GEOPOLITICA DELLA PACE: La Gola del Pankisi
Alessandro Ceci 10 aprile 2006
Esiste ancora un problema geopolitico caucasico prevalente?
Esiste ancora la volontà americana di controllare i confini russi in una area caucasica inviando truppe in Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizia, forse nel Turkmenistan, forse in Karakum e poi certamente anche in Georgia?
Gli oleodotti che da quel paese partono tagliando l’unico territorio in Afghanistan, quello cosiddetto americanizzato, che non ha perturbazioni di sorta, per arrivare nel Golfo Persico, sono la causa o la giustificazione?
Ricordo ancora le grida di orrore di tutti i commentatori russi per la trattativa condotta in gran segreto da Shevardnadze che portò a Tiblisi ben 200 consiglieri. La giustificazione fu l’aiuto alla lotta contro il terrorismo che in Cecenia si organizzava contro la Russia. Si affermò che i terroristi ceceni, nei loro transiti con la Georgia utilizzavano la incontrollata la gola del Pankisi.
Allora apparvero solo giustificazioni, che tutti si sforzarono a credere sincere. Ma era già di logica comune ritenere che invece, la distrazione Cecena fosse utile alla Georgia per consolidare la sua autonomia e il suo sistema di relazioni internazionali, con il supporto americano, per evitare alla Russia qualsiasi ritorno di ambizione imperiale, mai sopita nella storia dell’impero e del regime. Tutti sanno che l’ambizione storica russa è stato lo sbocco ai mari caldi. Tutti in fondo pensano che i Russi non smetteranno mai di sperare. Molti temono. E alla Georgia può convenire tenere impegnati i russi sul fronte ceceno e intanto utilizzare l’aiuto americano per controllare i suoi secessionismi, quello dell’Ossetia del Sud (che vuole associarsi alla Federazione Russa unificandosi con l’Ossetia del Nord ); e quello, ben più serio, dell’Abkhazia, proclamatasi indipendente dalla Georgia, in fibrillazione atomica di micro patria che l’area geopolitica tende a diventare forse con la spinta di Mosca la cui compatta enormità può tornare ad essere egemone su insignificanti “quartieri stato”.
So bene che si scontrano, sul territorio georgiano, linee strategiche diverse.
So bene che dal 2004 ad oggi per non contrastare la supremazia americana si è fatto finta di credere al controllo della gola del Pankisi. Ma dopo il conflitto ceceno, dopo Beslan, l’attenzione russa può tornare a rivolgersi alle spiagge di Sukhumi.
Non sarà un caso che Gela Bežuašvili, segretario del consiglio per la Sicurezza nazionale della Georgia, dichiarò che “la tragedia di Beslan è anche la tragedia del popolo georgiano”. E non soltanto per l’emozione derivante dal dramma.
Ci sono anche almeno due motivi politici profondi.
Il primo riguarda una diffidenza generale, come si dice una georgiofobia, che deriva dal fatto che le classi dirigenti che hanno governato la vecchia URSS erano di derivazione prevalente georgiana. E quindi continua ad essere diffusa, nella società russa, una coscienza che la Georgia sia colpevole di tutto il male anti russo. Terroristi in primis.
Il secondo aspetto consiste nel fatto che oggettivamente la frontiera caucasica russa è minacciata, priva di effettiva protezione, tanto che gli stessi dirigenti georgiani chiedevano, per la frontiera russo-georgiana, il monitoraggio dell’OCSE. E non è un caso che il progetto di realizzare un centro comune antiterrorista, attorno alla base militare russa in Georgia alla fine sia fallito per diffidenza. I georgiani contestano ai russi, tramite il flusso migratorio quotidiano degli operai, il loro supporto ai guerriglieri locale dell’Olsezia, tano che sono usciti nel 1999 dal Trattato di Mutua Difesa. I russi contestano ai georgiani di utilizzare la vallata di Pankisi, piuttosto che per contrastare, per alimentare il terrorismo ceceno che il Georgia troverebbe sostentamento.
L’impressione uscita dal noto summit sulla Sicurezza Caucasica in Kyrghizistan è che ciascuno utilizza la minaccia terrorista per sanare vecchie questioni e per mistificare nuove ambizioni.
Soltanto che, concentrati sulle vecchie questioni, i contendenti in lotta rischiano di perdere la dimensione nuova del problema politico caucasico che oggi si chiama Islam Parallelo, quello che costringe il governo Russo ad una politica di dsponibilità verso l’Iran.
La chiesa cattolica, da sempre attenta alle contaminazioni religiose, ha organizzato, per quest’anno, il primo sinodo della Chiesa latina del Caucaso, con il dichiarato obiettivo, come si legge nella lettera pastorale con la quale mons. Giuseppe Pasotto, amministratore apostolico per i Latini del Caucaso, di “pregare e riflettere per cercare come meglio arrivare assieme, cioè come Chiesa, alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità, questo significa però essere anche molto concreti. Il Sinodo deve condurci a fare delle decisioni e ad assumerci degli impegni di fronte a dei problemi che dovremmo individuare e ai quali dovremmo rispondere proprio con qualche scelta condivisa da tutti”. E continua con una dichiarazione chiarissima: “Ci impegniamo ad essere Chiesa in ascolto: possiamo riflettere sulla necessità dell'ascolto della Parola, la catechesi, la formazione di tutti i laici e sul modo di vivere l'ecumenismo. Ci impegniamo ad essere Chiesa in preghiera: possiamo riflettere sulla nostra liturgia e sulle iniziative spirituali. Ci impegniamo ad essere Chiesa che agisce: possiamo riflettere sull'impegno nel sociale, nella cultura, nella politica, nella famiglia, nell'attenzione verso i più poveri, sullo sviluppo delle caritas locali, sul volontariato”. Agire il Georgia per una politica di tutela dei suoi credenti o di contrasto
In questo contesto, perchè Beslan è una data di demarcazione?
Da sempre la politica estera russa è stata molto attenta all’avvento dei regimi e dei movimenti islamici, avendone subito la violenza, in Afghanistan, vedendone accrescere la rilevanza e sentendone direttamente il condizionamento in numerose aree del suo vasto territorio.
Dopo Beslan ci si è resi perfettamente conto che esistevano 5 tipologie diverse di Islam:
1. ISLAM UFFICIALE, espressione delle quattro muftiyya, le Direzioni spirituali musulmane, politicamente infeudate al vecchio potere sovietico e che non hanno mai posseduto né la forza, né la determinazione per rimettere in discussione la realtà politica ed alla fine nemmeno più in grado di descrivere le situazioni effettive e di fornire le informazioni necessarie per contrastare i terroristi. Per questa eccessiva compromissione con il potere l’espressione religiosa era ridotta a una religione senza fede, ad un atto puramente formale spinto a condizionare le innovazioni sociali e i comportamenti liberali.
2. ISLAM PARALLELO. Per molti anni nelle regioni prima sovietiche e poi russe una pratica religiosa vera e propria si era potuta tramandare unicamente grazie al cosidetto islam non ufficiale o parallelo (talvolta completamente ignorato e talvolta tollerato dalle autorità) che operava nella clandestinità più totale, attraverso forme molteplici e assolutamente non codificate: dalle offerte ai mullah e ai dervisci (o faqiri) itineranti, che viaggiavano di villaggio in villaggio, alle riunioni di preghiera o ai matrimoni celebrati durante le ore notturne, fino alle visite ai luoghi sacri e ai santuari “camuffati” nei giorni di festa “sovieticamente stabiliti”. Questa rete inoltre disponeva di un proprio islamizdat (cioè di un samizdat, una stampa clandestina simile a quella prodotta dalla dissidenza russa, ma di carattere islamico) che si riduceva però a versioni in lingua russa del Corano e di manuali di preghiera. Le confraternite sufi, o ordini dervisci, che quasi tutte hanno avuto nell’Asia centrale il loro berceau e la loro terra d’origine, sono state protagoniste sia delle guerre di resistenza al colonialismo russo (lanciando la ghazawat, il nome caucasico della Jihad, in Cecenia, in Daghestan o, con i Basmaci in Asia centrale), sia della sopravvivenza dell’islam nel corso del periodo sovietico.
3. LA REISLAMIZZAZIONE. Nel decennio post indipendenza degli stati ex sovietici, questo islam parallelo verrà a trovarsi prima in concorrenza e poi schiacciato da interpretazioni nate altrove e ben più restrittive e ortodosse della religione islamica. Nella regione infatti, occorreva confrontarsi non solo con le profonde radici storiche e la vitalità sufista, ma anche con quell’islam ufficiale, bene o male erede di una grande tradizione locale, che aderiva al rito hanafita, cioè quella tra le quattro scuole giuridiche (mahdab) esistenti nel sunnismo che ammette un maggiore ricorso all’interpretazione personale e si contrappone a quella hanbalita, la più rigorosa e tradizionalista, che ha ispirato il wahhabismo dominante e istituzionalizzato in Arabia saudita e il deobandismo pakistano. E saranno proprio queste due correnti interpretative, il wahhabismo e il deobandismo, che inizieranno la propria espansione nella fascia islamica ex sovietica e cinese verso la fine degli anni Ottanta, quando con la stagione della perestroïka gorbacioviana, si determineranno le condizioni di una maggiore apertura e con essa la possibilità di una “reislamizzazione dal basso dei costumi”. Questo obiettivo diverrà nel corso degli anni Novanta il vettore-chiave d’ingenti investimenti, in primo luogo sauditi, ma anche pakistani, turchi e iraniani oltre a quelli di più generiche “associazioni caritative panislamiche”, con cui verranno costruite nuove moschee e soprattutto nuove madrasa (scuole superiori islamiche) e verranno massicciamente diffuse ben precise (e non altre) traduzioni del Corano. Sul piano materiale ad esempio gli uomini verranno invitati a non tagliarsi la barba o a non praticare sport in pantaloncini corti; alle donne verrà consigliato di abbandonare i “chiassosi” costumi tradizionali per un abbigliamento più sobrio e a non usare la bicicletta, giudicata “sconveniente”. Con il passare del tempo tali fondi si moltiplicheranno e verranno indirizzati in un primo periodo ad associazioni cui è demandato di consolidare gli aspetti religiosi più propriamente popolari e che si esprimono nei comportamenti collettivi quotidiani (scelta di nomi tradizionali per i figli, rispetto dei precetti, posture e abitudine alla preghiera ecc…), in un secondo tempo ad associazioni che avranno per obiettivo la “riconversione”, o meglio il recupero dei fedeli “tiepidi” o ibridati dalla laicità: ad esempio coloro che anche sporadicamente bevono alcolici o quelli che non hanno “ancora” compiuto l’hajj, il pellegrinaggio alla Mecca, uno dei cinque pilastri della fede islamica e pertanto d’obbligo per ogni musulmano e che rappresenta ancora oggi un fattore-chiave sociologico - dato il suo carico di socialità collettiva - dell’espansione islamica di stampo wahhabita. Inoltre promuovere l’hajj consentiva di offuscare o porre in secondo piano i mazar, i “luoghi sacri” da sempre venerati in questa regione, come Osh in Kirghizstan, considerato una seconda Mecca.
4. L’ISLAMISMO POLITICO. Più recentemente il flusso dei fondi si è indirizzato verso organizzazioni più strutturate in senso missionario e militante, in grado di formulare un progetto politico che, pur essendo generalmente rozzo ed essenziale, ne rende legittima la qualifica di “islamiste radicali” o “islamiste politiche”. È su queste ultime organizzazioni che cercheremo di concentrare l’analisi, dando per acquisiti gli elementi costitutivi di una “genealogia dell’islamismo politico”, che vedrebbe alle sue origini il riformismo salafita (ritorno agli antenati) e i suoi autori canonici (al-Afghani, Abduh e Rashid Rida), per passare poi da al-Banna e Sayyid Qutb della Fratellanza Islamica (Ikhwan ul-Muslimeen) egiziana e dagli Iqbal e Mawdudi della Jamat i-Islami pakistana. Solo un cenno sommario faremo anche alle ragioni economiche e politiche del suo successo nella regione. Le economie dei paesi di cui stiamo parlando sono al collasso e con tassi di disoccupazione tra il 50 e l’80%. In tale situazione le parole d’ordine islamiste (il “ritorno” allo stato slamico, il Califfato, la sharia), anziché passare inosservate, hanno avuto sucesso perché si ritiene possano risolvere un certo numero di problemi. Inoltre il sistema politico di questi paesi (erede delle forme e della nomenklatura sovietici) così come la dinamica di classe risultano chiusi e bloccati; un contesto in cui l’islamismo radicale ha potuto radicarsi come espressione del dissenso, quando le altre vie risultavano impraticabili o fallimentari. Le tre esperienze regionali che prenderemo in esame sono: il Partito della rinascita islamica, il Partito della liberazione islamica e il Movimento islamico dell’Uzbekistan. Verso la fine degli anni Ottanta l’istanza politico-istituzionale emblematica della radicalizzazione islamista della regione è il Partito della rinascita islamica (Pri), che viene fondato nel giugno del 1990 ad Astrakhan (in Russia) ad opera di intelletuali tatari, daghestani e russi con l’obiettivo di “unificare tutti i musulmani dell’insieme del territorio sovietico”. Nel programma del partito si sottolineano inoltre “l’impossibilità di separare religione e politica”, la superiorità di una “economia islamica, unica alternativa tra capitalismo e comunismo” e anche un generico appello di sostegno al Fis algerino. Si dissolverà nel giro di pochi mesi a causa dei forti dissidi interni, ma suo maggiore merito politico sarà quello di avere funzionato da “incubatore” dell’islamismo politico post sovietico, anche se il suo programma avrà successo solo laddove saprà collegarsi ad aspetti clanici o nazionalisti, come in Tagikistan, nel Tatarstan o nella regione, solo formalmente uzbeka, della vallata del Fergana, vero baricentro economico, politico e sociale di tutta l’Asia centrale ex sovietica. Ma il relais dell’islamismo politico regionale viene assunto da un’altra organizzazione, l’Hizb ut-Tahrir al-Islami (Partito della liberazione islamica, Ht), che ha una rapidissima diffusione. Come ha potuto un movimento panislamista e clandestino divenire il più popolare in Uzbekistan, Kirghizstan e Tagikistan? Fondato contemporaneamente in Arabia saudita e in Giordania nel 1953 ad opera di Taqiuddin an-Nabhani Filastyni (il Palestinese), l’Ht sconcerta gli analisti per diversi aspetti. Non si occupa di problemi concreti della vita quotidiana, cioè non promuove relazioni solidaristiche, mutualistiche e caritative (asili, ambulatori, assistenza agli anziani e collette per i disoccupati), attività che hanno determinato l’espansione e il successo della Fratellanza islamica in tutto il Medio Oriente. In secondo luogo, recluta proseliti nell’intelligentsia urbana, con il relativo corollario dell’utilizzo di mezzi tecnologici (si pensi alla fobia dei taliban per la tecnologia…). Infine, fonda il suo programma politico su un’unica e perlomeno anacronistica parola d’ordine: la restaurazione del “Califfato” (Khilafat, abolito nel 1924 da Kemal Atatürk) come quello che dopo la morte del profeta (632) durò fino al 661 e portò a grandi conquiste territoriali, genericamente idealizzato dall’islamismo radicale come il momento più genuino della storia islamica. Processo questo considerato dall’Ht ormai avviato e irreversibile e che in futuro si dovrà estendersi a tutta la Umma (la comunità islamica mondiale). Nella sua pubblicistica il movimento si dichiara pacifico, poiché sostiene che tale obiettivo vada perseguito non con la violenza ma con il consenso di massa, ma rivela nel contempo una buona dose d’intolleranza professandosi violentemente anti sufi e anti sciita, compilando un’agenda delle questioni legate alla trasformazione forzosa dei comportamenti collettivi nel quadro dell’applicazione della sharia e infine, giudicando inevitabile in futuro l’appello alla Jihad. Data la sua visibilità, la repressione poliziesca (in primo luogo uzbeka e in secondo kirghisa) ha colpito l’Ht più di altri movimenti e per questo si suppone un travaso di quadri e militanti da una Jihad educativa a una Jihad combattente, attività nella quale si è negli ultimi anni distinto il Movimento islamico dell’Uzbekistan (Miu).
5. ALLEATI DI AL-QAEDA. La vicenda del Miu si lega alla biografia dei suoi due leader storici. Nel 1990 Tohir Abduhalilovitch Yuldeshev, giovane mullah dell’“islam parallelo”, e Jumaboi Ahmdzhanovitch Khojaev, che aveva combattutto con i paracadutisti sovietici in Afghanistan con il grado di sergente, rimanendo affascinato e ammirato dai mujahiddin afghani, occupavano la sede del Partito comunista uzbeko a Namangan (nel Fergana) per protestare contro il rifiuto di concedere un terreno per una nuova moschea. Mesi dopo inizieranno, con fondi sauditi e diverse centinaia di simpatizzanti, la costruzione della nuova moschea e istituiranno comitati di vigilantes per il mantenimento dell’ordine e per impedire ai commercianti di alzare i prezzi, propagandando nel contempo il velo per le donne. Yuldeshev e Khojaev (che diverrà poi una specie di “leggenda vivente” con il soprannome della sua città natale, “Juma Namangani”) fondano poi una nuova formazione politica, l’Adalat (Giustizia), che auspica una generica rivoluzione islamica e si radica nel Fergana. L’Adalat verrà dichiarato illegale nel 1992, anno in cui i due leader fuggiranno in Tagikistan insieme a diverse decine di militanti per partecipare alla guerra civile. Delusi dal Pri e dalla sua rinuncia di chiedere l’imposizione della sharia nel corso delle trattative di pace, si trasferiranno in Afghanistan, dove dal 1996 stabiliranno un’alleanza organica con i taliban e il mullah Omar. Nel 1997, dopo avere ufficialmente fondato il Miu, si recheranno a Kabul, Kandahar e Peshawar, centro dell’attivismo islamico, ma più in generale di tutta la Jihad panislamista, ed entreranno in contatto con bin Laden e l’Inter Service Intelligence pakistano, che fornirà loro i mezzi per lanciare la Jihad contro il presidente uzbeko Islam Karimov e l’instaurazione di uno stato islamico, unico obiettivo politico dichiarato del Miu. Dopo l’attentato del 16 febbraio del 1999 (sei autobombe a Tashkent contro Karimov), che rivela un modus operandi particolarmente simile ad al-Qaeda, il Miu lancerà diverse campagne militari estive in territorio uzbeko e kirghiso (1999, 2000 e 2001) e parteciperà al fianco dei taliban all’assedio di Taloqan e a tutti i combattimenti contro le forze di Ahmed Shah Massud (assassinato il 9 settembre 2001). Quando il 7 ottobre 2002 cominceranno i bombardamenti statunitensi sull’Afghanistan il Miu, in un processo di slittamento dal separatismo al panislamismo simile a quello ceceno o kashmiri, è ormai divenuto il collettore del Jihadismo centro-asiatico non arabo e tra le sue file, stimate in diverse centinaia di combattenti, si trovano uzbeki, kirghizi, tagiki, uiguri (musulmani del Sinkiang cinese) e pakistani. “Juma” Namangani troverà la morte nella battaglia di Mazar i-Sharif, Yuldeshev si dileguerà nel nulla come bin Laden e il mullah Omar.
Dopo Beslan in governo Russo ha compreso che bisognava scindere il processo di islamizzazione con il terrorismo. Anzi, il dramma di Beslan in qualche modo ha determinato questa definitiva scissione nell’immaginario collettivo. Ma alla crudeltà dell’assassinio dei bambini proiettata sui mezzi di comunicazione di massa ha dato sponda la trasformazione dei soggetti politici internazionali. La libera organizzazione di Al Qaeda, così come l’abbiamo conosciuta noi prima e dopo l’11 settembre 2001 non esiste più. L’Iran ha ripreso il suo ruolo egemone nella comunità islamica internazionale, che sia dentro o fuori i confini nazionali. Laddove Al Qaeda era insediata come organizzazione terroristica si sono sostituiti i servizi segreti iraniani. La leadership mediatica di Bin Laden è stata sostituita dalla leadership politica dello Stato Iraniano.
Offrendo sponda e consulenza alla volontà iraniana di dotarsi di una propria autonomia nucleare, ha permesso a Putin di ritrovare un protagonismo internazionale e di ridurre il vuoto tra le diverse tipologie islamiche. In qualche modo di controllare il conflitto in Cecenia.
Come reagiranno gli americani egemoni in Georgia a questa nuova politica estera Russa quando i rapporti con l’Iran diventeranno più stressanti e Putin sarà costretto ad offrire una sponda internazionale alla velleità nucleari islamiche? Ci sarà, proprio nelle vallate del Pankisi, una trasformazione del terrorismo Ceceno? Sarà la Georgia il luogo del transito, dello scambio tra prodotti leciti e illeciti e le armi necessarie per sostenere i terroristi Ceceni?
Nel momento in cui l’Iran dichiara di aver concluso il suo programma nucleare le cose assumono una accelerazione notevole, mettendo in imbarazzo la politica estera russa e trasformando decisamente gli equilibri caucasici. L’Iran leader della espansione islamica può essere un soggetto politico con cui trattare anche la tipologia di contestazione in Cecenia. Ma sarà un soggetto affidabile o continuerà a mantenere l’ambiguità tra le diverse tipologie islamiche necessarie, di volta in volta, ad attribuire le responsabilità degli attentati e quella della mediazione?
Il 22 gennaio 2006 in Georgia un attentato ha distrutto il gasdotto e ridotto il paese intero al gelo. Era il gasdotto che attraversa l’Ossezia del Nord e che trasporta il gas russo alla Georgia e all'Armenia. Il governo di Tbilisi ha accusato i russi. La Georgia si candita a sostituire le relazioni commerciali russe con l’Europa e quindi cerca protezione nella NATO. Forse per raggiungere l’obiettivo della copertura occidentale una «nuova isterica campagna antirussa» può essere utile.
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