GEOPOLITICA DELLA PACE: l'insicurezza nazionale
Alessandro CECI
Abbiamo affermato nei paragrafi precedenti che il rilievo ed il contenuto “sociale” del concetto di sicurezza nazionale è una tra le fonti a cui i servizi romeni possono attingere per assicurarsi più potere.
Ma esiste un’altra forma di “legittimazione popolare” a cui tali strutture possono fare riferimento, un altro elemento che ha attribuito forza ai servizi e ha consentito quelle derive autoritarie, più o meno recenti, che il popolo romeno è stato costretto a subire. Ciò a cui sto facendo riferimento si chiama “insicurezza”. Il popolo romeno è, infatti, gente storicamente insicura. Affinché possa risultare chiaro questo concetto vorrei utilizzare, nuovamente, le parole di Mircea Eliade: «Questo popolo non conoscerà mai la calma e la gioia di crearsi nel tempo. Essendo infatti un popolo di frontiera, sarà sempre soggetto ad innumerevoli invasioni e persecuzioni. La sua storia è un susseguirsi di battaglie e pericoli: è una guerra permanente per la sopravvivenza».
L’essere un’isola di latinità all’interno di un mondo slavo, infatti, è conferma del fatto che il popolo romeno è riuscito nei secoli a mantenere la sua identità daco-romana sebbene le invasioni e che, di conseguenze, ha lottato per farlo. «Probabilmente è proprio la tragedia del non conoscere pace a creare il miracolo romeno poiché tale insicurezza, dall’essere una debolezza, si trasforma in forza, preservando lo spirito e l’identità del popolo romeno.»
Ciò vuol significare che l’insicurezza “ha fatto” una cultura
Proprio per questo, più il viaggio di una comunità verso la sicurezza risulterà impervio e irto di ostacoli, più si tenderà a tutelare e consolidare quelle strutture che si adoperano per garantirla. L’eterno dilemma della scelta tra sicurezza e libertà democratiche, in un paese insicuro, non esiste.
Il fattore storico culturale dell’insicurezza, più di qualsiasi altro, diviene, in questo modo, elemento indispensabile per la comprensione dell’organizzazione degli apparati di sicurezza e della cultura d’intelligence in Romania. Proprio per questo è proprio qui ed ancor prima che nella particolare situazione politica, che deve essere ricercata la causa delle derive autoritarie che hanno riguardato il servizio segreto romeno.
La motivazione per cui, ancora adesso, in Romania non si possa affrontare con serenità e trasparenza democratica il dibattito tra sicurezza e libertà sta proprio nel fatto che, nonostante la disgraziata esperienza della Securitate, il popolo romeno non può prescindere o mettere in discussione quel concetto di “(in)sicurezza sociale” che sta a fondamento della propria tradizione storico culturale.
Il “miracolo storico” a cui in precedenza avevamo fatto riferimento ha, in realtà, creato un paradosso.
Inizialmente, infatti, il popolo romeno a causa dell’ incertezza prodotta dall’ essere un paese di frontiera e di non avere le garanzie di poteri forti capaci di tutelarlo dalle continue invasioni, ha trasformato questa “naturale” insicurezza in una forza, creando l’isola di latinità, e garantendosi così la “libertà” di essere romeni. Quando poi, invece, ha avuto l’opportunità di disporre di strutture capaci di garantire quella “sicurezza sociale” (cioè essere romeni) per cui per secoli e collettivamente aveva tanto lottato, la sua “storica insicurezza”, da forza si è trasformata in debolezza, poiché ha demandato, in maniera totale, a tali strutture il compito di garantirla. Ecco che quindi, nel nome di tali principi, qualcuno ha deciso di servirsi di questo “bisogno di sicurezza” del popolo romeno per utilizzarlo proprio contro di esso. Così chi avrebbe dovuto garantirgli sicurezza, in realtà, lo ha reso più insicuro e come quasi fosse un gioco del destino, per tanto tempo, il loro nome è stato, proprio, “Securitate”(sicurezza)
A causa di ciò è difficile misurare il grado di cultura d’intelligence di sicurezza che la comunità romena è in grado di esprimere e sostenere, oggi, tuttavia è possibile affermare con certezza che tutte le perplessità e le riserve della gente, in merito a questi temi, non sono strutturali, non riguardano cioè il dubbio sulla necessità di possedere servizi capaci ed efficienti, ma, “solo ed esclusivamente”, la paura che possano tornare ad essere quello che erano.
A dimostrarci, più di ogni altra cosa, quanto il livello generale di cultura d’intelligence in Romania sia condizionato dal terribile passato della Securitate, è proprio il destino lessicologico di questo termine. Oggi, infatti, è utilizzato con molto timore, in particolare quando si parla d’intelligence. Per evitare qualsiasi tipo di riferimento, ad esempio, i servizi sono, “esclusivamente” d’informazione e non di “sicurezza”. Quando però un concetto, per esser chiaro, richiede necessariamente l’utilizzo del termine in questione, si preferisce usare un sinonimo, sicurante. Addirittura, il ricercatore Ovidiu Maican, in un articolo relativo alla situazione dei servizi romeni, afferma: «Uno tra i dilemmi più ossessivi per l’opinione pubblica e la società civile romena postrivoluzionaria è stato la sicurezza o, con un linguaggio più civilizzato, il problema dei servizi segreti..»”.
Parlare di “sicurezza” in Romania, quindi, “non è civile”, o meglio, è un tabù, così, il limite più evidente allo sviluppo della cultura di sicurezza nel paese è la “Sicurezza” stessa, nell’accezione sostanziale del termine.
Ma la Romania vive di paradossi e anche in merito a quanto detto è possibile rilevarne uno. Sicuramente la difficile e lunga transizione del paese, la presenza in tutte le strutture dello Stato di uomini del vecchio regime, le tragedie della Securitate sono tutti fattori che hanno influito e limitato la crescita verso una “democratica” comunità d’intelligence nel paese e un limpido e sereno confronto sui temi in questione.
Allo stesso tempo, però, proprio questi limiti hanno generato un tale fermento sociale nel paese e, soprattutto, un profondo interesse della comunità internazionale che ha obbligato le istituzioni romene ad intervenire e chiarire la materia in questione, come nessun altro in Europa.
Come d’altronde già accennato, forse, addirittura troppe sono le leggi che tentano di disciplinare il sistema d’intelligence romeno e rilevante è l’apertura dei servizi alla società civile. Non a caso tutti i servizi romeni hanno al proprio interno degli uffici o ispettorati specializzati nella comunicazione istituzionale e, soprattutto, nelle relazioni col pubblico. Tutto ciò garantisce, quindi, una generale chiarezza in merito al funzionamento e alle competenze dell’intero sistema d’intelligence romeno che, a causa della delicatezza della questione e delle divergenze, molti altri paesi (UE) non sono in grado di assicurare.
Ma anche in questo caso delle precisazioni sono doverose. Naturalmente i propositi delle leggi possono essere anche disattesi e non tradursi, sempre e necessariamente, in realtà. Inoltre, le modalità con cui questo “processo legislativo innovativo” si è affermato in Romania sono dubbie ed hanno creato non pochi malumori agli esperti.
Il cammino che una comunità deve intraprendere per giungere ad una effettiva “democratizzazione dei servizi”, infatti, è lungo e faticoso e, soprattutto, deve essere naturale e spontaneo, figlio cioè della maturazione culturale di un popolo e delle sue istituzioni. Ora, è indubbio che un paese come la Romania, col suo passato, le sue tragedie, la sua “securitate” avrebbe necessitato, in primo luogo, di acquisire coscienza e consapevolezza in merito a questi temi e non certo di vedersi recapitare un programma a scadenza, imposto da Bruxelles, dal rispetto del quale sarebbe dipeso poi il destino del paese nell’Unione Europea. Per essere più precisi questo è un ricatto.
In linee più generali, come ben sappiamo, l’adesione della Romania all’Europa è un tema di stringente attualità. Questo, infatti, sembra spaventare molti.
Le inquietudini riguardano, in particolar modo, il rischio che, con l’apertura delle frontiere, possano riversarsi sui “vecchi” territori dell’Unione milioni di sbandati e criminali. Non è così ovviamente, tuttavia, anche se così fosse, in virtù degli impegni presi, sono sicuro che i servizi romeni lo impedirebbero. Molte, infatti, sono le critiche che possiamo muovere contro di loro ma, certamente, non quella di essere poco efficienti.
Ciò su cui, invece, vorrei porre la mia attenzione, e che risulta essere un’anomalia, è il percorso, singolare appunto, che la Romania ha affrontato per divenire parte dell’Europa. Per la maggior parte degli stati candidati, infatti, questo è constato di almeno due tappe. La prima consisteva nella costituzione di un paese “veramente” democratico, quindi la transizione dalla dittatura alla democrazia. Assimilati i principi fondanti di questa realtà, iniziava una seconda transizione, che avrebbe sostenuto il paese “ormai democratico” all’esame dell’Europa. In Romania, invece, abbiamo assistito ad un processo unico, ad un’unica transizione. Quindi da Ceausescu all’Europa senza avere mai concretamente affermato i principi democratici. Ciò non vuol significare che oggi in Romania non esiste la democrazia o che i romeni non sono degni di essere cittadini Europei, ma soltanto che per poter ritenere concluso quel viaggio verso la prima tappa(democrazia) manca un solo ed unico tassello. C’è infatti ancora qualcosa che limita questa democrazia, questo qualcosa si chiama “fare i conti col passato”.
In conclusione, quindi, l’eredità di Ceausescu e della sua Securitate è un fardello. Un fardello che il popolo romeno si trascina faticosamente dietro senza riuscire a liberarsene.
A dimostrazione di ciò intervengono anche gli ultimi fatti di cronaca successivi all’apertura degli archivi della Securitate, fino ad oggi secretati.
Che parte della classe politica romena avesse avuto legami con il regime precedente e la Securitate i romeni lo hanno sempre saputo. Ad onor del vero, però, negli ultimi tempi le cose sembrava stessero cambiando, sia il cambio generazionale che la ventata democratica imposta da Bruxelles, avevano fatto pensare ad altro.
Le nuove rivelazioni, però, hanno nuovamente e duramente colpito l'opinione pubblica e svelato nomi “nuovi”, parlamentari cioè, insospettabili.
In questi casi il silenzio equivale a mentire, hanno scritto molti quotidiani rumeni. E la bugia assume dimensioni e significati ancora più torbidi quando queste persone sono le stesse che hanno fatto dei principi quali “la pulizia morale” e “la lotta ai collaboratori della Securitate” il loro slogan elettorale.
Chi pensava, quindi, che lo spettro del passato si stava definitivamente allontanando dalla società e dalla politica romena è stato sonoramente smentito. Ciò vuol significare che l’esperienza della dittatura e dei suoi tutori ieri, ancora oggi, limita la democrazia.
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