FILOSOFIA POLITICA: il genere della violenza: una relazione di puro dominio


Se l’umanità riuscirà alla fine a cancellarsi dalla carta, potrà farlo solo in nome dell’Uomo, di un Uomo ideale, la cui essenza perfetta e pura non sopporta la ruvida esistenza. L'idea di umanità, nell’unica accezione che resta, per me, del tutto immune dal ridicolo, designa un insieme biodegradabile composto di esseri capaci di uccidersi, all’ingrosso o al minuto, a vicenda o ciascuno per conto proprio. La comunità dei convinti deve, alle radici dell’etica, cedere il passo di fronte a una più modesta solidarietà dei vacillanti”.
André Glucksmann
L’UNDICESIMO COMANDAMENTO
Longanesi, Milano 1991


INDICE

Premessa - dalla violenza di genere al genere di violenza
Post-umano - il Dio e il Demone dentro l’umano che superano l’umano
Dis-umano - al di là e al di qua del bene e del male
De-umano - negare l’umanità dell’altro per legittimare la propria
Bi-umano - la duplice identità radicale per una identificazione assoluta.
Techno-umano - luddismo ideologico, pigrizia cognitiva e paura di obsolescenza
Umano - in genere la violenza: una connotazione antropologica
Estremo - senza l’equilibrio della bellezza
Conclusione


PREMESSA - dalla violenza di genere al genere di violenza

In provincia di Latina, a Cisterna, un paese vicino casa mia, un giovane carabiniere ha sparato alla moglie, si è barricato in casa, ha ucciso le figlie e si è suicidato con un colpo di pistola.
È femminicidio questo?
Che genere di violenza è?
Se ci fosse stato un figlio maschio lo avrebbe ugualmente ucciso?
O ha ucciso le figlie proprio perché erano femmine che come la madre, nel suo folle armamentario di pregiudizi, sono tutte puttane?
O, infine, come credo, è stato un atto di puro squilibrio mentale, un raptus di irrefrenabile distruttività, una furia iconoclasta irruenta e illimitata, che ha frantumato le ambizioni e la vita di chi ancora doveva avere speranze?

I sogni si sono scontrati con gli incubi e sono stati cancellati. I sogni ricorrenti, contro gli incubi ossessivi non hanno possibilità di salvezza. I sogni sono fragili, estremamente fragili ma accoglienti, attraenti gioiosi. Gli incubi sono cupi, assorbenti, illimitati e irresistibili, tarli nel cervello che non smettono di corrodere, entropie incontenibili e incontrollabili che implodono nella follia regressiva dell’auto distruzione o esplodono nella follia aggressiva dell’altrui distruzione. Due forme di distruttività, due estremi di un intervallo con diversi pesi ponderali, diverse strutture conservative di potere/energia e diversi meccanismi di controllo. Un intervallo in cui siamo tutti. Siamo tutti imprigionati in una campana: la curva gaussiana della vita. Agli estremi, nei restringimenti, nei corridoi delle due braccia laterali finiscono lentamente, forse continuamente spinti da noi, dalla nostra distrazione, dalla nostra indifferenza, dalla nostra parziale identificazione, dalle nostre incaute giustificazioni, dalle nostre inavvertite offese, loro, i violenti, distruttori di se stessi e degli altri.

Sono sempre comportamenti pubblici e pubbliche responsabilità, pubbliche accuse da cui ci assolviamo connotandoli con qualche forma di malattia, con una qualsiasi patologia che giustifichi noi e condanni loro. Se non ci fossero, questi distruttori di se stessi e degli altri, questi patologizzati, questi terapeutizzati, come per i criminali, saremmo noi costretti davvero ad affrontare le nostre contraddizioni sociali; fatte di accettazione, permissivismo verso le degenerazioni di ogni tipo e verso ogni sopruso.

Sono capi espiatori della nostra giustificazione immorale.

Per questo l’ho definita “disobbedienza incivile”: per squarciare il velo della ipocrisia dell’internamento di questi comportamenti distruttivi nei lebbrosai psichici della malattia mentale; perché i comportamenti distruttivi sono sempre comportamenti pubblici, comportamenti di protagonismo bullistico, azioni politiche rivendicative che possono essere reintegrate con un “compromesso socialdemocratico[1], con una ricostruzione della sociazione, come la chiamava Simmel, fatta di cultura, conoscenza ed educazione, che sia in grado di evitare il più possibile il genere della violenza.


POST-UMANO - il Dio e il Demone dentro l’umano che superano l’umano


Leonardo Caffo ci chiede se davvero “qualcuno riesce a pensare al di là dell’umano? Oltre i limiti di questo scheletro assunto a modello di vita? O al prima della nostra comparsa nella sfera dell’apparire e dell’essere?[2] Ci chiede se davvero è possibile pensare alle cose e all’universo “a prescindere[3] dall’universo e dalle cose della vita.

La violenza è questo “a prescindere” di cui non vediamo i limiti e la sua possibilità si estende pericolosamente fino all’autodistruzione. Nella violenza di sempre c’è tutto il post-umano di ora. La violenza non è la forza di sopravvivenza con cui un animale divora una preda. La violenza è l’elemento umano che supera l’umano da quando l’umano è apparso sulla terra e ha perpetuato un crimine fine a se stesso.

La violenza è il post-umano che non è di oggi, non è il risultato di “una mutazione complessiva che non è più ascrivibile all’interno dei principi e dei parametri dell’essere umano così come lo conosciamo[4]. No. La violenza è post-umana proprio perché è ascrivibile all’umano che conosciamo. E a nessun altro. È post-umano proprio perché ha accompagnato solo l’umano nella storia della sua evoluzione.

Per Bertrand Russell non è possibile distinguere dall’umano al disumano o dall’umano al bestiale. Nell’umano coesistono tutti i comportamenti. “Descrivere l’uomo come una combinazione di divinità e di bestialità – scrive Russell - significa non rendere giustizia alle bestie. Bisogna concepirlo invece come una mescolanza di Dio e del diavolo.[5] Nell’uomo coesistono entrambi gli elementi. Talvolta è divino. Talvolta è demoniaco. “È troppo facile dipingere l’uomo come una bestia pura e semplice”[6]. La bestia infatti non “potrebbe commettere i crimini di Hitler e di Stalin[7]. L’elemento demoniaco dell’umano, nella sua lucida follia, non ha eguali; “si direbbe che non ci sono limiti agli orrori che possono essere prodotti dalla combinazione dell’intelligenza scientifica con la malvagità di Satana.[8]. Ma l’umano non è solo demonico, è anche divino. “Sebbene il suo corpo sia insignificante e debole in confronto alle grandi masse del mondo astronomico, pure egli è in grado di rispecchiare questo mondo, è in grado di spaziare con l’immaginazione e con la conoscenza scientifica sugli abissi sconfinati dello spazio e del tempo.[9] L’umano è l’unico essere vivente ad aver costruito la sua storia, l’unico ad aver organizzato il mondo con la sua intelligenza e generato la sua intelligenza organizzando il mondo, l’unico eccentrico; “quello che è arrivato a conoscere del mondo in cui vive sarebbe riuscito incredibile ai suoi antenati di mille anni fa; e se si pensa alla velocità con cui va accrescendo le proprie conoscenze, ci sono tutte le ragioni per pensare che, se la corsa attuale continuerà, quello che arriverà a conoscere da qui a mille anni sarà, allo stesso modo, ben al di là di quello che noi riusciamo ad immaginare. Ma non è solo, e nemmeno principalmente, per la conoscenza dell’uomo, nelle sue più alte espressioni, merita di essere ammirato.[10]. L’uomo è riuscito a fare cose ben più importanti: “egli ha creato la bellezza; ha avuto sorprendenti visioni che gli sono apparse come il primo barlume di una terra di meraviglie; è stato capace di amore, di simpatia per l’intera razza umana, di grandiose speranze per tutta l’umanità.[11].

Non bestia contro umano, non umano contro disumano, ma contemporaneamente Dio e Demone, in ogni momento della sua vita: “la mente umana è stranamente sospesa tra la luccicante volta del cielo e il buio abisso dell’inferno.”[12]

In ciascuno di noi convivono le differenze, a livelli gestibili o non gestibili, moderate o estreme; perché il Dio e il Demone in noi sono comunque due estremizzazioni. In ogni caso, il post-umano che la violenza rappresenta: proprio perché supera la vita dell’umano; proprio perché pesa sul dominio delle relazioni sociali, pesa sui comportamenti, sulle percezioni, sulle connessioni e le piega, concave o convesse non importa, le piega con il peso della sua potenza impositiva e talvolta le spezza; proprio perché supera la vita stessa; proprio perché è esterna ed illimitata, interna e ingiustificata; proprio perché è insignificante e banale; la violenza supera sempre l’umano.

La violenza è da sempre post-umana.


DIS-UMANO - al di là e al di qua del bene e del male

So che qualcuno non è d’accordo.

Per Roberta De Monticelli, ad esempio, la violenza non è post-umana perché va oltre i limiti nei “quali non stanno mondi nuovi, oltre-umani, ma sopraffazione e distruzione[13]. Andare oltre, al di là del bene e del male, significa rompere, piuttosto, o superare “i vincoli che non possiamo ignorare se vogliamo che quello che diciamo conservi un senso e quello che facciamo una ragione[14]. La violenza trasborderebbe i meta-livelli della nostra civiltà. E della nostra intelligenza. Forse questo è il modo giusto di considerare la violenza come una eccezione, statisticamente rilevabile, rispetto alla quotidiana socievolezza morale, anche se non sempre pacifica, dei viventi. Per gli umani però la violenza dimostra una eccezionalità che li accompagna, che li caratterizza nello loro unicità, che ci ha accompagnato e ci ha caratterizzato nella nostra unicità, una eccezionalità che ci accompagnerà e ci caratterizzerà ancora, sempre, per sempre. Proprio perché umani, solo perché umani possiamo stare oltre, al di là o al di qua del bene e del male. Possiamo starvi talvolta si e tal’altra no. Possiamo starvi anche come eccezione della civile regolarità della nostra storia sociale. Ma ci torniamo sempre. E ogni volta che ci torniamo affermiamo inequivocabilmente il nostro stato di eccezionalità rispetto a tutti gli altri viventi. Ci stiamo ogni volta che ci superiamo con la sopraffazione e la distruttività. Oltre e dopo l’umano. nel post-umano che c’è sempre stato dentro l’umano.

La violenza non è un ritrovato delle ultime generazioni. Non è un effetto di una mutazione. Non è la conseguenza della modernità.

La violenza è uno dei connotati della nostra eccentricità[15]. La violenza si può esercitare soltanto quando sono al di là del bene e del male, magari condotto dal bene deflagrante e fondamentalista del terrore o dal male iconoclasta e travolgente del crimine. Oltre l’umanità tramite l’uomo. Post.


DE-UMANO - negare l’umanità dell’altro per legittimare la propria


Chiara Volpato ha coniato una definizione apparentemente altra per la procedura di legittimazione di questa violenza post-umana: de-umanizzazione. “Deumanizzare significa negare l’umanità dell’altro – individuo o gruppo – introducendo un’asimmetria tra chi gode delle qualità prototipiche dell’umano e chi ne è considerato privo e carente.[16]. In varie epoche storiche le procedure di legittimazione della violenza post-umana si sono affermate in vario modo, ma in ogni epoca il significato della “gran parte delle espressioni storiche della disumanizzazione è il loro essere strumenti di espressione sociale e psicologica, usati da gruppi potenti per sfruttare, umiliar, annichilire gruppi più deboli.[17]. Per tacitare la nostra coscienza, contro coloro che non vogliamo, stranieri, ebrei, immigrati, omosessuali e donne “de-umanizzare serve a pensare l’altro come minus habens, essere umano incompleto, animale, oggetto. Serve a compiere su di lui azioni inaccettabili in un contesto normale.[18].

Su questo punto ci dobbiamo fermare un attimo. Non per discutere banalmente il concetto di normale o per constatare che le azioni disumanizzanti sono banali e quotidiane, come già detto eccezionalità senza essere eccezioni. Ma discutere, molto più proficuamente la inconsapevole responsabilità della classificazione.

Pur essendo stato l’artefice della scoperta del femminicidio come continua riaffermazione del crimine antropologico di espropriazione della genesi, sono tuttavia contrario a distinguere la violenza di genere da ogni altro genere di violenza. Ogni classificazione è una forma di espropriazione di unicità della vita e del dolore. Ogni classificazione è un affrancamento dalla condizione reale della vittima. Ogni classificazione della violenza è una sottile ma non innocua forma di de-umanizzazione. Mai come nello studio della violenza e del crimine avremmo bisogno di soggettivare il reato, di superare la oggettività della conoscenza scientifica con la soggettività della scienza della vita, come ci ha insegnato Husserl, da una epistemologia critica a una epistemologia della lebenswelt[19]; perché ogni classificazione del dolore è comunque una “degradazione dell’altro[20], è “il percorso obbligato per varcare la soglia che porta al massacro e allo sterminio di massa[21]. Andare oltre il dolore della vittima con una fredda classificazione del reato è una forma di estraneazione, è “un’arma fondamentale per chiunque intenda compiere azioni di violenza estrema verso altre persone o gruppi[22]. Togliere la soggettività alla vittima è una de-individualizzazione che favorisce “lo scatenarsi di comportamenti aggressivi, dato che è accompagnata dall’indebolimento delle facoltà di auto-osservazione, dell’interesse per la valutazione altrui, dei controlli basati su emozioni sociali quali senso di colpa, vergogna, paura, freni che inibiscono i comportamenti distruttivi[23]. Ogni oggettivazione classificatoria del reato costituisce un “indebolimento della salienza della identità personale[24], costruisce in termini cognitivi e interpretativi “un aggregato anonimo” che determina che “le consuete norme sociali perdono di rilevanza sia perché lo stato di relativo anonimato protegge l’individuo dalle sanzioni, sia perché divengono più labili le forme interiorizzate di controllo[25].

Quindi mi oppongo decisamente a categorizzare e a classificare la violenza di genere. Preferisco che si discuta, più in generale e senza essere generici, del genere della violenza, che riguarda omogeneamente tutti. Credo che questa sia il più significativo contributo che si possa dare alla riduzione di quel crimine, di ogni crimine, giacché la classificazione stessa può costituire una espressione della legittimazione di “torture e omicidi[26]: il presupposto della de-umanizzazione.

In ogni caso, de-umanizzazione significa, ricapitolando, che con la violenza si perde gradualmente o totalmente la condizione di umanità.

Purtroppo non è così.


BI-UMANO - la duplice identità radicale per una identificazione assoluta.


La violenza è una delle condizioni della umanità, addirittura una delle sue connotazioni, una sua speciazione, un carattere che lo rende unico e speciale, drammaticamente unico e speciale rispetto a tutte le altre specie viventi. Per questo preferisco ancora considerare la violenza come la forma più espressiva del post-umano che ci ha accompagnato in tutta la storia della nostra presenza nel mondo.

Secondo Amartya Sen la violenza è il risultato di una identità radicale, di una identificazione assoluta. L’identità ha un valore opposto e complementare: da un lato, non è un caso che “il concetto di identità incontri tanta ammirazione dal popolare invito ad amare il prossimo alle raffinate teorie del capitale sociale e dell’autodefinizione comunitaria[27]; dall’altro lato, “l’identità può anche uccidere, uccidere con trasporto. Un sentimento forte – ed esclusivo – di appartenenza ad un gruppo può in molti casi portare con sé la percezione di distanza e divergenza da altri gruppi. La solidarietà all’interno di un gruppo può contribuire ad alimentare la discordia tra gruppi[28]. Forse non è proprio la causa, ma “la violenza è fomentata dall’imposizione di identità uniche e bellicose a individui abbindolati, sostenute da esperti artigiani del terrore[29]

Questo è il punto in cui possiamo convenire e dissentire da Amartya Sen. Possiamo convenire sulla ambiguità bifronte della identità, quando egli stesso ammette che “la calamità dell’esclusione può andare a braccetto con la benedizione dell’inclusione[30]. Possiamo convenire quando considera la violenza un semplificatore decisionale, funzionale agli interessi di pochi “artigiani del terrore”. Accettare la descrizione della identità come il Giano bifronte di appartenenza ad un gruppo, a una “comunità ben integrata, i cui abitanti compiono istintivamente azioni più belle nei confronti gli uni degli altri, con la massima premura e solidarietà[31]; e, al tempo stesso, la “comunità in cui la gente scaglia mattoni contro le finestre degli immigrati trasferitisi in quella regione da altre zone[32].

Tutto questo ci sta.

Ciò che non ci sta, quel che proprio non possiamo condividere è il considerare l’identità la motivazione della violenza.

Nemmeno una delle motivazioni.

La violenza non ha motivazioni o le ha tutte.


TECHNO-UMANO - luddismo ideologico, pigrizia cognitiva e paura di obsolescenza


L’altro aspetto che vorrei trattare è quello equivoco della tecnologia, della modernità, della mediaticità: il wetware.

Wetware è un termine utilizzato nella cibernetica e indica la particolare interazione che si determina tra tecnologia e umano, tra software e cervello nella loro reciproca evoluzione. Ora è luogo comune banale che questo mix sia particolarmente pericoloso e dannoso per il cervello. Lo è stato sempre detto: i libri distruggono la memoria, le auto distruggono le gambe; le macchine soppianteranno e distruggeranno gli umani. Si tratta di un luddismo ideologico e una pigrizia cognitiva che accompagna da sempre l’umano, quando l’umano ha prodotto una nuova tecnologia. Una struttura difensiva contro la paura della propria inevitabile obsolescenza.

E oggi ancora ritorna nella forma noiosa e ricorrente della violenza telematica e televisiva che si duplicherebbe, che si diffonderebbe, che si moltiplicherebbe nell’altro utente.

Ciò che avviene, invece, con i mezzi di comunicazione è che lasciano il bene al mondo privato e portano il male in una permanente dimensione pubblica. Non lo capiamo in pieno perché, come diceva André Glucksmann “viviamo una grande anteprima della storia[33]. Il bene è privato, il male è pubblico: “nell’ora delle telecomunicazioni via satellite e della microinformatica, nessuna miseria può restare definitivamente nascosta[34]. Questo processo di pubblicizzazione del male è reso evidente dalla divulgazione ossessiva delle informazioni e dalla riduzione fortissima della educazione comunicativa. Una delle forme più corpose del totalitarismo contemporaneo, silenzioso e mistificato, fatto di roboanti scenari di verità non reali, di cui troppo poco si discute, è l’espansione dell’azione informativa e la riduzione della relazione comunicativa. Entrambe tuttavia, anche involontariamente rispetto ai propri obiettivi, non espandono la violenza, la riducono.

I dati sono molto chiari sul piano storico, riproposti ultimamente sul piano sociologico. Randall Collins ha mostrato, con una approfondita analisi micro-sociologica della violenza, che “le persone non vivono in una costante aggressività pronta ad esplodere al più piccolo pretesto[35].

Il dato quantitativo però vale relativamente.

Il dato qualitativo vale di più.

Nella società della comunicazione, più che in altre precedenti, le situazioni e i casi, le immagini e le parole pesano. E il peso della violenza grava notevolmente sull’immaginario collettivo, piegando lo spazio relazionale nel nostro dominio di socializzazione. La violenza trasmessa e rappresentata pesa più di ogni altra cosa sull’inconscio collettivo del cittadino/utente perché la violenza, il gesto violento è irreversibile per la vittima. E poiché la maggior parte di cittadini utenti si identificano con la vittima, la immagine trasmessa produce paura. Affiliazione e paura. Motivo per cui si verifica il fatto anomalo che la violenza percepita non è corrispondente alla violenza subita. La paura psicotica dei media che produce insicurezza, non è suffragata dal dato della criminalità sul territorio. Un caso diventa il caso. Piega lo spazio del dominio relazionale con la sua eccessiva pesantezza e attrae a sé l’immaginario collettivo. È la sindrome di due dimensioni scisse della realtà: quella privata dell’azione violenta; quella pubblica della situazione violenta. Contro un bene privato, un male pubblico, anzi, pubblicizzato. Tutti sono vittima di questo equivoco cognitivo. I congressi, i seminari, le conferenze e le discussioni sono pieni di pregiudizi in merito alla violenza crescente a causa della violenza rappresentata dai media in generale. Il paradigma è dato per assolutamente vero e verificabile, ma non è quasi mai verificato.

Eppure, nei paesi in cui ci sono meno i cittadini/utenti e i media sono meno sviluppati il tasso di violenza è notevolmente più alto. Se i mezzi di comunicazione mediatici e telematici fossero la causa di questa esplosione generalizzata della violenza per imitazione educativa e per simulazione, dovrebbe essere perfettamente il contrario. Invece no. Non è così. Dove si trasmettono i programmi più violenti, i film più cruenti, gli episodi più pericolosi, la violenza è minore in termini quantitativi e in termini qualitativi. Come mai? È soltanto un effetto terapeutico di tipo anestetico? I mass media assorbono la carica emotiva di violenza degli utenti in modo che si scarichi di meno sui cittadini? In qualche moto la violenza percepita riduce la violenza subita?

Forse.

Il primo dato su cui riflettere, indicato da una vecchia ricerca americana sulla violenza televisiva, è che, nonostante il numero notevole di film e programmi violenti, “la maggior parte della gente vede le news come il più grosso contenitore di violenza[36].

Non tutta la violenza è uguale.

La televisione, con i suoi film esagerati. de-mitizza il gesto perché ritenuto non vero, irreale e dunque non applicabile alla realtà propria e degli altri. Le news invece sono l’informazione sulla propria vita e sugli altri. Quindi terrorizzano di più.


UMANO - in genere la violenza: una connotazione antropologica


Ripeto: il post-umano che la violenza rappresenta è sempre stato con noi, in noi, e lo sarà per sempre. Non è una connotazione antropologica. È una condizione esistenziale. È il carattere tipico dell’uomo che supera l’umano, del post-umano in noi.

La madre atterrita dagli occhi sbarrati, dall’ultimo sguardo del figlio, incredulo di dover morire, camicia confusa nel sangue e corpo abbandonato nel loro incredulo abbraccio finale: il padre che urla ondeggiando il corpo, senza nemmeno più il pensiero della paura, dal dolore disperato, dietro un muretto di fortuna, per il figlio che non è riuscito a proteggere, inutilmente riparato a un proiettile anarchico; passanti, o studenti, o acquirenti, o utenti, noi, trafitti dal percorso tracciato da proiettili freddi, consapevoli e colpevoli di un cecchino, di un mass murder che non ignora la esistenza universale da cui sottrae la nostra vita, che ci sottrae la vita proprio per quella esistenza universale che ci attribuisce come colpa; il potere che ci ha torturato, con i suoi agghiaccianti e creativi strumenti, o ci ha bruciati vivi diffondendo la maleodorante esalazione della morte, che ci ha impalato, squarciato, scuoiato soltanto perché non credenti o non creduloni di una ideologia o di una religione; e le guerre, questi massacri incommensurabili, campi distesi di cadaveri infilzati da ferri e da spari, bombe che frantumano vite nei mercati, distese di umanità cittadina inquinate dalle radiazioni delle onde persistenti, invisibili e corrosive di una sola atomica, aerei che frantumano torri e vite impegnate al telefono, a scrivere, a discutere, tra carte e idee, tra parole e suoni, fulminate mentre erano trasportate dal sesso e dall’amore. L’amore vagabondo poi, così accogliente eppure malato, maledetto, malvagio, maligno, malefico, famelico. Un malamore corrotto dalla violenza ai bambini, dalla sopraffazione delle donne, dalla sottrazione e dalla subordinazione del potere di genesi che il falso mito di un Dio maschio ha rubato a una dea umana reale e che reclama, impudente, impudico, con il possesso escludente, la volgare proprietà, con l’acerrima e perfida gelosia.

Sono queste, e molte altre, varie e variegate le forme, le esperienze e le espressioni del post-umano che la violenza proietta sul proscenio della storia e nella cronaca della nostra quotidianità.


ESTREMO - senza squilibrio della bellezza


La violenza ha tutte le motivazioni che vuole e, dunque, non ne ha nessuna.

La violenza costruisce, di volta in volta, le ragioni opportune per giustificare la propria imposizione. Talvolta queste ragioni sono ragionevoli, per esempio quando ci si ribella a un male assoluto come quello di usare violenza, tal’altra le sue ragioni sono totalmente irragionevoli, come quando, ad esempio, si utilizza la violenza per imporre un bene relativo[37]. Talvolta queste opportune ragioni sono opportunistiche, tal’altra sono opportunità. Quasi sempre sono l’una e l’altra contemporaneamente.

La violenza ha mille motivazioni, altrettante giustificazioni, addirittura legittimazioni, perché non è una connotazione è una condizione. Una condizione malata, maledetta, malvagia, maligna, malefica, famelica. La violenza è sempre un male: un male relativo, quando il poliziotto difende la società da un criminale; un male assoluto, quando un genitore schiaffeggia il figlio. Dipende dalla situazione. Dipende da se stessa. La violenza non ha motivazioni perché non ha alcuna connotazione, è drammaticamente neutra (ma non neutrale). La violenza è una situazione che mette ciascuno di noi in una determinata condizione: di vittima o di artefice. Di vittima e artefice: perché la violenza è una situazione sempre e comunque estrema, anzi, l’effetto comune e regolare di ogni situazione estremizzata. Mai si può dire se è giusta o sbagliata, se è un bene o un male. Può essere sempre tutto. Il bene estremo per evitare un male assoluto, come salvare vittime innocenti dalla follia di un qualsiasi cecchino, o il male estremo di imporre un proprio, personale, fideistico bene relativo, come decapitare o torturare o sgozzare un uomo trasformato in strumento della propria affermazione. In ogni caso, in tutti i casi che conosciamo, la violenza pone sempre la nostra filosofia, la nostra vita “di fronte all'estremo[38]. La verità è che la violenza ha infinite possibili cause, ma una sola situazione: la violenza è sempre l’estremo di ogni sua motivazione. Ogni atto di violenza sempre un estremo. Ogni estremo è sempre un atto di violenza. La situazione è la sua causa. La violenza è l’estremo di ogni situazione. L’estremo è la situazione di ogni violenza.

Di fronte all’estremo ogni filosofia perde “la propria innocenza[39].

All’estremo non c’è bellezza. Tutto è deformato, allungato, allargato, artefatto, deformato. All’estremo non c’è, per definizione, equilibrio. Ogni concetto è radicale, ogni concezione è radicalizzata. Il dolore della violenza è brutto, in ogni sua espressione. Il bambino offeso dal genitore imbruttisce. Imbruttisce la moglie offesa, insultata e malmenata dal marito come il marito offeso, insultato, malmenato da chiunque altro. La violenza è brutta nel senso che produce bruttezza, quando non sia addirittura orrore. La violenza è una condizione di liminalità estrema, in cui tempo e spazio sono deformati, le cose destrutturate, scomposte, decomposte, disarticolate; una estrema liminalità che trasforma il volto della vittima e del carnefice in una orribile maschera.

Il senso profondo di ogni violenza è quello di vivere e far vivere ogni volta di fronte all’estremo. E vivere di fronte all’estremo significa dominare l’altro con la minaccia e poche volte con l’atto. L’atto definitivo, o è un esempio, o è una punizione o è un errore. L’assassinio è una espropriazione, non estrema, ma definitiva. L’omicidio è un aspetto molto ridotto, addirittura marginale della violenza. La maggior parte di azioni violente viene compiuta tra vivi. Senza la vittima non c’è carnefice. Il carnefice si può affermare soltanto sulla sua vittima. Quindi si verifica normalmente che il carnefice tuteli la sua vittima, con una sua tutela tutta particolare la deve tenere in vita, la deve preservare per preservarsi. La vittima deve resistere alla violenza subita per far esistere la violenza esercitata. E questo lo sa benissimo chi subisce una “violenza di genere”. Il femminicidio, ad esempio, è una eccezione. La regola è una violenza costantemente esercitata per far vivere la donna sotto una contante minaccia, continuamente di fronte all’estremo. La gelosia, altro esempio, come espressione effettiva di possesso dell’altro, è la tipica condizione di estremo costante in cui si esprime la violenza.

Per costringere l’altro a vivere di fronte ad un estremo, sottoposto alla estremizzazione relazionale con cui si esprime ogni dominio, la violenza necessita di una giustificazione sociale o di una legittimazione politica. Sennonché proprio questa giustificazione o, addirittura, legittimazione della violenza è l’estremo di ogni estremo. Questa giustificazione o, addirittura, questa legittimazione è soltanto strumentale. In realtà, come sostiene Sofsky, la violenza lascia dietro e dentro di sé “null’altro che carni dilaniate, ossa fracassate, sangue ed escrementi[40]; in fin dei conti “uno spettacolo[41] da cui non si riesce “a distogliere lo sguardo”[42]. Dentro e dietro la violenza, dove è impossibile guardare: “il numero dei «fattori», in parte contrastanti, in fondo indica solo che la violenza non è legata ad alcun motivo in particolare[43].

Le circostanze non sono le cause dell’azione, non sono condizioni necessarie né sufficienti[44]: sono soltanto giustificazioni che “al massimo favoriscono oppure ostacolano la violenza[45].

La più acerrima, acida, fredda forma di giustificazione, anche e proprio perché non diventa nemmeno una legittimazione politica, della violenza è attribuirne un genere: quella della sua classificazione scientifica. “L’identificazione dei contesti identifica le occasioni non le cause[46]. La violenza non ha genere, ogni sua classificazione è un restringimento motivazionale, la concettualizzazione di un suo pur minimo significato; seppure ammantata di oggettivazione scientifica, ogni classificazione è sempre e comunque una giustificazione.


CONCLUSIONE


In treno, mentre andavo a Napoli, uno dei primi giorni di aprile, uno dei primi giorni di aprile dell’anno 2018, mentre stavo seduto comodamente dentro un vagone, su un treno che mi avrebbe portato alla stazione di Napoli per poi cambiare, uno dei primi giorni del mese di aprile, in un giorno che sembrava uno scompartimento di un mese che sembrava un vagone sul treno della vita, salito vicino casa, alla stazione di Priverno-Fossanova e diretto, alla fine a Bari per una delle tante e mai solite lezioni di criminologia, la mattina seguente, in un Master appositamente organizzato, in quel posto, angolare e riservato, di quel giorno-scompartimento, di quel mese-vagone, di quel treno-vita, pensavo alla violenza subita, da me, di una pesantezza leggera, e da mio figlio, di diversa leggerezza pesante. Io ero stato insultato da alcuni tifosi dei propri pregiudizi su uno dei tanti social media che in tanti ormai frequentiamo. Lui, mio figlio, era stato minacciato su uno dei tanti social media che in tanti ormai frequentiamo da uno spasimante geloso per le spontanee attenzioni e i dolci sguardi di una bellezza serba. Entrambi violentemente offesi e minacciati per una parola tentata o un gesto appena accennato. Per un pregiudizio o per un presupposto. Lui ed io nella stessa situazione, con lo stesso atteggiamento: escludersi ed estraniarsi dai violenti. Lui che evita di frequentarli ed io che blocco ogni interlocutore offensivo dei social. Noi non vediamo più loro e loro non vedono più noi. Alla fine, esclusione per esclusione, si seleziona una comunità di interlocutori che, sebbene per fortuna non si condividano, almeno non si offendono. E l’amicizia diventa critica e piacevole. In questo almeno i social sono decisamente utili.

In ogni caso, sul sedile di quel treno regionale, in attesa della coincidenza del definitivo intercity, in quel momento, tra Priverno-Fossanova, dove avevo lasciato la macchina, e Napoli dove, in attesa di una coincidenza opportuna mi sarei perso in una accogliente libreria, in quel momento, frequentavo un articolo di Raimond Aron sulle religioni secolari e distrattamente pensavo, dispiaciuto, alla violenza reciprocamente subita da mio figlio e da me. Era una micro violenza ma altrettanto tenace. Guardavo scorrere la campagna e sentivo il treno andare. Allora ho capito, improvvisamente ho capito che la violenza, come diceva Raimond Aron, è sempre soltanto “un fanatismo senza dottrina[47]. La violenza è senza intelletto. Con astuzia, forse, ma senza intelligenza. E ho capito che questa è la sua estrema e assoluta forza. “Le religioni senza dottrina – spiegava Raimond Aron – sono le più smaniose d’ortodossia, le più intransigenti con coloro che rifiutano di sottomettersi, per il semplice fatto che si sentono più fragili”. Credono di essere dei capi, ma sono solo violenti succubi di se stessi che “suscitano fanatismo con tanto maggior ardore quanto più si sanno incapaci di definire esattamente la missione che attribuiscono e su cui fondano la propria legittimità”. Questa giustificazione alla loro azione o al loro comportamento viene offerta dalla classificazione specialistica di una pseudo-scienza che, tanto più si parcellizza in nano categorie, tanto più perde i presupposti epistemologici della propria scientificità. Fino a classificare l’inclassificabile per giustificare l’ingiustificabile.

Ogni violenza di genere è una generalizzazione della violenza.

Invece, è come umani che dobbiamo essere autorevoli, senza dover mai essere autoritari. Non per il ruolo. Non per l’azione. Non per la funzione o per la prestazione sociale a cui assolviamo. Conta poco maschio e femmina, femmina e maschio, femmina e femmina, maschio e maschio. Sono tutte giustificazioni che servono a derogare la responsabilità di ciò che siamo, di ciò che non siamo, di ciò che non sappiamo essere, di ciò che non riusciamo ad essere: cristianamente, umani che si realizzano nella relazione d’amore su cui costruiscono la loro socialità intera e la loro strutturata società; non per il trasferimento di un desiderio da una generazione all’altra, ma per la partecipazione, anche senza condivisione, ad un godimento esistenziale, il godimento vitale della propria diversità; soltanto, come diceva Pasolini, per “rispondere del selvaggio dolore di esser uomini.[48].



BIBLIOGRAFIA

Aron Raimond, L’AVVENIRE DELLE RELIGIONI NATURALI, in Forti Simona, INTRODUZIONE, in Forti Simona (a cura di), LA FILOSOFIA DI FRONTE ALL?ESTREMO, Einaudi, Torino 2003
Caffo Leonardo, FRAGILE UMANITA’. IL POSTUMANO CONTEMPORANEO, Einaudi, Torino 2017
Collins Randall, VIOLENZA. UN’ANALISI SOCIOLOGICA, Rubettino, Soveria Mannelli 2014
De Luna Giovanni, IL CORPO DEL NEMICO UCCISO. VIOLENZA E MORTE NELLA GUERRA CONTEMPORANEA, Einaudi, Torino 2006
De Monticelli Roberta. AL DI QUA DEL BENE E DEL MALE, Einaudi, Torino 2015
Forti Simona, INTRODUZIONE, in Forti Simona (a cura di), LA FILOSOFIA DI FRONTE ALL?ESTREMO, Einaudi, Torino 2003
Glucksmann André, L’UNDICESIMO COMANDAMENTO, Longanesi, Milano 1991
Husserl Edmund, LA CRISI DELLE SCIENZE EUROPEE E LA FENOMENOLOGIA TRASCENDENTALE, Il Saggiatore, Milano 2015
Pasolini Pier Paolo, LA BALLATA DELLE MADRI, in POESIA IN FORMA DI ROSA, Garzanti, Milano 1964
Pellicani Luciano, L’ILLUSIONE RIVOLUZIONARIA E IL COMPROMESSO SOCIALDEMOCRATICO, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1968
Plessner Helmut, I GRADI DELL’ORGANICO E L’UOMO, Bollati Boringhieri, Torino 2006
Russell Bertrand, UN’ETICA PER LA POLITICA, Laterza, Bari 1986
TRI, Mondadori, Milano 2003
Volpato Chiara, DEUMANIZZAZIONE. COME SI LEGITTIMA LA VIOLENZA, Laterza, Bari 2011





























[1] Pellicani Luciano, L’ILLUSIONE RIVOLUZIONARIA E IL COMPROMESSO SOCIALDEMOCRATICO, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1968


[2] Caffo Leonardo, FRAGILE UMANITA’. IL POSTUMANO CONTEMPORANEO, Einaudi, Torino 2017


[3] Coffa L., cit. 2017


[4] Coffa L., cit. 2017


[5] Russell Bertrand, UN’ETICA PER LA POLITICA, Laterza, Bari 1986


[6] Russell B., cit. 1986


[7] Russell B., cit. 1986


[8] Russell B., cit. 1986


[9] Russell B., cit. 1986


[10] Russell B., cit. 1986


[11] Russell B., cit. 1986


[12] Russell B., cit. 1986


[13] De Monticelli Roberta. AL DI QUA DEL BENE E DEL MALE, Einaudi, Torino 2015


[14] De Monticelli R., cit. 2015


[15] Plessner Helmut, I GRADI DELL’ORGANICO E L’UOMO, Bollati Boringhieri, Torino 2006


[16] Volpato Chiara, DEUMANIZZAZIONE. COME SI LEGITTIMA LA VIOLENZA, Laterza, Bari 2011


[17] Volpato C. cit. 2011


[18] Volpato C. cit. 2011


[19] Husserl Edmund, LA CRISI DELLE SCIENZE EUROPEE E LA FENOMENOLOGIA TRASCENDENTALE, Il Saggiatore, Milano 2015


[20] Volpato C. cit. 2011


[21] De Luna Giovanni, IL CORPO DEL NEMICO UCCISO. VIOLENZA E MORTE NELLA GUERRA CONTEMPORANEA, Einaudi, Torino 2006


[22] Volpato C. cit. 2011


[23] Volpato C. cit. 2011


[24] Volpato C. cit. 2011


[25] Volpato C. cit. 2011


[26] Volpato C. cit. 2011 vedi anche Sontag Susan, DAVANTI AL DOLORE DEGLI ALTRI, Mondadori, Milano 2003


[27] Sen Amartya, IDENTITA’ E VIOLENZA, Laterza, Bari 2011


[28] Sen A., cit. 2011


[29] Sen A., cit. 2011


[30] Sen A., cit. 2011


[31] Sen A., cit. 2011


[32] Sen A., cit. 2011


[33] Glucksmann André, L’UNDICESIMO COMANDAMENTO, Longanesi, Milano 1991


[34] Glucksmann A.. cit. 1991


[35] Collins Randall, VIOLENZA. UN’ANALISI SOCIOLOGICA, Rubettino, Soveria Mannelli 2014


[36] Salerno Andrea (a cura di), VIOLENZA IN TV. RAPPORTO DI LOS ANGELES, Donzelli Editore, Milano 1996


[37] “In nome della lotta finale tra il bene e il male, le religioni totalitarie inducono l’individuo ad accettare l’oppressione più violenta e i crimini più efferati”. Forti Simona, INTRODUZIONE, in Forti Simona (a cura di), LA FILOSOFIA DI FRONTE ALL?ESTREMO, Einaudi, Torino 2003


[38] Forti S., INTRODUZIONE, in Forti S., cit. 2003


[39] Forti S., INTRODUZIONE, in Forti S., cit. 2003


[40] Sofsky Wolgang, IL PARADISO DELLA CRUDELTA’, Einaudi, Torino 2001


[41] Sofsky W., cit. 2001


[42] Sofsky W., cit. 2001


[43] Sofsky W., cit. 2001


[44] Sofsky W., cit. 2001


[45] Sofsky W., cit. 2001


[46] Sofsky W., cit. 2001


[47] Aron Raimond, L’AVVENIRE DELLE RELIGIONI SECOLARI, in Forti Simona, (a cura di) cit., 2004


[48] Pasolini Pier Paolo, LA BALLATA DELLE MADRI, in POESIA IN FORMA DI ROSA, Garzanti, Milano 1964

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