LA COSCIENZA DELLE PAROLE
Rileggo sul Corriere della Sera del 6 settembre 2015 l’intervista a Markus Gabriel filosofo tedesco che giudica l’accoglienza della sua nazione ai profughi il prodotto del cosmopolitismo Kantiano riproposto nella cultura tedesca da Jurgen Habermas.
Testualmente: «La Germania è cosmopolita in senso Kantiano. Per un certo periodo, fino ad anni recenti, hanno prevalso filosofie che spingevano al nazionalismo, compreso Heidegger. Ora, Kant e Habermas hanno preso il sopravvento. Ora l'idea prevalente è: essere tedeschi non è niente più che avere la cittadinanza tedesca e parlare la lingua. Non ci sono più consuetudini e usanze tedesche. Sono sparite. Nel bene e nel male».
Mi sembra la vecchia idea di un giovane filosofo.
In verità, se non si entra nello schema, potrei dire anche paradigma, della Teoria delle Mutazioni Politiche, ciò che sta avvenendo nel mondo non si capisce.
Dopo il crollo del Muro di Berlino, siamo convenzionalmente entrati nella quarta mutazione della storia dell'umanità, l'avvento dell'epipower (il potere epistemologico della conoscenza - della verità sulla realtà - ) nella società della comunicazione.
Il potere assoluto dell'Occidente non è comprensibile ai più.
Tutti giudicano moralmente la giustizia o l'ingiustizia di questo comportamento o di questa decisione.
Il cosmopolitismo Kantiano, anche nella versione di Habermas (già distrutto da Danilo Zolo nel 1995), non c'entra niente.
Dalla guerra del Golfo in poi il Potere dell'Occidente è così pervasivo che si ciba costantemente dei suoi nemici. Ogni nemico dell'Occidente produce verità occidentali in grado di costruire ulteriori realtà occidentali. Per il fatto stesso che solo se compari sui mezzi di comunicazione di massa esisti, ogni esistente è cibo mediatico per la crescita dell'Occidente, L'Occidente, nella nuova era della società della comunicazione si appropria dei vessilli della paura di chi lo combatte e dei suoi cittadini. Il fatto emblematico è che, delle Guerre combattute durante e dopo quella del Golfo i morti noti della coalizione Occidentale sono una sparuta minoranza rispetto alle vittime dei nemici. Non compaiono sui media e quindi non esistono. La verità della mediaticità si è appropriata della realtà e, tanto più uno produce verità mediatiche (o offre le occasioni perché queste verità mediatiche si producano) più costruisce nuove realtà per il dominio politico, economico, sociale e culturale dell'Occidente. E' valso anche per il crollo delle Twin Towers che, dopo l'elaborazione del lutto, hanno prodotto un consenso estensivo ai valori della cultura occidentali feriti. E la politica estera di Obama, calma e pervasiva, è stata la più alta espressione di questa forza, proprio perché si è potuto permettere il lusso della tolleranza. Questo vale in Europa anche per la forte Germania. Dunque, i vari atterriti predicatori della purezza e della integrità della nazione e della razza (da Salvini a Le Pen) sono la più emblematica espressione della nostra debolezza.
Tra il 1975 1 il 1976 Elias Canetti raccolse una serie di saggi scritti nei 25 anni precedenti in un solo testo, denominato LA COSCIENZA DELLE PAROLE (e pubblicato da Adelphi nel 1984). A conclusione di questi diversificati saggi mise il testo di un discorso che Canetti stesso tenne a Monaco di Baviera nel gennaio del 1976.
Mi è tornato in mente il testo perché l'ho visto citato ne libro/intervista tra Ezio Mauro e Zygmunt Bauman che ultimamente, anche qui ho sezionato, lobotomizzato, decostruito, spesso contestato. Ho ripreso il testo anche perché da un po' di tempo mi sono incastrato in una serie di discussioni sulla politica e la sua responsabilità. E poiché qualche scienziato minore afferma di fidarsi più dei cantautori che dei politici, riporto il più fedelmente possibile il discorso di Elias Canetti. Le citazioni ci sono. Chi non si fida potrà controllare.
Elias Canetti si chiede se «c'è qualcosa per cui gli scrittori o quelli che vogliono diventarlo possono essere utili». Si risponde: «Se fossi un vero scrittore, avrei dovuto essere in grado di impedire la guerra». Naturalmente si riferiva a degli scritti del 29 agosto 1939. Ma il discorso è chiaro anche dopo: la coscienza delle parole sta intera nella conoscenza che producono e questa conoscenza è l'unico metodo che abbiamo di cambiare il mondo. Queste parole hanno in sé, dentro loro stesse, il significato, «fanno la differenza fra il benessere o la catastrofe» (Bauman), fanno una differenza politica. E poiché non c'è nessuno in grado di cambiare il mondo con le parole, con una narrazione culturale, oggi come allora, Elias Canetti conclude che «non ci sono scrittori oggi, ma noi dobbiamo appassionatamente desiderare che ci siano». Per questo stesso motivo, per questa stessa incoscienza delle parole che spesso frequentiamo, dico io, «non ci sono politici oggi, ma noi dobbiamo appassionatamente desiderare che ci siano».
«In una parola, - secondo Canetti - in un mondo che foss'anche il più volontariamente cieco, la presenza di persone che insistono tuttavia sulla possibilità del suo cambiamento acquista una importanza suprema»; persone, cittadini, scrittori, politici che abbiano «il desiderio di assumersi responsabilità per qualunque cosa possa essere espresso in parole, e fare penitenza per il loro fallimento, il fallimento delle parole». Dunque, se c'è il fallimento della politica è perché c'è il fallimento delle parole. E questa responsabilità è comunque nostra, di persone, cittadini, scrittori o politici. Specie a ridosso di una consultazione elettorale.
Quel che succede è quel che sempre è avvenuto: di fronte ad una mutazione così determinante e definitiva, l'ultima delle solo 4 mutazioni dell'intera storia dell'umanità, gli analisti, gli scienziati, giornalisti e intellettuali interpretano ciò che vedono con gli strumenti che hanno. Tuttavia questi strumenti, necessari, non sono sufficienti a decodificare i processi storici, sociali, economici e politici che stiamo vivendo.
Emblematica, tra le tante, della necessaria insufficienza è questa affermazione: «Ammesso che vogliamo cercarlo, infatti, dove sta oggi il significato? Di che cosa è composto ormai il senso delle cose? Il significato ha ancora lo stesso significato? Forse il sentimento dell'epoca è altro, è l'opposto: non avere un senso definito e riconoscibile, non cercarlo, non pretendere. Accontentarsi dei segni». (Bauman).
Bella? Direi sonora. Quelle frasi che risultano bene. Sono necessarie ad approcciarsi al problema ma insufficienti per comprenderlo.
Diceva Musil, eracliteo, che la verità non sta di fronte a noi, ma ci siamo dentro come in un mare.
Non siamo più in una epoca in cui si devono cercare e capire i significati. Siamo in un'epoca in cui i significati vanno prodotti, ricostruiti, non solo riformulazione ma ideati. La nostra è l'epoca della produzione dei significati e questo è il senso profondamente politico della nostra esistenza: l'essenza politica della nostra esistenza.
Come il mare di verità di Musil, noi siamo dentro un oceano di significati possibili che danno senso ai nostri comportamenti probabili. Siamo noi i produttori nuovi dei nuovi significati della nostra nuova epoca. E questo ci riveste, direi ci investe di una responsabilità molto più pesante e definitiva, una responsabilità etica di proporre alla storia futura del nostro presente i significati che noi quotidianamente siamo.
Tra le cose che più caratterizzano la letteratura della catastrofe sui tempi moderni che avrebbero svuotato di significato il nostro vivere sociale e politico (in realtà soltanto perché non è più il nostro) c'è questo mix di linguaggio apocalittico, denigratorio, irrimediabile e apologetico. Prendo ad esempio questa citazione di Neil Postman del 1985 tenuta a modello da Bauman come inequivocabile preveggenza. «Benché la Costituzione non ne faccia menzione, si direbbe che le persone grasse siano ora praticamente escluse dalla possibilità di correre per alte cariche pubbliche. Probabilmente anche i calvi. Quasi sicuramente quelli che non possono contare sull'arte cosmetica per migliorare significativamente il loro aspetto. In effetti forse abbiamo raggiunto il punto in cui la cosmesi ha sostituito l'ideologia come campo di competenza su cui un politico deve avere un occhio esperto» [Neil Postman, Amusing Ourselves to Death, Metheun, London, 1985, pp. 160,161 - cito per qualche deficiente che dice che non studio.]
Ora Hollande è più calvo di Sarkozy,
Obama è certamente meno cosmetico di Ilary Clinton,
Angela Merkel meno magra di Peer Steinbrück a sua volta calvo.
Forse il discorso sulla funzione strategica del cosmetico può valere di più in Italia. Ma anche qui alla fine Prodi era meno truccato di Berlusconi e lo ha sempre battuto; Berlusconi era meno bello della Carfagna ed è ancora il suo capo, più basso di tutti, molto più cosmetico e tuttavia non estetico. Renzi, ha battuto Bersani il calvo, che a sua volta lo aveva battuto e sempre calvo era; Renzi a sua volta ha battuto Letta, che certamente è molto meno cosmetico di lui, ma entrambi non si sono mai cimentati in una consultazione elettorale e quindi non si può dire. E poi la Boschi, che è inequivocabilmente più bella e cosmetica di Lui, è al suo servizio. Forse se i suoi avversari candideranno uno più bello di Lui, ma vinceranno per questo? Credo di no.
Allora qualcosa non va in queste interpretazioni pseudo scientifiche, fatti alla mano.
Che cosa?
Noi viviamo in quattro dimensioni logiche, costantemente, quotidianamente. Le cose che ci chiede l'era moderna per vivere bene sono, dunque, 4. Una salda stabilità psicologica individuale (logica endofasica). Una forte dimensione cognitiva, possibilmente scientifica, nel saper comprendere i problemi (logica formale). Una spiccata competenza professionale nel saper trasformare le conoscenze in possibilità progettuali (logica computazionale). La determinata capacità imprenditoriale condurre l'azione di trasformazione delle possibilità in realtà (logica quantistica). Tuttavia, il fatto veramente nuovo della nostra epoca storica è che, per vivere bene, bisogna avere queste 4 dimensioni insieme. Se ne manca una sola le cose non funzionano. Ciascuno deve individuare il suo mix giusto, il punto di equilibrio in cui, di volta in volta, integrare queste 4 dimensioni. Ma se ne manca una, una sola, nessuna funziona giacché ognuna si alimenta dell'altra. Oggi tenetevi queste mie presuntuose istruzioni per il vivere bene.
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