GEOPOLITICADELLA PACE: IL PARADOSSO DELLA POLITICA ESTERA RUSSA
Il paradosso della politica estera Russa, da sempre, anche quando era U.R.S.S., è semplice: aspira a diventare una potenza globale; per farlo ha indispensabile bisogno di uno sbocco sui mari caldi, cosa che richiede l’occupazione (annessione, invasione, controllo) degli Stati che ne governano i porti; ma, nel momento in cui agisce per garantirsi il controllo di quei territori, oltre la labile tenuta degli accordi sottoscritti, diventa inevitabilmente una potenza locale (una volta si diceva regionale) marginalizzata dalle relazioni internazionali globali.
Se questo era vero, ma tollerabile, in epoca di Guerra Fredda, quando comunque il mondo era governato dal balance of power tra due superpotenze, oggi, in un’epoca di piattaforme continentali di nazionalità, con diversi attori internazionali, quando essere marginalizzati nelle relazioni significa cambiare la morfologia degli scambi e favorire altre polarizzazioni, questo paradosso è davvero intollerabile.
Siamo in un’epoca di governance. I Governi sono sempre più uno strumento di emancipazione dei gruppi di potere emergenti. La morfologia delle relazioni internazionali determina l’egemonia politica dei ritmi del mondo. I ceti dirigenti sono sempre meno in condizione di controllare, anche di comprendere, di gestire o di risolvere le crisi internazionali e/o i trend di sviluppo. Tuttavia possono esserne inclusi o esclusi. Per esserne inclusi devono poter modellare, al momento opportuno, la morfologia delle relazioni internazionale, cioè la forma che assume di volta in volta, il network degli scambi globali.
Essere una potenza globale, nel mondo delle piattaforme continentali di nazionalità, non significa solo, né principalmente, favorire i traffici marittimi militari e commerciali nel mediterraneo e/o nell’Oceano Indiano. Non significa nemmeno usare il gas come una spada di conquista. La proprietà esclusiva di una fonte energetica non è più di nessuno. Duellare con il gas, può ferire dolorosamente, ma non uccide più.
Essere una potenza globale oggi significa rafforzare il proprio potere di influenza sui ritmi incontrollati e incontrollabili delle società, per massimizzare il vantaggio nei trend di sviluppo e minimizzare lo svantaggio nei vortici delle crisi. Per essere una potenza globale bisogna essere egemoni, cioè acquisire un potere di influenza reale sulla governance del mondo, in grado di indirizzare verso le opportune polarizzazione la morfologia delle relazioni internazionali.
Se, come è molto probabile, la Russia resterà incastrata in una conflittualità terroristica interna crescente, nuova proveniente dalla reazione indiretta dei nazionalisti e degli autonomisti ucraini, da un lato, e il vecchio opportunismo del terrorismo islamico caucasico, dall’altro, in una condizione di isolamento internazionale che indebolisce oggettivamente la leadership politica del Governo e rafforza la giustificazione impolitica degli attentati, allora la sua marginalizzazione e riduzione a potenza locale sarà completata e, paradossalmente, questa annessione della Crimea avrà avuto il risultato contrario dalle proprie intenzioni.
Già da tempo avevo individuato, come effetto delle trasformazioni del terrorismo internazionale relativamente al suo impatto sulle Olimpiadi Russe, 2 possibili esiti:
- - che il terrorismo islamico non avrebbe aggredito direttamente la manifestazione sportiva, proprio perché trattasi di un major event non autoprodotto dalle forze del terrore;
- - che la conflittualità maggiore per la Russia sarebbe avvenuta sul fronte Occidentale a causa, sia del terrorismo nazionalista, sia della riproposizione della politica estera di area, sia infine perché, quando si formano piattaforme continentali di nazionalità, la definizione dei confini è labile e dunque i territori limitrofi vanno in fibrillazione.
Entrambe le ipotesi si sono verificate: i terroristi islamici dell’area Caucasica, sebbene molto attivi e dirompenti prima delle Olimpiadi, durante la manifestazione non sono comparsi, come non ci sono stati attentati da parte di gruppi nazionalisti, soddisfatti di una ritrovata politica estera espansiva russa. Tuttavia la conflittualità si è spostata dalla Cecenia alla Ucraina, ora alla Crimea, con una enorme differenza: che la Cecenia è ancora un territorio Russo che vuole la Sua autonomia; la Crimea era un territorio Ucraino annesso alla Russia.
La Crimea è la Sicilia Russa del Mar Nero. In altri termini è come se, dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli americani avessero annesso la Sicilia come altra stelletta nella bandiera, per controllare il Mediterraneo, utile alla loro politica economica e al posizionamento delle loro basi missilistiche. Se lo avessero fatto, forse avrebbero avuto un controllo maggiore delle questioni politiche aperte attorno al mediterraneo, ma avrebbero perso la politica planetaria e si sarebbero fermati nella gestione di una politica regionale: non sarebbero mai potuti diventare una potenza globale. Nella storia, essere potenza globale significa garantire la integrità degli alleati. Certo l’Italia non aveva l’autonomia di scegliere i propri governi senza il consenso statunitense. Quando ha provato Moro, è stato assassinato come Pinochet in Cile. Il territorio italiano però è stato salvato e molto spesso tutelato dall’ombrello americano.
È il rischio che corre oggi la politica estera Russa: di perdere il suo ruolo globale e di tornare ad una dimensione regionale. I paesi dell’Occidente lo sanno benissimo e, proprio per questo motivo, hanno escluso immediatamente la Russia dal G8. Ed è stata una decisione rapida e molto più dolorosa delle tradizionali sanzioni di maniera, perché emargina il governo Russo dai processi di governance che tentano di dettare i ritmi dello sviluppo globale.
D’altronde, nelle motivazioni strategiche russe, la regionalizzazione della propria politica estera c’è tutta. In Crimea c’è la base militare di Sebastopoli, che negli ultimi anni ha ospitato il quartier generale della sua flotta nel Mar Nero, a cui è difficile rinunciare, sia appunto per nazionalizzare, in qualche modo, quello specchio di acqua, sia per contrastare gli americani nel Mediterraneo, sia per sostenere più facilmente i propri partner nel continente islamico (Siria), sia infine per la percorrenza del gasdotto.
Per tutte queste motivazioni, la Russia ha deciso che, per diventare una potenza globale, l’accesso ai mari caldi dovesse essere stabile e forte, suo proprio, in termini di dimensione e in termini di infrastrutture. Quando le rotte del Baltico sono inaccessibili, cioè in gran parte dell’anno, le navi commerciali e militari possono passare per gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, stabilendo così collegamento permanente con il Mediterraneo e l’Oceano Indiano. Si tratta di un tabù Russo: l’isolamento geografico è molto più traumatico dell’isolamento politico. Specie se, nell’Oceano Indiano sono presenti e attivi molti concorrenti continentali come gli Stati Uniti, la Cina, l’India e qualche concorrente locale come il Pakistan. Pertanto, coerentemente al suo paradosso storico, il Mar Nero, la Crimea e Sebastopoli sono assolutamente essenziali. La città non può essere facilmente sostituita. Meglio, molto meglio assorbirla. Proprio perché non ci sono altri porti russi sul Mar Nero, Mosca aveva da tempo sottoscritto un accordo con cui l’Ucraina concedevano l’utilizzo del porto di Sebastopoli. La scadenza dell’accordo è prevista nel 2017 ed è chiaro che, se 3 anni prima si cavalca la spinta popolare di entrare nella Unione Europea, la minaccia percepita dai Russi è fortissima. Un conto è sottoscrivere un accordo con la debole Ucraina solitaria, altro conto è trattare con la forte Ucraina europea. Evidentemente il Governo di Putin è certo che, dopo le prossime elezioni, l’Ucraina passerà in Europa. Il presidente filorusso Viktor Yanukovich non è stato in grado di contrastare l’ondata popolare. Se lo farà, se l’Ucraina passerà in Europa, almeno lascerà ai russi il controllo strategico del Mar Nero e la fondamentale Crimea.
Per la politica estera Russa, dopo l’annessione della Crimea, qualsiasi esito dell’Ucraina è politicamente sostenibile. Senza l’annessione della Crimea, l’isolamento geografico della Russia sarebbe stato strategicamente intollerabile. Se bisogna obbligatoriamente scegliere, meglio incassare un isolamento politico che un domani potrà essere sanato, piuttosto che un isolamento geografico che, con una Ucraina europeizzata, non potrà mai più essere recuperato, è ovvio che i Russi scelgano, sulla base del loro paradosso strategico storico, l’accesso ai mari caldi.. Se analizziamo i tempi del processo di annessione della Crimea, ci rendiamo conto perfettamente della ferrea logica che ha condotto il processo decisionale del Governo Putin. Si è agito solo quando la situazione è apparsa irrecuperabile.
In questo senso allora, rispetto alla perdita della Crimea da parte Ucraina, Viktor Yanukovich è indubbiamente uno dei principali responsabili.
Se il governo Ucraino filorusso non avesse gestito malamente l’economia e la politica nazionale, l’opposizione non sarebbe cresciuta e la spinta a passare dalla influenza della piattaforma continentale russa alla piattaforma continentale europea non si sarebbe verificata. Yanukovich ha ridotto le potenzialità economiche Ucraine, ha intercettato, senza gestire, la profondissima crisi economica internazionale. Nonostante le enormi possibilità l’Ucraina non è cresciuta ed è rimasta bloccata su un debito pari a tre quarti del suo Pil (176 miliardi di dollari) e rischia di esaurire presto le sue riserve di valuta straniera. Il settore agricolo, potenza della produzione e della esportazione nazionale, è praticamente crollato e il sistema economico complessivo è tornato ai tempi del 1992. Eppure, sulla base dei dati statistici l’Ucraina potrebbe essere il maggiore esportatore mondiale di cereali dopo gli Stati Uniti. Nei suoi tempi migliori aveva superato Canada e Argentina. Circa 41 milioni di ettari, ovvero il 70 per cento della superficie nazionale è dedicata all'agricoltura. Che Kiev possa essere il primo granaio del mondo, tutti lo sanno. Non sarà un caso che i Cinesi hanno investito nell’acquisto di un cospicuo numero di terreni.
Forse proprio per garantire un rapporto con le complessive potenzialità Ucraine i Russi avevano sostenuto e favorito Yanukovich, permettendogli di portare a casa, nell’aprile del 2010, un accordo sui prezzi del gas di importazione, con uno sconto del 30%. Yanukovich però non è stato in grado di gestire queste opportunità e l’equivoco di una Ucraina contesa tra un’Europa disponibile e una Russia preoccupata, alla fine è scoppiato.
Quali questioni restano aperte ora?
Credo che i problemi politici fondamentali siano:
- Dato per definitivamente conclusa l’annessione della Crimea alla Russia è possibile che, se Mosca non farà altre mosse destabilizzanti, si calmi la tensione internazionale, i gruppi terroristici belligeranti verranno gradualmente isolati, il rapporto politico ed economico nel medio periodo verrà recuperato e lo sbocco ai mari caldi per la Russia definitivamente garantito. Tuttavia ciò presuppone che la Russia sia in condizione di considerare i prossimi atti terroristici probabili come fenomeni criminali interni e non li proietti sul piano del contenzioso internazionale; e che la Russia, in qualche modo si disinteressi del resto dell’Ucraina. Cosa che sembra più difficile di tutte e che costituisce il presupposto della seconda questione.
- Resta in piedi, infatti, il problema del gasdotto russo. In Ucraina ci sono circa 40mila chilometri di gasdotti, e Kiev incassa circa tre miliardi di dollari all’anno dalle tasse di transito verso l’ Europa. Potrà Mosca disinteressarsi dei gasdotti in Ucraina specie se questi destini sono sempre più, ora che la Crimea è stata annessa, europeisti? Già l’annessione della Crimea ha sottratto all’Ucraina una gran parte di strategie energetiche ed ha rinforzato il posizionamento di Mosca. Gli elementi di questa Guerra del Gas che travolge l’Ucraina riguardano il presente e il prossimo futuro. Rispetto al prossimo futuro la Crimea è stata una soluzione dolorosa, per il costoso progetto South Stream, per le aree energetiche esplorative di idrocarburi nuovi nel Mar Nero, infine per il rapporto con i partner internazionali di Gazprom come ExxinMobil, Royal Dutch Shell e l’italiana ENI. Per il presente però, sarà in grado il Governo Putin, in qualche modo, di dimenticare i 40mila chilometri di gasdotti che rischiano di passare tra breve sotto l’influenza europea? Sembra difficile. Già si parla di una proposta Russa alla Polonia, naturalmente smentita, di smembrare il territorio ucraino e dividersi le province. La notizia sembra poco credibile e, comunque difficilmente realizzabile. Il problema però resta e urgente. Interesse Russo è certamente ammorbidire i toni, ma si voterà in Ucraina e relativamente presto. Se vincerà, anche sull’effetto emotivo post Crimea, il fronte europeista, che cosa succederà dopo?
- Un problema riguarda il posizionamento russo nel sistema delle relazioni internazionali. Ai tempi della Guerra Fredda, la politica estera sovietica era plausibile perché i player globali erano sostanzialmente in 2: gli USA E l’URSS. L’isolamento, in un mondo in cui l’uno e l’altro, avversandosi, si sostenevano vicendevolmente ed evitavano l’ingresso di terzi scomodi, era praticamente impossibile. Oggi non è più così. I player internazionali sono molti e ciascuno è subito pronto a sostituire chi è troppo oneroso o politicamente o economicamente. Il caso del Gas Russo è emblematico: una riduzione della fornitura aggrava di più, molto di più il fornitore del fornito. Il surplus di Gas invenduto e l’assenza di un introito fondamentale per l’economia Russa rischia di essere dirompente. Specie se i paesi che restano come clienti possibili e regolari sono quelli che meno possono pagare. Come reagirà il sistema economico russo, non solo alle sanzioni, ma a una possibile riduzione della fornitura del gas nel breve periodo? Nel medio, lungo periodo è possibile che si arrivi ad un equilibrio. Ma nell’immediato?
- Un’altra questione aperta, pericolosa rispetto alla politica interna Russa, consiste nella presenza del movimento nazionalista paramilitare Pravii Sektor, un movimento di estrema destra già molto presente e attivo negli ultimi mesi, tanto da consigliare agli Ebrei di lasciare l’Ucraina. Questo gruppo potrebbe essere utilizzato in funzione antisovietica successivamente alla conclusa annessione della Crimea e quindi estendere le azioni terroristiche autonomiste e nazionaliste. In questo caso l’area della minaccia terroristica si estenderebbe notevolmente sulla linea di confine Russo. L’insorgenza proviene dal Caucaso con il terrorismo islamico, dalla Crimea con il terrorismo nazionalista di destra, entrambi con una spiccata dimensione autonomista. Martedì 25 marzo, uno dei leader di questo movimento, Oleksandr Muzichko, detto “Sachko il Bianco”, è stato ucciso in uno scontro a fuoco con la polizia. Si registra negli stessi giorni una intercettazione telefonica della Tymoshenko che, parlando con l’ex vice segretario alla Sicurezza e al Consiglio di Difesa Nestor Shufrych, minaccia una sommossa militare contro i katsaps (termine dispregiativo per indicare i russi). E se questi elementi si saldassero per una ulteriore aggressione terroristica in territorio russo?
- Infine, la struttura del Ceto Politico di riferimento. Forse Putin è in condizione, per la sua autorità e per la sua autorevolezza, di governare una politica estera così sbilanciata e pericolosa. Tuttavia, nel ceto politico Russo, non si delinea nessun leader in condizione di reggere questa sfida per un periodo di tempo medio lungo, il giorno della eventuale scomparsa del capo. Se Putin dovesse mancare, un sistema politico sottoposto a così tante pressioni rischia di esplodere e/o di implodere, in una fibrillazione autonomista già nota in quell’area nel passaggio da URRS a Russia e questo riporterebbe tutti in un vuoto politico di enormi proporzioni, molto pericoloso e drammaticamente dirompente.
La politica agisce sui periodi lunghi. Molti analisti non sono in condizione di vedere, in vita, l’evoluzione totale dei processi in atto. Molti possono segnalare i mutamenti. Solo alcuni possono assistere alle poche mutazioni. Noi siamo tra questi fortunati.
Il sistema politico internazionale ha avuto, con l’avvento della società della comunicazione, una mutazione definitiva. Non abbiamo più Stati rappresentativi di popoli. Abbiamo piattaforme continentali di nazionalità, il cui principio amministrativo prevalente è la governance e non il governo, in cui la legittimazione politica si ottiene con l’egemonia e non con la supremazia.
In questo contesto di confini labili e indefinibili, l’azione degli attori internazionali non può più essere individuale, pena l’emarginazione. L’inaffidabilità pesa più di una sconfitta militare. Le linee strategiche storiche vanno gestite con equilibrio, nell’equilibrio delle relazioni.
In un’epoca a geografia variabile, con spinte autonomiste finalizzate alla emancipazione dei gruppi di emergenti, senza ancora aver affermato un criterio di regolamentazione delle relazioni e, forse, senza mai più poterlo affermare, il potere dell’influenza politica è strategicamente superiore alla potenza degli eserciti, perché rinsalda l’egemonia quale unico vero connotato dei protagonisti globali dell’era moderna.
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