GEOPOLITICA DELLA PACE: implicazioni dispotiche
Qualcuno sostiene che il fascismo è morto e finito. Lo dicono principalmente i fascisti, che naturalmente tentano di nascondersi o i benpensanti che hanno le loro stesse idee ma che temono di essere classificati con gli sconfitti dalla storia e dalla ragione umana.
In realtà ciò che veramente è scomparso è il comunismo, che non c’è più nei fatti e nella mente dei cittadini del mondo. È scomparso il comunismo e più ancora è scomparso il mito della rivoluzione palingenetica della società. Michel Foucault lo aveva capito già nel 1978: «Forse stiamo vivendo la conclusione di un periodo storico che, a partire dal 1789-1793, almeno in Occidente, è stato dominato dal monopolio della rivoluzione, con tutte le sue implicazioni dispotiche; senza, tuttavia, che la scomparsa del monopolio della rivoluzione significhi una rivalutazione del riformismo. Le lotte di cui ho parlato, infatti, non si caratterizzano affatto come riformiste, poiché il riformismo si propone di fondare un sistema di potere attraverso un certo numero di cambiamenti, mentre tutte queste lotte tendono alla destabilizzazione dei meccanismi di potere, a una destabilizzazione apparentemente senza fine.» [in Archivio Foucault. 3. 1978-1985 Feltrinelli, 1994, p.109]
Le società sono ferme perché è scomparsa la rivoluzione ma non è apparso il riformismo.
In Italia non si riesce a fare una riforma dei 3 fattori morfologici che denotano le connotazioni di una società: i soldi, la riforma fiscale; gli uomini, la riforma elettorale; le idee, la riforma della comunicazione e della educazione. Il riformismo non c’è, ora che la rivoluzione si è dissolta, e le società, la nostra per prima, sono ferme a micro-aggiustamenti insignificanti.
Il fatto è che la staticità è solo apparente. La politica non contempla la staticità delle sue organizzazioni. Ogni decisione comporta una definizione, non di come si è, ma di come si sarà. La validità delle decisioni politiche può essere analizzata soltanto successivamente, nel loro divenire: se l’organizzazione sociale rigenera o se degenera. Per questo è fondamentale intervenire sui3 fattori morfologici di ogni struttura sociale; perché una società si definisce sulla base delle connotazioni delle sue variabili. La natura di un sistema politico è data dall’andamento, dal trend dei suoi meccanismi ricorsivi, se spingono con le riforme verso l’autopoiesi (rigenerazione) o se strutturano senza riforme la propria autoreferenzialità (degenerazione).
Non regge quindi l’affermazione secondo cui una società depaupera perché è vecchia. Il passaggio degli anni in una società riformabile può essere un elemento vitale perché permette un adeguato processo di adattamento. Una rivoluzione per la realizzazione di una nuova società avrebbe maggiori rischi di funzionamento. Il problema non sta quindi sulla sua datazione, ma sul suo andamento, cioè se da un certo punto in poi il trend complessivo diventa rigenerativo o degenerativo.
Il problema allora è: perché la rivoluzione non è stata sostituita dalle riforme?
Perché, in assenza di una trasformazione strutturale della società, si è avuta paura di cambiare ed, anzi, spesso si è tornati indietro a richiami tradizionali anche se semplicemente simbolici?
Non è che io creda nella inutilità della conservazione. Al contrario. Una società si definisce come un particolare insieme di relazioni statiche o dinamiche fra componenti che costituiscono una unità composita; cioè, da quelle relazioni fra le sue componenti che devono rimanere invarianti perché si mantenga la propria identità. Per questo motivo, non tanto è decisiva la dialettica tra progressismo e conservazione, quanto quella tra le nozioni di chiusura e di apertura. Un habitat è autonomo quando i cambiamenti strutturali conservano la sua identità. Allora perché si ha paura delle aperture e si preferiscono le chiusure se questi cambiamenti spettano a chi governa le strutture? Perché si teme l’invasione e la minaccia alla propria identità? E perché?
Qualche anno fa Marturana e Varela definirono l’ontogenesi di un determinato habitat (unità) come la storia dei suoi cambiamenti di struttura. La nostra identità è stata costruita dunque sulle aperture, non sulle chiusure. Facciamo un esempio: noi abbiamo una identità di italiani. Ora c’è un cambiamento strutturale nella costituzione dell’Unione Europea. Possiamo restare chiusi a questa innovazione o aprirci e definirci in quanto italiani dentro una identità europea. Che problema c’è? I nostri amici sardi, lombardi, campani, siciliani o altro, essendo al tempo stesso italiani, non hanno perso la loro identità.
La verità, la mia verità è un’altra e si evince perfettamente dalle guerre in atto. La mia verità è che la chiusura organizzazionale dell’habitat sociale è funzionale all’affermazione di un dominio cognitivo di una nuova forma di potere. Non a caso Putin ha voluto, imposto, prima in Cecenia e ora in Ucraina, che la lingua ufficiale fosse quella russa. È una tipica chiusura organizzazionale funzionale al dominio cognitivo. Per questo stesso motivo, Israele non permette alcuna forma di associazione mista o vieta matrimoni misti con i palestinesi. La stessa forma di chiusura organizzazionale per un potere di nuovo tipo. Per questo stesso motivo, in Italia, da moltissimi anni ad oggi, sono stati distrutti tutti i luoghi di contestazione critica e di educazione, come le scuole e le università, come ad esempio la esclusione dello smarth phone dalla didattica; perché si tratta di una competenza che gli insegnanti non controllano ma gli studenti si. È una nuova chiusura organizzazionale per un dominio cognitivo come nuova forma di potere.
Le autocrazie moderne si connotano così.
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