PRO CICERO: L'eloquenza dei fatti

Il nuovo orizzonte epistemologico delle scienze sociali.

Nonostante i tentativi abbozzati da Aristotele, non c’erano le scienze sociali prima di Cicerone.

I domini della conoscenza con valore epistemologico (almeno a partire da Talete) erano soltanto due: quello delle scienze matematiche e fisiche, quello delle scienze mediche e biologiche. Tutto derivante dalla filosofia madre (per i meno specializzati) e matrigna (per i più specializzati).

Aristotele aveva abbozzato un primo tentativo per decostruire un nuovo campo di studi, un nuovo dominio della conoscenza, con la classificazioni delle costituzioni delle varie città greche. Si trattava però più di un esercizio di logica, in merito al concetto di categoria, che un vero e proprio approccio metodologico rispetto a un nuovo corpus della conoscenza

È proprio Cicerone ad inaugurare il nuovo orizzonte epistemologico.

Che cosa è un orizzonte epistemologico?

Thomas Kuhn ha sempre creduto che i paradigmi teorici siano stati tra di loro incommensurabili. Anzi, da questo punto di vista, Egli considera una teoria un’ambito angusto e limitato della conoscenza scientifica condivisa tra i membri di una definita comunità scientifica. Addirittura, avendo il termine teoria una struttura di natura e portata troppo limitata, “suggerirei l’espressione ‘matrice disciplinaria': ‘disciplinaria' poiché si riferisce al possesso, comune a coloro che sono impegnati nella ricerca, di una particolare disciplina; ‘matrice' poiché è composta di elementi ordinati di vario genere, ciascuno dei quali esige una ulteriore specificazione.[1]

Ora una matrice si definisce se si distingue in base agli elementi che la compongono. Infatti Kuhn ne individua quattro: le generalizzazioni simboliche, ovvero le componenti formali (leggi) di una matrice disciplinaria[2]; le parti metafisiche del paradigma, ovvero i dogmi condivisi dai membri di una comunità scientifica che ne determinano la adesione[3]; i valori, che consistono in quelle concezioni condivise dai membri di diverse comunità scientifiche[4]; gli esemplari, cioè le “concrete soluzioni dei problemi”, quelle che vengono praticamente applicate[5].

Popper contesta decisamente questo approccio paradigmatico almeno su due aspetti fondamentali. Il primo è il problema della incommensurabilità; fa notare che due teorie logiche incompatibili saranno, in generale, “commensurabili”. L’incommensurabilità è molto più radicale della incompatibilità; mentre l’incompatibilità è una relazione logica e perciò fa riferimento a un’unica cornice logica, l’incommensurabilità suggerisce la non esistenza di una cornice logica comune. Il secondo riguarda il concetto stesso di cornice, il mito tirannico della verità assoluta: “Le prigioni sono le cornici. E quelli a cui non piacciono le prigioni sono quelli che si opporranno al mito della cornice. Costoro saranno felici di intrattenere una discussione interlocutori provenienti da altri mondi, da altre cornici, perché ciò darà loro l’opportunità di scoprire le proprie inaspettate catene, di romperle e perciò di trascendere se stessi. Questo infrangere la propria prigione non è certamente questione di routine; può soltanto essere il risultato di uno sforzo critico, di uno sforzo creativo.[6]

Alla cornice Popper sostituisce il problema. Si vanta anzi: “Di solito, inizio le mie lezioni sul metodo scientifico dicendo ai miei studenti che il metodo scientifico non esiste. Aggiungo che dovrei saperlo, visto che sono stato, almeno per un certo periodo, il solo ed unico professore di questa inesistente disciplina nell’ambito del Commonwealth britannico.[7]

Per Popper le discipline non esistono in diversi sensi.

In primo luogo, “la mia disciplina non esiste perché le discipline non esistono in generale. Non ci sono discipline: né rami del sapere – o, piuttosto, d’indagine: ci sono soltanto problemi e l’esigenza di risolverli.[8]

Inoltre, “il metodo scientifico riveste una posizione piuttosto peculiare nel suo essere persino meno esistente di altre inesistenti discipline”: perché “non c’è alcun metodo per scoprire una teoria scientifica”, perché “non c’è alcun metodo per accertare la verità di una ipotesi scientifica, cioè nessun metodo di verificazione”; perché “non c’è alcun metodo per accertare se un’ipotesi è «probabile», o probabilmente vera.[9]

Infine, Popper ritiene “che vi sia solo una via d’accesso alla scienza – o alla filosofia: imbattervi in un problema, vederne la bellezza e innammorarvene; sposarlo, e convivere felicemente con esso, finché morte non vi separi – a meno che non incontriate un altro e ancor più affascinante problema, o a meo che, in verità, non ne otteniate una soluzione. Ma anche se riuscite a trovare una soluzione, potreste poi scoprire, con vostra delizia, l’esistenza di una intera famiglia di incantevoli, anche se forse difficili, figli del problema, per il cui benessere potreste lavorare, con uno scopo, fino alla fine dei vostri giorni.[10]

Popper esagera?

Forse.

Mi rendo perfettamente conto che la disciplina è una prigione che impone una specializzazione ossessiva. E certamente una specializzazione ossessiva è un limite enorme alla conoscenza scientifica.

Anche il problema, però, definisce un dominio cognitivo fatto di relazioni logiche e connessioni semantiche. Un dominio cognitivo ha sempre una sintattica globale (metodologia) e una semantica locale (significati). Non dico che occorra una cornice. Non c’è dubbio che la cornice costituisce un deficit epistemologico strutturale e il presupposto logico di una teocrazia intellettuale; ma una epistemologia comprensiva di tutte le dimensioni logiche note, non può perdersi attorno ad una discussione critica che, nonostante si tratti di teorie, nonostante incrementi indubbiamente il valore informativo, rischia di restare nella Doxa e di non raggiungere mai l’esistente. La contestazione che fu per Socrate vale anche per Popper.

Per Kuhn, portatore di una dialettica Hegeliana applicata alla scienza, la conoscenza procede per rivoluzioni paradigmatiche. La struttura fondamentale della conoscenza storica sarebbe il paradigma che afferma e impone la sua tesi. La tesi del paradigma prevalente viene contraddetta da una anomalia e la scoperta di questa anomalia induce alla rivoluzione contro la tesi, alla costruzione di un paradigma antitetico, che si propone dolorosamente e poi si impone a sua volta, sostituendo il precedente. La conoscenza scientifica sarebbe il prodotto di questa infinita ricorsività dialettica di tipo rivoluzionario.

Per Popper, invece, la scienza procede con una sua logica democratica acquisitiva. Ogni proposizione ha un valore scientifico soltante se è falsificabile. Una congettura falsificabile, che sia o no falsificata (confutata) dal razionalismo critico, incrementa il valore informativo della conoscenza tramite i due principi fondamentali della oggettivazione (grado di verosimiglianza di una verità rispetto alla realtà) e demarcazione (valenza scientifica di una ipotesi teorica). La conoscenza scientifica sarebbe il prodotto di questo infinito processo informativo costruito sulla fondamentale relazione comunicativa che rompe i confini ideologici, riforma gli errori e riformula i problemi.

Oggi noi siamo invece portatori di una nuova epistemologia, di teorie epigenetiche che indicano nella formazione dell’habitat sociale e delle sue strutture di organizzazione, l’elemento fondamentale per l’evoluzione biologica dei viventi. Non un artificio o un artefatto, quindi, ma una situazione funzionale alla propria condizione di vita.

Per definire una nuova epistemologia, una lebenswelt, una scienza della vita, come avrebbe voluto fare Husserl e non ne ha avuto il tempo, occorre qualcosa in più. Per la lebenswelt occorre considerare i domini e i pesi concettuali e teorici. Gadamer, con il concetto fondante di orizzonte, e Sartori con i fondamentali valori ponderali, lo hanno fatto capire bene.

Gadamer…

Sartori…

Ma Cicerone lo aveva detto prima di loro. Prima di tutti. Perché Cicerone è stato il primo a tracciare l'orizzonte delle scienze sociali. Il primo a capire l’esigenza insuperabile della lebenswelt.

Cicerone credeva – come sostiene Grimal – che “i discepoli di Aristotele erano i filosofi che maggiormente potevano servire la causa dell’eloquenza.” (pag. 39); perché l’oratorio era la sua epistemologia. Non la maieutica socratica, priva di episteme e comunque imprigionata nella Doxa, non l’lo neologismo platonico chiuso nella turris aburnea della conoscenza pura, ma l'oratoria, la dimostrazione della ragione ragionevole che conteneva inevitabilmente la teoretica aristotelica. L'oratoria, la dimostrazione di una ipotesi, di una congettura, confutabile con altra o altre congetture che si confrontano in una discussione visione critica, opposte e spesso contrapposte le una alle altre, ipotesi verosimili presentate con un metodo e che ogni volta aumentano il valore informativo della conoscenza. L'orazione ha in sé una teoria che può essere confutata da altre orazioni che hanno in sé stesse altre teorie. Tutte inconfutabili. Tutte falsificabili.

Cicerone era un popperiano ante litteram. Tuttavia, diversamente da Popper, egli era già arrivato dove ci ha portato molto successivamente Sartori: non al razionalismo critico delle scienze matematiche e fisiche, ma al probabilismo quantistico delle scienze sociali. A una ragione ragionevole che integra e migliora la ragione razionale a cui siamo tradizionalmente abituati (di cui siamo tradizionalmente usi).

NOTE

[1] T. KUHN, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino 1969, pag. 220
[2] T. KUHN, cit. 1969, pag. 221
[3] T. KUHN, cit. 1969, pag. 222
[4] T. KUHN, cit. 1969, pag. 223
[5] T. KUHN, cit. 1969, pag. 225
[6] K. R. POPPER, Il mito della cornice, in M. PERA e J.PITT (a cura di), I modi del progresso, Il Saggiatore, Milano 1985, pag. 37
[7] K. R. POPPER, Poscritto alla logica della scoperta scientifica, Il Saggiatore, Milano 1985, pag. 35
[8] K. R. POPPER, cit. 1985, pag. 35
[9] K. R. POPPER, cit. 1985, pag. 36
[10] K. R. POPPER, cit. 1985, pag. 37

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