APPUNTI DI FILOSOFIA POLITICA: Premessa
“io ho creato i quattro venti perché
ciascuno possa respirare nel suo tempo”
Premessa
Nelle discussioni passionali, accorate, che si fanno a casa di amici, a cena, in famiglia o al bar, nel posto di lavoro, in un qualsiasi luogo di incontro, di confronto e, in qualche modo, di affronto; quando l'accademia non c'è e nemmeno l'altrettanto radicale università, o soltanto nell’ira di una dissacrazione per amor di schieramento o nel pregiudizio di una negazione; insomma, nella parola polemica quotidiana, c’è sempre qualcuno pronto e desideroso di spiegarci, in quel determinato contesto o sulla base di informazioni riservate, che cosa è a quell'ora e in quel posto la politica e in generale la politica ovunque: la politica universale. Lui si, davvero, unico e assoluto detentore di una conoscenza certa perché segreta, esclusiva e pertanto inequivocabilmente vera.
C’è sempre qualcuno pronto a relegarci nella proclamata inutilità di un approccio teorico, ad estraniarci in una inapplicabile competenza scientifica, per appropriarsi del diritto a governare e/o a comprendere la prassi, anzi, a governare perché comprende la prassi. Insomma, ad emarginarti perché sa di sapere che cos’è quella politica locale e, in fin dei conti, la politica globale.
Al di là dell’egocentrismo dell’oratore, questo fenomeno di legittimazione sulla base della fede per esperienza interpretata (e quindi paradossalmente sulla base di una teoria), avviene giustamente soltanto per la politica.
Nessuno si sognerebbe di dire a un ingegnere che non conosce la sua costruzione perché conosce le regole di costruzione universale. Nessuno si sognerebbe di dire a un medico che la terapia per quel determinato paziente non vale perché la terapia vale per tutti gli altri. Molti consigliano ai politologi o ai filosofi della politica di non occuparsi della politica che conoscono perché non conoscono la politica di cui si occupano. Sembra un paradosso, un ridicolo gioco di parole, ma non lo è.
Nella Grecia antica questo non sarebbe stato possibile. Come scrisse qualche anno fa Alessandro Biral su un vecchio numero della rivista di Filosofia Politica: in Grecia “La ricerca politica e la ricerca di sé stessi vengono a coincidere e disegnano la stessa strada; chi la percorre, verrà a conoscere sé stesso nel significato pieno di questo termine: si prenderà cura di sé. Conoscere sé stessi e prendersi cura di sé sono esattamente la stessa cosa: il conoscere è necessariamente, in sé stesso, migliorare e condurre verso il meglio”[1].
Da noi, invece, oggi, questo è questo avviene per almeno due motivi:
Il primo, più volgare, riguarda semplicemente il potere. Sempre più nella società contemporanea chi ha la conoscenza ha il potere. La conoscenza è legittimazione decisionale. E nessuno ha interesse a cedere il suo potere ad un altro soltanto perché è in possesso di un titolo universitario ed ha una certa dimestichezza con i problemi scientifici. Questa pretesa autoreferenziale degli esperti è una pretenziosità che, ovviamente, nessuno è disponibile a concedere. La oggettività della conoscenza scientifica è una opportuna e oggettiva mistificazione scientifica.
Nessuno cede il suo potere, questo è assodato.
Nessuno lo regala.
Se la competenza è la legittimazione decisionale, per decidere, ciascuno prende la competenza che può. E, quindi, per converso, nessuno può pretendere di avere competenza per definizione.
In politica, che è la logica e il metodo delle scienze sociali[2], poiché distribuisce il potere, che appunto sta alle scienze sociali come l'energia alla fisica[3], più che in altri ambiti naturalmente, la competenza legittimante va sempre continuamente riconquistata, con tutti. È dunque un errore platonico degli scienziati e dei filosofi darsi, direi dotarsi, di una competenza per status come avviene in tutti gli altri ordini professionali.
La professionalità del politologo, filosofo o scienziato, è nella politica stessa o, meglio, nella soluzione dei problemi politici di ogni ordine e grado, in ogni tipologia di contesto, dentro qualsivoglia dominio relazionale.
Il fascino della politica, filosofia o scienza, teoria o azione, è nella rottura della Turris Aburnea in cui si isolano i pensatori sprezzanti indegnamente degli operatori. La grandezza della politica è di essere una materia che acquisisce legittimazione per avere competenza e non soltanto e semplicemente competenza per ottenere legittimazione. La esclusione del tecnico dalla azione politica è dunque un problema del tecnico, della sua pretesa di esclusività, della sua rinuncia alla parola comprensibile, al dialogo e al confronto diretto e chiaro con ogni dimensione relazionale e interlocutoria. Ogni teoria, scientifica o filosofica, come diceva Bertrand Russell, ha bisogno “di muratori, manovali e braccianti non meno che di capimastri, ingegneri e architetti”[4] perché “nella scienza, anche una limitatissima capacità può contribuire a una conquista eccezionale”[5], mentre “nell’arte, niente che valga la pena può essere fatto senza genio”[6].
La nostra più delle altre. Per essere metodo e logica delle scienze sociali, la politica deve poter passare, attraverso tutti gli ambiti del sociale, nei modi e nelle forme che ogni linguaggio, in quanto fonte di legittimazione della competenza del potere e del potere della competenza, reclama. Vale ancora per me, come sintesi definitoria, l’azione intelligentemente condotta[7]; cioè la capacità di agire, l’azione che produce intelligenza (conoscenza e competenza) in base a come viene condotta (e viceversa[8]).
Il secondo aspetto è che tutti noi parliamo di una politica che non c’è più. Quella politica, la politica che si evince dai testi classici, ha subito almeno 2 mutazioni strutturali da non essere più attinente come concezione e cognizione alla politica contemporanea. Il pensiero, se si riferisce all’ordine delle cose reali, va necessariamente contestualizzato. Tutti i grandi teorici della storia delle dottrine politiche sono vissuti in epoche diverse con connotati assolutamente diversi dai nostri. Assolutamente non corrispondenti. Molti sono vissuti nell’epoca dell’egopower che va dagli Egiziani alla rivoluzione politica (francese) e alla rivoluzione industriale (inglese) o alla sintesi sociale spuria delle due (Russa).
In pochissimi si sono accorti dell'avvento dell’epipower, il potere epistemologico della verità sulla realtà (totalitarismo) o della realtà sulla verità (Democrazia), in cui oggi noi viviamo. La politica della società della comunicazione è così assolutamente distinta e distante dalla politica descritta nei testi sacri.
Nelle altre 3 grandi cosmogonie[9], l’integrità fisica dell’umanità è sempre stata tutelata e protetta. Sia l’ontopower (il potere ontologico della sopravvivenza), sia l’egopower (il potere egocentrico della rappresentazione), sia il biopower (il potere biologico della regolazione), hanno sempre cercato di garantire e proteggere la integrità psicofisica dell’umano.
L’epoca dell’epipower (il potere epistemologico della conoscenza) produce una scissione simbiotica tra dimensione fisica e quella psichica dell’individuo. E poi, così successivamente a questa scissione simbiotica, una separtizione[10] cioè una serie di separazioni interne tra soggetto e individuo, ambiente e habitat, domini sociali e relazionali, sessualità e affettività, desiderio e godimento. La scissione simbiotica tra dimensione fisica e psichica dell'individuo produce liminalità, che, come il Conte Ugolino, si alimenta delle separtizioni che genera, si ciba dei suoi figli; di quelle particelle di godimento e di conoscenza, di quella lobotomizzazione della vita cognitiva in cui depositiamo le nostre porzioni di identità; cioè nelle partizioni autoriflessive di internet, del computer, della rete, del telefono, della televisione, del cinema e di mille altri contenitori mediatici della nostra frammentata soggettività. Nell'epoca dell'egopower, Marx aveva già scoperto che la separazione tra soggetto di produzione e oggetto prodotto generava anomia e alienazione. Ma non generava ancora liminalità. La nuova alienazione e la nuova anomia, in quanto parti del processo di separtizione mediatica della propria identità individuale, sono espressioni della liminalità. Di quella liminalità, che per Turner, interamente assorbito dall'era del biopower, era semplicemente uno stato di passaggio; mentre nella concezione odierna dell'epipower, proposta per la prima volta da Dahrendorff, è un’area di estraneazione. La liminalità è l'area degli UNDERCLASSMAN, la classe degli uomini che scivolano di sotto “Di barboni, mendicanti e vagabondi ce n’è sempre stati; nelle grandi città e nei paesi liberi continueranno ad esserci […] Ma oggi accade qualcosa di completamente diverso […] Dal momento che la società ufficiale continua a girare intorno al lavoro, a considerare la vita come determinata dalla professione colui che viene a trovarsi in una situazione del genere rispetto al lavoro non ha più reti di protezione, e scivola attraverso ogni maglia verso il basso […] Oggi non li tengono più insieme. Chi oggi cade, non cade nelle braccia della famiglia, nelle mani soccorritrici della comunità, della sua chiesa, ma scivola attraverso tutti loro nel vuoto[…]. Non esiste una solidarietà della sottoclasse perché non esiste una causa unica, sistemica, per cui uno venga a trovarcisi dentro. Le cause possono essere tante, e […] esse vengono viste dalla società, e spesso dagli stessi interessati, come un destino individuale.”
L’uomo contemporaneo, vittima della scissione simbiotica centrale e delle consecutive separtizioni, ha paura, sente palpabile, fisica, percepibile una insicurezza di nuovo tipo. Avverte la indefinitezza delle minacce. Cerca le sue nicchie di tutela nell’habitat fisico della città o, meglio ancora, nelle microcelle protettive dell'habitat cognitivo della mediaticità. Ancora separtizione. Altra liminalità. Le minacce percepite dentro ogni habitat, anche se non sono mai effettivo rischio, scatenano comunque i meccanismi della paura ancestrale.
La politica che abbiamo imparato dalla esperienza quotidiana e nemmeno quella che abbiamo appreso dagli studi, né spesso quella che ancora pensiamo è più corrispondente alla funzione della politica contemporanea, nell’era dell’epipower, in un mondo in cui la verità non è più espressione della realtà (o di una sua pur minima interpretazione), ma uno strumento di legittimazione al potere. La verità nell’epoca contemporanea è la competenza politica dell’epipower.
Rispetto al passato la politica è altro, altrove.
Dove?
In una bellissima canzone Gianna Nannini ci consiglia, cristianamente anche se non cattolicamente, di cercare Dio nei pisciatoi.
Il nostro Dio, la politica, sta ancora lì, negli stessi pisciastoi, anche se oggi si mostrano con arredamenti molto più raffinati. Sono talk show televisivi, l’agghiacciante solitudine collettiva di facebook, telenovelas, telequiz, nell’accreditamento indotto degli anchorman, in tutte quelle latrine mediatiche in cui si espellono scorie di linguaggi, concetti liquidi, acidi e spesso maleodoranti. Eppure, il nostro Dio sta lì, in quei pisciatoi multimediali della comunicazione, dove comunque gli uomini, con le loro ansie e le loro disperazioni, con le loro paure di emarginati dalla separtizione secessiva allo scisma simbiotico centrale, portano le loro solitudini.
L’idea di Norberto Bobbio di sostituire la filosofia politica, nella sua concezione o semplicemente nella sua dizione, con una teoria generale della politica, è molto ambiziosa. Troppo ambiziosa. Infatti, nemmeno l’intelligenza analitica di Bobbio è riuscita in questo vano ed arduo proposito. Perché non si tratta di un tentativo o di un progetto; si tratta di una illusione, se non proprio di un sogno. “Non mi sono mai considerato un filosofo nel senso tradizionale della parola, anche se ho insegnato per molti anni due materie filosofiche, la filosofia del diritto e la filosofia politica, ma l’una e l’altra, come le ho intese io, hanno ben poco a vedere, a mio giudizio, con la filosofia con la maiuscola. Anzi, ho dedicato spesso alcune lezioni introduttive ai miei corsi per cercare di spiegare agli studenti perché questi corsi, pur essendo intitolati ‘Filosofia del diritto’ e ‘Filosofia della politica’, non erano svolti da me come corsi propriamente filosofici. La maggior parte delle dispense che hanno studiato gli studenti non le ho mai intitolate Filosofia di…, ma sempre Teoria generale del diritto, Teoria generale della politica, Teoria generale delle forme di governo ecc..”¹
Tuttavia, una teoria generale della politica è impossibile, specie quando, come appunto del caso, per generale si intende universale. Ed è impossibile per almeno due buone ragioni: di ordine metodologico; di ordine logico.
Sul piano metodologico, questa smania di definire la collocazione spaziale di una disciplina - in termini morfologici, cioè di distanza e vicinanza geografica, o in termini condizionali, cioè di dipendenza e indipendenza relazionale - è stata abbondantemente confutata da Karl Popper, la cui epistemologia insegna che le discipline non esistono, mentre esistono invece i problemi scientifici. (…) Inoltre, una Teoria generale sarebbe in qualche modo un nuovo paradigma che si autoproclama, per il fatto di essere generale (cioè valida per tutti), incommensurabile.
Sul piano logico, l’equivoco di Bobbio deriva proprio dalla contrapposizione tra Filosofia politica e Scienza politica. La distinzione è decisamente impropria. La filosofia non si contrappone alla scienza. La scienza si contrappone alla fede. La filosofia si colloca con l’equilibrio relativo ai suoi interpreti in un intervallo che vede ai suoi estremi da un lato la metafisica, quindi l’ermeneutica, e dall’altro la fisica, quindi l’epistemologia. I Greci ci hanno insegnato che il logos è il metodo della conoscenza e del comando. È con la logica che si comprende e si governa l’universo. La logica è la connotazione tipica dell’umano, la sua eccentricità, lo strumento che ha la filosofia per pensare metafisicamente i fini ultimi della nostra presenza nel mondo, alla essenza della nostra esistenza; e lo strumento filosofico che abbiamo per controllare epistemologicamente la verosimiglianza di una ipotesi scientifica, la sua falsificabilità ed eventualmente la sua falsificazione, la sua oggettività e, addirittura la sua realtà, per conoscere l’esistenza della nostra essenza, è sempre la logica. Dunque, la contrapposizione tra Filosofia politica e Scienza politica è decisamente equivoca. Anzi, totalmente sbagliata.
Gli egizi inventarono la filosofia politica.
Contrariamente a quanto ipotizzato la Leo Strauss, l'avvento della cultura politica occidentale non è dato dalla congiunzione tra il pensiero teologico ebraico e quello politologico greco, ma dalla loro distinzione. Dalla filosofia politica egizia si sono infatti differenziate due forme di pensiero politico totalmente opposte: la teologia politica di Gerusalemme e la teoria politica di Atene. Come vedremo sono le due forme di espressione dell'egopower, che sono arrivate fino a noi come paradigma culturale, condizionando pesantemente il nostro pensiero.
La presunzione, direi la pretesa, di voler scrivere una teoria generale della politica consiste nella deviazione mentale di voler costruire una teoria teologica della politica. Alla Leo Strauss. Ci sono teologie politiche diverse e diverse teorie politiche. Anzi, potremmo legittimamente sostenere che teologia e teoria sono due estremi opposti di un intervallo logico. Può essere filosoficamente rappresentato allo stesso modo, mettendo da un lato la metafisica e dall'altro la fisica, oppure la gnoseologia e la epistemologia. Se si tengono distinti è possibile dosare, di volta in volta, anche i livelli dell'uno o dell'altro, per quanto a me piaccia prevalentemente soggiornare nell'estremo epistemologico, nel luogo della teoria politica, preoccupato come sono dei disastri delle teologie. È il termine generale che mi preoccupa alquanto. Mi sembra una nuova mistificazione teleologica. Anche se non lo fosse, una sintesi generale sarebbe in ogni caso una presunzione paradigmatica che non mi piace. La teoria generale è sempre una nebbia inquietante. Preferisco l'esile orma della filosofia applicata di volta in volta a un tema. Alla politica, ad esempio, e, in questa occasione, al potere. Preferisco la politica che, molto più modestamente, cerca di capire le forme organizzate e le azioni soggettive delle comunità umane; preferisco la filosofia che cerca di capire il significato delle cose, l'essenza della molteplice, complessa, multiforme, affascinante esistenza.
NOTE
[1]Biral Alessandro, PLATONE: GOVERNO E POTERE, in Filosofia Politica, Anno VI, n.3, dicembre 1992
[2]Sartori Giovanni, POLITICA – Logica e Metodo delle Scienze Sociali – Sugar - Milano
[3]Russell Bertrand, IL POTERE, Feltrinelli - Milano
[4]Russell Bertrand, MISTICISMO E LOGICA, TEA
[5]Russell B., IBIDEM
[6]Russell B., IBIDEM
[7]Sartori G., IBIDEM, Milano
[8]L'azione viene condotta in basa alla intelligenza (conoscenza e competenza) che si possiede della condizione e della situazione.
[9]Ceci Alessandro, ANTROPOLOGIA DELLA SICUREZZA, Eurilink, Roma 2010
[10]Lacan Jacques (a cura di Di Ciaccia A.), IL SEMINARIO. Libro XVII. Il rovescio della psicoanalisi, Einaudi , Torino, 2001. Per Lacan il problema scientifico di produzione di angoscia consiste nella assenza di separazione tra madre e bambino, in un rapporto simbiotico ossessivo. Allora la separazione esterna assente tra soggetti differenti (madre/figlio, soggetto/oggetto, me e non me, ecc...), cioè il rapporto simbiotico con l'habitat e/o con l'altro, produce una separtizione interna al soggetto, principalmente separando il desiderio dal godimento, il significante dal significato, e poi via via altre partizioni interne che frazionano tante parti del sé dal sé totale e, frantumando anche la percezione unitaria del corpo dell'individuo, lo dissociano definitivamente dal suo godimento. La mia ipotesi invece è: che ci sia una differenza tra separazione e scissione; che la separtizione non è necessariamente prodotta dalla simbiosi ossessiva con l'altro, ma dallo stato di liminalità; che, in entrambi i casi, si tratta sempre del prodotto (come appunto insegna Lacan) di una separazione del corpo dalla mente (godimento).
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