni, chissà da quale anfratto intergalattico, nello spazio, le future generazioni - coscienti che nella storia dell’umanità non esistono esperienze che, per quanto nuove o rinnovatrici, non siano in qualche modo riconducibili ad esperienze precedenti - per conoscersi meglio ci osserveranno, che cosa vedranno? Come sintetizzeranno la multiforme vita di ciascuno di noi? A che cosa ci ridurranno? Come ci caratterizzeranno? Forse racconteranno la breve storia della nascita e della prima, lenta evoluzione dell’intelligenza. Tracceranno il passaggio, a diversi ritmi di accelerazione, della logica: dalla sua complessità ontologica alla sua complessità tecnologica fino alla attuale complessità epistemologica. Descriveranno la nostra emancipazione attraverso le quattro tappe della modernizzazione: dalla conquista della posizione retta alla coltivazione dei campi, dalla produzione industriale ai network della comunicazione. Ci rappresenteranno dentro le varie forme in cui è evoluta la nostra associazione di individui: in gruppi, organizzazioni, comunità, società. Ci raffigureranno come un coacervo indistinguibile e spesso, per fortuna, incomprensibile di razionalità e ragionevolezza, follia e spensieratezza, teorizzazione e sperimentazione, tentativo ed errore, sensazione, emozione, ira, violenza, programmazione, improvvisazione, usurpazione e giustizia, privazione e libertà. Ma, sopra tutto, emergeranno inequivocabili e chiari i due segni più esaltanti della nostra presenza nel mondo: la conoscenza scientifica e l’azione politica[5].

Dunque io la penso diversamente da Havel e dal suo filosofo di riferimento Václav Bĕlohradský.

Perché?

Su un punto siamo, mi pare, tutti d’accordo: scienza e politica sono il dominus della vita umana. Nel male, per loro, perché imprigiona l’uomo nella sua individualità. Nel bene, per me, perché libera l’umano con una emancipazione soggettiva.

Io non vedo solo l’accezione negativa del potere, su cui si crogiola tanto politicume letterario – per dirla con Carducci – a cui Havel e il suo epigone filosofico ceco Bĕlohradský danno una, seppur intelligente, credibilità. Ho imparato la formula di Bertrand Russell, secondo cui “il potere sta alle scienze sociali come l’energia alla fisica[6], e la tengo ben presente. Con l’energia ci si può fare una bomba in grado di distruggere l’intero nostro pianeta; ma ci si può anche fare la luce, i mezzi di trasporto, le medicine che permettono all’individuo uomo di sopravvivere socialmente come soggetto umano. Ugualmente con il potere ci si possono fare grandi regimi totalitari, enormi recinti di dolore in cui imprigionare e al tempo stesso esaltare l’aberrazione umana, templi di terrore quotidiano in cui l’individuo – è vero – è definitivamente sottratto a se stesso; ma anche grandi civiltà, livelli di solidarietà soggettiva che nessun altro essere vivente ha saputo mai istituire, addirittura istituzionalizzare, formalizzare in istituti politici di riferimento a cui far valere la propria ragione, il ragionamento collettivo che ci ha permesso inaspettatamente di sopravvivere in un mondo ostile e minaccioso, come esseri più deboli, grazie alla convivialità di specie. Secondo Wilson, noi siamo sopravvissuti grazie alla nostra eu-socialità. Noi ci siamo sviluppati perché l’eu-socialità ha trasformato i nostri deficit in incommensurabili risorse.

Il potere è neutro.

L’umano no.

Anzi, al contrario di quel che sostiene Havel, è proprio la neutralità del potere, proprio la sua impersonalità, che estende in modo sproporzionato la responsabilità dell’umano. È proprio il pensiero scientifico, logico, razionale e ragionevole, proprio l’estraneazione della colpevolezza dal potere politico, che rende l’essere umano responsabile delle sue situazioni, delle sue organizzazioni, delle sue azioni, delle sue relazioni e delle sue decisioni (che sono il prodotto delle sue cognizioni).

Cercare un Demone nel potere impersonale della scienza e della politica, è un altro modo di cercare un Dio “nell’ordine del mondo naturale[7].

Per me, non c’è bisogno di alcun Demone, né di alcun Dio.

L’uomo è sufficiente a se stesso come individuo e come soggetto.

E non c’è bisogno nemmeno di contrapporre l’uno all’altro.

Nel nuovo mondo che stiamo vivendo, in questa nuova cosmogonia della società della comunicazione, la imperante logica quantistica ci aiuta a superare – senza tralasciare – ogni dicotomia, ogni rigida alternativa tra opposti. Esistono degli intervalli contenuti in due opposti complementari, da una parte il bene e dall’altra il male. Noi viviamo costantemente all’interno di questo intervallo; di volta in volta, uomini e Dei, un po’ bene un po’ male, individui e soggetti, logici ed emozionali, razionali e istintivi, ragionevoli e sentimentali, normali e folli, tradizionali e innovativi, conservatori e riformatori… chi più ne ha, più ne metta. La variabilità della nostra connotazione (quanto siamo buoni e quanto siamo cattivi) dipende prevalentemente da tre fattori: il nostro posizionamento, la nostra percepibilità e la nostra connessione.
  1. Per posizionamento si intende come siamo collocati, in un determinato momento e in un determinato luogo, nel contesto sociale di riferimento. È la nostra storicità individuale e soggettiva. Non è detto che molti ferventi democratici come noi, se si fossero trovati nella Germania nazista di Hitler prima degli interventi bellici, con la più forte economia del mondo e la piena occupazione, non sarebbero stati altrettanti ferventi invasati del Fūhrer. È difficile non mitizzare il capo quando le cose vanno bene. Il nostro posizionamento è un fattore fondamentale per stabilire la nostra connotazione (quanto bene e, al tempo stesso, quanto male siamo).
  2. L’altro fattore è quello della percepibilità. La logica dei fenomeni dentro cui viviamo sta nei fenomeni; ma il significato di questi fenomeni sta dentro di noi. E lo comunichiamo continuamente l’uno all’altro con parole ed opere. La nostra sensibilità, in senso lato, cioè la nostra capacità di percepire l’infinito attorno a noi e di comprenderlo è parte fondamentale del nostro modo di essere. Se sento di essere minacciato mi difenderò con la fuga o l’aggressività. Se sento di essere accolto mi confiderò e mi affiderò all’altro. La nostra percezione può essere anche sbagliata, addirittura malata, e dunque la nostra reazione può essere altrettanto sbagliata o addirittura malata. Se una mattina mi sveglio e faccio una strage, perfino una strage pianificata in mesi e mesi di addestramento, se improvvisamente divento un mass murder e vado in una scuola a sparare a studenti, insegnanti e passanti, è molto probabile che io abbia una malattia mentale che mi induce a percepire nemici laddove nemici non ci sono. Tuttavia sempre di una percezione si tratta.
  3. Il terzo fattore di connotazione della nostra individualità e della nostra soggettività è la capacità di relazionarci con gli altri e con le cose, con le possibilità e con le occasioni: la nostra competenza alla connessione. La rete sociale c’è sempre stata nella intera nostra fitness evolutiva. Anzi, possiamo dire di esistere grazie alla “rete della vita[8] che ci ha accolti. La tecnologia l’ha solo resa evidente e ci ha dato la possibilità, grazie a questa visibilità, di fruirne meglio, con notevoli accelerazioni sociali. La rete però c’è sempre stata. È stata la vita, non solo nostra, sul pianeta Terra. Senza una competenza connettiva, senza una capacità di connettersi con l’ambiente e l’habitat saremmo, letteralmente, tutti morti. Anche solo per mangiare e bere, anche solo per far nascere i figli, anche solo per respirare occorre una competenza connettiva, una capacità di collegarsi agli altri, di stare nel nostro ambiente naturale e nel nostro habitat sociale. Oggettivamente, non possiamo farne a meno.

Per comprendere la rilevanza di questi tre fattori connotativi dei viventi, abbiamo bisogno di una nuova epistemologia nella società della comunicazione che ci faccia uscire definitivamente dalla lobotomizzazione del cervello tipica della società agricola e di quella industriale. Wilson reclama un nuovo illuminismo contro la tipica vita intellettuale occidentale, quando invece “i primi stadi di pensiero, quelli che contano, non affiorano andando a completare un gioco a incastro di specializzazioni”[9]; poiché, infine, “lo scienziato di maggior successo pensa come un poeta – guarda verso un orizzonte lontano che, a volte, si regge sulla fantasia – e lavora come un contabile[10].

Tornare a pensare al futuro prossimo venturo, dunque, con una nuova epistemologia, che è il potere/energia della società della comunicazione, per costruire un nuovo illuminismo, che è la simbiosi di ogni conoscenza e la simbiosi dell’individuo con il soggetto umano. Questo è l’EPIPOWER, il potere epistemologico della conoscenza, cioè semplicemente la nostra capacità di stabilire il vero e il falso, quello che è contemporaneamente vero e falso, la nostra capacità di costruire scenari di verità che siano più o meno corrispondenti alla realtà. Infatti, nella società della comunicazione “il criterio di demarcazione fra società aperta e società chiusa, è come quello fra scienza e non scienza, di natura metodologica[11]. Nella società chiusa il potere si esprime con un paradigma impositivo, fideistico, in cui ogni concettualizzazione critica è bandita, scacciata, emarginata, assassinata. La società aperta invece “è una società in cui i governanti sono controllati dai governati attraverso un FEDD-BACK-LOOP che permette la correzione delle loro decisioni.[12] I controlli devono essere funzionanti e automatici, come nella scienza il controllo epistemologico delle teorie. E come il confronto scientifico è il prodotto di una complessità interpretativa, cognitiva, espressiva, così “la struttura della società deve essere policentrica, cioè ricca di contro poteri politici, economici e spirituali.”[13]

I nuovi leader politici sono dei maestri dell’epipower. Frequentano paradigmi estremi.

Quando sono in opposizione non funziona mai niente, la vita è drammaticamente disgraziata e le decisione volutamente compromesse. Dopo qualche mese che sono al governo grazie alla descrizione dei drammatici deficit della loro stessa nazione, improvvisamente si vive nel migliore dei mondi possibili, le risorse diventano preziose, le opportunità insuperabili, le condizioni altamente qualificate. È cambiata la verità ma non è cambiata la realtà. Una volta modificata la verità ci si adopera a modificare la realtà, ma non nel senso del generale miglioramento della vita, nel senso della costruzione della vita che considera migliore colui che comanda.

Questa scissione tra verità e realtà, che è la minaccia più grande alla democrazia del XXI secolo, è dovuta alla supremazia dell’individuo sul soggetto, al controllo delle emozioni collettive contro la ferrea logica dei numeri; colpa di un uomo “radicato nell’ordine di un mondo naturale dai suoi amori, dalle sue passioni, dai suoi interessi, dalle sue opinioni personali, dal suo disprezzo, dal suo coraggio o dalla sua crudeltà[14]. Ogni volta che questo individuo è andato al potere ha generato enormi catastrofi, soffocando la logica scientifica che “apre strade attraverso la palude malsana dell’esistenza umana[15], deridendo e soffocando “campioni statistici di elettori, produttori, consumatori, pazienti, turisti o soldati[16] in favore di una fantomatica “nostra vera umanità[17] fatta “della nostra coscienza, del nostro senso comune, del nostro linguaggio naturale[18], favorendo in ogni modo le nostre emozionali verità alle razionali realtà di tutti; imponendo un noi individuale alla soggettività collettiva.

La questione è semplice: forse è vero che “l’unico metodo della politica è il successo quantificabile[19], ma questo metodo è la fortuna della politica democratica. L’altro metodo, quello del successo qualificabile, lascia in piedi una piccolissima questione: qualificabile per chi? qualificato da chi? qualità di chi? dalla “nostra vera umanità”[20]? vera per chi? e nostra di chi?

Nel 399 a.c., “vittima di una maggioranza[21], Socrate fu condannato a morte da 280 giudici di un tribunale di 500. L'accusa depositata fu, scrive Luciano Canfora “squisitamente religiosa e oscurantista: Socrate non crede negli déi in cui crede la città e inoltre corrompe i giovani[22]. L’accusa politica non fu avanzata direttamente, preferendo “la strada del processo del reato di opinione, nella convinzione (fondata) che fosse quella destinata ad incontrare il favore della maggioranza[23]. L'accusa politica “era nell'aria, volteggiava, per così dire, intorno al processo[24]. Lo stesso è accaduto e accade al processo che ancora si svolge, dopo 40 anni dalla sua morte, contro Pier Paolo Pasolini. Due martiri, fra tanti, della empietà e del conformismo culturale, sociale e politico, profondamente radicato.

Tuttavia Luciano Canfora non si pone tanto il problema del martirio, che pure è il problema essenziale, quanto il problema della “vittima di una maggioranza che sbaglia[25]. Si tratta di un tema storico della democrazia, abbondantemente frequentato.

Per quanto sia stato indagato questo problema non si è dissolto il suo inequivocabile argomento: se la maggioranza sbaglia – e certamente ha sbagliato spesso – la minoranza sbaglia molto di più. A meno che non si voglia credere ad un governo platonico di filosofi duri e puri che, quand’anche talvolta sbagliassero, rimarrebbero perfettamente integri nella loro onestà. Il paradosso sta nel fatto che quel rarissimo errore della santa minoranza al potere, o si scaricherebbe sulla maggioranza non decisionale (dimostrando al contrario che la maggioranza ha ragione) o su una minoranza più minoranza della minoranza direttiva, che per definizione sarebbe meno fallace della minoranza meno minoranza decidente. Alla fine della fiera, fatti alla mano, se la volgare democrazia sbaglia – e certamente sbaglia – la nobile aristocrazia o l’illuminato tiranno, sbaglia ancora di più.

In realtà si tratta ancora dell’ostinata ricerca del bene assoluto. I credenti di ogni confessione lo hanno nascosto in un altro mondo, per poter fare ciò che vogliono in questo. Per altri e per me, il bene è nemico del meglio. Gli umani non possono che fare, intanto, il meglio; in attesa che qualche disumano faccia chissà quando il bene.

In definitiva, nonostante gli strenui tentativi di trovare una strategia diversa, il fallibile piecemeal engineering, cioè la strategia gradualistica e decisamente fallace delle riforme, è una fortuna storica inequivocabile. Infatti soltanto la progettazione sperimentale delle riforme può legare l’uno all’altro, i momenti di discontinuità, senza che nessuno sprofondi nel baratro violento del vuoto politico. La transizione che abbiamo vissuto ci insegna che possiamo anche sbagliare drammaticamente, ma che soltanto con una strategia di sperimentazione di riforme innovative si può passare in modo meno traumatico possibile “dalla democrazia governata alla democrazia governante[26].

Dunque, che l’unico metodo della politica sia quantificabile, successo e/o corrispondente insuccesso, è una fortuna democratica che ci lega inscindibilmente alla realtà soggettiva e ci aiuta a non essere illusi o ingannati dalle sirene di una verità personale, individuale estremamente pericolosa. Non è vero infatti che “il potere impersonale ha raggiunto la sua più completa espressione nei sistemi totalitari[27]. Questo assioma non è dimostrato e per molti aspetti non dimostrabile. Tuttavia a me pare perfettamente il contrario: la tirannide e anche il totalitarismo è la massima espressione di un potere personale, spesso individuale, omogeneo, esclusivamente concentrato sulla nostra identità, su quella umanità che noi consideriamo naturale perché è soltanto la nostra eroica presenza al mondo. La tirannide, il totalitarismo sono l’espressione massima di una identificazione assoluta dell’universo a me, a noi, al “vero uomo[28] che gli scienziati separerebbero dalla “esperienza vissuta del mondo[29].

Credo perfettamente il contrario: e cioè che “la scienza naturale, il razionalismo, lo scientismo, la rivoluzione industriale[30] e, aggiungerei, il mercato, abbiano creato la democrazia; mentre invece “le complesse deviazioni della storia[31] (che a guardar bene deviazioni non sono) nascono proprio “dentro la cornice del mondo naturale[32], esclusivamente dipendente “dalla sua esperienza personale, dalla coscienza personale e dalla responsabilità personale[33]. La democrazia, viceversa, non ha mai liberato la ragione dall’uomo. L’ha soltanto resa collettiva e vincolata ad una oggettività sociale che ha dato conoscenza alla coscienza, grazie alla scienza ha indissolubilmente legato la verità alla realtà. La democrazia è l’unico sistema politico che conosciamo in grado di trovare un punto di equilibrio tra dimensione individuale e soggettiva dell’essere umano.

Maggiormente oggi, nell’epoca dell’epipower, del potere epistemologico della conoscenza, la democrazia è il prodotto della parola critica, del confronto comunicativo, della molteplicità identitaria, dei processi di oggettivazione scientifica che squarciano l’inganno degli slogan impostori, di una quantità che è pure la qualità dell’individuo soggettivo o del soggetto individuale. Giacché il connotato dei network politici contemporanei dipende dal punto in cui collocano se stessi, all’interno di un intervallo compreso tra i due estremi della autocrazia e della democrazia. In ogni punto di quell’intervallo di sostenibilità politica c’è sempre una simbiosi di realtà e verità, di individuo e soggetto, di razionalità e ragionevolezza, di logica e di emozioni, di sensazioni e di dimostrazioni, di giusto e di sbagliato. La quantità di autocrazia e/o di democrazia che costantemente vivono in noi e con noi, è determinata dal potere/energia che abbiamo a disposizione. In ogni nostro attimo, in ogni nostra azione, in ogni nostra parola, associazione, decisione, discussione risiede la fonte di quel potere che ci spinge verso l’autocrazia o verso la democrazia. E questa consapevolezza assorbe interamente la nostra responsabilità storica, personale e collettiva, individuale e soggettiva, di esseri socialmente esistenti.

ooo/ooo

[1] HAVEL Václav, La politica dell'uomo, Castelvecchi Editore, Roma 2014
[2] Havel V., cit. 2014
[3] Havel V., cit. 2014
[4] Havel V., cit. 2014
[5] CECI Alessandro, Intelligence e democrazia, Rubettino, SoveriaMannelli, 2006.
[6] RUSSELL Bertrand, Il potere, Feltrinelli, Milano 1972
[7] Havel V., cit. 2014
[8] CAPRA Fritjof, La rete della vita, Rizzoli, Milano 2001
[9] Wilson O. Edward, La conquista sociale della terra, Raffaello Cortina, Milano 2015
[10] Wilson O. E., cit., 2015
[11] PELLICANI Luciano, I nemici della società aperta, Mondoperaio, 9/10, 1981
[12] Pellicani L., cit. 1981
[13] Pellicani L. cit. 1981
[14] Havel V., cit., 2015
[15] Wilson O. E., cit., 2015
[16] Havel V,. cit,. 2015
[17] Havel V,. cit,. 2015
[18] Havel V,. cit,. 2015
[19] Havel V,. cit,. 2015
[20] Havel V,. cit,. 2015
[21] CANFORA Luciano, Critica della retorica democratica, Laterza, Bari 2002
[22] Canfora L., cit. 2002
[23] Canfora L., cit. 2002
[24] Canfora L.,cit. 2002
[25] Canfora L, cit. 2002
[26] Pellicani L., cit. 1981
[27] Havel V,. cit,. 2015
[28] Havel V,. cit,. 2015
[29] Havel V,. cit,. 2015
[30] Havel V,. cit,. 2015
[31] Havel V,. cit,. 2015
[32] Havel V,. cit,. 2015
[33] Havel V,. cit,. 2015

Commenti

Post popolari in questo blog

9 - EPISTEMICA DI JUNG

GEOPOLITICA DELLA PACE: Il governo degli "anticristo"

GEOPOLITICA DELLA PACE: Il caos planetario