GEOPOLITICA DELLA PACE: Riorientamento Gestaltico
relazione al convegno del 15 aprile 2026
Alessandro CECI
INTRODUZIONE: il riorientamento gestaltico
Nella mia città c'è una piazza, una piazza con una fontana al centro. Intorno a quella piazza, intorno a quella fontana, ci sono stati ed ancora ci sono circa una sessantina di ristoranti o centri di ristorazione, l'uno accanto all'altro. Noi, che siamo nati in questa città, vicino a quella piazza, sappiamo o credevamo di sapere, il motivo di quella apparentemente anomala concentrazione.
La mia città, Terracina, si trova a 100 km. da Roma e a 100 km da Napoli. Perfettamente al centro, perfettamente a mezza strada, lungo la mitica via Appia. Chiunque, dovendo viaggiare da Roma a Napoli o viceversa, chiunque doveva fermarsi in quella piazza, per cambiare i cavalli e per un opportuno ristoro durante il faticoso viaggio. C'era, in quella piazza, una cosiddetta "stazione di posta" dove si cambiavano i cavalli e ci si dedicava al ristoro o addirittura a passare la notte. La geniale rete stradale romana ha retto per secoli e, quando noi eravamo giovani, le carrozze sono state sostituite da pulman turistici. Tutti si fermavano li. E quindi attorno a quella piazza, attorno alla "stazione di posta" di sempre si sono concentrati una serie cospicua di attività commerciali di diversa ristorazione. Era naturale ma credevamo che non fosse normale.
Invece, quando iniziai ad affrontare davvero il mondo tramite progetti di studio della mia università mi accorsi, in altre città europee, che questa situazione di concentrazione commerciale monodistributiva (una sola tipologia di prodotto concentrata in spazi distributivi limitrofi) era ricorrente anche se non ancora frequente. ci chiedevamo allora come maii negozi non fossero "contingentati", cioè posizionati l'uno sufficientemente distante dall'altro per evitare la reciproca concorrenza diretta, come avrebbe dovuto essere indispensabile secondo le teorie della concorrenza perfetta per l'equilibrio economico di Adam Smith.
Personalmente ho capitol'efficacia di questa concentrazione commerciale monodistributiva soltanto qualche anno dopo, quando finalmente ho studiato la Teoria delle Strategie Dominananti di John Nash.
John Nash avea avuto una visione diversa della fenmenologia economica. Aveva capito che se in un qualsiasi spazio si posizionano un certo numero di attività di distribuzione monocommerciale si determina automaticamente una concentrazione di diverse tipologie di clienti e ciascuno avrebbe avuto la possibiità di essere personalmente gratificato. Ad esempio: se in un qualsiasi spazio insistono 10 attività di ristorazione, una al fianco dell'altra, chi vorrà mangiare spendendo 100 euro andrà in un definito ristorante; chi 90 euro in un altro; chi 80euro inun altro ancora; chi 10 euro in un altro. Chi avrebbe voluto soltanto un antipasto potrà selezionare il ristorante specializzato per gli antipasti, così per il primo piatto, per il secondo, per il dolce, frutta e caffè. In questo modo, concentrando in un solo posto offerte commerciali differenziate, la gratificazione media collettiva sarebbe notevolmente aumentata.
Adam Schimt aveva decisamente sbagliato.
John Nash aveva visto le cose in un modo totalmente diverso: non dal punto di vista del solo vantaggio individuale, ma dal punto di vista della gratificazione media collettiva.
John Nash aveva avuto quella che Tohmas Kuhn ha chiamato "riorientamento gestaltico". Kuhn applica alla epistemologia un concetto noto e caro alla psicologia.
La teoria della Gelstat è nota: non vediamo le cose per come effettivamente sono, ma da come vengono visualizzate in base al nostro punto di vista. La nostra verità è scissa dalla realtà. La nostra verità è funzione del nostro posizionamento. Il nostro angolo visuale ordina le cose in un certo modo e rende evidente soltanto ciò che emerge dallo sfondo. Se cambiamo posizionamento cambia la percezione della realtà, cambia la nostra verità.
Gli eventi della vita dunque modificano fanno emergere dallo sfondo elementi che prima non vedevamo. Cambia la nostra visione del mondo. Continuamente riorientiamo le nostre verità e riordiniamo la percezione della realtà. L'educazione, lo studio, la discussione critica e la comunicazione in generale cambia spesso la nostra Gelstat e ci fa scoprire anomalie i paradigmi consolidati (Kuhn), riorientando la nostra visione e proponendo un nuovo ordine alla struttura cognitiva del mondo.
Molti scienziati, artisti, intellettuali, molti uomini hanno vissuto e vivono un riorientamento gestaltico generale: Einstein rispetto ai rapporti tra spazio e tempo; Freud rispetto alla psyche; Hannah Arendt rispetto alle forme di governo e alle relazioni politiche; Nash rispetto alle strategie dominanti.
CAPITOLO PRIMO: principio di legittimazione
Per capire la geopolitica contemporanea abbiamo bisogno di un riorientamento gestaltico. Se ci mettiamo nel punto di vista degli Stati otto-novecenteschi, la geopolitica è il mondo del dominio e della forza, della supremazia, in cui la guerra ha una funzione strategica di autoaffermazione. Se ci mettiamo nel.punto di vista dei cittadini nella società della comunicazione e dei network a morfologia variabile, la guerra è una follia incomprensibile, sia dal punto di vista etico politico (perché l'assassinio degli altri per il proprio vantaggio è il male piu terrificante della umanità che cerca sempre una disperata giustificazione); sia dal punto di vista tattico-strategico (perché la guerra rompe le connessioni indispensabili per una politica di egemonia).
Quando ci confrontiamo con la principale letteratura sulla politica estera degli ultimi anni prendiamo chiaramente atto della mancanza di un riorientamento gestaltico. La maggior parte deinostri interlocutori affrontano i tanti singoli e singolari casi in modo diverso ma non differenziato. Diverso significa che ognicaso ha un valore in sè. differeziatosgnifica che ciascuno ha una sua tipica connotazione sebbene collocata in un contesto interpretabile con una determinata condizione storica. si. tratta di considerazioni anche ben descritte, anche dettagliate, anche meticolose, ma senza alcuna logica di processo, priva di una epistemica di trend. La grande differenza tra la letteratura politologica che studiavo o leggevo quando mi sono laureato e quella di oggi è questa: prima si cercava di individuare i processi, gli scenari, i possibili futuri, oggi, invece, si trovano moltissime descrizioni del presente ma nessuno rischia, nessuno si avventura a disegnare futuri possibili. D'altronde, se il futuro è nel nostro presente non c’è più bisogno di sapere come saremo nel futuro; e si pensa che saremo sempre il presente che siamo.
Qualche anno fa, in una libreria romana, non mi sono scontrato con l’ultimo libro del vecchio Henry Kissinger, che riguarda appunto l’ordine mondiale[1]. A 92 anni, il vecchio leone tedesco della politica americana, era ancora lucido, sebbene poco condivisibile. E vedeva il mondo in prospettiva, dentro un processo politico di medio/lungo periodo.
L’idea di Kissinger è che “l’impresa multi generazionale di dare un ordine al mondo”[2] – possibile grazie al rilevante contributo degli Stati Uniti – “è stata per molti aspetti realizzata”[3]. Nelsuo testo afferma chiaramente che “il suo successo trova espressione nella moltitudine di Stati sovrani indipendenti che governano gran parte del territorio mondiale. La diffusione della democrazia e del governo partecipativo è diventata un’aspirazione condivisa, se non una realtà universale; le comunicazioni globali e le reti finanziarie operano in tempo reale, rendendo possibili interazioni umane su scala inimmaginabile per le generazioni precedenti; sforzi comuni sui problemi ambientali, o almeno una spinta ad intraprenderne, sono una realtà; e una comunità internazionale scientifica, medica e filantropica concentra la sua attenzione su malattie e flagelli sanitari un tempo considerati irrimediabili oltraggi del fato.”[4] È sempre così. Quando uno vede la storia stando, sulla scorta della propria enorme esperienza, vede i grandi processi, vede la storia fluire e si accorge delle positive ampie trasformazioni. Quando uno è imprigionato dentro il presente, vede il dolore della cronaca quotidiana, i tanti drammatici problemi che la politica non riesce a risolvere. Quando uno guarda la storia del passato scorge i mutamenti e le mutazioni. Quando uno è ossessionato dalla cronaca del presente non può che vedere la sofferenza e la distruzione nella vita nuda.
Kissinger ci insegna, con la sua incredibile lucidità, che “nella costruzione di un ordine mondiale, una questione chiave riguarda inevitabilmente la sostanza del suo principio unificante”[5].
Noi abbiamo chiamato, nella tradizione degli studi politologici europei, questo “principio unificante”, il principio di legittimazione.
In realtà, il primo a scoprire la funzione politica dei principi di legittimazione fu un politologo italiano riparato in Francia perché perseguito, senza essere perseguitato, dal Fascismo. Era il genero del ben più noto Cesare Lombroso, ma lo studio da Lui compiuto sul potere, in un testo del 1946[6], è scientificamente ben più rilevante degli studi criminologici svolti dal suo più famoso parente.
Henry Kissinger ci riporta giustamente lì, al problema dell’ordine mondiale e, principalmente alla “sostanza del suo principio unificante”; in un momento in cui il mondo vive una enorme mutazione e questo principio di legittimazione sembra perduto. Certo Kissinger sbaglia nel ritenere che, nella concezione di questo principio “risiede una distinzione fondamentale tra impostazioni occidentali e non occidentali del problema dell’ordine”[7]. Il principio di legittimazione o è unificante o non lo è, o legittima una azione politica comune ai diversi o non legittima nulla. Tuttavia, la sua lucidità politica è insuperabile di fronte a tanta letteratura vacua o confusa contemporanea, quando afferma che “nel mondo della geopolitica, l’ordine fondato e proclamato universale dai paesi occidentali, è a un punto di svolta”. Ormai, ci spiega, non ci sono più principi universali, anzi, in “alcune regioni” la loro “irrisione” “è considerata una virtù positiva al cuore di sistemi alternativi di valori”. Non solo dunque “non c’è consenso nella loro applicazione”, ma c’è un rifiuto per il quale “forme elementari di identità sono celebrate come base per sfere di interesse caratterizzate dall’esclusione”. Siamo sempre lì allora, ad un ordine internazionale che può trovare una sua coesione solo successivamente alla “ridefinizione della legittimità” del potere, senza la quale noi non siamo in una condizione di multipolarità, ma in uno "Stato di liminalità".
Il vecchio Kissinger… più realista del re, che conclude la sua lezione di geopolitica bastonando sulle dita i tanti allarmismi contro il nemico che deve essere definitivamente sconfitto; nemici che sono, che devono essere perennemente presenti nella nostra vita. Alla fine, sono i "capri esppiatori" dellanostra colpevole responsabilità, indispensabili per considerarci dalla parte giusta della storia.
Il punto è chiaro, a questo punto.
Non si ricostruirà un ordine nel mondo senza un criterio di legittimazione in grado di dare giustificazione al potere sul mondo.
Noi l’abbiamo sempre pensata così.
CAPITOLO SECONDO: stato di liminalità
- La prima connotazione, di cui si ha coscienza sempre più, oggi, sebbene sia in corso ormai da qualche anno, è che non siamo in uno “stato di crisi”[8], ma nella crisi dello Stato. Sulla definizione di crisi rimando ad una letteratura sconfinata. Alessandro Colombo denuncia una serie di ambiguità nella “retorica della crisi”: l’ambiguità della minaccia, l’ambiguità dell’incertezza, l’ambiguità dell’urgenza e, a conclusione di queste, l’ambiguità della decisione che viene sottratta decisamente alla scelta politica, affidata ad un tecnicismo fondamentalista che impone soluzioni definite come se fossero definitive. In questo modo, spiega Alessandro Colombo, “da oggetto su cui decidere, la crisi diventa (anche retoricamente) il soggetto che decide: una forza impersonale, che sfugge alla piena comprensione degli individui e, per la stessa ragione, alla loro responsabilità, per imporsi alla loro volontà come (illusoria) forza naturale”[9]. Secondo il nostro approccio la parola crisi è fuorviante. Noi ci troviamo invece in una fase di generale mutazione: in uno "stato di liminalità". In un bellissimo libro di un anno fa, più o meno, il filosofo distonico Slavoj Žižek racconta che, in Cina, “se si odia veramente qualcuno, lo si maledice così: «che tu possa vivere in tempi interessanti»”[10]. Perché i tempi interessanti sono tempi travolgenti, gli stessi tempi che Alessandro Colombo definisce come “Tempi decisivi”[11] e Zigmunt Bauman e Carlo Bordoni chiamano “Stato di Crisi”[12]. Sono tempi di sconvolgimento e lotta, tempi duri e violenti, tempi di incertezza e ridefinizione complessiva del potere. Sono tempi del riorientamento gestaltico, cioè tempi in cui cambia totalmente la gerarchia dei valori, in cui i protagonisti vengono assorbiti dallo sfondo e lo sguardo, pur guardando nella stessa direzione e dentro lo stesso cono di immagine, vede tuttavia cose diverse, totalmente nuove, fino ad allora ritenute erroneamente insignificanti. Come quando, secondo Borges, si subisce un doloroso addio e bisogna rialzare la nostra pesante vita e ricostruirla attorno ad un nuovo aggettivo. Vivere in tempi interessanti significa allora vivere nel costante cambiamento, dentro violenti marosi, quando il destino di ciascuno può trasformarsi in un attimo, ad ogni occasione e la minaccia alla regolarità tranquilla della vita quotidiana, evidentemente molto preziosa ai cinesi, è costante e dirompente. Žižek conclude la sua introduzione con un malaugurio collettivo: “oggi ci stiamo chiaramente avvicinando a una nuova epoca di tempi interessanti”[13]. E con il ghigno di Caronte che sorride alle povere anime che trasporta negli sconvolgenti inferi della storia, scrive sul fronte del libro con cui ci traghetta nel mondo contemporaneo, il perverso saluto e l’inganno oscuro: “Benvenuti in tempi interessanti”[14]. Anche noi riteniamo di vivere in tempi interessanti. Tuttavia non consideriamo questa condizione negativa e non la consideriamo – come nella cultura cinese – un offensivo malaugurio. Noi la consideriamo uno "stato di liminalità", una condizione necessaria di ogni cambiamento. Il concetto generale di cambiamento, infatti, ha 2 grandi accezioni: quella di mutamento che definiamo come “un cambiamento del fenotipo sociale. Come e più dei singoli organismi le società hanno una serie di caratteri e di caratteristiche, come ad esempio l’aggregazione familiare, gli usi, i costumi e, in generale, i comportamenti sociali, che sono percepibili e osservabili. La sociobiologia contemporanea[15] distingue questi caratteri in fenotipi negativi, quelli che cadono in desuetudine e tendono a scomparire nel corso degli anni, e i fenotipi adattativi, quelli che si riscontrano nell’habitat, si propagano rapidamente come moda, restano come background culturale e si solidificano in tradizioni[16]. In ogni caso, il mutamento di una qualsiasi organizzazione è sempre un cambiamento fenotipico.”[17]; e quella della mutazione, che significa “un cambiamento del genotipo sociale. Infatti il cambiamento del genotipo non modifica i caratteri di una determinata organizzazione, ma la sua connotazione. Si tratta di un cambiamento dei geni sociali, di una trasformazione strutturale del DNA di una determinata società.”[18]. Vivere in tempi interessanti significa vivere in epoche di grandi mutazioni, assistere all’avvento di una nuova Cosmogonia[19]. La quarta mutazione che stiamo vivendo dopo la caduta del muro di Berlino e il crollo delle twin Towers a New York è l’avvento della società della comunicazione e lo sviluppo dell’epipower, il potere epistemologico della verità sulla realtà. Noi abbiamo vissuto direttamente sulla nostra pelle il potere di una verità che si sostituisce alla realtà con la narrazione aspra di ogni fondamentalismo. L’effetto immediato dell’avvento della società della comunicazione, come è sempre avvenuto nella storia con la diffusione di ogni tipo di tecnologia, è la rottura dei confini: fisici, cioè geografici; cognitivi, cioè identificativi di una cultura (lingua); e relazionali, cioè identitari di una nazionalità. La gestione dei confini territoriali, dei confini nazionali e di quelli sovrani significa la crisi delle istituzioni di politiche di rappresentanza: la crisi dello Stato.
- La seconda connotazione è relativa alla produzione di un vuoto politico. Noi non concordiamo con Ilvo Diamanti, che il vuoto in politica non esiste. Esiste eccome e ne subbiamo ogni giorno le drammatiche conseguenze. Il team scientifico del CeAS ne ha studiato precisamente le dinamiche e noi italiani le dovremmo conoscere benissimo perché sono parte integrante della nostra storia politica. Viviamo in una condizione di vuoto politico quando si determina una scissione simbiotica tra governance[20], governamentalità e governo. L’equilibrio politico, la legittimità delle istituzioni politiche è data dalla reciproca coniugazione di governo, governamentalità e governance. Qualsiasi potere, anche quello della pura forza, è legittimato se governa, tramite strutture governamentali con una politica di governance. Tanto più si restringono le politiche di governance, tanto più si restringe la legittimazione, tanta più forza, tanta più violenza occorre per mantenere il governo dei processi sociali. Il vuoto della politica si evince proprio in questo: nella solitudine della governance. Viceversa, la solitudine del governo comporta disaffezione, distanza tra cittadini e istituzioni. La solitudine della governamentalità invece genera un soffocamento burocratico pieno di corruzione e senza vita. Noi in Italia abbiamo almeno due drammatici esempi della scissione tra governance, governamentalità e governo. In ambito criminologico ci si chiede per quale strano motivo ci sono paesi che “fanno mafia”, come l’Italia ed altri, molti altri, non ne fanno. Ecco, le organizzazioni criminali come la mafia nascono come supplenza non dello Stato, mai dello Stato, ma della politica; in quelle località in cui si è consumata la scissione simbiotica tra governo, governamentalità e governance, quando, più precisamente, manca il governo, tutto è lasciato alla labile efficienza delle strutture governamentali e resta solo la governance. Altri esempi si possono fare, anche meglio, nella politica internazionale. In assenza di criteri di legittimazione attivi, si determina un vuoto politico a causa della scissione tra governance, governamentalità e governo, di cui approfittano spinte violente locali, al fine di strappare a Governi senza rappresentatività e a strutture governamentali senza responsabilità, la indispensabile governance. Con la caduta del muro di Berlino il mondo è entrato in un vuoto politico che ha scisso il governo, la governamentalità e la governance, lasciando allo Stato lo sterile governo delle sue stesse istituzioni, alla governamentalità le sue procedure ed affidando alla governance la formazione e la gestione delle reti sociali di convivialità. Noi riteniamo che, a causa del vuoto politico generato dalla scissione tra governo,governamentalità e governance si è generato nel mondo un disordine, una crescente entropia, un caos funzionale che ha degenerato totalmente la narrazione democratica, fino ad irriderla, come dice Kissinger, fino all’assenza, nell’era della globalizzazione, di principi unificanti condivisi. Fino alla fuga verso l’ignoto altrove di folle disperate di migranti che non hanno paura di rompere il confine, rischiare la vita per evitare la miseria che la loro situazione offre. Identità zero, identificazione zero, nazionalità zero, nessun territorio. Se i Governi del mondo sapessero esercitare la loro governance; se ci fosse stato un criterio a legittimare un potere istituito anche se non istituzionalizzato.
- La terza connotazione del mondo moderno è la propensione al consumo. Perché si formano Piattaforme Continentali di Nazionalità? E perché questo processo è irreversibile? La morfologia politica che il mondo sta assumendo, come abbiamo detto e scritto più volte, è quella funzionale alla gestione autonoma, alla autogestione, della propria propensione al consumo. Tutti nel mondo ormai sanno che il presupposto moderno di ogni ricchezza e, aggiungo io, di ogni democrazia è la propensione al consumo. La nostra ricchezza, nonostante i suoi numerosi detrattori, è stato il welfare state. Senza la propensione al consumo l’economia è lasciata alla bizzarria della finanza e viene sottratta quasi totalmente ai sistemi produttivi. Per molti anni lo schema logico della economia occidentale è stato costruito sulla propensione al consumo. Ora è diventato il paradigma di riferimento delle decisioni continentali e lo strumento più potente della governance. Ogni gruppo di potere che occupa le istituzioni del vecchio stato liberale novecentesco per emanciparsi, se vuole assumere una egemonia e dunque una legittimazione reale al potere, deve governare la propria propensione al consumo. Questo è accaduto negli anni in Italia e rischia di riproporsi sul piano internazionale. I premier che sono andati consecutivamente al potere hanno continuato a finanziare direttamente o indirettamente imprese e apparati, istituti e istituzioni, si sono occupati dell’assistenza e non della propensione al consumo, per la quale occorrerebbe invece modificare il fattore fiscale. In questo modo sono rimasti abbarbicati, stretti con il loro governo e si sono puntualmente scissi dalla governance del loro Stato. Più o meno rapidamente sono stati tutti delegittimati con tassi di disaffezione politica crescente. Il ceto politico del mondo che sta cercando di governare la transizione verso Piattaforme Continentali di Nazionalità, in primis gli americani che sulla propensione al consumo hanno interamente costruito la loro potenza, è perfettamente cosciente del valore politico della propensione al consumo per la impostazione e per molti aspetti per la imposizione, di un modello di sviluppo. Dunque, per noi, la causa del deficit economico occidentale è politica. Si è scatenata per colpa delle guerre inconcluse che l’occidente ha affrontato e su cui non si è mai davvero confrontato. Le guerre che abbiamo combattuto potevano servire soltanto alle industrie delle armi o potevano generare un nuovo piano Marshall internazionale in grado di sostenere, con consumi adeguatamente crescenti, la governance politica e il sistema produttivo occidentale. Avremmo in realtà potuto farlo anche senza guerre, ma questo è un altro discorso, o meglio, un discorso di altra epoca. Comunque, se avessimo favorito l’espansione dei consumi delle aree che ancora devono cominciare a consumare a livello di massa, o a spendere a livello individuale, avremmo sostenuto l’economia produttiva e non saremmo caduti nelle fauci del mercato finanziario. Invece le guerre che abbiamo affrontato, al contrario di come fu invece per la seconda guerra mondiale, non sono passate dalla distruzione alla costruzione, non hanno generato un nuovo piano Marshall, non hanno prodotto propensione al consumo aggiuntiva e non hanno favorito l’esportazione delle nostre imprese. Sono rimaste inconcluse per chi doveva usufruire della libertà post bellica: da una parte, il loro sviluppo; e dall’altra, il nostro mercato. Le guerre inconcluse sono state un acceleratore del deficit economico dell’Occidente. L’egoismo politico di stati obsoleti ha prodotto la povertà e i sacrifici dei loro cittadini. Il futuro, a dispetto dei nostalgici delle morfologie medievali, è un mondo diviso da piattaforme continentali; un format perfettamente adatto per offrire servizi e qualità della vita a un numero sufficiente di cittadini/consumatori/utenti in grado di reggere autonomamente e quasi automaticamente le economie di semi-scala delle nuove imprese telematiche e di quelle vecchie telematizzate. La gestione politica della economia, differentemente da chi ancora crede ad una marxistica gestione economica della politica, la gestione politica della economia è dimostrata dal fatto che, per sostenere il mercato nel processo di espansione del consumo, occorre una egemonia politica. La supremazia della forza non basta, come appunto il dramma delle guerre inconcluse. Le piattaforme continentali sono di nazionalità, assemblano gruppi culturali similari proprio perché spendere, consumare, è un atto prevalentemente culturale, è un atto di civiltà. L’inciviltà, al limite, è stata quella di aver tenuto la stragrande maggioranza della popolazione umana fuori dal meccanismo di controllo del mercato, dei suoi squilibri, della sua barbarie. Una sana keynesiana gestione della propensione al consumo significa semplicemente togliere dalla povertà circa l’80% degli esseri umani. E questo oggi è possibile solo se si afferma un nuovo criterio di legittimazione internazionale. Dopo la prima guerra mondiale il criterio di legittimazione internazionale era quello della Sicurezza degli Stati. Per rendere sicuri dei loro confini i soggetti della politica internazionale è stata istituita la Società delle Nazioni. Dopo la seconda guerra mondiale il criterio di legittimazione internazionale era quello dell’Equilibrio tra sistemi di area. Balance of power, guerra fredda, deterrenza e proliferazione delle armi, sono stati gli strumenti di pacificazione controllata dei territori. A tutela della spartizione del mondo è stata istituita l’ONU, con tutti i suoi pesi e i suoi contrappesi decisionali. Ora anche l’Equilibrio è scomparso e indietro, alla Sicurezza, non si torna. Oggi dobbiamo cercare un nuovo criterio di legittimazione internazionale che permetta a tutti di agire in un ambito di certezza relazionale globale. Credo che questo criterio sia quello della Egemonia, della capacità di esportare i diritti, nella espansione del consumo condiviso verso livelli della civiltà democratica globale che il capitalismo ha donato ad una sola piccola area e che invece il mercato può ancora estendere. Ma bisogna che l’Egemonia non si trasformi in Supremazia e si diffonda con la partecipazione e la integrazione delle diversità. Anche la democrazia, quando scambia l’egemonia con la supremazia, perde la sua natura connotativa e la sua essenza e, con ciò, anche la sua capacità attrattiva. L’egemonia, come criterio di legittimazione internazionale, pretende il consenso, che socialmente si chiama partnership. Per istituire l’egemonia come criterio di legittimazione internazionale è indispensabile che l’Occidente abbandoni definitivamente l’ambizione di governare il mondo e introduca una serie di procedure di governance in grado di realizzare una rete globale di sviluppo e di distribuzione del reddito necessario al consumo. Questi strumenti sono tradizionali, come per esempio i vecchi fondi alla cooperazione e allo sviluppo internazionale che spesso hanno favorito l’emancipazione di interi territori, il sostegno finanziario a joint venture internazionali per la crescita di una imprenditoria endogena, la distribuzione dei generi alimentari di enti internazionali (FAO) oltre la dipendenza dall’assistenza. E sono strumenti innovativi, come il Bilancio Sociale degli Stati, una politica di Responsabilità degli Stati per fare in modo che si spenda in dimensione sociale almeno quanto si spende in aggressione militare, anche quando l’intervento degli eserciti è indispensabile. Sono strumenti internazionali di governance per l’Egemonia che l’Italia, da sola o nel contesto europeo, può proporre in ogni sede e fare suo, come elemento portante della sua politica estera mediterranea. Pertanto la causa politica del deficit economico è nel modello di sviluppo. Noi siamo in una irreversibile fase di transizione. Il mondo si sta riorganizzando attraverso nuove forme di scambi economici e con nuove istituzioni, più flessibili, più leggere, per molti versi impercettibili. La strenua difesa di istituti della vecchia economia industriale non ha più senso. Significa buttare i soldi in un buco nero che assorbe tutto senza rendere nulla. È una pazzia. Un governo politicamente all’altezza della situazione economica globale cercherebbe una soluzione nella riforma degli equilibri e degli istituti economici. Rincorrere un debito insanabile nelle condizioni attuali è un errore clamoroso. È lo stesso sbaglio che fanno gli imprenditori delle aziende in crisi che, per sanare il debito che li divora, si divorano nella gestione ossessionante dell’esistente. E falliscono inevitabilmente. Il nostro professore di Scienza Politica, compianto e ancora inascoltato Paolo Farnetti, continuava a ripetere che non si esce da una crisi senza una innovazione. Tanto più se si tratta, come in questo caso, di una crisi di transizione epocale che sta distruggendo istituti e istituzioni della società industriale. Siamo all’avvento della società della comunicazione e i soggetti economici dei singoli Stati sono ancora con la testa in una società industriale che non c’è più. Per la schizofrenia dei mercati finanziari basta la dichiarazione di un addetto stampa. Le fluttuazioni sono troppo improvvise e condizionate da parole improvvide. Basta questo a far capire quanto travolgente sia, ovunque, la transizione verso la società della comunicazione. Il mondo è nuovo ma le soluzioni sono vecchie. Le vecchie soluzioni non risolveranno i problemi antichi e imporranno gli inutili sforzi di sempre. Senza un nuovo modello di sviluppo, in cui la maggioranza del mondo non sia più costretto a subire le bizzarrie della ridotta minoranza di agiati, senza un modello di espansione non inflazionistica dei consumi, senza i nuovi meccanismi di equilibrio della società della comunicazione, non c’è soluzione, nonostante la buona volontà dei tecnici e il buon senso dei presidenti. Occorre un nuovo modello di sviluppo perché il vecchio modello economico non produce più alcuno sviluppo. Questo è sempre stato il compito della politica. Abdicando al suo ruolo ruolo, perché esclude il suo progetto dal confronto quotidiano, perché segue i processi di banalizzazione dei mass media, perché l’assenza di pensiero critico cancella ogni critica del pensiero, la politica si estranea dal processo decisionale e lascia un pericolosissimo vuoto tra governo e governance. Tutti sanno che la soluzione è nel governo della propensione al consumo di nazionalità distese su piattaforme continentali e nessuno vuole cedere la sua. D’altronde nessuno può risolvere i problemi di un altro.
Ho letto il numero monografico sull’Ucraina di Limes, la Rivista Italiana di Geopolitica di indubbia eccellenza, aprile 2014, n.4, dal titolo inequivocabile: “L’Ucraina tra Putin e noi”. Letto e rileggo. Il prestigio del titolo e degli autori meritava il massimo di attenzione. Dal primo all’ultimo articolo la Rivista Italiana di Geopolitica è travolta da un usuale liet motiv, quasi una litania, che si sente ovunque, come le ragioni senza ragionamenti tipici di questa strana condizione comunicativa italiana, dove si ripetono assiomi senza verifica critica che improvvisamente, o anche improvvidamente, diventano verità indiscutibili. Qualsiasi analista, politico, giornalista, commentatore o anche solo conduttore ripete, con l’enfasi inutilmente rinnovata di chi svela l’ovvio: la crisi Ucraina dimostra la potenza americana, le ambizioni russe e l’inconsistenza[21] europea.
Per tutti cito testualmente l’Editoriale di quel numero di Limes, emblematicamente intitolato “Lo Specchio Ucraino”, che subito trasmette la delusione di tutti per l’assenza del necessario machismo europeo. Comincia così: “Nelle crisi ci sveliamo per quel che siamo e non per quel che vorremmo essere. Vale anche per gli attori geopolitici. Il test dell’Ucraina, al quale si sono sottoposti russi, americani ed europei, ha prodotto un esito negativo per Mosca, positivo per Washington, catastrofico per l’unione Europea”[22]. Poi spiega perché, ma questa è la conclusione finale posta e proposta all’inizio. Il resto degli articoli è una sinfonia mono-tona. Per me addirittura stonata.
Certo l’Europa non può belligerare[23], non ha nemmeno un esercito, e non ne ha assolutamente la volontà (per fortuna!). Forse per questo il paradigma della insignificanza[24] proposto da Limes raccoglie un sentimento generalizzato, molto comune ma totalmente sbagliato. I molti testi di questo genere, che infestano la quotidiana interlocuzione scientifica sulla geopolitica internazionale, ripetendo con superficialità uno slogan generico, mi fanno pensare ai comportamenti necrofili involontari, come li ha chiamati Erich Fromm, che si manifestano “anche nella convinzione che la forza e la violenza siano l’unica soluzione di un problema o di un conflitto”[25]. Al caso nostro si addice perfettamente; perché “quel che caratterizza il necrofilo è che, la forza … è la prima e l’ultima soluzione di tutto; che bisogna sempre recidere il nodo gordiano e mai scioglierlo pazientemente.”[26]. Solo per dire che il caso Ucraino non si esaurisce all’attacco russo e alla difesa americana come se fosse un torneo di scacchi.
Cominciamo daccapo.
Perché Putin e i Russi hanno avuto proprio ora l’esigenza di invadere la Crimea e di aggredire l’Ucraina? Perché non prima, quando tutto era più facile, il governo ucraino asservito, il popolo indifferente se non addirittura, forse, disponibile?
Perché l’Ucraina solo da poco tempo rischia di uscire dal controllo Russo necessario per il gasdotto, sia per l’accesso ai mari caldi.
E perché solo da poco tempo gli ucraini sono diventati improvvisamente inaffidabili[27]?
Perché una parte cospicua del popolo sofferente richiede, reclama, vuole l’ingresso in Europa.
E perché?
Perché la politica europea degli ultimi 20 anni, fatta di una portentosa governance a sostegno dell’intera area balcanica, sta attraendo come una calamita tutti gli stati ex sovietici della sponda adriatica ed oltre, fino alla Turchia. Questa attrazione europea[28] è irresistibile se vista dall’Est e determina perfino sommosse laddove i governi compromessi si oppongono ai desideri dei cittadini. In qualche modo, può essere considerata l’apoteosi della ostpolitik di Willy Brand e non vederla è un’altra forma di necrofilia descritta da Fromm; quella che si caratterizza con un “interesse marcato per le malattie in tutte le loro forme”[29], per cui ogni analista nostrano sembra la “madre che si preoccupa costantemente delle malattie del figlio, dei suoi insuccessi, facendo cupe previsioni per il futuro; allo stesso tempo non percepisce i mutamenti favorevoli, non reagisce alla gioia e all’entusiasmo del bambino, e non si accorgerà mai se in lui sta crescendo qualcosa di nuovo.”[30]
Questo qualcosa di nuovo in Europa è già cresciuto e si è abbondantemente sviluppato più che altrove, USA e Russia compresi. Non solo in Europa. Nel mondo. Senza questo qualcosa di nuovo, il mondo stesso e i suoi conflitti non si capiscono.
L’avvento della società della comunicazione, convenzionalmente databile alla caduta del muro di Berlino nel 1989, la funzione politica degli Stati si è gradualmente ridotta, è evaporata senza essere eliminata. Le democrazie oligarchiche sono cresciute un po’ dappertutto.
Ciò che sta avvenendo è l’avvento delle piattaforme continentali di nazionalità. Non più organizzazioni statali, che sono ormai funzionali soltanto all’accreditamento internazionale di gruppi dirigenti emergenti. Il Governo, così come veniva inteso nella democrazia liberale a partire dalla seconda metà dell’ottocento e per tutto il novecento, non c’è più. Non ci sono più le singole patrie, circoscritte entro rigidi confini territoriali e vincolati ad una sola tradizione e ad una religione. Ci sono piattaforme continentali che assemblano nazionalità similari ed omogenee, dove il governo è stato sostituito dalla governance, e gli eserciti invadenti ed invasivi dal sostegno finanziario, dalla cooperazione e dallo sviluppo. Il comune destino è definitivamente mutato in aspettativa di vita.
Le piattaforme continentali di nazionalità che possiamo individuare sono ormai ben definite: abbiamo quella americana, distinta ancora molto parzialmente tra Nord e Sud America, dove l’identità e l’identificazione linguistica è sempre più integrata attorno allo spagnolo, e che ha eletto un nuovo papa a rappresentazione di tutti; c’è la piattaforma continentale cinese, quella indiana, quella araba, quella africana, quella più piccola giapponese e ci sarà quella australiana. C’è la piattaforma continentale Europea e quella Russa. Queste aree non sono state conquistate con le armi, ma con la politica di governance e soffrono laddove i confini nazionali sono di religione e di identità mista – come in Turchia – o mischiata – come in Ucraina. Tutta questa espansione della piattaforma continentale europea che sbatte inevitabilmente alla piattaforma continentale russa in Ucraina è il risultato della politica estera di governance che gli europei hanno mantenuto, anche a costo di notevoli sacrifici economici, verso l’area balcanica. Certo se si desidera che l’Europa divenga uno Stato tradizionale e fuori dalle dinamiche degli scenari internazionali attivi, allora si vedono le debolezze, le inconsistenze e, se volete, anche le fraudolenze e le nefandezze di un processo politico in gran parte occulto e occultato sul proscenio politico globale e, quindi, agli occhi tradizionali di un pubblico distratto.
Nel network politico internazionale, la legittimazione è passata da essere un prodotto della sicurezza ad essere patrimonio dell’equilibrio (non a caso l’ONU ha sostituito la Società delle Nazionali).
Oggi, con la caduta del muro di Berlino e la eliminazione di una delle due gambe che reggevano in equilibrio il mondo, la legittimazione internazionale è passata dall’equilibrio alla egemonia, anche se molte volte gli interessi (George Bush) insieme alla illusione fideistica di una grandezza perduta (Putin) la fanno scadere in supremazia. Con la supremazia si possono governare territori e processi politici con le armi, ma dura relativamente poco. L’egemonia si conquista, invece, con la governance, che è più lenta, molto più lenta, talvolta invisibile ed eccessivamente onerosa, ma dura molto, molto di più.
Anche se ogni ultima campagna elettorale è tempestata dalla stupidità degli euroscettici, l’Europa resta il campione della governance sul proscenio internazionale. E le crisi o il fallimento delle “primavere arabe” e della “rivoluzione arancione” sono state causate proprio perché precedenti e non successive ad una politica di governance. Anche in Ucraina, la Russia ha perso la sua egemonia politica trasformandola in supremazia militare, per aver tollerato e spesso sostenuto finanziariamente l’affermazione di “oligarchi come padroni non solo della ricchezza nazionale – cento individui controllano l’80% del pil – ma anche la politica, in cui dominano direttamente … o attraverso loro marionette …”. Si è trattato di un atto di supremazia non certo di una politica egemonica, condotta da un Governo con l’ansia di diventare player globale, senza alcuna azione di governance.
È inutile insistere, la Guerra Fredda è davvero finita[31]. Nonostante le illusioni di Putin, la Grande Russia, non tornerà, se non nella veste di Piattaforma Continentale di Nazionalità e, dunque, partner internazionale di altre piattaforme, di cui quella europea, seppur senza armi ed armamenti, non è certo l’ultima.
Voler ricondurre il lento processo di integrazione europea alle vecchie procedure di costituzione di uno Stato otto-novencentesco ormai andato, e considerare come protagonisti internazionali solo i bullistici attori geopolitici che mostrano le loro potenze e le loro manovre sullo scacchiere del mondo, è un tragico errore. Un errore goffo, proprio nel momento in cui è lo scacchiere che cambia, che non è più un piano, che diventa un impervio frattale e che reclama una azione di lungo periodo per incunearsi nei meandri, piuttosto che atti plateali per imprigionarsi in cupe gole o in pantanosi anfratti, come è accaduto all’America di Bush e sta accadendo alla Russia di Putin. Tanto più erroneo è attardarsi a descrivere gli europei come “pallide, velleitarie comparse”[32]. Anche se a voi pare “improbabile”[33] che “i soci dell’Unione Europea”[34] possano “risalire la corrente”[35], a me non pare affatto. Anche perché, mi sembra invece che, travolti dalla piena delle popolazioni con diverse aspettative di vita, siano in ritardo questi impavidi boxer che si ostinano a sfidarsi in uno sport che non segue più nessuno e che, ogni volta che viene organizzato, determina, nel medio e lungo periodo, irreversibili catastrofi, nonostante le muscolose istantanee.
Forse l’Europa non può e non sa ancora combattere. La sua politica non mostra i muscoli. Non ha Governo, ma ha una fortissima e attraente governance che è l’essenza della politica del mondo moderno, del mondo nuovo delle Piattaforme Continentali di Nazionalità. Altri saranno i combattenti, ma dietro la crisi ucraina c’è per intero, tutta, la potenza attrattiva della governance europea. In barba ai tanti analisti che riconducono e riducono il network delle relazioni internazionali alla ostentazione della propria forza, il futuro del mondo non sarà il suo impossibile Governo, ma il livello della sua governance, interna ed esterna alle Piattaforme Continentali di Nazionalità. E quella europea, testata in tanti anni di politiche interne, è la più salda e funzionante dell’intero pianete. Una rete vincolante di interessi economici e prospettive sociali che rinvigorisce la politica. Non quella degli Stati, ma quella dei cittadini. Tanto il mondo futuro non sarà fatto di Stati ma di cittadini interconnessi dentro e fuori le proprie Piattaforme Continentali di Nazionalità. E certo, dove queste piattaforme si incontrano anche si scontrano. Tuttavia la politica del futuro sarà sempre più fatta di governance, per convincere più i popoli dei populisti e dei loro governi.
La crisi Ucraina allora dimostra che l’Europa è perfettamente attrezzata per il nuovo mondo, anche se molto spesso non ne ha consapevolezza. Proprio perché evita lo scontro diretto, proprio perché si sottrae ad una insulsa e dolorosa battaglia, proprio perché ciò nonostante continua a firmare trattati, proprio perché lascia agli altri il dolore dei morti e tutela la pace, l’Europa è attraente e davvero moderna. Anche se il governo Russo avesse invaso o invaderà l’Ucraina, tutta insieme o pezzo a pezzo, non potrà contrastare l’insorgenza politica di lungo periodo che la governance europea comporta verso le popolazioni limitrofe. L’Europa è attrezzata per il mondo nuovo perché preferisce un processo politico di egemonia ad un atto di supremazia. E questo processo avrà una spinta ulteriore proprio ora, proprio nel momento in cui avanzano i pensieri distruttivi di ogni negazionista. Per la prima volta, infatti, nell’ultima consultazione elettorale europea, non solo il parlamento, ma anche il Presidente della Commissione – che non è appunto un vecchio Governo – è stato eletto. I due organi fondamentali per ogni rappresentanza nazionale (legislativo ed esecutivo) piuttosto che essere nominati vengono votati (l’Italia è in questo senso in decisa e decisiva controtendenza). Ben oltre le speranze di pochi anni fa, quando Romano Prodi auspicava di essere eletto dal parlamento europeo, con qualche reminiscenza del parlamentarismo italiano.
L’Europa quindi, anche se non sembra, è andata avanti ed io auspico che prosegua lungo la strada della governance: l’unica in condizione di renderla davvero protagonista internazionale della politica del nostro pianeta. Lentamente rafforzi la sua egemonia e non ceda mai alla supremazia distruttiva. Resti, l’Europa, un habitat di vita e non una organizzazione funzionante. Meglio che resti efficace piuttosto che diventi efficiente: specie se questa efficienza consiste sempre di più nella vecchia politica di furto dei territori a fini tattici e raramente strategici, invece di essere il prodotto consensuale di adesione ad un modello di sviluppo.
In conclusione, quali sono le minacce?
Le minacce ci sono sempre e sempre bisogna evitare che divengano rischi.
Jurgen Habermas è convinto che l’Europa sia travolta da una “spirale tecnocratica”[36] causata da 3 fondamentali ragioni: per una ragione STORICA, che, dopo aver seguito normalmente la vita nazionale e il suo protagonismo, “risveglia fantasmi storici nei paesi vicini”[37] alla Germania; per una ragione POLITICA, relativa a un “auto-esoneramento neoliberale”[38] che scinde la complementarietà della politica con il mercato e lascia inevitabilmente libero spazio alla pressione finanziaria; per una ragione ECONOMICA, rispetto alle decisioni prese dalla Banca Centrale Europea che, con il tasso unificato “non ha potuto calmierare le forti divergenze di crescita e di inflazione delle economie nazionali”[39].
La delega alla tecnocrazia è in qualche modo una sospensione della democrazia.
Il vortice della spirale si mostra nel paradosso in cui siamo stretti e costretti: per evitare di danneggiare in maniera irreparabile il progetto dell’Unione Europea che abbiamo perseguito nel dopoguerra dobbiamo approfondire l’unione politica alla ricerca di una sostanziale legittimità democratica; “non possiamo evitare la prima cosa senza realizzare la seconda”[40].
La soluzione, per Habermas, sarebbe trovare nuove forme nazionali per un “esercizio comune dei diritti di sovranità”[41].
Tuttavia, sebbene necessaria, la soluzione proposta non è sufficiente.
Non è sufficiente perché è una soluzione sostanzialmente nota e, se non si è ancora realizzata, devono esserci uno o più vincoli superiori alla volontà dei singoli. Senza considerare che, anche se con eccessiva lentezza, questa soluzione è già in corso. Più che di una proposta si tratta di una verità che corrisponde ancora parzialmente allo stato delle cose reali.
Habermas, come anche tanti altri, pensa all’Europa come una replica del modello più o meno classico dello Stato liberal-democratico in quanto “geniale invenzione che… coniuga l’eguale partecipazione all’auto-trasformazione collettiva (Kollektive Selbsteinwirkung) con la tutela di libertà economiche parimenti distribuite”[42]. Sennonché questo Stato non c’è più e, se l’Europa avesse come riferimento quel tipo di organizzazione continentale, sarebbe davvero un luogo di ruderi e cadaveri. Se ancora non lo è, è perché fin dall’inizio l’Europa non ha avuto o non ha potuto avere quel riferimento organizzativo. Anzi, forse la profonda crisi europea è dettata proprio dalla spinta a realizzare una forma di super Stato che non vale più nemmeno come riferimento istituzionale per gli stessi Stati membri dell’Unione.
Le nuove organizzazioni politiche continentali sono molto diverse dalla struttura del vecchio Stato liberal-democratico; almeno perché, come ho sostenuto in un libro scritto ne lontano 2006[43], la società della comunicazione ha sostituito il principio di rappresentanza (ti voto e mi rappresenti) con la relazione responsiva (introduco un input nel sistema comunicativo e ricevo un certo tipo di output elettorale). In altri termini, il passaggio dalla rappresentanza alla rappresentazione, con l’avvento della società della comunicazione, costituisce una vera e propria mutazione politica strutturale; una delle sole quattro mutazioni avvenute nella lunga evoluzione sociale dell’umanità[44].
È assurdo allora ritenere, di fronte ad un cambiamento così epocale e definitivo, che le organizzazioni politiche istituzionali, specie se di dimensioni continentali, restino sempre le stesse immutate ed immutabili, l’immarcescibile Stato liberal-democratico che la storia ci ha consegnato e che ha costituito il nucleo innovativo della società industriale.
Non lo è più, però, nella società della comunicazione, dove si stanno costituendo invece, con una rapida accelerazione, Piattaforme Continentali di Nazionalità, che superano e assorbano i singoli Stati e li governano, non con un istituto o una istituzione sopraordinata, ma con il criterio totalmente nuovo della governance[45]. L’Europa è nata nella governance e questo suo connotato moderno non deve essere soffocato da una istituzione burocratica del novecento. La democrazia della comunicazione si organizza con politiche di governance. Il metodo marginal-funzionalista di Jean Monnet era una politica di governance anche se costruita avendo più come riferimento gli Stati che i cittadini. Inoltre, era una governance totalmente economica, secondo uno schema di integrazione marxista, che vede nella economica e nei reciproci interessi la struttura insuperabile dell’orientamento politico e sociale. Nella società della comunicazione non è più così. Gli elettori, sotto una pressione mediatica che orienta il sentiment collettivo e omologa i comportamenti individuali, possono votare anche contro i propri interessi. Le aspettative aperte su un background culturale programmato sono la motivazione più forte dell’orientamento politico. Mi rendo perfettamente conto che, in una condizione economica che enfatizza la finanza speculativa, anche la governance economica vada decisamente riformulata e indirizzata, piuttosto che dalla parte dei governi, dalla parte dei cittadini. Tuttavia, noi non realizzeremo l’Unione Europea se non ci impegneremo nella costruzione di un Sentiment Europeo Continentale, una coscienza culturale, una identità collettiva comune dentro i confini continentali Europei. Questa cultura è fortemente attrattiva e il Sentiment Europeo è una calamita irrefrenabile che scatena fortissimi conflitti di confine, come quello Ucraino.
Se non si considera la nuova morfologia del mondo, il vulnus della democrazia sarà costante e ripetuto.
È stato un vulnus la democratizzazione esogena.
È stato un vulnus anche la democratizzazione endogena.
Se vogliamo ricostruire un processo di democratizzazione reale, consapevoli che la democrazia è la soluzione e non l’handicap delle società della comunicazione contemporanea, dobbiamo sanare scissione tra governo e governance è la causa del vuoto politico che ha generato la violenza e degenerato la democrazia.
Diceva Ortega Y Gassett[46], ogni nostra epoca porta con sé la sua norma e la sua enormità, il suo decalogo e la sua falsificazione. Così è stato per la democrazia nel mondo: norma ed enormità, decalogo e falsificazione. La falsificazione più forte è l’assenza di un criterio di legittimazione per le democrazie contemporanee, nell’epoca delle Piattaforme Continentali di Nazionalità.
NOTE
[1] Kissinger Henry, ORDINE MONDIALE, Mondadori, Milano 2015
[2] Kissinger H., cit. 2015
[3] Kissinger H., cit. 2015
[4] Kissinger H., cit. 2015
[5] Kissinger H., cit. 2015
[6] Ferrero Guglielmo, IL POTERE, Edizioni Comunità, Milano 1946
[7] Kissinger H., cit. 2015
[8] Bauman Zygmurth e Bordoni Carlo, STATO DI CRISI, Einaudi, Torino 2014
[9] Colombo Alessandro, TEMPI DECISIVI, Feltrinelli, Milano 2014
[10] Žižek Slovaj, BENVENUTO IN TEMPI INTERESSANTI, Ponte delle Grazie, Bergamo 2014
[11] Colombo Alessandro, TEMPI DECISIVI, Feltrinelli, Milano, 2014
[12] Bauman Zigmunt e Bordoni Claudio, STATO DI CRISI, Einaudi, Torino 2015
[13] Žižek S., cit. 2014
[14] Žižek S., cit. 2014
[15] Wilson O. Edward, LA CONQUISTA SOCIALE DELLA TERRA, Raffaello Cortina Editore, Milano 2013
[18] Ceci Alessandro, https://sites.google.com/a/alessandroceci.eu/booksite-di-alessandro-ceci-la-politica-metodologia-della-mutazione-sociale/home/1---premessa-il-decalogo-della-mutazione-politica
[19] Ceci A., cit. 2011
[26] Fromm E., cit., 1981
[30] Fromm E., cit., 1981
[33] Editoriale, cit., 2014
[34] Editoriale, cit., 2014
[35] Editoriale, cit., 2014
[36] Habermas Jürgen, NELLA SPIRALE TECNOCRATICA, Laterza, Bari 2014
[37] Habermas J., cit. 2014
[38] Habermas J., cit. 2014
[39] Habermas J., cit. 2014
[40] Habermas J., cit. 2014
[41] Habermas J., cit. 2014 secondo la dichiarazione di Herman Von Rompuy
[42] Habermas J., cit. 2014
[43] Ceci Alessandro, INTELLIGENCE E DEMOCRAZIA, Rubettino, Soveria Mannelli, 2006
[44] Wilson O. Eduard, LA CONQUISTA SOCIALE DELLA TERRA, Raffaello Cortina Editore, Milano 2014
[45] Ceci Alessandro, COSMOGONIE DEL POTERE, Ibiskos, Empoli 2011
[46] Ortega Y Gassett Josè, LA RIBELLIONE DELLE MASSE, Il Mulino, Bologna
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