PRO BRUNO - L’innegabile realtà dell’amicizia
(in ricordo di Francesco Bruno)
di Alessandro Ceci
Ora si, ora definitivamente, ora davvero “ci siamo spartiti come due ladroni il capitale delle notte e dei giorni”. Tu nella notte assoluta e universale. Io nel giorno, ancora, provvisorio e occasionale.
Prima eravamo insieme, nel giorno e nella notte, tra pause lasciate al pensiero, nulla mai abbandonato al silenzio. Anche quando non si parlava, il cervello, l’intelligenza si sentiva eccome, viaggiare eterea in uno sguardo, libera in una distrazione, apparentemente diffusa in una osservazione. Mai disattenta. Sempre presente negli interstizi di vita in cui talvolta ci rifugiavamo.
Prima era così. Ora non lo è più. Tu sei nella notte, “simbolo enorme della nostra nullità primordiale”. Tu sei la morte, come dice Borges con estrema durezza, giacché “il morto non è il morte, ma la morte”. Tu hai perso ogni individualità, ma non hai perso la presenza. Mi sei ormai “ubiquamente estraneo”. Estraneo, perché io sono di qua e tu di là, ci conosciamo ancora ma non ci riconosciamo più. Ubiquo perché ormai sempre e per sempre, mi resterai a fianco, come memoria viva e come vita in memoria. Comunque, come presenza.
Prima eravamo, entrambi nel giorno e nella notte, spesso assieme¸ nei lunghi viaggi in macchina, nelle pause di un convegno¸ dentro la conferenza, tra una lezione e l’altra, durante ogni docenza, noi eravamo lì a cercare di contestarci con delicatezza e, invece, condividendoci inevitabilmente con forza.
Delle storie che abbiamo vissuto, mentre frequentavamo le ore brevi dei giorni e quelle lunghissime notti, oltre il nostro infinito “ragionar di nubi”, tante ne potrei raccontare.
Ogni storia una esperienza.
Ogni esperienza una considerazione.
Ogni considerazione una concettualizzazione.
Delle tante, però, ne voglio scegliere una, una sola, molto indicativa della tua matura concretezza contro la mia infantile incoscienza.
Tu portavi il portafoglio come una pistola. Nella tasca dietro i pantaloni. Sempre gonfio. Carico di carte e soldi. La tua sicurezza contro il mondo, simbolo inequivocabile dello sforzo e dell’impegno contro le avversità e la determinata volontà di essere liberi, di essere se stessi nel mondo.
Era una giornata di primo aprile ed io stavo a casa, in una di quelle strane mattine, già incerte al risveglio, che sembrano arrivate per caso; io stavo a casa, senza la forza di volere la forza, a casa mia, appena iniziata la primavera, dopo una certa ora, impigrito nella mia circostanza, a quell’ora, quando non ci sono parole per capire perché ancora, già al mattino, rinfresca; stavo a casa, in una stanza dove è evidente, al risveglio, che non si torna indietro, non si può, siamo costretti ad andare avanti e forse è ancora utile accendere il camino.
Davanti al fuoco, i miei cuccioli bastardi di maremmano, bianchi, Bianca e Bernie, si scaldavano. Il fuoco non era né invadente, né imponente, faceva soltanto capolino tra ciocchi. Io ero costretto a stare a casa, in una fredda mattina primaverile, un po’ strana e senza scampo. Nemmeno l’aria si muoveva. Tutto era grigio, tutto era intriso di rabbia e delusione, e nemmeno i lampi di fiamma riuscivano ad uscire. Si intrufolavano piuttosto nelle fessure del legno.
Non c’era nessuno allora. Il tempo si scioglieva davanti a me, senza rigore, con qualche banale tristezza. Io stavo a casa, a sentire un’aria senza pensieri, parole che non si componevano in alcuna morfologia, mentre i miei cuccioli bastardi di maremmano si scaldavano al calore del fuoco ormai diventato irruento, ero a casa, in una primavera appena accennata, a sentire nell’aria strana, il vuoto e l’assenza. Finché il suono del telefono non squarciò il mio torpore, quello di Bianca e Bernie, abituati a dormire accovacciati l’uno sull’altra, come fanno i cuccioli, a reciproca protezione. Risposi a chi, per amore, si preoccupava a distanza del mio silenzio e della mia solitudine.
“Francè?”
“Te stai a leccà le ferite?”
“E che ne sai?”
“Non me chiami… Te stai a leccà le ferite!”
“Che cazzo di psichiatra che sei!”
“Viè a Roma va… dobbiamo fa’ na’ cosa importante, sto senza macchina”
“Seee… stai senza macchina. Mo’ vengo. Arrivo verso le tre!”
Alle 11.30 ero sotto una doccia.
Alle 12.30 ho chiuso il cancello del giardino e sono partito.
Alle 15.00 ero, puntuale, a Roma, sotto casa di Francesco.
La sua macchina era naturalmente parcheggiata, per bene, non come faccio io, in ordine.
La sua macchina c’era.
Suono al citofono e salgo.
Mi aprono. Entro in cucina le stanze rimodernate e ri-arredate da Simonetta. Francesco, come al solito era seduto, esorbitante, al tavolino, con una tovaglia rossa. Guardava un po’ me, un po’ il tavolo e molto i suoi pensieri liberi in aria. Il bicchiere, come al solito, pieno di ghiaccio, soltanto cubetti di ghiaccio. Guardò l’orologio. Avevo Capito.
“Ho impiegato più tempo perché mi sono fermato a mangiare qualcosa. Ma non ho tardato.”
“Mi vesto e andiamo.”
Francesco si alza, lentamente scompare tra le porte delle camere e mi chiedo verso dove eravamo diretti, chissà dove saremmo andati.
Poi uscimmo. Un giro quasi usuale, una sorta di rito per le strade di Roma. Prima all’università per la organizzazione del convegno sul centenario di Lombroso. Poi a Studio per progettare e discutere, per organizzare il lavoro. Chi andava, chi veniva ed io in sala con i miei libri, a prendere appunti e far scorrere il tempo.
A una certa ora, come se avesse suonato la campanella di fine lezione, tutto si fermò. Le stanze si svuotarono. La circolazione scomparve. L’aria si accomodò e le persone si rilassarono. Mi accorgo che, a quel punto, la giornata di lavoro è finita. Per il nostro privilegio e la nostra comodità, per il nostro interesse ci aspettammo. Da quando ci siamo conosciuti ci siamo dati appuntamento, come fosse un dovere, in un lavoro paziente e insignificante, con dedizione e passione, per scelta, con competenza e, talvolta, con intelligenza. Infatti, non è mai stato davvero un dovere. Per noi il lavoro che facciamo è stato un profondo piacere. Siamo stati fortunati. Abbiamo scelto bene. Simulavamo la fatica, la stanchezza o la noia. Invece siamo stati affascinati dal meraviglioso, dal faticoso costrutto della nostra professione. Eravamo anche disposti a trasformarci in cenere, sottoposti in ogni attimo dalla pressione della volgare violenza dell’esclusione. Una sensazione assurda che provammo insieme quando, insieme, andammo all’Università di Salerno, per la prima lezione. Io guidavo sulla sopraelevata verso Fisciano. Sotto c’era il mare e lo splendido panorama del golfo. Ti appoggiasti a quello sguardo ed io sapevo perfettamente cosa opprimeva i tuoi pensieri. Il miglior criminologo italiano forse europeo, che, per proseguire la carriera universitaria, doveva insegnare pedagogia a Salerno. Una offesa. Quasi una umiliazione. E un insulto dover lasciare Roma e il prestigio della Sapienza, per insegnare altrove una disciplina che era più mia che tua. Andammo insieme e insieme continuammo dentro le enormi fraudolenze italiane.
Ancora oggi penso che l’eterno dissidio della mia vita, tra ciò che avrebbero voluto che diventassi e ciò che ho cercato di essere, non si è mai concluso. In ogni caso, né l’uno né l’altro mi era dato di essere in quei tempi bui in cui la bellezza di un costrutto ideale cedeva alla interessata contabilità dell’ignoranza. Stavo lì, in quella stanza, ad aspettare il mio amico, semplicemente perché non avevo nulla da fare e questo esserci era una delle tante illusioni che mi ero dato per sentire di esistere ancora.
In quella stanza, da solo, avvolto nel silenzio riflessivo della intimità, frequentavo l’ozio di queste investigazioni. Ero triste e indispettito dai soldi che non riuscivano ad arrivare, dal tempo che si stringe attimo dopo attimo.
Francesco uscì, imponente, prorompente, e mi disse di andare. Io scesi a piedi, per una questione di claustrofobia. Lui prese l’ascensore, per una questione di deambulazione.
Salimmo in macchina e andammo a cena.
La scelta del ristorante era un privilegio riservato a Francesco. Io guidavo e, dento di me, facevo i conti per sapere se ero in grado a mantenere la spesa del pasto. ”Dipende dal ristorante”, pensai, “Adesso vediamo”, conclusi.
Noi eravamo soliti spartire il pane; una volta a settimana, cioè, pagando a turno, frequentavamo succulenti ristoranti, spesso romani, qualche volta altrove. Fu una di quelle sere.
Ci sedemmo. Ordinammo. Ci parlammo.
Ciascuno scelse le sue portate e mi confidai del ricorrente momento di difficoltà. Poco lavoro. Non più l’università di Pomezia. Dovevo rimettere in ordine le aziende di famiglia. Mio padre aveva mollato il lavoro per l’età e la salute. Le confidenze si mischiavano, come tutte le altre volte, alle teorie scientifiche, alle analisi politiche, ai casi criminali, alle teorie criminologiche e tornavano alle confidenze personali. Poi ripartivano tra un antipasto ed una portata, il dolce immancabile e il caffè. Sul tavolo si mischiavano parole e cibo e molte, moltissime aspettative.
Infine il conto.
Ci sono stati momenti nella mia vita di povertà radicale, se non addirittura di miseria. In quei momenti che mi travolgevano con una certa ricorrenza, io cercavo di essere più preciso e puntuale del solito. Facevo sforzi di creatività per pagare con regolarità e precisione. Anche, paradossalmente, con generosità. E se proprio non potevo sostenere la spesa, sfuggivo. Non ne ho mai sofferto, però. Sono sempre stato convinto di saperne uscire, di saper in qualche modo risarcire ogni debito e così è stato, alla fine.
Arrivò il conto solerte.
Mi offrii. Francesco pagò.
Io lo guardai e dissi: “Francé, ma paghi sempre tu. Così mi sento in imbarazzo.”
Lui si fece improvvisamente accigliato. Guardò in alto. Pausa.
Poi: “siamo amici? Tra amici chi ha i soldi paga.”
Stop. Non c’era più niente da dire. Non si poteva più dire niente. Ero con le spalle al muro. Se avessi rifiutato la sua generosità avrei rifiutato pure la sua amicizia. E intanto Francesco Bruno aveva capito tutto e, senza parlare, mi aveva semplicemente accolto.
Il giorno dopo, senza altre parole, ho ritrovato la forza per ricominciare e ho potuto offrire qualche volta anche io.
Questo era Francesco Bruno.
Questo è stato per me.
Così è stato per tutti.
Che cosa vorremmo essere nella nostra vita, a quale significato vorremmo legarci: a quello della cieca rivalsa, distruttrice di sé e degli altri, o all’accoglienza, al dialogo, alla pazienza che reclama l’amicizia?
Vogliamo consumarci in una mentalità acquisitiva di chi non sa vedere la sua bellezza accecato dal proprio interesse, o vogliamo sfuggire quel maledetto fuoco, cercare negli anni il significato emozionale e ragionevole dello scambio, della presenza, della convivialità? Vogliamo saper andare oltre la cronaca per cercare una ragione nella storia?
Con un semplice gesto, senza inopportune e invadenti parole, senza la tortura di una confessione, senza restare in ombra, senza la vergogna delle proprie insufficienze, senza che i problemi divengano mai fallimenti, con un gesto di pura amicizia, semplicemente, Francesco mi aveva indicato da che parte della vita bisogna sempre stare per continuare ad avere una vita: perché, come avrebbe detto Borges, “ciò è raggiungere il più alto”, oltre ogni situazione, dentro la nostra reale condizione, “quello che forse ci darà il Cielo: non ammirazione, né vittorie ma semplicemente essere ammessi come parte di una realtà innegabile, come le pietre e gli alberi”[1].
La nostra amicizia è stata questa realtà innegabile in cui, pietre ed alberi, ci siamo reciprocamente ammessi.
NOTE
[1] Si apre il cancello del giardino / con la docilità della pagina / che una frequente devozione interroga / e all’interno gli sguardi / non devono fissarsi negli oggetti / che già stanno interamente nella memoria. / Conosco le abitudini e le anime / e quel dialetto di allusioni / che ogni gruppo umano va ordendo. / Non ho bisogno di parlare / né di mentire privilegi; / Bene mi conoscono quelli che mi attorniano, / bene sanno le mie ansie e le mie debolezze. / Ciò è raggiungere il più alto, / quello che forse ci darà il Cielo: / non ammirazioni, né vittorie / ma semplicemente essere ammessi / come parte di una realtà innegabile, / come le pietre e gli alberi.
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