EPISTEMICA DELL'INSORGENZA

 


Chi ha più ragione: 

  • Giuliano da Empoli che ritiene, nel suo libro "Gli ingegneri del caos", che noi viviamo in un'epoca di caos in cui emergono pamphlet, vignette, satira dei comici televisivi e invettive di troll digitali, in un carnevale che "ha finalmente abbandonato la sua collocazione periferica, ai margini della coscienza dell'uomo occidentale, per assumere l'inedita centralità, posizionandosi come nuovo paradigma della vita politica contemporanea";
  • o Amitav Acharya secondo cui, nel suo ultimo libro "Storia e futuro dell'ordine mondiale", siamo invece in un'epoca di transizione in cui, con il definitivo declino del predominio occidentale, "Nuovi equilibri si delineeranno in quella che sarà una comunità globale davvero più eterogenea, in cui a nessun singolo membro o gruppo di membri sarà data la possibilità di conquistare l'egemonia"?
Sebbene, anche una transizione può essere un caos.

In ogni caso, c'è chi crede che la transizione porti al caos e chi crede che il caos porti ad una transizione.  

Chi ha più ragione?

Nessuno dei due, credo.

Per me, siamo in una fase di insorgenza che non possiamo considerare caotica e nemmeno necessariamente prodromica delle note "magnifiche sorti e progressive". 

Insorgenza è un termine evocativo. In politica non c’è. Nella scienza politica c’è insurrezione che deriva da insurgere, letteralmente levarsi contro, e che si riferisce a un movimento di ribellione legittima contro una illegittima usurpazione; una ribellione di massa, normalmente guidata dai fautori della giustizia e del diritto, contro chi si è impadronito del potere “tramite la forza e l’inganno”. L’insurrezione del popolo contro il tiranno è ciò che qualsiasi liberatore vorrebbe avere, ma che quasi mai ottiene. L’insorgenza invece evoca la minaccia prossima di chi aspira ad una insurrezione che non avrà, perché si attribuisce una falsa e falsificata legittimità. Deriva da sorgere ed indica un nascere malsano, non soltanto contrario, ma negativo, perverso, ingannevole, pericoloso. Se l’insurrezione sta tra la sommossa e la rivoluzione, l’insorgenza sta tra il sabotaggio e la sedizione. Se l’insurrezione è l’ondata che rompe gli argini, l’insorgenza è il lento salire di livello dell’acqua. Se l’insurrezione è un movimento collettivo, l’insorgenza è una avanguardia. Se l’insurrezione è invasiva, l’insorgenza è pervasiva. Tuttavia la differenza vera sta nel movimento di massa che, con la sua presenza, attribuisce legittimità all’insurrezione e che, con la sua assenza, rende invece illegittima l’insorgenza, normalmente riservata ad élite non necessariamente rivoluzionarie. Ben inteso, ogni insorgenza può diventare insurrezione. Quando accade i rivoluzionari diventano eroi. Quando non accade restano criminali. Naturalmente ogni insurrezione può generare nuovi tiranni, come è evidente nel caso di Cuba. Ad ogni modo le differenze restano tutte, ben chiare: il movimento di massa attribuisce una legittimazione morale alla insurrezione che l’insorgenza non avrà mai. L’insorgenza è sempre un rischio. 

Inoltre, insorgenza è anche una parola denotativa. Indica che la politica non è un atto, ma un processo; che gli eventi sono sempre avvenimenti. Un atto finisce là, su qualsiasi selciato, dentro la grigia non-giustificazione del lutto, è improvvido, improvviso, imprevisto. Quando non è anche occasionale, un atto è comunque provvisorio. Un atto è sempre circolare, autoreferenziale e conclusivo. In ogni caso, un atto è isolato e immotivato. Un processo, invece, non è isolato e non è immotivato. Può essere autoreferenziale, ma non è mai conclusivo. Un processo non è circolare, ma tentacolare, assorbe energie dall’esterno, dal bisogno e, più spesso, dal sogno delle popolazioni insoddisfatte. Si mostra in una concatenazione di cause ed effetti. Consiste in un procedimento, in una metodologia di azione e raffigura sempre la forma di un divenire, l’espressione accogliente o minacciosa di uno sviluppo. Un processo politico è congiunzione e concatenazione di eventi, che compaiono pian piano, emergono progressivamente dalla marea della cronaca e si legano in un unico flusso. Talvolta sorgono serenamente come conseguenza di un determinato fenomeno storico. Più spesso insorgono contro un ordine che considerano generalmente non accettato e non accettabile. Insorgente è il processo che, quando sorge, non sa ancora se insorgerà.

Infine, insorgenza è una parola connotativa. Caratterizza una situazione di fibrillazione in un determinato e definito habitat politico. Ci fa capire se quella febbre è il prodotto di un virus a diffusione planetaria o di una malattia somatica tipica. Non è soltanto ciò che emerge, è anche ciò che si diffonde, se si diffonde, con quale modalità e ritmo di propagazione, con quale frequenza e intensità. Richiede la decodificazione dei suoi caratteri e dei suoi codici culturali, la interpretazione dei suoi messaggi letterari ed iconici. L’insorgenza ha una sua semantica, un ben definito sistema di segni, codici e significati, la cui percezione fa cogliere la dimensione che potrebbe assumere il fenomeno. In questo senso, l’insorgenza è un grido di aiuto o una rivendicazione, più o meno chiassosa, una informazione che da una precisa fonte emittente si indirizza verso un destinatario che non è sempre ricevente. Se chi riceve l’informazione semplicemente la cataloga in una banca dati, rischia di dimenticarla; non curante lascia l’insorgenza diventare insurrezionale, con il rischio che esploda in vera e propria insurrezione popolare di massa. Se invece il ricevente diventa ricettore e, a sua volta, interpreta e diffonde il messaggio, trasformando la informazione in comunicazione, il fenomeno può essere controllato ed eventualmente depotenziato.

Tuttavia, in qualsiasi conflitto, individuale o collettivo, personale o organizzativo, in qualsivoglia sua fase di composizione o di decomposizione, di strutturazione o di destrutturazione, l’insorgenza è sempre l’atto di nascita di un processo politico. Così il 2000 è nato nel 1989. Il nuovo mondo è stato generato dalla conclusione dell’ordine internazionale bipolare e dalla dissoluzione del gelido blocco del comunismo realizzato. Pierre Lellouche descrive questo mondo nuovo come il passaggio dall’ordine di Yalta al disordine delle nazioni, una transizione post-atomica verso un non-sistema, fondato su un disordine planetario che l’illusione democratica e la pax americana non riescono a governare. “Per parte mia - egli concludeva profeticamente il suo libro del 1994 - sono convinto che i tentativi - quasi commoventi - di preservare ad ogni costo lo status quo geopolitico del vecchio mondo non costituiscono, nel migliore dei casi, che una soluzione di attesa di brevissimo termine. Per il resto, questi tentativi mi sembrano destinati al fallimento, e rischiano anche di essere la causa di nuove instabilità, e proprio nella misura in cui mettono in luce una incapacità quasi generale delle nostre democrazie di valutare le sfide del nuovo mondo”. Era il 1994. Il 2001 e le reazioni successive fino al 2026 avrebbero quasi santificato queste parole.

Eppure, “molti architetti del nuovo ordine”, inconsapevolmente formati alla scuola rigida del processo dialettico hegeliano e del materialismo storico di Karl Marx, sebbene proclamatisi di diversificata fede, si sono illusi di essere definitivamente entrati nell’ultima sintesi, nella statica della società conclusiva. Questa dialettica dissacrata dalla complessità della storia e della politica si pronuncia, di solito, con una classica, molte volte banale, tripartizione: pre-industriale, industriale, post-industriale; agricoltura, industria, servizi; micro sistema chiuso, sistema impero, sistema mondo; pre-moderno, moderno, postmoderno; hard power, power, soft power. Cosicché, fino a qualche anno fa, l’universo in eterna proliferazione della comunicazione mediatica era preda della “letteratura dell’allegra incoscienza”, sentendosi al terzo stadio, in pieno futuro, nella ultima sintesi democratica del processo storico. Il crollo del sistema sovietico sotto il peso simbolico del muro di Berlino, aveva lasciato troppi orfani e troppi esaltati fautori. Molti di questi moltiplicatori comunicativi sono andati in giro a proporre l’immagine di uno sviluppo escatologico del mondo, cioè il paradigma della fine, l’idea che tutto stesse finendo, in qualche modo morendo, che il mondo fosse giunto sul crinale ripido di una rapida conclusione. Gli analisti, gli opinion makers, gli intellettuali e gli scienziati sociali e della politica ritenevano che ormai tutto fosse in qualche modo concluso e che il mondo si fosse finalmente normalizzato dentro la espansione automatica e costante della democrazia liberale occidentale. Se aveva ceduto la superpotenza sovietica, chi mai avrebbe potuto resistere ed eventualmente contrastare l’irrefrenabile processo di democratization du mondeLoro vedevano tante cose che improvvisamente finivano. Finiva la storia, finivano i sistemi contrapposti, finiva il comunismo, finivano i blocchi, finivano gli schieramenti, le eversioni, le illusioni, le utopie, le mistificazioni, finivano le parti che avevano diviso il mondo e finiva il mondo dalle parti divise. Potevano finire le nazioni anche senza che finissero le nazionalità. La globalizzazione poteva diventare globalità in una unica megalopoli multietnica, dove le identità culturali si ritrovavano, spesso nelle tradizionali forme, organizzate in territori altri, distanti e distinti da quelli di provenienza. Internet rappresentava il nuovo Prometeo: l’uomo liberato dal peso delle cinture di sicurezza e dall’ostruzionismo delle barrire politiche. Si aveva la percezione di una transizione pacificata verso un futuro non definito e difficilmente definibile.


In relativamente pochi anni (secondo i parametri storici) abbiamo vissuto la fine di un universo simbolico. Ma, quando qualcosa finisce, significa che ne inizia un’altra. Tutti hanno creduto che la fine di uno dei due contendenti, quasi per abbandono stremato dalla crisi economica, significasse inevitabile e automatica accettazione di una globalizzazione senza freni. Noi abbiamo vissuto il paradigma della fine, o dello sviluppo escatologico, senza la formulazione di un paradigma dell’inizio, o dello sviluppo eterologico, quello sviluppo cioè che va a cercare nel mondo le qualità che esso ancora non possiede.

Convinti della superiorità conclamata della civiltà occidentale ci siamo illusi che ormai fosse soltanto una questione di tempo per il definitivo processo di assimilazione ai valori del mercato autoregolato. L’11 settembre 2001, però, abbiamo dovuto prendere coscienza che, assieme al resto, era finito anche l’equilibrio nella politica internazionale e che, anzi, ci trovavamo improvvisamente di fronte a una nuova minaccia di destabilizzazione planetaria. La storia non è un remake e noi non siamo fermi in Europa al 1945. Le stesse armi che hanno prodotto la pacificazione nel vecchio continente rischiano di produrre in nuovi continenti una infinita guerra dal multiforme nemico.

Alla democrazia ognuno deve arrivare da solo. Questo ha di tipico la democrazia: che non può essere imposta senza essere contraddetta. Forse può essere impostata. Ma per questo non servono le armi e la forza. Serve la politica e, al limite, i soldi, che pure sono una parte della politica. Quello democratico è un percorso che ogni popolo deve compiere per conto suo. Il ruolo dell’Occidente non poteva che essere quello di referente politico e di riferimento economico, per favorire i processi di democratizzazione dei regimi totalitari. Un ruolo di politica attiva e quotidiana per la riduzione nel pianeta della massa critica della tirannide dei governi e della insoddisfazione dei popoli. Una sorta di chemioterapia politica in grado di ridurre le aree aggredite dalla violenza di militanti o di militari e riservare l’operazione per asportare le metastasi circoscritte soltanto come ultima ratio della cura. Invece, paradossalmente, l’Occidente si è estraniato dall’universo che avrebbe dovuto essere occidentalizzato. Oltre la nostra globalizzazione c’era soltanto periferia che presto sarebbe stata globalizzata. Abbiamo dovuto capire, chi prima chi dopo l’attentato di New York, che la caduta del criterio di legittimazione dell’equilibrio, sul quale erano state edificate tutte le istituzioni internazionali successive alla seconda guerra mondiale, di nuovo costringeva gli esseri umani a vivere “sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile” come scrisse l’11 aprile del 1963 Giovanni XXIII nella famosa enciclica pacem in terrisGiacché le armi ci sono; - diceva il Papa buono - e se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile e incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico”. Naturalmente in quella enciclica c’è molto di più. È un vero e proprio trattato politico sulla legittimità del potere e sull’idea di autorità all’interno degli Stati. In quella enciclica c’è l’invito necessario a perseguire un ordine mondiale costruito su quattro pilastri: verità, giustizia, solidarietà e libertà. Senza essere fondata su queste quattro colonne dell’ordine, “la pace rimane solo un suono di parole”, un rumore di fondo. Alla fine ci siamo trovati dentro “la prima guerra multiculturale dell’era globale”, come l’ha definita Kaled Fouad Allam, senza capire la struttura tribale del potere nella complessa società irakena e il rapporto parentale nel sistema di solidarietà e coesione sociale di quel regime. L’abbiamo vinta, per dissoluzione del nemico, ma siamo certi di averla conclusa? E siamo certi di averla vinta sul piano politico ed anche militare? Gli ultimi eventi inducono allo scetticismo.

In un noto talk show televisivo, durante la seconda guerra irakena, un giornalista palestinese che da anni vive in occidente, con un perfetto italiano, ha sostenuto che in Iraq ci sono state almeno due guerre. La prima fino all’arrivo dell’esercito anglo americano a Bagdad, sarebbe stata vinta da Saddam Hussein in quanto la popolazione irachena non ha sostenuto, bandierine e saluti, l’avanzata liberatoria degli eserciti democratici contro il cruento tiranno. La seconda, la guerra delle città, il conflitto metropolitano, la guerriglia urbana, che allora era tutta ancora da combattere, sarebbe stata vinta dalla potenza tecnologica e militare dell’occidente. Noi possiamo aggiungere una terza guerra, quella asimmetrica, che è stata combattuta con il terrorismo dopo la istituzione del protettorato anglo americano, sia direttamente istituito, sia per il tramite di un governo locale compiacente. Ci siamo risparmiati una quarta guerra che poteva essere combattuta con i movimenti religiosi di massa, come ad esempio gli Sciiti, le cui manifestazioni di auto flagellazione potevano apparire come pericolosi segnali di insorgenza. Abbiamo, in qualche modo, scampato il rischio di un conflitto permanente costruito anche, se non principalmente, sulle sconfitte e sul martirio. Cosa che potrebbe riemergere se non si concludono positivamente gli accordi con l'Iran, dopo l'attacco Israelo/Americano. 

In Medio Oriente, il mondo arabo laico è quasi completamente scomparso. Restano forme di aggregazione sociale e di stratificazione del potere diverse da quelle a cui noi siamo abituati. Basti pensare, ad esempio, che i nostri amministratori sono tali in quanto generalmente identificati con i territori che governano. In un sistema fideistico e religioso invece si amministrano le anime, gli uomini più che le città, le popolazioni più delle nazioni, anzi oltre le nazioni, in qualsiasi territorio, ovunque nel mondo. Perdere una guerra e perdere un governo, specialmente quando questa espropriazione è percepita come una ingiusta e ingiustificata aggressione, non è considerata necessariamente una sconfitta.

Il mulk è un processo di legittimazione di tipo dinastico, che si mantiene su un mix di coercizione ed elargizione, che reclama una assunzione di responsabilità di fronte ad una minaccia esterna e ottiene un consenso per identificazione, fino alla santificazione del martirio. Ormai il centro di gravità della politica araba è definitivamente spostato verso la religione. E, per ora, questo fatto è irreversibile. La guerra contro l'Iran potrebbe favorire occulti processi di esaltazione eroica se non proprio di divinizzazione. A questo si aggiunga che una certa elasticità, quasi di opportunismo, dei popoli a sostenere i vincitori aumenta considerevolmente il tasso di ipocrisia politica e sociale di quell’area. 

Di fronte alla politica strategica USA, finalizzata ad attribuire ad Israele un imprimatur politico di area, assistiamo ad una forma di collaborazionismo e di enfasi interessata, che, in realtà, avevamo già riscontrato durante la guerra in Iraq, diversa dalle opposizioni storiche alla tirannide di Saddam. Uno dei fattori da considerare ancora oggi in Iran, visto che nelle società non secolarizzate il tempo trascorre con una certa lentezza, è una forte ripresa del fondamentalismo; di un fondamentalismo per certi versi più agguerrito e militarizzato (come Hamas ed Hezbollah) perché non è più un agente estraneo alla morfologia politica e culturale della nazione e spesso anche dello Stato.

Non è un caso che, con tutto ciò che è successo in questo periodo storico, sia in Palestina che in Iran, alla fine, le dichiarazioni politiche di alcuni governanti di vari Stati arabi siano state sempre molto prudenti e molto attente a cercare di governare i sussulti emotivi dei loro popoli. Proprio quegli atteggiamenti dimostrano che la religione, pur essendo sempre un criterio di legittimazione, uno strumento indispensabile per essere accettati come guida, la determinante valenza dei martiri nella strategia militare del mondo islamico si è attenuata e vale principalmente come connotazione dell'azione politica militante (molto meno in quella militare) soltanto come funzione di legittimazione politica del potere. I martiri necessari per rafforzare il potere islamico  non sono più i kamikaze, sono i cittadini vittime della azione dirompente e criminale dei bombardamenti. Ogni bomba rafforza il regime islamico e recluta militanti che condizionano i governanti. Nel mondo islamico, senza martiri non c’è guerra e senza guerra ci sono martiri. Questo è il paradosso della logica bellicistica Israele/USA. Credevano di applicare un paradigma bellicistico occidentale: più morti e più distruzione del nemico significa vittoria. L'Iran ha semplicemente resistito. ed era già pronta a resistere vista la profondità in cui hanno collocato le loro testate missilistiche e i laboratori di gestione del nucleare. I morti dei bombardamenti e i politici uccisi sono diventati i martiri che li hanno rinforzati e che hanno soffocato le spinte riformatrici della popolazione. Il contrario, perfettamente il contrario di ciò che si aspettava Trump. Nessuno si è organizzato per ribaltare il regime e gli oppositori sono scomparsi. Anzi, hanno rilegittimato il nucleo morale e spirituale della religione islamica (non credo soltanto sciita). Ancora una volta il martirio li trasforma nei veri e puri difensori del sacro suolo dell’Islam in quanto unici eredi della parola dell’ayatollah Khomeini.


C’è una guerra culturale, dunque, che non è compresa dalla guerra militare e che è molto più strategica, specialmente quando l’avanzata delle truppe viene coperta da accordi e compromessi politici. La semiosfera si è estesa ovunque. Le bombe hanno ammutolito prima di tutto noi. Abbiamo smesso di guerreggiare, infatti, con un conflitto semantico. Rinunciamo agli esercizi della filosofia politica, prima e dopo gli eserciti. Invece, sia per la nostra e la loro prospettiva di sviluppo, per la nostra e la loro evoluzione, abbiamo bisogno di mantenere l’intelligenza negli uomini piuttosto che trasferirla nella tecnologia, negli ordigni, comunque negli strumenti. La delusione è di una clamorosa evidenza, per quanto si sia voluto coprirla con gli usuali trucchi mediatici.

Il fatto che gli analisti militari israelo-americani si aspettassero una adesione popolare alla loro azione di liberazione dal regime israeliano, come prima gli anglo-americani si aspettavano una sommossa di massa contro il tiranno di Baghdad e che invece, nel momento stesso in cui si minacciavano la distruzione dei ponti, dovevano constatare una più forte presenza dei cittadini a presidiare i siti strategici, non dimostra soltanto una incapacità di “interpretare il codice culturale del nemico”. Dimostra anche una estraneazione dai processi politici del mondo. Dimostra che la monocultura tecnica e tecnologica degli standard produce un surplus soffocante di informazioni che finisce per ostruire la comunicazione senza codice tra soggetti e trascura “la dimensione umana nello svolgimento della vicenda bellica”.

Secondo Walter Benjiamin, il paradossale destino del traduttore di opere d’arte consiste nel tradurre l’inessenziale e tralasciare l’essenziale; perché, mentre l’artista opera per sé (e questo è l’essenziale), il traduttore opera per un pubblico (e questo, per un artista, è veramente inessenziale). La storia contemporanea è piena di eventi che, come opere d’arte, necessitano di traduttori. I moderni traduttori sono i cronisti, i comunicatori caldi ed emozionali (visuali) o freddi e razionali (editoriali). Ogni evento storico, e le guerre in special modo, è preda di traduttori multimediali. Nemmeno loro possono tuttavia sfuggire al paradossale destino di ogni traduttore. I protagonisti della storia agiscono per sé stessi, per i loro interessi politici ed economici. Questo è l’essenziale. Il resto non conta. I traduttori multimediali moderni invece operano per un pubblico, che è influente, che va governato, che deve essere condizionato, ma che resta decisamente inessenziale, come dimostra l’atteggiamento israelo/americano nell’ultimo conflitto in Iran, programmato, gestito e concluso indifferentemente dal prevalente dissenso della pubblica opinione internazionale. In ogni caso, poiché noi ci cibiamo e giudichiamo e ci schieriamo sulla base del testo inessenziale dei traduttori multimediali moderni, accade che al tempo stesso ci crogioliamo in astrusi conflitti oratori su questioni decisamente inessenziali. D’altronde, a meno che non conosciamo tutte le lingue del mondo, se vogliamo leggere una poesia dobbiamo leggere la versione del traduttore.

Se vogliamo partecipare politicamente alla analisi o alla azione nei confronti di eventi storici significativi, possiamo valutare soltanto sulla base della interpretazione dei traduttori. È inevitabile. Lo è sempre stato.

La nostra immagine di Pericle è quella che ci ha tramandato Tucidide. Conosciamo Socrate, perché ce lo ha raccontato Platone. Cristo stesso, il cui messaggio ha travolto il più grande impero del mondo e coinvolto per secoli popolazioni intere nella esaltazione e nel martirio, nel pregiudizio e nella divinizzazione di un potere fideistico totalizzante su territori prima e coscienze poi; che ha generato il cattolicesimo e quindi la più duratura e farisaica forma di dominio anticristiana della storia; è soltanto opera di traduttori che ce lo hanno raccontato e oggi ancora di un solo inequivocabile traduttore, il Papa, che ogni giorno continua ad interpretare i segnali del divino. Il dogma dell’infallibilità del papa, come diceva Karl Popper, è blasfemo proprio dal punto di vista del cristianesimo, che è la religione dell’uomo e della sua azione di amore. Anche qui, però, il traduttore ci trasmette l’inessenziale (la parola rivelata, il verbo) e tralascia l’essenziale (la parola realizzata, il comportamento). Forse perché, ad essere fedeli interpreti del senso profondo del Cristianesimo, quel traduttore dovrebbe distruggersi, ma questo è un altro discorso. Comunque sia, si tratta sempre e soltanto di traduzioni che hanno un indispensabile bisogno di miracolose notizie come prova della loro autenticità.

La notice è il dominus di ogni traduzione degli eventi storici. C’è una cultura della notice, che è la spasmodica ricerca di informazione e novità, che confonde, inganna e spesso occulta la conoscenza reale dei fenomeni. C’è una oggettiva difficoltà a cogliere il trend dei processi generali della storia a causa di una overdose da incongrue informazioni. Troppe volte la corretta interpretazione dei codici culturali di un processo politico è deviata, quasi depistata, dall’imperativo categorico della notizia. E gli scrittori hanno grande difficoltà a concludere i loro libri, che rischiano di essere obsoleti il giorno stesso della presentazione. Siamo preda di famelici traduttori. Viviamo nel dominio incontrastato della traduzione in un sistema davvero globale di istituzionalizzazione dell’inessenziale. Si sa, d’altronde, che una notizia ripetuta è una indubitabile verità. Se proprio quella notizia sia determinante per la comprensione di quel fenomeno è irrilevante, l’importante è che si istituzionalizzi come vera per avvalorare la traduzione: molto spesso la traduzione inessenziale.

Non abbiamo scampo se non quello dello scambio. L’unica nostra possibilità di verifica è il confronto critico, lo scambio interpretativo tra diversi traduttori e diversificate traduzioni, o eventualmente con i protagonisti (che talvolta sono essi stessi altri traduttori): l’unica possibilità è il passaggio dalla informazione alla comunicazione. Ma anche questo è un altro discorso. Si vedrà. 

Secondo Jean Baudrillard lo scambio è sempre ciò che “passa da un luogo ad un altro secondo un sistema di equivalenza”. Si tratta di un preciso meccanismo di “reversibilità dei termini”. Due universi simbolici alternativi, nel momento in cui entrano in una relazione di scambio si trasferiscono contemporaneamente il valore dei reciproci codici culturali. Ogni tipo di scambio è così, sia quello dei prodotti, dei beni o dei servizi, sia quello dei valori che i sistemi o gli individui reciprocamente esprimono. Gli etnologi utilizzano comunemente il termine potlach per definire particolarissime cerimonie sfarzose e fastose. In queste feste si verifica una distribuzione e una distruzione dei beni ad indicare l’obbligo di scambiare, donare, ricevere e restituire in misura sempre maggiore. Scrive Marcel Mauss, eminente studioso di queste pratiche tipiche delle tribù sudamericane, “l’importanza principale del potlach consiste nella possibilità dell’uomo di cogliere ciò che gli sfugge, di combinare i moti illuminati dell’universo con il limite di ciò che gli appartiene”. Dunque, non l’acquisizione di notizie, ma lo scambio relazionale e comunicativo ci fa cogliere i significati dei processi politici. Senza scambio abbiamo soltanto semplice occupazione degli spazi, accatastamento e confusione, che spesso determinano equivoci ed incomprensione. Vedete come è fuzzy la politica della complessità: un surplus di informazioni che determina un deficit di interpretazione. Ci vorrebbe un potlach politico, una azione di scambio comunicativo in grado di selezionare autonomamente e automaticamente le notizie da distribuire e quelle da distruggere. La funzione della critica in questa dinamica dello scambio è proprio in questa autoreferenzialità della comunicazione, che cresce e migliora con la sua frequenza; che non deve mai interrompersi. In assenza di questo scambio resta semplicemente il rischio di perdersi nell’inessenziale. Per ridurlo, questo rischio, abbiamo bisogno di trasferire idee, di confrontare criticamente differenti universi simbolici, abbiamo bisogno di produrre significati dove ci sono soltanto notizie. Per questo vorremmo che il mondo fosse meno razionale e un poco più ragionevole.

Forse uno scambio è anche una sfida. “Circoscriviamo dei domini dove sembrano riunirsi forme di razionalità diverse: economica, anatomica, sessuale; - conclude Baudrillard - ma l’aspetto fondamentale, radicale, è sempre quello della sfida, del rilancio, o meglio del potlach, quindi della negazione del valore o, più semplicemente, del sacrificio del valore”. Era inimmaginabile sfida ostentata la piatta paura illuminata a morte a Bagdad che aspettava di essere bombardata, come l'Iran che accoglie i bombardamenti e blocca il mondo (anche i bombardiere) controllando lo stretto di Ormuz. Il terrore applicato sorregge il potere dei regimi, di ogni regime e di ogni organizzazione miltar-militante; mentre il pensiero notizia dei mass media è sempre meno pensiero ragione, che fa squillare allegramente la pubblicità tra i corpi dei bambini curdi bruciati dal gas etnico, tra le macerie delle baracche palestinesi demolite dagli israeliani, tra i pezzi di esplosivo e carne degli uomini bomba appiccicati sui corpi dei feriti, senza saper distinguere quale è il sangue che ti sporca, se il tuo o quello che ti è rimbalzato addosso da un altro martire nel labirinto degli specchi.

Il mondo è pieno di assurdità drammatiche e dolorose, di commentatori che ostentano competenza di pace in aspri conflitti di parole, politici che insultano per non essere insultati ogni volta che ci spiegano scenari complicati che quasi mai corrispondono alla dura realtà dei fatti storici.

Ci vorrebbe un po’ più di silenzio.

Siamo impressionati da quante dichiarazioni, commenti, competenze ed esperienze compaiono improvvisamente dal nulla di fronte ad ogni morte, già pronte a descriverci con minuzie di particolari non verificabili il risico multimediale delle variabili geopolitiche del conflitto. Con tutti questi esperti in bella mostra, come ha fatto a sbagliare approccio tattico l’impressionante apparato bellico statunitense? Forse si poteva chiedere ausilio agli abituali frequentatori di qualche ricorrente trasmissione televisiva.


In realtà, c’è una dimensione silenziosa dell’azione politica, fatta di intuizioni, di percezioni sensitive, relazioni comunicative instabili che è molto più profonda e proficua di qualsiasi documentazione informativa. Soltanto a guerra conclusa ci siamo meravigliati della spregiudicata strategia tattica statunitense e della mancata reazione degli eserciti iraniani o delle organizzazioni militar-militanti di Hamas e di Hezbollah. Soltanto a guerra conclusa si capisce che, in silenzio, l’intelligence concorda una salvaguardia ai generali avversari compiacenti. Questa funzione sotterranea e mimetica dell’azione politica, se vale per ridurre l’irruenza e la violenza di un conflitto, può valere anche per costruire la pace oltre qualsivoglia realpolitik di maniera, la banale constatazione dei fatti e dei soggetti in campo.

Aldo Moro, abituato a mediare fra opposti estremizzati, amava ripetere che la politica è un mestiere che sembra fatto di nulla. Occorre agire ogni giorno, ogni giorno parlare con qualcuno che ti aiuti a capire, che ti sappia tradurre, a conquistare un consenso, a costruire una connessione, un linkaggio, una condivisione. Questo lavoro che sembra di nulla, che non appare, che non si vede, è una delle essenze dell’azione politica ed è l’unica attività preventiva credibile. Per determinarsi, quella condizione ha bisogno di pazienza, di un lavoro di convincimento e di confronto, una tessitura comunicativa occulta eppure energica e salda. Ho l’impressione, invece, che dentro il tubo catodico i protagonisti siano superati dagli eventi e che tutti viviamo sul crinale di un baratro infinito. Il precipizio è al nostro fianco, mentre cerchiamo di viaggiare sulle imprendibili onde magnetiche dell’etere.


le vie per uscire dall’insorgenza...

I

Noi siamo abituati a considerare gli Stati come un corpo fisico e politico unico. È una illusione ottica. Invece uno Stato può avere una politica estera totalmente diversa e addirittura opposta alla sua natura politica interna. Specialmente una nazione, come quella americana, che non ha mai importato malattie, ma le ha soltanto esportate, può avere la tendenza a considerare la politica estera come cosa estranea alla sua interiore ricerca della felicità. Piuttosto che come sistema di relazioni da amalgamare, può essere portata a considerare la sua politica estera come un dovere egemonico. Come una leadership piuttosto che come una relationship.

Quando il mondo era ancora soffocato dalla polvere del muro di Berlino, l’Economist proclamava che gli Stati Uniti “cavalcavano il mondo come un colosso”. Nell’immaginario collettivo dell’Occidente gli USA sono ancora un cow boy su un cavallo troppo piccolo, che dominano “ gli affari, il commercio e le comunicazioni”, disponendo della “ più forte economia del mondo e la loro forza militare non conosce pari”. Sono un’altra Roma, più forte di Roma; perché gli Americani, al potere delle legioni, aggiungono una supremazia sistemica che, come disse Lara Marlowe, “abbraccia il settore economico, finanziario e militare, lo stile di vita, la lingua e i prodotti di massa che sommergono il mondo, condizionando così il pensiero e affascinando persino i nemici”. Nel 1998, Védrine, coniò addirittura il termine iperpotenza, sembrandogli inadatto quello di superpotenza. Il dramma di questa situazione è che era vera. Ed è sempre più vera dopo ogni guerra vinta o persa sul piano militare. Anzi, è proprio per questa supremazia complessiva chegli effetti sono gli stessi sia che la guerra sia vinta, sia che sia aperta. Come un atleta che non pensa di invecchiare, ogni prova muscolosa trasforma il dovere egemonico di un potere controllato in esaltazione incontrollata della potenza. Una iperpotenza, in grado di regolare il mondo, può facilmente trasformarsi in una ipopotenza in condizione di soffocarlo. Non c’è dubbio che, di fronte alla conclusione dell’ordine mondiale costruito dopo Yalta sull’equilibrio delle superpotenze, l’unica nazione in grado di fronteggiare le esigenze di sicurezza del pianeta sono stati gli USA. Ma nessuno voleva passare, come ha scritto bene Paolo Raffone, dalla guerra fredda ad una fredda guerra.

La nazione americana, che per la prima volta ha avvertito la sua interiore vulnerabilità dopo l’11 settembre 2001, ha trasformato la sua iperpotenza in una ipopotenza e ha sprofondato nel vuoto gli obsoleti istituti internazionali. Siamo passati dalla relationship alla leadership, dalla egemonia alla supremazia. Ma il crollo delle Twin Towers ha determinato soltanto una accelerazione rispetto a ciò che già era in atto con il crollo del muro di Berlino. Si è tratto di un effetto decisionale moltiplicatore del processo politico inaugurato con la dottrina clintoniana della polizia internazionaleNonostante il gran vociare della polemica elettoralistica e della propaganda, non c’è una grandissima differenza. Proprio a voler scandagliare, possiamo forse riconoscere che la politica estera di Clinton era mossa da una leadership situazionale, mentre la politica estera di “Bush il piccolo” è condotta da una leadership direzionale, che la politica estera di Obama è stata condotta da una leadership carismatica, la politica estera di Biden era condotta da una leadership affiliativa, mentre la politica estera di Trump è condotta da una leadership autoritaria.  Sta di fatto che si tratta comunque di tentativi di imposizione di una egemonia. Con il sopravanzare di conflitti locali, l’Organizzazione delle Nazioni Unite era già sprofondata nel vuoto.


Dopo Berlino il mondo sembrava lasciato in una incomprensibile pausa, in stand by. A quel punto, l’iperpotenza americana guidata da Bill Clinton ha deciso di istituire la sua egemonia, in legittima rappresentanza della democrazia globale, come nuovo criterio di legittimazione delle relazioni internazionali. Il mondo è passato dall’equilibrio della potenza alla egemonia di una potenza in equilibrio. Si è cercato un nuovo ruolo regolatore nella supremazia sistemica statunitense autodefinitasi globale. La leadership situazionale di Clinton faceva in modo che alla imposizione graduale della egemonia americana come criterio di legittimazione per l’inclusione nella globalità concorressero una serie rilevante di soggetti internazionali. Si reclamava un consenso effettivo e quindi, tramite l’azione repressiva contro gli agenti della destabilizzazione, una legittimazione definitiva. L’adesione doveva essere assicurata anche indipendentemente dalla formalizzazione delle decisioni, sulla base di un indiscutibile e superlativo valore morale.

Uscito di scena Clinton, il nuovo Presidente George Bush jr. ha trasformato subito la leadership situazionale in leadership direzionale, cercando di tutelare, da un nemico inesistente, gli alleati classificati sotto un pesante scudo stellare. In questo modo però non ha fatto altro che bloccare la tendenza esterna della situazionalità clintoniana e ha ricondotto la politica estera della sua iperpotenza ormai attiva nello scenario internazionale alla direzionalità interna, al controllo e alla difesa del giardino di casa, alla tutela dei confini propri e dei paesi alleati nel processo di globalizzazione. La differenza sta nel fatto che Clinton voleva imporre l’egemonia americana aprendo il processo di globalizzazione alla complessità delle realtà internazionali, in funzione della regolamentazione delle situazioni locali; mentre Bush jr. ha chiuso il processo di globalizzazione attorno alla egemonia americana e a chi ne accettava la supremazia decisionale. E ha pensato di proteggersi con la dottrina dello scudo stellare. L’inversione dei cospicui finanziamenti, nella prima fase della politica di sicurezza della nuova amministrazione, aveva questo semplicissimo significato di dimenticare la città e occuparsi del proprio giardino, al limite del proprio quartiere. Finché gli americani non si sono resi drammaticamente conto che ormai per loro, questo ritorno a dirigere la propria casa, questo estraniarsi dalle situazioni del mondo non era più possibile. Il crollo delle Twin Towers ha svelato al giovane presidente che il suo paese, proprio per esercitare l’egemonia che reclamava, non poteva più disinteressarsi del conflitto israeliano/palestinese, delle situazioni irrisolte del pianeta nel mondo arabo, in Cina, in Africa senza subirne violente conseguenze. 

La politica estera di Obama è stata coperta dal proprio carisma, rafforzato con l'uccisione di Bin Laden in Pakistan ad Abbottabad, il 2 maggio 2011, dieci anni dopo la distruzione delle Twin Towers. Prima il suo carisma era stato messo in discussione con l'attacco alla Libia di Gheddafi e alla distruzione del suo regime, senza alcun tipo di miglioramento della vita civile della nazione e abbandonato ad un conflitto interno di lenta e dolorosa soluzione. L'operazione Neptune Spear, che ha vendicato le stragi, l'ha rafforzato e consolidata con gli accordi del 17 dicembre 2014, quando, dopo 54 anni, si ristabiliscono i rapporti diplomatici con Cube e si dismette il lungo embargo. Nel bene o nel male, la sua forza carismatica si dimostra quando riesce a portare le maggiori nazioni influenti al mondo (USA, UK, Francia, Cina, Russia, Germania) ad un accordo con l'Iran sulla politica nucleare, rinverdendo lo spirito della logica politica di F.D. Rooswelt. 

Definire affiliativa la leadership di Biden, significa affermare che la sua strategia di politica estera era finalizzata alla ricostruzione delle relazioni di gruppo e di schieramento che il primo Trump aveva già interrotto. La sua prima dichiarazione fu "l'America è tornata, ma non possiamo fare tutto da soli", proprio ad indicare che da quel momento in poi le relazione parentali dell'Occidente venivano interamente ripristinate, i legami storici e politici venivano ripristinati. Questo atteggiamento fu esteso anche ad altri teatri della geopolitica, specie come apertura delle relazioni di comunanza con il mondo islamico. Non possiamo ignorare, come connotazione politica della leadership afflittiva, la abrogazione del Travel Ban per eliminare le barriere all'ingresso di cittadini provenienti da Paesi Mussulmani, come la Siria. Questo atteggiamento, cioè di ripristinare il ruolo dell'America nel mondo aveva una doppia faccia; l'altra era quella di tornare ad essere arbitro del sistema internazionale in grado di istituire un fronte unico con gli alleati. L'atteggiamento affiliativo di Biden si è esteso perfino nei confronti del nemico più preoccupante, la Cina, coinvolta nella lotta al cambiamento climatico o alla non-proliferazione.

Infine la  leadership autoritaria di Trump non ha bisogno di riferimenti. Basta seguire la cronaca. Una strategia muscolare, probabilmente più dettata dai propri orientamenti economici che da ragioni politiche. Due elementi tuttavia possiamo verificare nonostante, spero voluta, la isterica e istrionica instabilità delle sue dichiarazioni. La prima è il dichiarato isolazionismo di Trump, proclamato nella conflittualità con l'Europa, nella destabilizzazione della Nato e conclamato con la politica dei dazi, con il tentativo di repressione dell'immigrazione e con il ritiro degli USA da una serie di organismi internazionali. Questo atteggiamento autoritario ha incrementato notevolmente la tensione internazionale, specie con una incertezza introdotta nelle attività belliche. Incertezza nel conflitto Russo/Ucraino, con l'astensione del sostegno americano e incertezza perfino nel rapporto con Israele che, ad oggi, non se se continuare o meno le guerre e non sa come e quando si concluderanno.


Credo che la destabilizzazione americana nasca allo shock dell’11 settembre 2001, che ha disvelato, agli occhi dei cittadini statunitensi, la inconsistenza di uno scudo militare che non poteva proteggerli dal sabotaggio dei propri aerei. Quell’attentato era stato elaborato molti anni prima. Perché non lo avevano scatenato? Perché c’era sempre stato un problema di opportunità politica, nel ruolo planetario che gli USA hanno assunto da Carter in poi, che bloccava la mania assassina di un invasato della fede. Di fronte alle macerie dei propri palazzi e della propria politica, l’entourage dell’amministrazione americana ha reagito come poteva e come sapeva. Avevano la forza delle armi e degli eserciti e hanno reagito con la forza delle armi e degli eserciti, passando dalla ingerenza alla invadenza, dalla adesione alla invasione. Avevano una leadership decisionale interna contrapposta alla leadership situazionale della precedente amministrazione e l'hanno applicata all’esterno. La dottrina della guerra preventiva, sullo schema di Minority Report, è stato il simbolo di questo passaggio dalla decisione situazionale alla decisione direzionale. In ogni caso è stata una accelerazione della imposizione della supremazia americana come criterio di legittimazione internazionale. Soltanto che una supremazia imposta dalle legioni è molto diversa da una egemonia imposta dalla globalizzazione. Come diceva Napoleone ai suoi generali, con le baionette ci si può far tutto, tranne che sedersi sopra. Uno Stato che impone la sua egemonia con le armi rischia di perdere rapidamente il ruolo di garante della sicurezza della comunità internazionale. La sua egemonia non offre più quell’equilibrio che ancora ai tempi della Bosnia e, al limite, dell’Afghanistan, gli veniva riconosciuto. I romani avevano risolto questo problema lasciando esplodere e autoregolare i conflitti e le contraddizioni regionali. Intervenivano soltanto quando quei conflitti raggiungevano una certa soglia e l’intervento delle legioni era proprio indispensabile per ripristinare il controllo. Anche in quel caso, come si è visto, un conflitto sotterraneo, che si è propagato in forma comunicativa tramite una religione, ha destabilizzato, sul lungo periodo, il sistema.

L’insorgenza è una minaccia costante. Una politica di legittimazione della propria egemonia deve temere più di ogni altra cosa l’undergound, ciò che resta sotto, quello che viene nascosto da una pacificazione direzionale, anche opportuna, ma imposta dalle armi per l’affermazione del criterio di legittimazione internazionale dell’egemonia. La supremazia reclama un governo del mondo. L’egemonia predilige la governance. Se la seconda induce una identificazione, la prima produce assimilazione. Alla fine, la guerra al nemico israeliano diventa un tutt’uno con la guerra al nemico americano; la complessità nel mondo si è ridotta a un solo nemico. Ogni azione diventa l’usurpazione del leader e il risentimento sotterraneo una minaccia estensiva oltre ogni confine, oltre ogni scudo, dentro ogni testuggine. Attenti ai militanti asimmetrici che sono la minaccia underground, che ancora viaggiano nei canali sotterranei di una comunicazione fideistica e religiosa, ed entrano dentro la testuggine tecnologica degli scudi spaziali e la destabilizzano.

Cancellare gli Istituti di pacificazione internazionale è un pericolo incommensurabile di valorizzazione dell’insorgenza. Si rischia di introdurre nella politica internazionale (e anche nazionale) una discrezionalità e una schizofrenia che si propaga nel mondo. Alcuni analisti arabi iniziano a pensare che la lobby israeliana abbia soggiogato gli USA che tentano di organizzare l’intera regione per servire Israele. Non c’è più ragione. C’è soltanto la forza. E se c’è soltanto la forza la legittimazione egemonica romana rischia di diventare una supremazia senza legittimazione napoleonica. L'isolazionismo di Trump ha notevolmente indebolito l'America. Prima gli USA venivano percepiti come gli unici arbitri in grado di poter decidere chi poteva esistere nella legittimità della globalizzazione e chi invece diventava una minaccia e doveva essere eliminato. La Cina ed anche l'Iran ha spazzato via questa visione trasformandola in un falso mito. Il resto del mondo è fatto di comprimari. Appunto, una idea napoleonica delle relazioni internazionali. Trump passa violentemente da una falsa operazione necessaria di polizia politica per la sicurezza del pianeta (Venezuela) a una posizione di pulizia militare delle potenziali minacce alla sicurezza americana (Iran). Forse, dopo Berlino, l’Occidente si aspettava il riconoscimento istintivo del suo superiore stile di vita, la legittimazione di una egemonia democratica. Il risveglio dalle sue illusioni infantili di superiorità e di autoaffermazione sarebbe dovuto avvenire con il tonfo rumoroso degli aerei sulle torri. 

Non è stato così.

La guerra, cioè il passaggio dalla egemonia, per il fatto che avviene e per come avviene, ci sprofonda sempre e inequivocabilmente nel pesante sonno della ragione e nei suoi incubi. Quando finalmente ci sveglieremo dovremo riconoscere che questa, del silenzio operoso per il ripristino della legittimità degli istituti internazionali di pacificazione, è la prima, più importante strada per uscire dal terrorismo e dalla sua insorgenza.



II

La seconda strada è quella dello sviluppo. Non c’è sicurezza senza sviluppo e, viceversa, non c’è sviluppo senza sicurezza. Certo se guardo i despoti e il loro terribile potere sulla vita di intere popolazioni non posso che inorridire e avere l’impressione che ogni azione militare sia inevitabile. Ma non è così. Se avessimo deciso, quando la guerra guerreggiata non c’era, di seguire la strada dello sviluppo, non sarebbe stato così. Per ridurre la violenza nel mondo non è possibile arrivare mai a un punto di irreversibilità politica. Prima di arrivare allo snodo insolubile se attaccare o no uno Stato, è possibile agire politicamente, riformare, intervenire nei conflitti strategici e tentare politiche di pacificazione. Bisogna inaugurare un welfare planetario, che riduca la condizione di warfare delle relazioni internazionali. Non è possibile lasciare il conflitto palestinese/israeliano autoregolarsi e poi lamentarsi se qualcuno sovvenziona le famiglie dei martiri di Hamas. Talvolta quella morte è anche un modo per far uscire dalla fame un intero nucleo familiare. La sicurezza nella democrazia va tutelata ogni giorno con la sostituzione del concetto di “globale” con quello di “planetario” e con una politica di riforme sociali ed economiche che garantisca lo stesso sviluppo che fu necessario ai proletarizzati della prima industrializzazione per accettare le fondamenta pacificate delle nostre democrazie. C’è un universo proletarizzato nel mondo che deve essere immesso nella ricchezza delle democrazie globali con un compromesso di pacificazione planetario. Questo sforzo è ancora uno sforzo politico. Infatti, l’ipotesi avanzata dai pensatori economici classici per cui il commercio internazionale reclama la pace, oggi non è più vera. Anzi, è semmai vero il contrario. Un certo commercio per espandersi in nuovi mercati necessita della omogeneità delle condizioni di sfondo relative alla funzione del mercato e alla certezza della contrattualistica e del diritto. 

Una guerra può anche essere funzionale, quando non è possibile un accordo, per l’apertura alla propensione al consumo di un miliardo di persone ancora nella condizione della soddisfazione dei bisogni di sopravvivenza, siano essi musulmani o cinesi. Non dico e non credo che sia soltanto e semplicisticamente una questione relativa all’approvvigionamento del petrolio. 

Credo che sia un problema relativo alla moneta, e c’è una grandissima differenza. Una nazione non fa una guerra per lucrare sul prezzo della benzina. La fa per imporre ancora la propria moneta come prevalente moneta di scambio. E per far questo occorre una nuova egemonia, una supremazia politica e militare per il controllo della geopolitica internazionale, specialmente dove il volume degli scambi è il più corposo e dove, per forza di cose, una enorme folla solitaria etero diretta sarà costretta a commerciare e a consumare. Non dobbiamo dimenticare che ultimamente la saldezza e la supremazia del dollaro americano è stata fortemente minacciata dalla concorrenza dell’Euro e dello Yen giapponese.  Il grande disegno necessario a rilanciare l’economia tarda e le elezioni politiche, in una democrazia, sono sempre in agguato.

La paura si impadronisce della borsa.

Forse qualcuno ancora oggi pensa che, senza l’espansione in nuovi mercati, tutto il network della globalizzazione sia profondamente minacciato. E i mercati nuovi sono nelle Piattaforme Continentali affollate di gente che ancora deve iniziare a consumare. Una o più porte aperte in quelle aree sono il presupposto per far quadrare i conti. Ben venga chi pensa così, se tutto questo significherà far uscire dalla miseria il genere umano che continua a morire di sete. Lo sviluppo è l’unica condizione di controllo dei conflitti.

Per uscire dalla violenza politica e dalla sua insorgenza è necessario ripristinare in altri continenti il metodo marginal funzionalista utilizzato da Jean Monnet per la integrazione delle nazioni europee; perché, per certi versi, è molto più difficile esportare la democrazia che i soldi. La democrazia non è un atto, è un processo, a cui ciascuno giunge con la propria identità. L’unica cosa che possiamo fare è costruire le condizioni economiche sociali e culturali affinché questo processo avanzi, da solo, il più rapidamente possibile. E questo ritmo può essere assicurato soltanto dalle politiche economiche dello sviluppo, dalla sottrazione alla morte assiderata di intere generazioni, eppure in grado di auto governarsi e di auto emanciparsi. In questo l’Europa potrebbe svolgere un grande ruolo mediterraneo se smette il balletto ottocentesco delle sue sovranità, dei suoi nazionalismi e dei suoi protagonismi. Invece, si avverte l’impressione che l’Unione Europea voglia restare il solito gigante economico dai piedi d’argilla. Qualcuno enfatizza il sospetto che nonostante le ampie risorse economiche e tecnologiche, l’Europa voglia sentirsi sicura senza pagarne il prezzo. Questa preoccupazione ostacola il ruolo di equilibrio che gli Europei potrebbero svolgere anche nei confronti degli americani. Purtroppo i sospetti bruciano i rapporti, mentre per gestire il dopo guerra è indispensabile ripristinare un clima di fiducia, altrimenti sarà difficile far rientrare “nel sano alveo del diritto internazionale” le peggiori inclinazioni dell’azione politica dell’attuale amministrazione statunitense. 

Ormai è chiaro che nel mondo l’economia è funzione della politica. Senza una influenza politica non vi è nemmeno una affluenza economica. Il capitalismo - diceva Olof Palme - è una pecora che va tosata”. La pecora verrà tosata da chi avrà le forbici per farlo. Senza una politica planetaria il sistema economico non produrrà i vantaggi dello sviluppo. Potrà restare nell’irrefrenabile crescita, caratterizzata dalla inutile accumulazione della ricchezza nelle mani di pochi. Una Europa capace di produrre le forbici, cioè in grado di investire sulla sua autonomia politica, potrebbe farsi garante del welfare planetario necessario per eliminare i vincoli allo sviluppo. Naturalmente, però, di fronte alla emergenza umanitaria, chiunque lo faccia è comunque ben accolto in un pianeta che ha vitale esigenza di estendere il benessere per garantirsi definitivamente maggiori livelli di sicurezza. La logica di Clausewitz non basta più, né sul piano militare, né sul piano politico, per sopravvivere nel complesso sistema delle relazioni internazionali.


III

Nel suo ultimo libro sul terrorismo, Alan Dershowitz, riporta una decisione della Corte Suprema di Israele, “in base alla quale si proibisce l’uso di pressioni fisiche volte a procurarsi informazioni ritenute necessarie alla prevenzione”. Il presidente di quella Corte, Aharon Barak, nel commentare la sentenza ha dichiarato: “Nonostante debba combattere con una mano legata dietro la schiena, la democrazia ha comunque il coltello dalla parte del manico”. 

Direi che proprio perché ha una mano legata dietro la schiena, la democrazia continua ad aver il coltello ben saldo dalla parte del manico. Forse di volta in volta sceglierà quale mano usare, ma proprio perché ha il senso del limite la democrazia mantiene una forza attrattiva irresistibile. Senza quel limite, la democrazia si trasforma in una nuova forma di totalitarismo, ben più pericoloso perché, in qualche modo, legalizzato. Trovo, invece, che l’uomo contemporaneo viva in una sua dismisura, fuori limite, fuori dimensione. Basta guardare pochi reportage televisivi per rivedere la valle del caos da cui proveniamo. La democrazia aveva questo di unico, la capacità di porre dei limiti indispensabili per se stessa e per trasformare gli uomini in cittadini. E invece, da qualche anno a questa parte, non sappiamo più cogliere i limiti del nostro stesso agire, ci siamo liberati entrambi le mani e rischiamo di precipitare nel caos della violenza assoluta.


Certo il gioco della guerra consiste proprio nel superare l’ultimo limite, quello della morte.

Per produrre il vuoto la guerra deve innalzare continuamente il loro effetto deterrenza e costringere ad andare oltre il limite della vita. Ma noi dobbiamo sfuggire a questa sindrome, evitare il paradosso di una violenza autoreferenziale che genera sé stessa con il solo obiettivo di portare l’uomo oltre l’uomo, verso una totale autodistruzione. Fino al punto in cui perderemo il coraggio di continuare a cercare la strada d’uscita e moriremo atterriti dal riflesso di noi stessi. A quel punto, definitivo, di non ritorno, non devo arrivare. A quel punto ogni decisione è già una sconfitta. Sono sconfitti coloro che alzano la carica di esplosività del sistema per ridurne il rischio; sono sconfitti coloro che subiscono in forma di bombe la pace della democrazia; sono sconfitti i comodi fautori del rifiuto senza soluzione.

La terza strada da percorrere per sfuggire alla violenza politica psicotica di massa è allora quella del limite da dover ripristinare, il confine che non supereremo senza perdere la nostra identità: perché, questa dismisura, che vedo amplificata nel labirinto degli specchi i cui ci riflettiamo, alla fine ci fa perdere soltanto il senso delle cose.

Sarà vero, come diceva Durrenmatt, che l’uomo è un predatore che governa il mondo con il cervello di un bambino?

Magari.

Se fosse davvero bambino, quell’uomo avrebbe ancora possibilità di apprendere. Invece talvolta ho l’impressione che viva nella condizione della dipendenza da crack di potere tecnico-scientifico. L’infinita potenza di cui si ciba produce effetti allucinogeni che gli spappolano il cervello e gli decompongono il corpo. Non sa quando deve fermarsi, preso nel vortice di una irrefrenabile vendetta contro la sua presenza nel mondo. Tuttavia, io credo nel progresso e non riesco ad immaginare una democrazia dalle mani slegate. Preferisco rischiare, preferisco continuare a credere che, quando avrò ridotto il mio avversario alla ragione, non lo ucciderò, perché c’è un limite oltre cui non posso andare e in quel limite risiede intera la mia forza, il senso della mia esistenza sul pianeta. Quel limite, della tecnologia invasiva, della scienza che ci trasforma in cavie, del potere che schiavizza, della ricchezza che non si distribuisce, della indifferenza verso l’altro volto di me, deve essere l’essenza di una nuova politica planetaria.



...etica della politica


Di fronte ai fenomeni imprendibili della geopolitica internazionale, che spesso vengono trattati con professionismo e dovizia di particolari, voglio infine riproporre, senza imbarazzo, il tema insuperabile dell’etica politica.

La politica, l’etica politica di cui abbiamo incommensurabile bisogno, è questa capacità di mantenere il coltello dalla parte del manico e una mano legata; capacità di non andare oltre, di capire che l’immagine che si riflette negli specchi è ancora nostra.

Senza un’etica della politica, a chi daremo il nostro passato?

A chi e quale passato consegneremo alle future generazioni, senza una coscienza del limite, ammutoliti dalla violenza di un elicottero apache o coperti dalla polvere di un carro armato che corre disperatamente nel deserto?

Il più grande gesto d’amore è donare il passato.

Dio, il dio di tutti, anche di chi non lo vuole, lo ha fatto con noi.

Per sei giorni ci ha costruito un mondo pacificato.

Il settimo si riposò.

E quando quel lavoro era diventato un passato ce lo ha donato intatto.

L’ottava notte, quella della distruzione e della violenza, quella della negazione e della paura, purtroppo l’abbiamo inventata noi.


L’ottava notte comincia di giorno, manto di freddo e di ferro, lama che rompe le cose, lamiera che interrompe lo sguardo, metallo che corrompe la vita, rombo, frastuono e dolore, non oltre, ma dopo il riposo, notte di demoni e uomini, l’ottava notte comincia di giorno, maschera senza volto, senza mare, senza sguardi, ore senza tempo, nuvole verticali, vento grigio che secca i pozzi, manto grigio di polvere e nebbia, muro di grigio cemento e di morte, il colore pieno del vuoto, l’oscuro della vittima all’oscuro, l’ottava notte comincia di giorno, e non c’è riparo, una lacrima d’acciaio piovuta su una quotidiana indulgenza, su una meravigliosa indigenza, sulla fantastica miseria di una casa, di una strada, di un rudere, una memoria che non ha ricordi, l’ottava notte comincia di giorno, priva di pioggia, privata di senso, prigione di sogni, bara di ogni immaginazione, trappola di solitudine e vendetta, inspiegabile, incomprensibile follia di Dio senza uomini, quando spegne il sole del giorno nell’ottava notte del mondo.

Aspettiamo, noi qui, soltanto umani, attoniti e muti, con una porta chiusa di fronte, in una notte cominciata di giorno, non nera ma grigia, qui noi, aspettiamo di ricostruire la vita, di legare i frammenti, di cercare i colori tra gli squarci del nulla…

...se la violenza induce al silenzio la parola produce la pace.

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