GEOPOLITICA DELLA PACE: Responsabilità democratica della guerra


Effetti del Buon Governo sulla città, Ambrogio Lorenzetti


È noto che la democrazia, da Atene in poi, al suo interno, offre una condizione, se non proprio di pace a causa della insicurezza criminale, almeno di complessiva pacificazione politica delle relazioni sociali...
...è noto che la democrazia, che Rousseau giudicava «una repubblica che goda di buon governo»[1]...
...è noto che la democrazia talvolta «si imbarchi in una guerra ingiusta»[2].

Paradossalmente la democrazia, nonostante generi, senza imporre, un costante processo di pacificazione tra i suoi cittadini, all'interno del network relazionale della propria nazione, è tuttavia belligerante nelle relazioni internazionali tra Stati, molte volte a torto.

Come mai?

È tutto semplicemente riconducibile alla singolare volontà di potenza? O ad un ostruzionismo di vicinanza, al fatto cioè che «soggetti agli inconvenienti dell'uno e dell'altro senza trovar sicurezza in nessuno dei due»[3]? Si tratta del solito imperialismo delle democrazie, dettato da un loro sentiment di presuntuosa superiorità tanto da giustificare la bislacca idea di una loro esportazione per imposizione? La guerra è il risultato dell'assenza di un Leviatano internazionale in grado di imporre una giurisprudenza planetaria o della caduta dei Criteri di legittimazione politica? Insomma, Thomas Hobbes o Guglielmo Ferrero? O entrambi?

La maggior parte di noi ritiene che il paradosso della belligeranza delle democrazie, sia dovuto alla inefficacia relativa del Diritto Internazionale e/o al Vuoto Politico di Legittimazione delle relazioni internazionali.

Per entrambi i motivi, convinto che chi genera guerra alla fine comunque la perde a causa della acquisizione di un surplus globale di inaffidabilità, mi sono adoperato, nel mio ultimo libro[4], a proporre uno strumento che, applicato ovunque scoppi una guerra, può generare una pacificazione opportuna e realistica nelle relazioni globali.

Si chiama: Modello di Responsabilità Sociale degli Stati.

Consiste in un modello e in una metodologia sulla Responsabilità Sociale degli Stati nella politica. Nella crescente valenza dell’habitat politico, la Responsabilità Sociale degli Stati è il fattore strategico di pacificazione. Si tratta di una metodologia generale di socializzazione relazionale a livello internazionale, finalizzata a evitare o risolvere i conflitti tramite operazioni di governance. La Social Political Responsibility è una cultura, un nuovo modo di concepire lo Stato, la sua ragione d’essere, il suo ruolo relativo, la capacità di partnership per posizionare la soglia di legalità delle politiche per la sicurezza. Il nostro è un modello che si riferisce a questa nuova concezione, indissolubilmente legata al problema dello sviluppo sostenibile che richiede comportamenti socialmente attivi e politicamente imputabili. Consideriamo la Responsabilità Sociale degli Stati come un’azione integrata, non sporadica, né provvisoria. Un’azione coordinata, cioè in grado di definire un complesso di strumenti, pratiche e programmi all’interno dei processi decisionali. Una azione scelta, cioè sostenuta e riconosciuta dal management politico di riferimento.

In sintesi, chi genera una guerra e spende i soldi per la distruzione deve essere costretto dalla comunità internazionale, pena emarginazione se non addirittura sconnessione, dalla rete delle relazioni internazionale. Il calcolo della spesa per ricostruire ciò che è stato distrutto avviene con la redazione di un vero e proprio Bilancio Sociale, redatto da una Commissione specializzata di esperti.

Questo strumento si colloca nell'ambito di una nuova "Antropologia della pacificazione", cioè nell'ambito della storia universale dell'umano (Antropos) dentro i suoi processi di pacificazione (di cui la democrazia è stata indubbiamente una situazione). Anzi, per meglio dire, questo strumento si colloca nell'ambito del passaggio da una "Antropologia della sicurezza", di cui ho scritto qualche anno fa[5], ad una "Antropologia della pacificazione", poiché una Antropologia della pace mi sembra eccessivamente ambiziosa e, dunque, poco realistica.

Oggi abbiamo il bisogno e l’opportunità di elaborare una nuova Antropologia della pace, una antropologia in cui la pace sia considerata come l’elemento strategico per la sopravvivenza della nostra specie, una pace politica che ci permetta di evitare i pericoli provenienti dall’ambizione umana. Oggi questa antropologia della pace non c’è ancora. Esiste piuttosto una antropologia della guerra e del nemico, quando ci raccontano la storia attraverso le battaglie e gli eroismi, che sono il calendario e i protagonisti della nostra fitness evolutiva, quando ci inducono a temere l’altro che troppo spesso coincide con il diverso che troppo spesso coincide con lo straniero. Da Hobbes in poi l’uomo ha paura dell’uomo invece che delle minacce di un determinato habitat, costruito spesso sul disagio e sulla povertà, a causa di una crescita che non riesce a trasformarsi in sviluppo. L’uomo teme l’uomo piuttosto che il suo habitat quando la politica perde legittimazione. In questa fase, sia per gli uomini che per le società, nessuno crede più nella funzione riformatrice della politica. Eppure, la politica è l’unico strumento che abbiamo per migliorare il mondo.

Raymond Aron sosteneva che la politica è «la dimensione umana dell'avvenimento»[6]. Evidentemente, anche la guerra è un avvenimento politico, ma senza dimensione umana.

Ho l’impressione che, vedendo ciò che sta accadendo nel mondo, qualcuno, con la giocosa superficialità di chi scansa la memoria per ignorarla senza rimorso, voglia farci tornare nell’ombra della storia, sotto il dominio incontrollato della forza.

Non è una questione di schieramenti e, per certi versi, non è nemmeno il problema dell’invaso e dell’invasore (che pure ha una certa attinenza).

È il problema degli invasati. Frotte di slogan che ci attanagliano per cercare una ragione. Devo confessare che nelle ultime settimane sono rimasto ipnotizzato dalle immagini televisive che, con lunghe invisibili braccia mediatiche, ci trascinano dentro il tubo catodico. Ho visto le scie di missili nei cieli che preannunciano la distruzione e la morte. Poi le esplosioni e la catasta di ruderi e macerie che seppelliscono corpi vivi e cadaveri. Tuttavia, ciò che più mi ha atterrito, praticamente folgorato, sono state le tante acuminate ed aride parole di chi, in programmi demenziali cercava una qualsiasi stropicciata giustificazione. Parole terribili vomitate con una incoscienza colpevole. La assoluta esaltazione della banalità del male. Una stupidità nella attribuzione delle colpe e un giustificazionismo di maniera che rende artefici perfino chi si ritiene spettatore.

Il fatto è, però, che inevitabilmente lo spettacolo ci coinvolge. Inevitabilmente ci travolge.


NOTE
[1] ROUSSEAU J.J., Lo Stato di Guerra, in Scritti Politici, UTET, Torino 1970, 486
[2] ROUSSEAU J.J., Discorso sull’economia politica, in Scritti Politici, UTET, Torino 1970, 373
[3] ROUSSEAU J.J., Lo Stato di Guerra, in Scritti Politici, UTET, Torino 1970, 486
[4] CECI A., Always in the Now, NeP Edizioni, Roma 2025
[5] CECI A., Antropologia della sicurezza. Trilogia della città conviviale, Eurilink, Roma 2010
[6] ARON R., Pace e guerra tra nazioni, Edizioni Comunità, Milano 1970, 29

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