Secondo Alessandro Colombo il «declino dell’ordine internazionale post-novecentesco», ciò che io chiamo avvento delle Piattaforme Continentali di Nazionalità, si evince da 4 indicatori inequivocabili:
1. La crisi della egemonia politica, economica e culturale degli USA;
2. La crisi del tessuto multilaterale e istituzionale della convivenza internazionale;
3. La crisi della globalizzazione;
4. La crisi dell’area di consenso della comunità internazionale (delegittimazione e produzione di modelli alternativi).
In conseguenza al declino dell’ordine internazionale avviene «la sfida sempre più aperta delle potenze emergenti (Cina in primis) a ciò che resta dell’ordine egemonico precedente». Pertanto, oggi assistiamo, come mostra la parata militare cinese, alla «ricaduta di questa sfida sullo spazio politico internazionale, attraverso il tentativo da parte degli sfidanti di costruire sere di influenza regionali sottratte alla influenza globale degli Stati Uniti e Europa». Alla fine, non possiamo fare altro che constatare «come compimento di tutto ciò, la rimessa in discussione della intera impalcatura politica, economica e ideologica dell’ordine esistente, cioè prima di tutto degli standard di normalità interna ed internazionale». [COLOMBO A,, Il governo mondiale dell’emergenza, Raffaello Cortina Editore, Milano 2022, 39].
Le ultime guerre, insomma, sarebbero state trascinate da una nuova forma di convivenza internazionale. Non più la supremazia delle vittoriose liberaldemocrazie che avrebbero dovuto attestare, con la loro affermazione definitiva, «la fine della storia».
Le ultime guerre riguardano la tradizionale definizione dei confini in relazioni internazionali finalizzate alla costituzione di Piattaforme Continentali di Nazionalità.
Senza partire da questo presupposto la geopolitica globale è incomprensibile e ingiustificabile. Infatti, proprio perché non considera questo presupposto, Alessandro Colombo è impreciso. Egli considera che, nell’epoca della illusoria supremazia liberaldemocratica, le guerre continueranno «una tendenza già consolidata nell’epoca della Guerra Fredda, anche egli anni novanta le guerre si rivelarono fatti essenzialmente PERIFERICI: non avverranno mai, cioè, nelle aree centrali del Sistema Internazionale». [108].
Negli anni Novanta è stato certamente così.
Lo è ancora?
Le guerre attuali hanno natura diversa o sono sempre ugualmente identificative del dominio relazionale dei protagonisti?
Nella rete delle relazioni internazionali, ad esempio, la tutela degli Stai e dei popoli è assicurata dalla efficacia e dalla efficienza dei criteri di legittimazione, come li ha chiamati Guglielmo Ferrero [in Potere, …]. Viceversa, l’insicurezza è determinata dalla caduta, come in questo momento storico, dalla caduta dei criteri di legittimazione. Solo in base a questo paradigma interpretativo ho potuto prevedere allora, ben un anno prima, il 22 marzo del 2000, l’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre 2001. […]
La rete delle relazioni internazionali si regge quasi esclusivamente sui criteri di legittimazione: all’epoca della Società delle Nazioni, quando si cercava sempre e comunque Sicurezza, noi abbiamo subito l’irruenza cruenta di una guerra mondiale e la devastante distruzione di due catastrofi atomiche; invece, all’epoca del balance of power il principio di legittimazione era quello dell’equilibrio e noi abbiamo ottenuto il massimo di sicurezza possibile che la storia ha mai consentito. Direi ad Alessandro Colombo che cercare insistentemente la sicurezza è pericolosissimo per la sicurezza stessa: infatti, abbiamo ottenuto il massimo della insicurezza possibile quando ci si è illusi di garantire la sicurezza degli Stati. Questo è accaduto e continua ad accadere perché sicurezza e/o insicurezza non sono il problema fondamentale delle relazioni politiche esterne. Forse possono esserlo per le relazioni politiche interne, ma non ne sono del tutto sicuro.
Sicurezza e/o insicurezza (la loro percezione) sono l’effetto diretto o indiretto della efficacia del principio di legittimazione che regola e, talvolta, regolamenta le relazioni politiche.
Nella dimensione glocale della società della comunicazione sono i principi di legittimazione del potere la giustificazione condivisa dell’azione politica. Si tratta di criteri che assicurano, in un determinato momento storico, l’ordine delle relazioni politiche prevalenti, forse il loro ordinamento in ben definiti istituti di diritto internazionale. Nel continente europeo il principio di legittimazione è quello della integrazione, specie se è sostenuto dalla capacità di spesa, cioè dalla governance che si è mostrata superiore perfino alla autonoma capacità di potere degli Stati sovrani. Gli euroscettici on ci sono più, anche perché la maggior parte di loro, con una ineffabile coerenza sono diventai parlamentari europei. Vogliono magari una Europa diversa, ma nessuno più intende uscire dall’Unione. La capacità di una forte politica di governance è una connotazione tipicamente europea perché soltanto questo continente ha vissuto il welfare state.
Il problema delle relazioni internazionali è che questo principio di legittimazione nuovo non c’è e non ci sarà finché non si saranno strutturati e definiti e consolidati i nuovi player globali. Quando questa transizione sarà conclusa e riconosciuta noi capiremo quale principio di legittimazione si sarà affermato e capiremo la morfologia geopolitica del pianeta.
Forse possiamo supporre che nel futuro prossimo venturo il criterio di legittimazione prevalente sarà, nonostante le guerre disgregative, quello della interconnessione se non addirittura quello della integrazione.
Perché?
Perché da sempre il principio di legittimazione che si è affermato è stato quello della tecnologia a cui si sono conformate di volta in volta le principali organizzazioni sociali. Un esempio tipico è lo smarth working, un lavoro che si esplica solo se integrato.
Il futuro prossimo venturo della tecnologia è connessione e integrazione. Lo è nell’attuale politica glocale e lo sarà sempre più nei prossimi anni. Ben per questo che nel prossimo venturo il continente europeo sarà egemone, con buona pace di Trump. È l’America che deve preoccuparsi dell’Europa, non l’Europa dell’America. Oggi dobbiamo considerare gli USA un player come tutti gli altri. Oggi che i dazi e la politica di Trump chiude sempre più gli USA ai mercati planetari, l’Europa può aprirsi ad essi, specie dove popolazioni numerose devono ancora cominciare a consumare e quindi a spendere.
Le prime 10 imprese del mondo sono imprese di micro-consumo di massa, nel web. La nostra è l’epoca del micro-consumo globale che ogni dazio, ostacolo o chiusura ostruisce. Da questo punto di vista il mercato americano non è il migliore. Troppo ricco. Troppo autoreferenziale. Altri mercati possono essere molto migliori, se la propensione al consumo si estenderà e se noi aiuteremo, con la governance e le connessioni relazionali. La egemonia del futuro prossimo venturo verrà conquistata da chi sarà in grado di gestire la propensione al consumo globale connettendosi, non necessariamente integrandosi, con habitat differenziati.
I dazi tendono ad una situazione politica ed economica semplicemente opposta.
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