LE CITTA' SEPARTITE



Che cosa è la separtizione?

Il primo autore a trattare, anzi, a inventare, il termine “separtizione” nel Seminario X, è stato Lacan, secondo il quale, appunto, “la separtizione fondamentale – non separazione ma partizione all’interno – ecco cosa si trova iscritto sin dall’origine […] in quella che sarà la strutturazione del desiderio.[1] Lacan naturalmente la vedeva dal punto di vista psicoanalitico. Noi possiamo serenamente traslarlo sul piano epistemologico e sociologico. A noi il concetto di separtizione interessa come strumento, come metodo per comprendere il problema della città, di questa città, della nostra città nell’ambito del trend globale di urbanizzazione. A noi interessa capire come evolve la nostra identità dentro le mutazioni del mondo. In altri termini ci interessa la soggettivazione della nostra città entro il problema oggettivo di tutte le città. Infatti, “La figura della separtizione – spiega Massimo Recalcati che rispetto alla interpretazione di Lacan è assolutamente affidabile – è centrale per cogliere il processo di soggettivazione e investe più che la coppia madre-bambino, la coppia significante-godimento.[2]

Possiamo, dunque, affrontare il problema di questa città (la sua soggettività), all’interno di un problema scientifico generale delle città (la loro oggettività), soltanto separtendo, cioè non separando, ma costruendo delle partizioni interne, in modo che siano iscritte fin dall’inizio nella nostra strutturazione logica. Ed è proprio questa metodologia che fa perdere alla categoria della separtizione quasi tutte le connotazioni psicoanalitiche, per acquisirne altre, nuove, di natura sociologica se non addirittura epistemologica.

Ma poco importa.

Ciò che importa qui, ora, è che la soggettivazione (della nostra città rispetto al globale problema della urbanizzazione) dipende non tanto dalla coppia cittadino-straniero, quanto dalla coppia significante-godimento. Riguarda allora essenzialmente la questione della qualità della nostra vita. Pertanto, se invece di preoccuparci della appartenenza alla città di uno rispetto all’altro, il perenne dissidio fra noi e loro, ci preoccupassimo invece dei significati della nostra città e delle possibilità che abbiamo di godere delle sue qualità, se invece di preoccuparci del consumo delle cose ci preoccupassimo della loro fruizione, noi vivremmo decisamente molto meglio.

Vedete, ogni volta che consumiamo qualcosa, ogni volta che calpestiamo la città senza passeggiare, indifferenti ai significati delle strade, delle piazze, dei simboli identificativi che ci attorniano, ogni volta che ci perdiamo in un centro commerciale anonimo e omologante, noi ci separiamo dalla nostra città, in qualche modo la perdiamo e in questa perdizione ci perdiamo; come scrisse Vladimir Majakovskij in una stupenda poesia:

Sul selciato
della mia anima battuta in lungo e in largo
i passi degli alienati
incrociano calcagni di dure frasi.

Dove impiccate
sono le città
e nel nodo di una nuvola si irrigidiscono
i curvi colli delle torri –
io vado,
solo, a singhiozzare,
perché dal crocevia
sono crocefissi
i metropolitani.

Qui è evidente la separazione, non del soggetto, ma dell’individuo, dalla città come qualcosa di altro e, nel momento in cui lo fa, si separa inevitabilmente da se stesso.

La separtizione è diversa. Valga questa poesia, alternativa, di Borges:

E adesso la città quasi è una mappa
di tanti fallimenti e umiliazioni;
da questa porta ho ammirato i tramonti,
davanti a questo marmo ho atteso invano.
Qui l’indistinto ieri e l’oggi nitido
mi hanno elargito gli ordinari casi
d’ogni destino; qui i miei passi intessono
il loro labirinto incalcolabile.
Qui l’imbrunire di cenere aspetta
il frutto che gli deve la mattina;
qui l’ombra mia si perderà, leggera,
nella non meno vana ombra finale.
Ci unisce la paura, non l’amore;
sarà per questo che io l’amo così tanto.

Il soggetto, non l’individuo, perché è l’autore ma anche ciascuno di noi, sta dentro la città “come partizione interna, come separazione da un pezzo del proprio essere, investendo innanzitutto il corpo vivente del soggetto e le possibilità di dissociare, staccare, separare appunto, il corpo dal godimento che lo attraversa pur considerando che questa separazione implica necessariamente un resto, un residuo.[3]

Possiamo dire così: nella separazione c’è una scissione della simbiosi tra l’individuo e l’habitat; nella separtizione l’impossibilità di questa scissione definisce correttamente il soggetto che la interpreta. Nella separazione l’individuo resta solo, nella sua vita nuda, abbandonato a se stesso fuori dalla città. Nella separtizione quel medesimo individuo si trasforma in soggetto civico, perché resta inevitabilmente intrappolato in città.

È noto che Lacan propone, per raffigurare iconograficamente il concetto di separtizione, il quadro di Sant’Agata che offre i seni su un vassoio. Quei seni sono scissi dal corpo di Agata, l’individuo; ma restano inevitabilmente nel quadro che raffigura la santa, il soggetto. La città è il quadro. I seni sono separati e il corpo è scisso dal suo godimento. L’atto di separtizione resta imprigionato dentro il quadro e per questo si santifica, si soggettivizza.

Fig.1

Noi però abbiamo quotidianamente davanti agli occhi un esempio ben più eclatante ed esplicativo. Ogni giorno, ed anche io in questo momento, utilizziamo un computer per scrivere o connetterci con il mondo. Il file che apriamo a nostro godimento di scrittura, non esiste in realtà. Nel nostro hard-disk riposano tanti pezzettini diversi di quel file, chi in una parte chi in un’altra, dentro l’intero corpo del nostro data base. Quando apriamo quel file, in pochi decimi di secondo, una funzione cluster raccoglie tutti questi frammenti sparsi, li assembla e li ordina. Come i seni di sant’Agata, il computer ci offre il file separtito dal resto dei dati – come i seni sono separtiti dal corpo – al nostro godimento. Godiamo di un file separtito, cioè separato ma al tempo stesso inserito all’interno del computer, o meglio, nel corpo dell’hard-disk o, addirittura, di un programma specifico: “la separtizione è un evento che si produce nel soggetto stesso; è un evento della sua partizione interna[4].

Il passaggio al concetto di separtizione rappresenta una perfetta interpretazione delle nostre nuove città. I sistemi urbani modulari erano separati. I network urbani contemporanei, invece, sono separtiti. Possiamo, infatti, affermare che la nostra città è una partizione della evoluzione globale dei network metropolitano e possiamo capirlo soltanto se non lo consideriamo come un fenomeno estraneo ed esterno. Anche il cittadino può comprendere la sua città se si considera una “partizione interna” di essa; non una entità esterna da osservare dall’alto del proprio pregiudizio morale utile al riconoscimento dì generale della sua stessa probità e del suo giudizio politico. La città, a sua volta, deve considerare il cittadino come sua partizione interna; altrimenti di ogni sua narrazione resta soltanto un bel gioco oratorio.

Che cosa intendo dire che prima le città erano separate, dall’habitat, da se stesse e in se stesse, ed ora sono separtite?

All’epoca della prima mutazione, dalla conquista della posizione retta alla costituzione delle comunità, gemeinshaft, le prime città si sono separate dall’ambiente per garantire un habitat di sicurezza, accoglienza, assistenza e convivenza per i suoi cittadini.

All’epoca della rivoluzione agricola e con l’avvento della vita sedentaria, da cacciatori ad agricoltori, con la nascita della società, gesellschaft, la prime città si sono separate da se stesse, lasciando tra loro territori vuoti e in governati, denominate “le marche”. Erano zone anarchiche e fuori ogni controllo che rappresentavano lo spazio di nessuno e senza legge.

All’epoca della terza mutazione sociale, l’avvento della rivoluzione industriale, con il passaggio dalle società ai sistemi urbanistici a moduli integrati, la città si è separata in sé stessa. Quartieri ricchi e popolari, centro e periferia, borghi e nucleo urbano, comparti urbanistici autoreferenziali e autonomi, in grado di differenziarsi e costruire diversi orditi urbanisti personalizzati.

Con l’avvento dei network della comunicazione e la quarta mutazione che stiamo vivendo con la società della comunicazione, le città non esistono più, sono, come le ha definite Benedict Anderson, “comunità immaginate”, frammenti sparsi in territori anonimi e che vengono assemblati all’occorrenza, clusterizzati come il file di un computer. Sono tribù sparse, cellule di un network che vanno riconnessi per essere identificabili nella loro enfatizzata identità. Ma restano tutti dentro il grande schermo della città.



NOTE

[1] Lacan Jacques, Seminari - Libro X, Einaudi, Torino, 2007, p.256
[2] Recalcati Massimo, JACQUES LACAN. DESIDERIO, GODIMENTO E SOGGETTIVAZIONE, vol.1, Raffaello Cortina Editore, Milano 2012
[3] Recalcati M., cit. 2012
[4] Recalcati M., cit. 2012

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