PRO CICERO: Vir bonus di vendi peritus
la filosofia pragmatica e la nascita delle scienze sociali
“…nessuna bestia è più feroce dell’uomo che abbia la
possibilità di dare armi al proprio risentimento”
Plutarco[1]
Introduzione
Controverso.
Cicerone fu giudicato in modo controverso dai suoi critici e dai suoi sostenitori contemporanei e successivi.
Fu conteso e contestato.
Tuttavia, sebbene equivocato ed equivocabile, Cicerone non fu mai equivoco.
Anzi.
Non ci inganni l'ironia.
Cicerone non fu, come diremmo oggi, un giurista (aveva attorno a sé un certo numero di assistenti che studiavano le norme). Non fu, a dire il vero, nemmeno principalmente un politico. Forse lo divenne per caso, o per coerenza, sebbene fu protagonista a Roma e ottimo magistrato (Questore nel 75 a.C.) in Sicilia. Ammirato e temuto a Roma. Amato ed osannato in Sicilia.
Cicerone fu principalmente un filosofo, il padre di quella filosofia pragmatica che deriva direttamente da Aristotele e che è il presupposto di quelle che per noi sono le Scienze Sociali.
L'ironia sta nel fatto che Egli scrisse le sue opere politiche utilizzando, in latino, gli stessi titoli delle opere di Platone (De Re Publica, De Legibus), ma con un contenuto profondamente aristotelico, se questa distinzione era plausibile allora.
In ogni caso, a scanso di fraintendimenti, Cicerone lo chiarisce inequivocabilmente nelle sue "Discussioni Tuscolane" ("I termini estremi del bene e del male"): "... sic hominem ad dueas res, ut ait Aristoteles, ad intellegendum et agendum, esse natum quasi mortalem deum..." (II, 13, 40)
"... Così l'uomo, come dice Aristotele, è nato, come se fosse un dio mortale, per due cose: il pensiero e l'azione...".
E, se non fosse chiaro, specifica il profondo significato della vita umana: "Nos beatam vitam non depulsione mali, sed adeptione boni iudecemus, nec eam cessando ... se agendo aliquid considerandove quaeramus." (II, 13, 41)
"Giudichiamo la felicità della vita non dal male respinto, ma dal bene acquistato, e cerchiamola, ... non con l'ozio inattivo, ma con l'azione e il pensiero."
Questa congiunzione aristotelica tra pensiero e azione è l'essenza della filosofia pragmatica di Cicerone e la nascita delle Scienze Sociali.
Poi bisognerà giudicare cosa si pensa e come si agisce.
Poi... poi...
Il proemio del De Repubblica, ad esempio è chiarissimo, direi illuminante rispetto alla sua epistemologia (anche se naturalmente Lui non la chiamò mai così). È qui infatti, anche secondo Wilfried Stroh, che in modo più evidente e clamoroso possibile, “si sostiene che la vera politica non è nient’altro che filosofia applicata”[2].
Evidentemente Stroh si riferisce a questo passo: “Non basta possedere la virtù come un’arte, se non te ne servi; un’arte, se non la applichi in pratica, puoi conoscerla teoricamente, la virtù invece sussiste esclusivamente in quanto applicazione pratica; e la massima applicazione che se ne possa attuare è il governo dello Stato e la realizzazione concreta, non a parole, di quanto costoro vanno predicando nel chiuso delle loro scuole”[3].
Stroh sbaglia, però.
Diciamo che egli è impreciso.
Cicerone non dice propriamente che la politica è una attività pratica. Dice che la vera politica è una filosofia pragmatica. Si tratta di una differenza enorme, come vedremo. E come vedremo questa differenza avvicina di più Cicerone ad Aristotele che a Platone, come invece sostiene Stroh e come, paradossalmente, lo stesso Cicerone riteneva.
Soltanto per specificare all’inizio un concetto che verrà abbondantemente trattato nel proseguio. In primo luogo, il termine ars, come puntualizza correttamente la nota di redazione, non significa semplicemente arte, in termini di abilità o di azione; “il senso di ars va qui inteso nell’accezione di conoscenza teorica suscettibile di applicazione pratica”[4]. In secondo luogo, “civitas gubernatio” non può essere tradotto con “governo dello Stato”, ma con “governabilità cittadina”. Il governo dello Stato riguarda la amministrazione del politica, il potere formale e formalizzato; diremmo oggi, il potere amministrativo nel palazzo del governo. La governabilità cittadina riguarda, invece, il mantenimento dell’equilibrio sociale; diremmo oggi la cultura della città, la governance politica.
Così interpretato e tradotto quindi si capisce perfettamente che Cicerone non si riferisce ad una dimensione pratica della politica, ma ad una dimensione pragmatica della filosofia, come effettivamente afferma subito dopo: “Dal momento che toccò a noi di conseguire alcunché di memorabile nel governo dello Stato ed insieme una certa capacità a svolgere le dottrine politiche non soltanto con la pratica ma anche con la preoccupazione di apprendere, <possiamo> essere guide anche dell’insegnare; mentre dei miei predecessori[5] alcuni, di cui non si ricorda nessuna azione, saranno stati accuratissimi nell’esposizione teorica, altri per contro degni di considerazione nella loro attività pratica, ma rozzi nell’analisi dottrinale.”[6]
Noi chi?
Gli scienziati sociali, coloro che sono in grado di svolgere una analisi scientifica, di applicare una filosofia pragmatica, di partecipare direttamente o come analisti alla vita politica: “Se tuttavia ancora vi sono di quelli che si lasciano influenzare dall’attività dei filosofi, dedichino un poco di attenzione ed ascoltino coloro che sono in grandissima autorità e rinomanza presso le persone più dotte; costoro io ritengo che, pur senza partecipare attivamente alla politica, ma per il solo fatto di aver indagato e scritto su molti problemi di politica, abbiano in qualche modo partecipato al governo dello Stato. E vedo allora che quasi tutti i sette sapienti, come li chiamano i Greci, entrarono nel vivo della vita politica[7], ché non v’è alcuna attività in cui l’umana virtù si accosti maggiormente alla potenza degli déi, che nel fondare nuovi Stati e conservare i già fondati.”[8]
Subito e con una determinazione inconfondibile, nel primo capitolo del De Republica, dunque, Cicerone ci dice quale è la funzione della conoscenza sociale: essere una filosofia pragmatica applicabile (e applicata) alla vita; cioè la società che, tramite la fondamentale struttura dello Stato e la funzione privilegiata delle sue Leggi, garantisce la sopravvivenza e la convivialità degli umani.
Subito e con una granitica determinazione, nel primo capitolo del De Republica, Cicerone ricompone la scissione post-socratica tra filosofia e politica.
Secondo Hannah Arendt “Detto altrimenti, il conflitto tra la filosofia e la politica, tra il filosofo e la polis, esplose dopo che Socrate, più che svolgere un ruolo politico, aveva volute rendere la filosofia rilevante per la polis. Il conflitto si fece sempre più netto perché il tentativo coincise (ma probabilmente non si trattò di una semplice coincidenza) con il rapido declino della vita politica ateniese nei trent’anni che separano la morte di Pericle dal processo di Socrate. Il conflitto si concluse con la sconfitta della filosofia: a quel punto un filosofo avrebbe potuto proteggersi dal sospetto e dall’ostilità del mondo circostante solo mediante la famosa apolitia, l’indifferenza e il disprezzo per la città, che sono tipiche delle filosofie postplatoniche.”[9]
Il tema è stato unitamente ripreso da Donatella Di Cesare: “Platone trasforma quella morte (la morte di Socrate, ndA), la rende immortale, fa della sconfitta una vittoria. Anzitutto sulla città decadente, ma poi anche sul mondo. Ritraendosi dalla catastrophe del bíos politikós, la filosofia erigerà un altro ordinamento, una città oltrepolitica nel ricordo. La vita teoretica si allontana dalla polis, il cui crollo trova il suggello in quell’infame condanna.”[10] Con Platone, “i filosofi diventano stranieri ovunque nel mondo”[11], errabondi in un interstizio di vita, i filosofi sono esiliati dalla politica assassina: “Né potranno mai dimenticare la morte di Socrate, quell’orrendo scandalo che, nel loro esilio, sarà monitor di un conflitto latente, provvisoriamente sopito e solo rinviato con la città.”[12]
Dunque, Platone, traumatizzato dalla condanna e dalla morte di Socrate, ha scisso la politica dalla filosofia, nell’ipnotico bios theoretikos, fuori dalla terra della concretezza storica, nella gestione quotidiana del potere, lasciata esclusivamente nella corruttibile città della politica. Proprio perchè emarginati, esclusi, fuori dalla corruzione del potere, pieni di assoluta conoscenza, I filosofi sono gli unici che possono governare per tutti sopra ogni parte. “Alato è solo il pensiero dei filosofi che, interrompendo l’esilio, prendono congedo temporaneo dalla pedestre piattezza, per abitare in un altrove, per elevarsi al di sopra, in un viaggio di ritorno, un’ascensione sovversiva, che li rende testimoni uranici capaci di guardare il mondo laggiù, quello della città, con occhi iperuranici. I filosofi sono i sublimi migranti del pensiero.”[13]
Cicerone toglie ogni verginità immacolata ai filosofi, cercando uno studio che fosse “molto più fruttuoso di tutto quanto ci hanno lasciato scritto i Greci”[14]. Non bisogna rinunciare ad essere filosofi. Non bisogna industriarsi ad essere pratici. Bisogna essere, aristotelicamente, scientifici. Non pratici ma pragmatici e “dedicarsi finalmente un poco allo studio della scienza.”[15]
Cicerone è perfettamente consapevole che la filosofia pragmatica necessita di una epistemologia nuova, una epistemologia della vita, una lebenswelt, come la chiamerà molti anni dopo Husserl, per le scienze sociali: “Ché se vi piacciono tanto gli studi teorici dei Greci, altri ancora ve ne sono più liberi e più alla portata di tutti, i quali possiamo indirizzare alla pratica della vita o anche alla stessa politica.”[16]
Quali studi scientifici può acquisire la filosofia pragmatica di cui abbiamo bisogno? Quelli matematici o fisici, cioè quegli studi razionali che disegnano la volta celeste e il movimento dei pianeti? Quegli studi che spiegano “come mai sono apparsi due soli”[17]? Cicerone ritiene “che ci debba interessare di più quel che ci sta davanti agli occhi”[18]; non il praticume di un agire interessato e individualmente vantaggioso, ma lo studio scientifico che indaga sul “perché mai in un solo Stato vi siano due senati ed ormai quasi anche due popoli”[19]. Cicerone è perfettamente cosciente, che io sappia per primo, che bisogna aprire un nuovo orizzonte epistemologico, non la razionalità della matematica, non l’astrattezza della filosofia platonica, ma la teoretica aristotelica, la lebenswelt, “di quelle scienze che ci permettono di renderci utili alla città”[20], delle scienze della vita, l’orizzonte nuovo delle scienze sociali (che Lui interpreta come filosofia pragmatica): “Pertanto, ragazzi, se mi vorrete dare ascolto, non preoccupatevi del secondo sole; ché infatti o non può essere, o ammesso anche che sia apparso, purché non rechi danno, non possiamo sapere nulla su siffatti problemi, o dato anche che ne acquistassimo piena cognizione, non certo per questa conoscenza potremmo essere migliori né più felici; mentre invece è possibile avere un solo popolo ed un solo senato, e assai dannoso sarebbe se ciò non si attuasse, mentre sappiamo e vediamo che se ciò ci raggiungesse le cose starebbero diversamente e vivremmo meglio e più felicemente.”[21]
Dunque Cicerone ricompone la scissione post-socratica procurata da Platone. Porta la filosofia in città e la città alla filosofia. Sceglie, non l’ideologismo platonico e nemmeno il praticume interessato del protagonismo personale. Sceglie il pragmatismo, il paradigma scientifico aristotelico: la scienza sociale.
Infatti, la filosofia paradigmatica di Cicerone è proprio quella che noi chiamiamo oggi la scienza sociale. Cicerone inaugura un nuovo orizzonte epistemologico. E nel riproporre provocatoriamente la titolazione platonica (De Republica, De Legibus), quasi a comunicare che bisognasse riscriverli, riformula la filosofia in scienza, quella che Husserl prima di morire chiamò Lebenswelt, la scienza della vita.
Con la medesima dizione platonica, Cicerone manda al mondo una dichiarazione aristotelica: sia per quanto riguarda la teoria delle forme; sia per quanto riguarda lo studio e la funzione delle costituzioni; sia infine in termini epistemologici, come vedremo, in cui eviterà la maieutica imprigionata irreversibilmente nella doxa, per utilizzare la teoretica oratoria, proiettata verso l’epistemé o, meglio, verso quella che Cicerone chiamava “l’eloquenza dei fatti”.
Letta così, come va letta, tutta l’opera di Cicerone, sia in vita che in lettere, in quella particolare magnifica vita fatta di lettere, è organica e coerente, lineare e salda. In ogni caso, inequivocabile.
Eppure piuttosto equivocata. Quando invece “man a mano che la sua educazione procedeva, Cicerone deve essersi scontrato duramente con una schizofrenia insita nella cultura romana.”[22]. Infatti, contrariamente a quanto spesso si sospetta, la vita di Cicerone fu coraggiosa, addirittura impavida, di quel coraggio silenzioso che consiste nell’accettare i compromessi e i consecutivi insulti, le dichiarazioni necessarie e le errate interpretazioni, ma di scegliere sempre, nei momenti culminanti e decisivi, oltre anche gli affetti e le amicizie, oltre la consapevolezza dei reciproci valori (come fu quando scelse Pompeo contro Cesare, perfettamente cosciente della sperequazione delle forze e della intelligenza militare) per la forza di idee che mai sono diventate ideologie (l’ide di Repubblica).
Le scienze sociali furono per Cicerone la sintesi perfetta tra l’insuperabile pensiero greco e l’imparegiabile azione di Roma.
NOTE
[1] Plutarco, Cicerone, 46, 6, in Vite, vol.2, Utet, Torino 1992, pag. 693
[2] W. STROH, Cicerone, Il Mulino, Bologna 2010, pag. 12.
[3] M. T. CICERONE, De Republica, 2,2, in Opere Politiche e Filosofiche, Vol. I, Utet, Torino 1997, pag. 161: “Nic vero habere virtutem satis est quasi artem aliquam nisi utare; etsi ars quidem, cum ea non utare, scientia tamen ipsa teneri potest, virtus in usu sui tota posita est; usus autem eius est maximus civitatis gubernatio et earum ipsarum rerum, quas isti in angulis personant, reapse, non oratione perfectio.”
[4] M. T. CICERONE, cit. 1997, nota n.12, pag. 161
[5] è il grammatico romano Nonio Marcello che parla per Cicerone nella lunga orazione iniziale, nda.
[6] M. T. CICERONE, cit. 1997, 8,13, pag. 171: “Quibus de rebus, quotiam nobis contigit, ut idem et in gerenda re pubblica aliquid essemus memoria dignum consecuti et in explicandis rationibus rerum civilium quandam facultate non modo usu set etiam studio discendi et docendi esse <possu>mus auctores, cum superiores alii fuissent in disputationibus perpoliti, quorum res gestae nullae invenitur, alii in gerendo probabiles, in disserendo rudes.”
[7]Talete di Mileto, Solone di Atene, Biante di Priene, Pittaco di Mitilene, Cleobulo di Lindo, Periandro di Corinto, Chilone di Sparta, «tutti costoro, al di fuori di Talete di Mileto, furono al governo della loro città». (M.T. CICERONE, De oratore, III, 34, 137).
[8] M. T. CICERONE, cit. 1997, 7,12, pag. 171: “Ac tamen si qui sunt, qui philosophorum auctoritate moveantur, dent operam parumper atque audiant eos, quorum summa est auctoritas aput doctissimos nomine et gloria; quos egos existimo, etiamsi qui ipsi rem publicam non gesserint, tamen, quoniam de republica multa quaesierint et scripserint, functos esse aliquo rei pubblicae munere. Eos vero septem, quos Graeci sapientis nominaverunt, omnis paene video in media re publica esse versatos. Nequem enim est ulla res, in qua propius ad deorum numen virtus accedat humana, quam civitatis aut condere novas conservare iam conditas.”
[9] H. ARENDT, Socrate, Raffaello Cortina Editore, Milano 2015, pag. 48.
[10] D. DI CESARE, Sulla vocazione politica della filosofia, Bollati Boringhieri, Torino 2018, pagg. 59 - 60
[11] D. DI CESARE, cit. 2018, pag. 60
[12] D. DI CESARE, cit. 2018, pag. 60
[13] D. DI CESARE, cit. 2018, pag. 67
[14] M. T. CICERONE, cit. 1997, 23,37, pag. 197: “…spero enim multo uberiota fore, quae a te dicentur, quam illa, quae a Graecis nobis scripta sunt, omnia.”
[15] M. T. CICERONE, cit. 1997, 9,14, pag. 173: “Libente me vero, ut aliquid aliquando de doctrinae studiis admoneamur”.
[16] M. T. CICERONE, cit. 1997, 18,30, pag. 191: “Quodsi studia Grecorum vos tanto opere declectant, sunt alia liberiora et transfusa latius, quae vel ad usum vitae vel etiam ad ipsam rem publicam conferre possumus.”
[17] M. T. CICERONE, cit. 1997, 19,31, pag. 193: “quo modo duo soles visi sint”.
[18] M. T. CICERONE, cit. 1997, 19,31, pag. 193: “ego autem haec, quae videntur ante oculos esse, magis putem quaerenda”.
[19] M. T. CICERONE, cit. 1997, 19,31, pag. 193: “cur in una re pubblica duo senatus et duo paene iam populi sint”.
[20] M. T. CICERONE, cit. 1997, 19,31, pag. 193: “Eas artis, quae efficiant, ut usui civitati simus”.
[21] M. T. CICERONE, cit. 1997, 19,31, pag. 193: “Quam ob rem, si me audietis, adulescentes, solem alterum ne metueritis; aut enim nullus esse potest, aut sit sane ut visus est, modo ne sit molestus, aut scire istarum rerum nihil aut, etiamsi maxime sciemus, nec meliores ob eam scientiam nec beatiores esse possumus; senatum vero et populum ut unum habeamus, et fieri potest, et permolestum est, nisi fit, et secus esse scimus et videmus, si id effectum sit, et melius nos esse victuros et beatius.”
[22] A. EVERITT, Cicerone. Vita e passioni di un intellettuale, Carocci Editore, Roma 2003, pag. 54
Commenti
Posta un commento