TEORIA DELLA DIFFERENZIAZIONE FUNZIONALE: Congettura


Secondo Herbert A. Simon viviamo in un mondo di sistemi gerarchici “dove la complessità dovette svilupparsi dalla semplicità[1].

L’unica cosa semplice da capire è che Simon, e con Lui tutta una certa letteratura sulla complessità, sbagliava (e continua a sbagliare) clamorosamente. Non perché non esistano sistemi gerarchici, ma perché i fenomeni non procedono dalla semplicità verso la complessità e finiscono, eventualmente, nel caos. I fenomeni, tutti i fenomeni esistenti, sia che riescano, sia che falliscano, tendono inevitabilmente in senso opposto: dal caos alla complessità e dalla complessità verso la semplicità.

L’universo dei fenomeni esistenti, di tutti i fenomeni esistenti, pur incrementando costantemente la sua entropia sulla base della intuizione di Boltzman, tende ad essere ordinato. E lo fa, non con una regola universale, fideistica, quasi religiosa. Lo fa anche modificando strutturalmente regole e regolamenti, ma senza cambiare mai la propria regolamentazione: con un solo processo lo fa, sempre lo stesso, ovunque, dalla fisica alla biologia, nelle neuroscienze e in psicologia, dalla chimica alla sociologia, in economia e in medicina, dalla genetica alla politica; lo fa con il processo di differenziazione funzionale che semplifica costantemente la situazione caotica dell’esistente[2].

Tuttavia, prima di entrare nei contenuti di questa ipotesi, della nostra personale, personalissima congettura, è necessaria, anche se dispensabile, una annotazione di ordine epistemologico. Come possono, come mai e perché, un politologo ed un linguista, come noi, invadere questioni, temi e problemi che riguardano prevalentemente, se non esclusivamente, la fisica? Quale profanazione viene compiuta quale impudenza e che lesa maestà di discipline che si proteggono con un gergo specialistico da ogni possibile e sempre più probabile usurpazione?

Nessun timore: la congettura proposta è squisitamente linguistica; ed anche politologica. Ciò di cui trattiamo non riguarda la fisica soltanto, anche se apparentemente lo si potrebbe supporre. Riguarda tutti, in realtà, e, dunque, non riguarda niente. Però, ciò che non riguarda niente, non è detto che non riguardi nessuno. La nostra congettura riguarda i fenomeni, che sono l’essenza di ogni esistenza, il contenitore di ogni realtà e, quindi, il problema scientifico fondamentale che indaga ogni disciplina, dal suo esclusivo punto di vista, con la sua escludente percezione, ammesso e non concesso che le discipline esistano. Tante diverse gelstat disciplinari, se non la smettono di essere reciprocamente escludenti per la sindrome da autoesaltazione egocentrica, difficilmente sapranno dipanare i problemi scientifici che intendono affrontare. Restano formiche fideistiche, sostanzialmente mute, di fronte alla immensità dell’elefante; quando invece la forza del vivente (e non solo dell’umano) è stata la rete, cioè la connessione principalmente comunicativa interna a gruppi similari (che erano similari proprio perché interconnessi).

Ogni forma di vita è una vita sociale, ciascuno è un polo di una rete immateriale, che detiene il patrimonio delle reciproche conoscenze, che sostiene, finché può, la sopravvivenza della specie e che la tecnologia ha, via via, reso visibile. In questo senso internet non è una invenzione, ma una scoperta. In ogni caso, se le discipline non faranno rete, se non romperanno i loro confini o le loro rigide cornici, se non acquisiranno il concetto di orizzonte, se non si connetteranno, i problemi scientifici non verranno risolti. La corruzione aiuta sempre la conoscenza.

Ciò di cui trattiamo, allora, con la nostra incerta verità, riguarda i fenomeni, riguarda ogni dimensione della realtà e tutte le scienze.

Siamo arrivati a definire una architettura dei fenomeni, che crediamo unica per tutti i fenomeni, il processo di differenziazione funzionale che trasforma il caos in complessità, sviluppa un “intervallo di sostenibilità” che consente la gestione della crescente dell’entropia giustificando la formula di Bolzman dallo studio della sostenibilità dei sistemi complessi; che è un problema politologico fondamentale perché attiene all’equilibrio degli habitat che tutelano la vita, l’impatto sociale della decisione politica, la genesi e il governo dei network della quarta cosmogonia a cui partecipiamo.

Abbiate, allora, pazienza se invadiamo imprudentemente qualche campo protetto dalla alta tensione mortale della specializzazione. Non vogliamo togliere a nessuno la pretesa e presunta esclusività della propria intelligenza. Al limite, se proprio fosse necessario, toglieremmo la nostra. Ma non c’è bisogno. Il testo non si addentra appositamente nei meandri specialistici di gerghi esclusivi ed escludenti. Per provare a sbagliare di meno ci siamo arginati alla architettura di fenomeni che sono sociali, sicuramente. Anche se francamente crediamo che sociali siano tutti i fenomeni e che, dunque, la stessa architettura valga per tutti o che l’angolatura visuale fisica, biologica, antropologica, cognitiva, psicologica, pedagogica e di chissà quale altro punto di osservazione da aggiungere riguardi sempre la stessa struttura fenomenologica. E procediamo con l’ansia di essere rapidamente confutati senza protezioni fideistiche.

In ogni caso, l’architettura dei fenomeni, poiché ci siamo occupati soltanto di scienze sociali, resta un tema prevalentemente politologico. Così lo tratteremo, nonostante apparenti digressioni e nei limiti del nostro orizzonte disciplinare (nonostante lo scetticismo cinico e dissacrante della ignoranza). Resta plausibile, sul piano epigenetico e della sociobiologia (da Wilson a noi), il valore estensivo dell’architettura da noi proposta ad ogni altro fenomeno. È questo il problema scientifico principale.

Quella della fenomenologia, inaugurata da Brentano ed Husserl, crediamo che sia la questione epistemologica fondamentale che risolve, il dissidio proposto polemicamente da Popper tra discipline e problemi scientifici. Come è noto Popper sosteneva, con molte ragioni, che le discipline non esistono ma che esistono soltanto i problemi scientifici. Tuttavia se non ci sono fenomeni reali non possono esserci nemmeno problemi scientifici. Così la questione si dipana facilmente, considerando le discipline soltanto punti di osservazione di fenomeni reali comuni, private dalle proprie rigide cornici, con orizzonti teorici che si estendono tanto più si cammina o quanto più ci si alza dalla nostra minimale postazione, spesso eccessivamente specializzata. Senza camminare troppo per non disperdere tutte le energie in labirinti di sentieri, di cui si conosco i singoli sassi, ma non il verso. E senza alzarsi troppo in alto, da perdere la visibilità, ostruita da una coltre di idee nebulose.

Crediamo, inoltre, che dai tempi di Edmund Husserl (1859 - 1938), e prima ancora, quando nemmeno esisteva, dai tempi di Franz Brentano e della sua scuola, la fenomenologia fosse un problema scientifico. Non certo una disciplina; ma un problema che coinvolge differenti ambiti della conoscenza: l’insieme delle scienze fisiche e matematiche indubbiamente; l’insieme delle scienze biologiche e mediche; la vastità dell’insieme delle scienze sociali; l’insieme ben più ampio delle scienze letterarie e cognitive odierne in senso lato. Tutto. Perché la fenomenologia é il problema scientifico che si preoccupa del tutto; il tutto concepito nella sua struttura e nella sua regolarità. Non monete intere e nemmeno spiccioli; ma le regole di costruzione che fanno degli spiccioli una moneta intera e, viceversa, le regole di decostruzione che scompongono una moneta intera in tanti spiccioli. Non cambia, anche se oggi studiamo la stessa fenomenologia nella versione ologrammatica della complessità: il tutto concepito come nel simbolismo filosofico di Borges, nell’Aleph, il dio nei pisciatoi dello stupendo racconto, la visione intera della totalità dell’esistente (compreso l’osservatore che guarda) infrattato in ogni sottoscale, cioè a dire che in ogni piccola parte, in ogni ombra buia dimenticata, dove sempre ci sono gli infiniti elementi dell'universo.

Il fenomeno è il problema scientifico e le discipline non sono che uno strumento, per quanto insufficiente, comunque necessario alla sua descrizione, alla sua analisi, alla sua interpretazione. E per la sua percezione: giacché, che sia intuitiva (Husserl) o cosciente (Hegel) o esistenziale (Heiddeger), o apparente (Sartre), prima di tutto c'è la questione della percezione[3] che, se sottovalutata, induce non pochi errori o paradossi come ha ben illustrato Piergiorgio Oddifreddi.


NOTE

[1] Simon A. Herbert. THE ARCHITECTURE OF COMPLEXITY, in Proceeding of the National Academy of Science, USA, 106, 1962. E Simon sbagliava anche quando, nello stesso testo sosteneva che “Nella loro dinamica le gerarchie hanno una caratteristica, la semi-scomponibilità, che ne semplifica enormemente il comportamento. La semi-scomponibilità semplifica anche la descrizione di un sistema complesso e così è più facile capire come le informazioni necessarie per lo sviluppo o la riproduzione del sistema possono essere immagazzinate entro un perimetro ragionevole”. Ciò che Lui chiama semi-scomponibilità è un metodo, quello della decostruzione, che non semplifica un bel niente. Al limite ci fa passare da una complessità maggiore (n) a diverse complessità minori (n-x). Tuttavia sempre di complessità si tratta. Inoltre, il fatto che si possa meglio descrivere o analizzare una complessità decostruita non significa nulla in termini di dinamica fenomenologica; non per la nostra comodità possiamo sostenere che ci sia stato un passaggio di status. Non siamo noi gli Dei ordinatori delle categorie dell’universo in funzione dei nostri trucchi di facilitazione.
[2] Non entrerò nel dettaglio delle singole e singolari discipline. Qui affrontiamo popperianamente un problema scientifico, quello della dinamica fenomenologica, con una congettura, con una teoria. A ciascuno il compito della confutazione all’interno della propria inesistente disciplina. Vedi Popper R. Karl, POSCRITTO ALLA LOGICA DELLA SCOPERTA SCIENTIFICA, Il Saggiatore, Milano
[3] Anzi, a rigore, dovremmo affermare che le scienze cognitive (meglio ancora se neuroscienze) vengono prima, o meglio ancora, vengono per prime nella questione fenomenologica. Non ce ne voglia Popper, per il quale si sa, la psicologia, la psichiatria e in generale l'approccio cognitivo non ha alcun valore scientifico in quanto inconfutabile; ma la questione era già nota alla filosofia antica e a quella analitica, lo è ora per la logica modale, quella dialettica, quella atomistica e quella operativa. Lo è inequivocabilmente per ogni versione di epistemologia. È vero che la maggioranza degli psicologi, specie italiani, in nome di un banale contenzioso emozionale e antilogico, rifiutano di darsi uno statuto epistemologico. Ma è una stupidaggine indotta da un pregiudizio, da un fondamentalismo religioso di chi crede si possa comprenderla complessità della psiche lobotomizzando il cervello in emisfero destro e sinistro.

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