ERMENEUTICA: La fruizione estetica



Prefazione al libro: "Arte e educazione nelle accezioni figurative e

                                    performative"




Alessandro Ceci




Una bellissima e breve poesia di Costantino Kavafis, scritta nel 1913, recita così:

Se farla come vorresti la vita se non puoi,
questo almeno,
quanto più puoi: non disperderla
nell’assiduo contatto con la gente,
nell’assiduo gestire e nelle ciance.

Non svilirla a furia di portarla così sovente in giro,
ed esporla
alla dissennatezza quotidiana di commerci e scambi,
sin che divenga, per te, una straniera uggiosa.1

Come facciamo a non disperdere la nostra rapida vita, la nostra vita rapita e, per certi versi, rapinata dall’assiduo gestire; come facciamo a sottrarla alle futili ciance e a commerci sterili, a rapporti fatti di scambi inutili, insignificanti, e, infine, alla dissennatezza quotidiana, tanto più travolgente perché mediaticamente coinvolgente? Insomma, come facciamo a fare in modo che la nostra vita sudata non divenga, per noi, per ciascuno di noi, straniera, se non addirittura nemica uggiosa?

Dobbiamo assolutamente evitare che la nostra vita sia consumata piuttosto che fruita.

La bellezza, l’estetica è certamente una possibilità. La bellezza della natura, del nostro ambiente e del nostro habitat, certamente, ma la bellezza dell’opera d’arte vale incommensurabilmente di più: perché sempre l’arte ci restituisce significati indispensabili per fruire della nostra vita.

L’arte, l’opera d’arte, mostra, direi dona, una molteplicità di significati che spesso sono ignoti a colui che l’ha composta, ma sono noti e perfino evidenti a noi, a ciascuno di noi, individualmente, personalmente, a tutti coloro che ne fruiscono. In questo senso, l’opera d’arte non è mai di chi la realizza, perché ci restituisce, per interposta persona, significati che sono soltanto i nostri, che provengono dalla nostra esperienza, dalle nostre percezioni, dalla nostra singolare vita. Sono significati autoprodotti, che restano in noi, affidabili. Sono l’essenza della nostra esistenza.

In un libro di qualche anno fa, nel 2017, dal titolo emblematico «Il genio è senza opera»2, il bravo docente di estetica Massimo Carboni, ha affermato che «l’opera perfetta è senza-opera». L’arte ha una sua valenza per i suoi significati, non per i suoi oggetti, non per le sue produzioni: «se non v’è alcun oggetto messo in opera da un fare produttivo, allora l’essere in opera o l’essere in atto si conserva e si riconduce al soggetto in esercizio di sé stesso». Non nell’oggetto prodotto nella cosa, dunque, il genio è nel soggetto, nell’umano, nei significati della vita trasmessi, nella nostra vita stessa, come diceva Husserl, essere nelle cose stesse: «comportamenti e gesti esemplari inscritti nel flusso vitale dell’esperienza quotidiana, pratiche situazionali e invettive dell’esistenza che spesso non arretrano di fronte allo “scandalo della verità”, creazione innovativa di uno stile o di una stilistica del tempo vissuto irriducibile ad ogni “monumentalizzazione”.»3

L’opera d’arte, allora, è tale quando non viene “monumentalizzata”, quando mostra il dolore e si mostra alla vita, quando possiede in sé stessa una ermeneutica individualizzata, riservata, che sfugge a chiunque, tranne a chi ne usufruisce. In questo senso, l’opera d’arte è educativa; non solo perché è didattica e formativa, quanto perché è performativa, perché è il modo migliore per favorire l’autoproduzione di significati per la vita.

Naturalmente, la funzione ermeneutica ed educativa dell’opera d’arte è unica e particolare.

Innanzitutto, perché è esclusiva ma non escludente. L’opera d’arte è esclusiva in quanto individuale o, addirittura, personale, portatrice di una la relazione cognitiva che è, ogni volta, nuova, sempre e soltanto riferita all’altro, comunque bidirezionale e, per molti versi, solitaria. L’opera d’arte non è mai escludente, però, perché è una esperienza condivisa, partecipata, percepita per essere concepita ed eventualmente condivisa. Una esperienza che, senza pigrizia, aiuta a superare la pigrizia dei momenti cupi, delle piccole depressioni e delle grandi solitudini, che ci aiuta a sapere chi siamo, che siamo, oltre le usuali ore della cronaca. Una esperienza che tutti possono fare, se vogliono.

In secondo luogo, l’opera d’arte è una forma senza formalità, che supera sé stessa, comunque dissacrante, una verità che non ha bisogno di essere corrispondente a una realtà, nemmeno approssimativamente. Niente di ciò che fanno gli umani è mai una realtà. Tutto è sempre soltanto una loro propria verità, una visione. Noi vediamo il mondo in un certo modo, dal nostro angolo visuale, in base al nostro posizionamento, tagliando la realtà con un paradosso di verità che è esclusivamente nostro, parzialmente o totalmente diverso da come lo vedono gli altri umani e, in generale, tutti gli altri esseri viventi noti. E non sapremo mai se la realtà è quella che ci mostrano le nostre verità o quelle di una qualsiasi ape. Abbiamo un solo modo per avvicinarci verosimilmente ad una ipotesi convincente: studiare e discutere, affrontare con l’interpretazione, che noi chiamiamo cultura, l’opera della natura e dell’umano, e confrontarci. L’opera d’arte genera e sintetizza il nostro agire comunicativo, avrebbe detto Habermas, è un inizio e, al tempo stesso, una conclusione di ciò che possiamo capire attraverso una visione altra.

Pertanto, l’opera d’arte è trascendente proprio perché non ha alcuna trascendenza. Diversamente da come reputava Pirandello, i personaggi non possono essere senza un autore. Se ci sono i personaggi deve esserci un autore. E questo autore è inevitabilmente nel tempo. È un precedente. Ogni nascita presuppone una fecondazione e un parto, perfino tra i credenti, la nascita del figlio di Dio che, proprio perché figlio di Dio, a rigore, non avrebbe avuto bisogno di un parto. Credere, come sostiene Heiddeger e qualche suo emulo di ritorno, che la vera innovazione è possibilmente prodotta soltanto da chi è senza fondamenti, è una bieca illusione dei rivoluzionari. È l’illusione di chi pensa di poter distruggere tutto per costruire un mondo nuovo dal nulla, appunto, senza fondamenti. 
Insomma, una follia. 
L’opera d’arte, invece, conserva, per quanto possa essere innovativa si pone e si ripropone, non mai rivoluzionaria perché, non ha alcuna trascendenza, non vive uno spazio autonomo immacolato e riservato. L’opera d’arte, per poter trasmettere un significato, per poter comunicare, deve avere stare e restare nel vissuto, nella miseria del non riuscire ad essere, nel labirintico, inestricabile dominio del dolore. Questo è il fondamento a cui ogni opera d’arte deve appellarsi, a cui ovunque collegarsi. A cui sempre riferirsi. Se poi può trascenderlo, è perché c’è, perché è concepibile. Essere nelle cose stesse della vita, cioè senza alcuna trascendenza, permette all’opera d’arte di rappresentare, di mostrare i significati che emergono e unificano le concezioni e l’essenza degli umani, che permettono di trascendere questo nostro singolare “passaggio in ombra” sul proscenio del mondo e di esserci anche quando mai più ci saremo. Forse, l’opera d’arte può talvolta anche trascendere, senza mai ascendere però.

In questo senso, pertanto, perché è esclusiva ma non escludente, perché è una forma priva di formalizzazione, perché è una verità senza realtà, perché è trascendente senza essere ascendente, l’opera d’arte è sempre educativa.

Non può non essere ermeneutica.

Non può non aver significati da trasmettere.

Probabilmente noi, per concludere, dobbiamo insistere nella elaborazione logica e metodologica di una pedagogia visuale, intesa anche come ermeneutica dell’opera d’arte, che ci insegni a fruire della vita evitando di consumarla.

Infine, che cosa è la fruizione estetica?

Una bella e giovane ragazza affacciata ai balconi, dal «cuore anelante con limpidezza di lacrima», osservava un pover’uomo che passava sulla strada per lavoro.

Guadagnava pochi soldi con paga giornaliera.

Ogni giorno trasportava a mano da una parte all’altra secchioni di acqua sporca e, per poter sopravvivere, veniva pagato a fine giornata. Il mattino successivo puntualmente ripassava con il secchione d’acqua sporca in una mano, un filone di pane e un fiore.

Così un giorno… due giorni… tre giorni e via via per un intero mese.

Alla fine del mese il pover’uomo ripassò con il suo secchione d’acqua sporca il filone di pane e il solito fiore. La ragazza allora decise di affrontarlo, scese dal balcone, lo chiamò e chiese: “Buon’uomo, scusate, capisco che dovete lavorare e il vostro compenso non è molto ma, proprio perché non è molto, perché spendete i soldi per quel fiore e non comprate invece di altro cibo, almeno per variare il pasto?

Il pover’uomo si fermò un attimo, la guardò dritta negli occhi e rispose: “dolce fanciulla, questo pane mi fa vivere, ma il fiore mi ricorda ogni giorno perché vivo”. E proseguì.

Questa è la fruizione estetica; il motivo per cui viviamo: l’essenza della nostra esistenza.



NOTE


1 Traduzione Alessandro Ceci
2 CARBONI M., Il genio è senza opera. Filosofie antiche e arti contemporanee, Jaca Book, Milano 2017, 195
3 CARBONI M., cit. 2017, 195

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