GEOPOLITICA DELLA PACE: IN – OLTRE IL CONFINE



Sofsky, il sociologo dell’università di Gottinga, autore di un noto e autorevole saggio sulla violenza,Wolfgang Sofsky, sosteneva che, in generale, non c’è una ragione che ci permetta di capire la violenza: perchè, come diceva, la violenza non ha ragione: “la violenza assoluta non ha bisogno di alcuna giustificazione. Non sarebbe assoluta, se fosse vincolata motivi; mira solo al suo perseguimento e all’incremento di se stessa. Conserva una direzione, tuttavia non è soggiogata ad alcuno scopo che le imponga un fine. Ha gettato la zavorra dello scopo e ha sottomesso a sé la razionalità. Non obedisce più alle leggi della produzione, della poiesis. È pura praxis: violenza per la violenza. Non vuole raggiungere nulla. Ciò che conta è l’azione stessa. Nella misura in cui la violenza si libera da qualsiasi considerazione ediviene completamente se stessa, si trasforma in crudeltà.[1]

Purtroppo e per fortuna non è così la guerra. Purtroppo e per fortuna c’è una ragione, c’è una giustificazione per ogni guerra.

Purtroppo perchè avere una ragione e addirittura una giustificazione per la violenza assoluta che ogni guerra porta con sé è molto più terrificante, molto più orribile che non averne alcuna. Non avere una ragione è già in sé una giustificazione. Gli animali si sbranano senza una giustificazione. Hanno una motivazione, ma non hanno mai un movente. Gli animali sono violenti perchè hanno fame o perchè hanno paura o per istintiva pura semplice dominazione. Nessun animale uccide in modo programmato, logico e razionale, popolazioni di animali della loro stessa specie. Non hanno bisogno di una giustificazione alle loro allucinanti tecniche e tecnologie di distruzione di massa, sia perchè non hanno tecniche e tecnologie di distruzione di sé, sia perchè non devono mai giustificare la propria sopravvivenza. Gli umani, invece, sonogli unici esseri viventi conosciuti che producono una distruzione devastante e criminale che ha bisognodi essere giustificata per mistificare la loro famelica ansia di potere, la smania assoluta di sopraffazione dell’altro.

Anche per fortuna, però, perchè in una guerra, anche sotto i detriti dei bombardamenti, dentro la macerie morale dell’umanità, c’è una ragione da cercare, una ragione da capire, una ragione a cui aggrapparsi per evitare che la travolgente barbarie della violenza razionalesi ripeta con una sempre maggiore virulenza. Una ragione che non sia mai una giustificazione. Di questo sforzo a trovare le ragioni di un conflitto e addirittura di fare in modo, se possibile, che ciascuno dei protagonisti ascolti la ragione dell’altro, abbiamo assoluto bisogno per far scaturire, magari scatenare, un processo di pacificazione. La nostra responsabilità etica e politica, il nostro vincolo inscindibile di umanità è la conoscenza: nel caos del mondo, nel disordine, nella disarticolazione sociale che produce distruzione e dolore, come diceva René Guénon, quando “il punto più basso è come un riflesso oscuro o un’immagine invertita del punto più alto[2], la nostra irreversibile responsabilità è quella di scoprire i germi del mondo futuro.


1- Genesi del conflitto Ucraino

Presenterò una ipotesi della genesi del conflitto Russo / Ucraino, non usuale, ma forse più affidabile rispetto a quella proposto da centinaia di analisti che, non sapendo da dove iniziare, cominciano a raccontare da dove più aggrada loro.

Eppure, ci sono cose molto precise che sono avvenute; fatti storici rilevanti, assolutamente fondamentali che, come diceva Cicerone, hanno una loro propria eloquenza: parlano.

Allora la prima cosa che dobbiamo chiederci riguarda ciò che davvero sta avvenendo nel mondo e ai confini dell’Europa.

Perché? Perché passiamo siamo improvvisamente passati da una guerra fredda a una fredda guerra ai confini dell’Europa? Perché, in modo specifico, i Russi, pur essendo portatori di una linea strategica storica verso i mari caldi, hanno invaso la Crimea nel 2014 e scatenato una guerra di invasione soltanto nel 2022?


Possiamo distinguere ciò che è avvenuto, questo ulteriore passaggio dalla guerra fredda alla fredda guerra, in un global event e in un local event.

Gli americani definiscono un evento “unprecedented”, senza precedenti, come Major Event: cioè “un evento incancellabile nell’archivio comune del calendario universale”, un evento che fa epoca, che modifica l’ordine logico delle situazioni reali, che determina un vero e proprio cambiamento di scala. Gli altri sono Minor Event, iscritti nell’almanacco individuale dei ricordi. Anthony Pagden invece differenzia diversamente: “Se c’è qualcosa che ha sistematicamente diviso – e continua a dividere – la percezione occidentale della umanità nel corso dei secoli, - afferma – questo è la separazione tra l’«universale» e il «particolare».”[3] Tuttavia questa distinzione è inopportuna e addirittura fuorviante. Viviamo in una epoca nuova in cui distinguere tra grande e piccolo, tra maggiore e minore, tra nazionale e internazionale, è sempre più difficile, semplicemente sbagliato. “Tutte le nazioni, tutti gli stati, benché isolazionisti, sono costretti a condividere gli spazi globali in cui si trovano e a spartirsi le risorse del pianeta in costante diminuzione, tanto che nessuno potrebbe sopravvivere a lungo isolato dagli altri.[4]

Intanto perché noi vogliamo evitare una esclusiva “percezione occidentale della umanità”, da cui comunque nasce il concetto stesso di relazioni internazionali, da cui nasci il concetto stesso di Stato, più opportunamente, sulla base della dimensione di un evento e dei suoi impatti, distinguiamo: Global Event da Local Event. Inoltre, intendiamo così interpretare gli eventi globali che rappresentano la nostra storicità sulla base della nuova logica quantistica applicata alle scienze sociali. Nella logica quantistica, infatti, specialmente se applicata alle scienze sociali, gli elementi di un evento locale, in certo periodo storico, hanno caratteristiche simili a quelle del fenomeno globale che li contiene nel medesimo periodo storico. Secondo Edgar Morin, una delle connotazioni della complessità fenomenologica di oggi, è il principio ologrammatico, secondo cui “tutto è in certa misura nella parte che è nel tutto”[5]. In altri termini, “produciamo la società dalla quale siamo prodotti[6]. Quindi, gli eventi locali che hanno caratterizzato i nostri tempi, essi stessi hanno caratterizzato lo scenario globale a cui, volenti o nolenti, partecipiamo. E viceversa.


1.a) Global Event: Stateless, Piattaforme Continentali di Nazionalità

Quale è questo fenomeno globale che contiene gli eventi locali del nostro presente storico?

In un libro che abbiamo scritto nel 2016, dunque a ridosso della occupazione e della annessione della Crimea da parte della Russia (2014), lo abbiamo denominato “Stateless, Piattaforme Continentali di Nazionalità[7].

Il discorso è semplice e devastante nella sua semplicità: la crisi del principio di legittimità dell’equilibrio politico, successivo simbolicamente alla caduta del muro di Berlino, ha destabilizzato l’ordine Westfaliano[8], simbolicamente rappresentato dal crollo delle Twin Towers, costruito sullo stato-nazione con la scissione definitiva del governo con la governance, all’interno dell’organizzazione sociale nazionale e nel sistema delle relazioni internazionali.

Come mai, nel mondo, si stanno costituendo Piattaforme Continentali di Nazionalità?

E perché questo processo è irreversibile?

La morfologia politica che il mondo sta assumendo è funzionale alla gestione autonoma, alla autogestione, della propensione al consumo.

Sulla base delle esperienze storiche vissute, tutti ormai sanno che il presupposto moderno di ogni ricchezza e, aggiungo io, di ogni democrazia è la propensione al consumo. Il potere è il prodotto della capacità di gestire la propensione al consumo altrui. Non ultima, la crisi della economia finanziaria e la sua supremazia su una economia di produzione, è il prodotto della caduta di propensione al consumo dei paesi ricchi, in cui, sebbene i redditi siano crescenti, la capacità di comprare è decrescente.

La nostra ricchezza, nonostante i suoi numerosi detrattori, è il welfare state. Basta prendere consapevolezza del fatto che i paesi che fronteggiano meglio di altri le crisi e che restano saldamente i più ricchi del mondo sono quelli con i redditi maggiormente distribuiti. Senza la propensione al consumo l’economia è lasciata alla bizzarria della finanza e viene sottratta quasi totalmente ai sistemi produttivi.

Per molti anni lo schema logico della economia occidentale è stato costruito sulla propensione al consumo. Ora è diventato il paradigma di riferimento delle decisioni continentali e lo strumento più potente della governance. Ogni gruppo di potere che occupa le istituzioni del vecchio stato liberale novecentesco per emanciparsi, se vuole assumere una egemonia e dunque una legittimazione reale al potere, deve governare la propria propensione al consumo.

Noi non sappiamo e non sapremo mai davvero se la fragilità economica occidentale confronto al ciclone finanziario che ha spazzato via ricchezze produttive per favorire operazioni speculative, sia o no la conseguenza diretta o indiretta dello smantellamento dello stato sociale, l’eliminazione del welfare state, iniziata in Gran Bretagna con la rivoluzione thatcheriana negli anni ottanta e avvenuta sistematicamente nei più grandi paesi occidentali. Sappiamo però che, laddove questo smantellamento è stato più debole, più tenue o addirittura assente, la crisi è stata più debole, più tenue, addirittura assente. La propensione al consumo è alta è stata la variabile di tenuta. Oggi è la variabile di addensamento e di genesi dei nuovi player politici globali.

Perché?

Perché un welfare state funzionante è il collante più forte che esiste tra governo e governance, l’unico che evita il vuoto politico e l’unico in grado di produrre il consenso necessario al corretto funzionamento dei principi di legittimità.

Dopo la prima guerra mondiale il criterio di legittimazione internazionale era quello della Sicurezza degli Stati. Per rendere sicuri dei loro confini i soggetti della politica internazionale è stata istituita la Società delle Nazioni.

Dopo la seconda guerra mondiale il criterio di legittimazione internazionale era quello dell’Equilibrio tra sistemi di area. Balance of power, guerra fredda, deterrenza e proliferazione delle armi, sono stati gli strumenti di pacificazione controllata dei territori. A tutela della spartizione del mondo è stata istituita l’ONU, con tutti i suoi pesi e i suoi contrappesi decisionali.

Ora anche l’Equilibrio è scomparso e indietro, alla Sicurezza, non si torna.

Oggi dobbiamo cercare un nuovo criterio di legittimazione internazionale che permetta a tutti di agire in un ambito di certezza relazionale globale. Credo che questo criterio sia quello della Egemonia, della capacità di auto poiesi di civiltà. Credo che, più o meno violentemente, ne mondo si cerchi sempre più la generazione autonoma dei propri diritti. Credo nella espansione del consumo condiviso verso livelli della civiltà democratica endogena, che il compromesso socialdemocratico ha donato ad una sola piccola area del mondo e che invece il mercato regolato può ancora estendere a tutti.

È necessario, anche se non sufficiente, che l’Egemonia non si trasformi in Supremazia e si diffonda con la partecipazione e la integrazione delle diversità. Anche la democrazia, quando scambia l’egemonia con la supremazia, perde la sua natura connotativa e la sua essenza e, con ciò, anche la sua capacità attrattiva. L’egemonia, come criterio di legittimazione internazionale, pretende il consenso, che socialmente si chiama partnership. Per istituire l’egemonia come criterio di legittimazione internazionale è indispensabile che l’Occidente abbandoni definitivamente l’ambizione di governare il mondo e introduca una serie di procedure di governance in grado di realizzare una rete globale di sviluppo e di distribuzione del reddito necessario al consumo. Questi strumenti sono tradizionali, come per esempio i vecchi fondi alla cooperazione e allo sviluppo internazionale che spesso hanno favorito l’emancipazione di interi territori, il sostegno finanziario a joint venture internazionali per la crescita di una imprenditoria endogena, la distribuzione dei generi alimentari di enti internazionali (FAO) oltre la dipendenza dall’assistenza. E sono strumenti innovativi, come il Bilancio Sociale degli Stati, una politica di Responsabilità degli Stati per fare in modo che si spenda in dimensione sociale almeno quanto si spende in aggressione militare, anche quando l’intervento degli eserciti è indispensabile. Sono strumenti internazionali di governance per l’Egemonia che l’Italia, da sola o nel contesto europeo, può proporre in ogni sede e fare suoi, come elemento portante di una politica estera mediterranea.

Resta che la causa politica del deficit economico è nel modello di sviluppo.

Noi stiamo vivendo una irreversibile fase di transizione.

Il mondo si sta riorganizzando attraverso nuove forme di scambi economici e con nuove istituzioni, più flessibili, più leggere, per molti versi impercettibili.

La strenua difesa di istituti della vecchia economia industriale non ha più senso.

Significa buttare i soldi in un buco nero che assorbe tutto senza rendere nulla.

È una pazzia.

Un governo politicamente all’altezza della situazione economica globale cercherebbe una soluzione nella riforma degli equilibri e degli istituti economici. Rincorrere un debito insanabile nelle condizioni attuali è un errore clamoroso. È lo stesso sbaglio che fanno gli imprenditori delle aziende in crisi che, per sanare il debito che li divora, si divorano nella gestione ossessionante dell’esistente. E falliscono inevitabilmente. Il nostro professore di Scienza Politica, compianto e ancora inascoltato Paolo Farnetti, continuava a ripetere che non si esce da una crisi senza una innovazione. Tanto più se si tratta, come in questo caso, di una crisi di transizione epocale che sta distruggendo istituti e istituzioni della società industriale. Siamo all’avvento della società della comunicazione e i soggetti economici dei singoli Stati sono ancora con la testa in una società industriale che non c’è più. Per la schizofrenia dei mercati finanziari basta la dichiarazione di un addetto stampa. Le fluttuazioni sono troppo improvvise e condizionate da parole improvvide. Basta questo a far capire quanto travolgente sia, ovunque, la transizione verso la società della comunicazione. Il mondo è nuovo ma le soluzioni sono vecchie. Le vecchie soluzioni non risolveranno i problemi antichi e imporranno gli inutili sforzi di sempre. Senza un nuovo modello di sviluppo, in cui la maggioranza del mondo non sia più costretto a subire le bizzarrie della ridotta minoranza di agiati, senza un modello di espansione non inflazionistica dei consumi, senza i nuovi meccanismi di equilibrio della società della comunicazione, non c’è soluzione, nonostante la buona volontà dei tecnici e il buon senso dei presidenti. Occorre un nuovo modello di sviluppo perché il vecchio modello economico non produce più alcuno sviluppo. Questo è sempre stato il compito della politica.

Abdicando al suo ruolo, perché esclude il suo progetto dal confronto quotidiano, perché segue i processi di banalizzazione dei mass media, perché l’assenza di pensiero critico cancella ogni critica del pensiero, la politica si estranea dal processo decisionale e lascia un pericolosissimo vuoto tra governo e governance. Tutti sanno che la soluzione è nel governo della propensione al consumo di nazionalità distese su piattaforme continentali e nessuno vuole cedere la sua. D’altronde nessuno può risolvere i problemi di un altro.

Dopo la prima Guerra mondiale, ad esempio, il criterio di legittimazione principale era quello della Sicurezza. Obbligo morale di ogni Governo era quello di assicurare al proprio Stato la sicurezza interna ed esterna. Con questo criterio fu costituita, il 15 novembre del 1920, la Società delle Nazioni. Il criterio di legittimazione della Sicurezza si dimostrò, tuttavia, instabile e debole. Infatti, dopo pochi anni, proprio con la scusa della sicurezza del popolo tedesco Hitler giustificò il suo disegno espansionista: all’interno della Germania, andò al potere producendo attentati, paura e dissacrazione mistificata; all’esterno della Germania giustificò la Sua invasione dell’Europa con la esigenza di salvaguardare le comunità tedesche.

Successivamente alla seconda guerra mondiale, le nazioni vincenti imposero il criterio di legittimazione dell’Equilibrio, e costituirono, il 24 ottobre del 1945, l’ONU. Da quel momento in poi, il mondo è stato controllato con la logica degli schieramenti, con il balance of power, con l’equilibrio delle armi nucleari e della reciproca minaccia di distruzione. Per circa cinquant’anni, la violenza politica è stata tenuta sotto controllo, anche con le notevoli forzature. L’equilibrio delle superpotenze doveva necessariamente essere rispettato, garantito e tutelato. Fino a che uno dei due sistemi globali è scomparso e il mondo, senza una gamba, ha ricominciato a zoppicare, è ricaduto nel disequilibrio o, meglio, nel caos dell’assenza di criteri di legittimazione.


Con la caduta del muro di Berlino era chiaro che il sistema delle relazioni internazionali ripiombasse nel conflitto simmetrico e/o asimmetrico, comunque nella instabilità relazionale.

Per gli analisti del Ce.A.S. già allora era evidente che i conflitti si sarebbero organizzati ed estesi, coinvolgendo direttamente le nazioni pacificate occidentali.

Era altresì chiaro che, non essendoci eserciti organizzati in grado di fronteggiare la potenza militare americana ed occidentale, l’unica forma di aggressione possibile sarebbe stata quella terroristica.

Fedele a questo schema interpretativo che ha orientato l’intera produzione scientifica del Ce.A.S. dal 2000 ad oggi, con gli ultimi conflitti incorso, dall’Ucraina all’IS, riteniamo che il nuovo criterio di legittimazione che si sta imponendo nel sistema delle relazioni internazionali sia quello della Egemonia (o il suo opposto complementare della supremazia).

Egemonia significa credere ad una soluzione condivisa.

Supremazia significa accettare una soluzione imposta.


Per molti anni l’Occidente ha pensato di fare accettare al mondo la sua soluzione democratica, anche se doveva essere contraddittoriamente imposta con gli eserciti.

Ma, come si diceva a Napoleone durante le sue conquiste militari, con le baionette si può fare tutto, tranne che sedersi sopra. Il mondo ha bisogno di persone sedute, in grado di governare i processi politici per produrre ricchezza aggiuntiva, prima che i paesi ricchi si autodistruggano con crisi di sovrapproduzione e i giochi bizzarri della economia finanziaria.

Oggi, infatti, è ormai chiaro a tutti che la ricchezza del mondo è prodotta dalla propensione al consumo.

Per mantenere il meccanismo capitalistico di accumulazione, come avrebbe detto il buon Marx, sono indispensabili enormi mercati con una quantità consistente di popolazione che deve saper consumare, come avrebbe detto il buon Keynes. E allora le organizzazioni politiche necessarie e utili per governare il processo di estensione della propensione al consumo sono le Piattaforme Continentali di Nazionalità (PCN).

Sono piattaforme perché devono essere contigue.

Sono continentali perché devono essere estese.

Sono di nazionalità perché devono condividere le culture indispensabili alla distribuzione di massa individualizzata.

Nel mondo si stanno formando Piattaforme Continentali di Nazionalità, che contengono milioni di cittadini che ancora devono cominciare a consumare, in Cina, in India, in Russia, in Europa dove la propensione al consumo è decrescente e le nazioni sono storicamente rivali, in America, sempre più orientata a indirizzarsi verso il Sud America (che ha vissuto una crescita senza welfare, che è lo strumento della propensione al consumo), in Africa e nel continente arabo (oggi islamico), dove il conflitto è più forte perché, rispetto alle altre Piattaforme Continentali di Nazionalità, la ricchezza è maggiore sebbene non distribuita.

Il Ce.A.S. ha individuato 9 Piattaforme Continentali di Nazionalità in formazione[9]:
  1. L’Europa, che sembra la più debole, ma non lo è affatto, nonostante la spaventata litania di allarmisti da talk show e la impotente irruenza dei movimenti separatisti. È l’unica Piattaforma Continentale di Nazionalità interamente costruita sulla governance ed infatti è anche l’unica che in questi ultimi 20 anni ha conquistato territorio, senza guerre, immettendo nella sua zona di influenza praticamente tutta l’area balcanica e trasformando il Mare Adriatico come un mare interno. Una connettività talmente salda che i tanti tentativi di separazione, dalla Grecia all’Inghilterra, finiscono tutti nella impossibilità di realizzazione.
  2. La Russia, che è riuscita ad ottenere lo storico sbocco sui mari caldi, una nuova identità, perfino eccessiva, che si scarica sui crescenti movimenti nazionalistici interni e ha evitato perfettamente una frantumazione totale del suo territorio. Oggi combatte un conflitto di confine in un’area che coinvolge apparentemente l’Ucraina, ma che in realtà deve trovare una regolamentazione di confine con la piattaforma europea.
  3. L’America, che si riconosce ormai sempre più in un unico continente, a cui ha dato una notevole spinta anche la elezione a papa di una vescovo argentino, con cui si identifica l’intero continente americano. C’è una crescente integrazione anche nella utilizzazione della lingua. Basti pensare ad esempio che i maggiori giornali nord americani escono in 2 edizioni, una in lingua inglese ed una in lingua spagnola. Il Sudamerica ha vissuto e sta ancora vivendo, una crescita senza welfare. La soluzione del welfare, ben individuata da presidente Obama nonostante i conflitti che suscita nella cultura liberale USA, può essere lo strumento di definitiva integrazione dell’intero continente americano. Anche qui ancora uno strumento di governance.
  4. La Cina, molto più debole di quanto invece erroneamente si creda. Certo è una nazione che cresce a ritmi alti e talvolta altissimi. Tuttavia la sua accelerazione è stata dettata interamente da una economia di investimenti. Se non passerà rapidamente ad una economia sostenuta dal consumo e, dunque, da una distribuzione della ricchezza il suo trend economico rallenterà fino a fermarsi definitivamente.
  5. L’India, al confine con il sottosviluppo, con una economia sperimentale crescente, con una forza dettata dalla ampia e spesso non conteggiata popolazione, che si sta dotando di meccanismi economici di distribuzione, anche se, inversamente alle scelte dello scomodo confinante cinese, non riesce ancora ad avere una economia di produzione in grado di essere presente sui mercati internazionali.
  6. La nazionalità giapponese, che non è circoscritta alla autorità dell’imperatore, che ne supera i confini e si identifica con una eccessiva attenzione alla innovazione tecnologica – dai microprocessori al nucleare – e ad una crescente economia, anche delinquenziale, di ricreazione.
  7. In decisa crescita sul piano nazionale e sul piano internazionale, fortemente attrattiva sebbene distante è la piattaforma Australiana, che ha fatto la scelta intelligente di investire sulla ricerca scientifica, che divide la sua influenza politica con la Cina sull’area indonesiana, e che tra qualche anno dovrà essere considerata un player internazionale di tutto rispetto e che già oggi, sul piano del contrasto al terrorismo, si colloca come un considerevole interlocutore.
  8. La piattaforma Africana, che ancora non c’è, vista la frantumazione incosciente delle sue nazioni e le spinte tribali ancora violentemente attive. Ma arriverà, autonomamente se non sarà gradualmente assorbita dall’islamismo diffusivo. In ogni caso così com’è è troppo grande e quindi è presumibile che sarà suddivisa in una parte nord islamizzata e il resto del continente i cui caratteri integrativi non possono essere ancora definiti. Immaginiamo che ruoteranno alla influenza estensiva della politica continentale del Sud Africa.
  9. La piattaforma Araba, oggi Islamica, la più pronta, sul piano politico e sul piano economico, anche se forse non ancora sul piano sociale, a redistribuire la propria ricchezza accumulata, con l’esigenza fondamentale di una teoria politica di organizzazione, presente oggi solo in Iran, e sottoposta alla onda d’urto della teologia terroristica dello Stato Islamico. Noi crediamo che, alla fine, la politica iraniana avrà una maggiore egemonia rappresentativa della supremazia teologica del terrorismo dello Stato Islamico, sia perché con la produzione nucleare governa le fonti energetiche non legate alla fluttuazione del petrolio, sia perché è in condizione di una produzione economico-militare a modello occidentale. Naturalmente questo potrà avvenire in maniera molto più veloce se l’Iran proseguirà distanziandosi dalla logica bipolare Khomenista e si legherà ai paesi che dopo le primavere arabe, stanno sperimentando livelli di democratizzazione crescente, con risultati rilevanti in tutti i campi dello sviluppo, come appunto la Tunisia. Alla piattaforma araba e alle sue evoluzioni naturalmente guardiamo di più perché condividiamo l’ampio confine mediterraneo e le sue popolose trasmigrazioni.

In questa ottica, dunque, consideriamo la crisi finanziaria che abbiamo vissuto come il prodotto delle guerre inconcluse che abbiamo tentato, della nostra incapacità di usufruire della propensione al consumo degli altri (come fu fatto con il piano Marshall in Europa dopo la seconda guerra mondiale). Così abbiamo lasciato senza mercato l’economia di produzione e permesso alle varie economie finanziarie di prendere il sopravvento, di sconvolgere e travolgere i bilanci degli Stati Occidentali.

Riteniamo che, affinché il mondo venga pacificato, sia indispensabile che sopravanzi un criterio di legittimazione fondato sulla egemonia culturale, sul consenso dei cittadini e dei governi a far gestire il mercato alle imprese maggiormente attrezzate e specializzate.

Nella società della comunicazione la democrazia è la soluzione non il problema per raggiungere un livello di ricchezza in grado di alimentare altra ricchezza. Ogni supremazia militare o militante è la imposizione di una forza che alimenta altra forza.

In ogni caso, il mondo va verso la costituzione di Piattaforme Continentali di Nazionalità.

Questo processo è irreversibile.

I conflitti che stiamo vivendo sono conflitti di confine, come in Ucraina, tra piattaforme in via di costituzione; o sono conflitti di assestamento, come quelle del mondo arabo, tra piattaforme in composizione. Ci sono solo conflitti di assestamento e riequilibrio della geopolitica internazionale, come se fossero una serie di scosse sismiche di varia violenza e intensità per la ridefinizione della morfologia politica del pianeta. Sono i segnali delle Piattaforme Continentali di Nazionalità che si stanno formando ovunque. È un trend che non può essere fermato che deve essere governato piuttosto che ostacolato, gestito invece che ostruito.

I governi sono ormai, nella logica delle Piattaforme Continentali di Nazionalità, soggetti strumentali. Le democrazie della società della comunicazione si governano, specie se hanno dimensioni continentali e relazioni globali, con politiche di governance.

La governance è il metodo di governo dei network.

Il mondo moderno è il mondo dei network.

Uno Stato non riesce più a controllare la complessità delle connessioni dei network sociali, specie se si concentra sul governo e non sulla governance.

Le Piattaforme Continentali di Nazionalità si governano con politiche di governance, indispensabili a rafforzare e ad instituire il criterio di legittimazione della egemonia con cui condividere la gestione della propensione al consumo e della ricchezza diffusa.

Se questo processo verrà favorito rafforzando la egemonia democratica e culturale delle politiche di governance, allora i lenti processi di pacificazione prevarranno. Se gli Stati vorranno gestire questo processo con governi che impongono la propria supremazia militare e politica per facilitare l’emancipazione di gruppi di potere di cui sono preda, i conflitti interni e esterni cresceranno in modo sempre più violento e devastante.

Questo è la considerazione conclusiva delle nostre ricerche in questi anni.

I prossimi nostri studi si dovranno concentrare sulla incisività della simbiosi o della scissione tra governo e governance nella nostra vita quotidiano, non solo politica.


Sembra, o almeno, sembrava fino a qualche tempo fa che la nuova politica estera americana, indirizzata prevalentemente al Pacifico piuttosto che al Mediterraneo, fosse l’occasione per una riformulazione del progetto di integrazione della Piattaforma Continentale Europea.

In molti, dopo lo scontro pubblico tra la Merkel e Trump, avevano, non dico auspicato, ma almeno desiderato una emancipazione del continente Europeo. E l’emancipazione, si sa, avviene quasi sempre con una forma diretta o indiretta dell’assassinio del padre.

In questo caso, nel caso cioè dei rapporti USA/EUROPA post Trump, si tratta in verità dell’assassinio del Figlio. Sono gli USA che hanno alzato le barriere e si sono differenziate dagli impegni e dalle esigenze Europee, non il contrario.

Gli eventi sono stati sostanzialmente 2:

  1. il primo riguarda il falso, o meglio “guidato” bombardamento all’aeroporto siriano che ha permesso una coalizione forte al centro del continente arabo tra Siria, Russia e Iran, e che ha offerto su un piatto d’argento la egemonia Russa sul Mediterraneo;
  2. il secondo è la guerra sugli scambi commerciali, che ha alzato la tensione tra Germania, USA e che riguarda anche l’Italia, trovando in una situazione molto simile a quella tedesca.
Entrambi i casi, le tensioni che determinano sono avvisaglie dei tempi nuovi della politica.

Il nuovo sistema delle relazioni internazionali non si gioca più tra stati, ma tra piattaforme continentali di nazionalità

Per superare le crisi autonome e automatiche che le politiche finanziarie determinano, è indispensabile avere una alta propensione al consumo per reggere la produzione di imprese. Questo può portare alcuni continenti a chiudersi dentro una economia in qualche modo autarchica, dove la propria propensione al consumo alimenta la propria produzione industriale, o ad acquisire (per non dire appropriarsi) della propensione al consumo di continenti enormi e pieni di popolazione che ancora deve cominciare davvero a consumare (Cina, India, ad esempio). In entrambi i casi i rapporti con l’Europa sono pericolosi. Gli USA possono trasformarsi nella testa di ponte per le imprese europee.

Gli interessi europei, in questa situazione sono, dunque, diversi e vanno ridefiniti.

La prima azione politica che l’Europa dovrebbe svolgere, per riprendere una forza economica nel sistema delle relazioni internazionali è quella di riaprire un mercato che gli americani, per amore o per calcolo, le hanno chiuso: il mercato Russo. La prima cosa che l’Europa dovrebbe fare ora, cioè in questo momento e in questa situazione storica, è togliere le sanzioni commerciali alla Russia.

Il secondo punto che l’Europa dovrebbe seguire sarebbe quello di realizzare una politica commerciale estera davvero comune e la costituzione del primo esercito europeo, in modo da parlare con una voce sola dentro la NATO.

Questi due passaggi sono fondamentali per una vera politica europeista: riprendere i percati di esportazione diretta e difendere gli interessi europei con una organizzazione militare unica, sia essa costituita ex novo o una integrazione dell’esistente.

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