GEOPOLITICA DELLA PACE: IL PUNTO CIECO DELLA CRISI UCRAINA








L’Europa nel punto della retina degli analisti che non contiene recettori per la luce ed è quindi cieca.





Alessandro CECI
diciannovemarzoduemilaquattordici


Leggo il numero monocratico sull’Ucraina di Limes, la Rivista Italiana di Geopolitica di indubbia eccellenza, aprile 2014, n.4, dal titolo inequivocabile: “L’Ucraina tra Putin e noi”.

Leggo e rileggo. Il prestigio del titolo e degli autori merita il massimo di attenzione.

Dal primo all’ultimo articolo la Rivista Italiana di Geopolitica è travolta da un usuale liet motiv, quasi una litania, che si sente ovunque, come le ragioni senza ragionamenti tipici di questa strana condizione comunicativa italiana, dove si ripetono assiomi senza verifica critica che improvvisamente, o anche improvvidamente, diventano verità indiscutibili. Qualsiasi analista, politico, giornalista, commentatore o anche solo conduttore ripete, con l’enfasi inutilmente rinnovata di chi svela l’ovvio: la crisi Ucraina dimostra la potenza americana, le ambizioni russe e l’inconsistenza[1] europea.

Per tutti cito testualmente l’Editoriale di quel numero di Limes, emblematicamente intitolato “Lo Specchio Ucraino”, che subito trasmette la delusione di tutti per l’assenza del necessario machismo europeo. Comincia così: “Nelle crisi ci sveliamo per quel che siamo e non per quel che vorremmo essere. Vale anche per gli attori geopolitici. Il test dell’Ucraina, al quale si sono sottoposti russi, americani ed europei, ha prodotto un esito negativo per Mosca, positivo per Washington, catastrofico per l’unione Europea[2]. Poi spiega perché, ma questa è la conclusione finale posta e proposta all’inizio. Il resto degli articoli è una sinfonia mono-tona. Per me addirittura stonata.

Certo l’Europa non può belligerare[3], non ha nemmeno un esercito, e non ne ha assolutamente la volontà (per fortuna!). Tuttavia, il paradigma della insignificanza[4] proposto da Limes raccoglie un sentimento generalizzato, molto comune ma totalmente sbagliato. I molti testi di questo genere, che infestano la quotidiana interlocuzione scientifica sulla geopolitica internazionale, ripetendo con superficialità uno slogan generico, mi fanno pensare ai comportamenti necrofili involontari, come li ha chiamati Erich Fromm, che si manifestano “anche nella convinzione che la forza e la violenza siano l’unica soluzione di un problema o di un conflitto[5]. Al caso nostro si addice perfettamente; perché “quel che caratterizza il necrofilo è che, la forza … è la prima e l’ultima soluzione di tutto; che bisogna sempre recidere il nodo gordiano e mai scioglierlo pazientemente.[6]. Solo per dire che il caso ucraino non si esaurisce all’attacco russo e alla difesa americana come se fosse un torneo di scacchi.

Cominciamo daccapo.

Perché Putin e i Russi hanno avuto proprio ora l’esigenza di invadere la Crimea e di aggredire l’Ucraina? Perché non prima, quando tutto era più facile, il governo ucraino asservito, il popolo indifferente se non addirittura, forse, disponibile?

Perché l’Ucraina solo da poco tempo rischia di uscire dal controllo Russo necessario per il gasdotto, sia per l’accesso ai mari caldi.

E perché solo da poco tempo gli ucraini sono diventati improvvisamente inaffidabili[7]?

Perché una parte cospicua del popolo sofferente richiede, reclama, vuole l’ingresso in Europa.

E perché?

Perché la politica europea degli ultimi 20 anni, fatta di una portentosa governance a sostegno dell’intera area balcanica, sta attraendo come una calamita tutti gli stati ex sovietici della sponda adriatica ed oltre, fino alla Turchia. Questa attrazione europea[8] è irresistibile se vista dall’Est e determina perfino sommosse laddove i governi compromessi si oppongono ai desideri dei cittadini. In qualche modo, può essere considerata l’apoteosi della ostpolitik di Willy Brand e non vederla è un’altra forma di necrofilia descritta da Fromm; quella che si caratterizza con un “interesse marcato per le malattie in tutte le loro forme[9], per cui ogni analista nostrano sembra la “madre che si preoccupa costantemente delle malattie del figlio, dei suoi insuccessi, facendo cupe previsioni per il futuro; allo stesso tempo non percepisce i mutamenti favorevoli, non reagisce alla gioia e all’entusiasmo del bambino, e non si accorgerà mai se in lui sta crescendo qualcosa di nuovo.[10]

Questo qualcosa di nuovo in Europa è già cresciuto e si è abbondantemente sviluppato più che altrove, USA e Russia compresi. Non solo in Europa. Nel mondo. Senza questo qualcosa di nuovo, il mondo stesso e i suoi conflitti non si capiscono.

Con l’avvento della società della comunicazione, convenzionalmente databile alla caduta del muro di Berlino nel 1989, la funzione politica degli Stati si è gradualmente ridotta, è evaporata senza essere eliminata. Le democrazie oligarchiche sono cresciute un po’ dappertutto.

Ciò che sta avvenendo è l’avvento delle piattaforme continentali di nazionalità. Non più organizzazioni statali, che sono ormai funzionali soltanto all’accreditamento internazionale di gruppi dirigenti emergenti. Il Governo, così come veniva inteso nella democrazia liberale a partire dalla seconda metà dell’Ottocento e per tutto il Novecento, non c’è più. Non ci sono più le singole patrie, circoscritte entro rigidi confini territoriali e vincolati ad una sola tradizione e ad una religione. Ci sono piattaforme continentali che assemblano nazionalità similari ed omogenee, dove il governo è stato sostituito dalla governance, e gli eserciti invadenti ed invasivi dal sostegno finanziario, dalla cooperazione e dallo sviluppo. Il comune destino è definitivamente mutato in aspettativa di vita.

Le piattaforme continentali di nazionalità che possiamo individuare sono ormai ben definite: abbiamo quella americana, distinta ancora molto parzialmente tra Nord e Sud America, dove l’identità e l’identificazione linguistica è sempre più integrata attorno allo spagnolo, e che ha eletto un nuovo papa a rappresentazione di tutti; c’è la piattaforma continentale cinese, quella indiana, quella araba, quella africana, quella più piccola giapponese e ci sarà quella australiana. C’è la piattaforma continentale Europea e quella Russa. Basta guardare una cartina geografica per vedere che, a salire dalla Grecia, l’Albania, la Macedonia, la Serbia, la Bulgaria, la Romania, la Bosnia, la Croazia, l’Ungheria, la Polonia, i Cechi e gli Slovacchi sono territorio già o prossimamente europei, interni alla nostra piattaforma continentale di nazionalità, che proprio in Ucraina si incontra e si scontra con l’altra piattaforma Eurasiatica rappresentata dalla Russia.

Anche se sono difese dalla NATO, queste aree non sono state conquistate con le armi, ma con la politica di governance e soffrono laddove i confini nazionali sono di religione e di identità mista – come in Turchia – o mischiata – come in Ucraina.

Tutta questa espansione della piattaforma continentale europea (anche se difesa militarmente dalla NATO) che sbatte inevitabilmente alla piattaforma continentale russa in Ucraina è il risultato della politica estera di governance che gli europei hanno mantenuto, anche a costo di notevoli sacrifici economici, verso l’area balcanica. Certo se si desidera che l’Europa divenga uno Stato tradizionale e fuori dalle dinamiche degli scenari internazionali attivi, allora si vedono le debolezze, le inconsistenze e, se volete, anche le fraudolenze e le nefandezze di un processo politico in gran parte occulto e occultato sul proscenio politico globale e, quindi, agli occhi tradizionali di un pubblico distratto.

Nel network politico internazionale, la legittimazione è passata da essere un prodotto della sicurezza ad essere patrimonio dell’equilibrio (non a caso l’ONU ha sostituito la Società delle Nazionali).

Oggi, con la caduta del muro di Berlino e la eliminazione di una delle due gambe che reggevano in equilibrio il mondo, la legittimazione internazionale è passata dall’equilibrio alla egemonia, anche se molte volte gli interessi (George Bush) insieme alla illusione fideistica di una grandezza perduta (Putin) la fanno scadere in supremazia. Con la supremazia si possono governare territori e processi politici con le armi, ma dura relativamente poco. L’egemonia si conquista, invece, con la governance, che è più lenta, molto più lenta, talvolta invisibile ed eccessivamente onerosa, ma dura molto, molto di più.

Anche se questa campagna elettorale è tempestata dalla stupidità degli euroscettici, l’Europa resta il campione della governance sul proscenio internazionale. E le crisi o il fallimento delle “primavere arabe” e della “rivoluzione arancione” sono state causate proprio perché precedenti e non successive ad una politica di governance. Anche in Ucraina, la Russia ha perso la sua egemonia politica trasformandola in supremazia militare, per aver tollerato e spesso sostenuto finanziariamente l’affermazione di “oligarchi come padroni non solo della ricchezza nazionale – cento individui controllano l’80% del pil – ma anche la politica, in cui dominano direttamente … o attraverso loro marionette …”. Si è trattato di un atto di supremazia non certo di una politica egemonica, condotta da un Governo con l’ansia di diventare player globale, senza alcuna azione di governance.

È inutile insistere, la Guerra Fredda è davvero finita[11]. Nonostante le illusioni di Putin, la Grande Russia, non tornerà, se non nella veste di piattaforma continentale di nazionalità e, dunque, partner internazionale di altre piattaforme, di cui quella europea, seppur senza armi ed armamenti, non è certo l’ultima.

Voler ricondurre il lento processo di integrazione europea alle vecchie procedure di costituzione di uno Stato otto-novencentesco ormai andato, e considerare come protagonisti internazionali solo i bullistici attori geopolitici che mostrano le loro potenze e le loro manovre sullo scacchiere del mondo, è un tragico errore. Un errore goffo, proprio nel momento in cui è lo scacchiere che cambia, che non è più un piano, che diventa un impervio frattale e che reclama una azione di lungo periodo per incunearsi nei meandri, piuttosto che atti plateali per imprigionarsi in cupe gole o in pantanosi anfratti, come è accaduto all’America di Bush e sta accadendo alla Russia di Putin.

Tanto più erroneo è attardarsi a descrivere gli europei come “pallide, velleitarie comparse[12]. Anche se a voi pare “improbabile[13] che “i soci dell’Unione Europea[14] possano “risalire la corrente[15], a me non pare affatto. Anche perché, mi sembra invece che, travolti dalla piena delle popolazioni con diverse aspettative di vita, siano in ritardo questi impavidi boxer che si ostinano a sfidarsi in uno sport che non segue più nessuno e che, ogni volta che viene organizzato, determina, nel medio e lungo periodo, irreversibili catastrofi, nonostante le muscolose istantanee.

Forse l’Europa non può e non sa ancora combattere. La sua politica non mostra i muscoli. Non ha Governo, ma ha una fortissima e attraente governance che è l’essenza della politica del mondo moderno, del mondo nuovo delle piattaforme continentali di nazionalità. Altri saranno i combattenti, ma dietro la crisi ucraina c’è per intero, tutta, la potenza attrattiva della governance europea. In barba ai tanti analisti che riconducono e riducono il network delle relazioni internazionali alla ostentazione della propria forza, il futuro del mondo non sarà il suo impossibile Governo, ma il livello della sua governance, interna ed esterna alle piattaforme continentali di nazionalità. E quella europea, testata in tanti anni di politiche interne, è la più salda e funzionante dell’intero pianeta. Una rete vincolante di interessi economici e prospettive sociali che rinvigorisce la politica. Non quella degli Stati, ma quella dei cittadini. Tanto il mondo futuro non sarà fatto di Stati ma di cittadini interconnessi dentro e fuori le proprie piattaforme continentali di nazionalità. E certo, dove queste piattaforme si incontrano anche si scontrano. Tuttavia, la politica del futuro sarà sempre più fatta di governance, per convincere più i popoli dei populisti e dei loro governi.

La crisi Ucraina allora dimostra che l’Europa è perfettamente attrezzata per il nuovo mondo, anche se molto spesso non ne ha consapevolezza. Proprio perché evita lo scontro diretto, proprio perché si sottrae ad una insulsa e dolorosa battaglia, proprio perché, ciò nonostante, continua a firmare trattati, proprio perché lascia agli altri il dolore dei morti e tutela la pace, l’Europa è attraente e davvero moderna. Anche se il governo Russo avesse invaso o invaderà l’Ucraina, tutta insieme o pezzo a pezzo, non potrà contrastare l’insorgenza politica di lungo periodo che la governance europea comporta verso le popolazioni limitrofe. L’Europa è attrezzata per il mondo nuovo perché preferisce un processo politico di egemonia ad un atto di supremazia. E questo processo avrà una spinta ulteriore proprio ora, proprio nel momento in cui avanzano i pensieri distruttivi di ogni negazionista. Per la prima volta, infatti, in questa consultazione elettorale europea, non solo il parlamento, ma anche il Presidente della Commissione – che non è appunto un vecchio Governo – verrà eletto. I due organi fondamentali per ogni rappresentanza nazionale (legislativo ed esecutivo) piuttosto che essere nominati vengono votati (l’Italia è in questo senso in decisa e decisiva controtendenza). Ben oltre le speranze di pochi anni fa, quando Romano Prodi auspicava di essere eletto dal parlamento europeo, con qualche reminiscenza del parlamentarismo italiano.

Infine, faccio sommessamente notare che, negli ultimi 30 anni, l’Europa è stata l’unica Piattaforma Continentale di Nazionalità al mondo che ha esteso il suo territorio. E che lo estenderà nei prossimi anni.

L’Europa quindi, anche se non sembra, è andata avanti ed io auspico che prosegua lungo la strada della governance: l’unica in condizione di renderla davvero protagonista internazionale della politica del nostro pianeta. Lentamente rafforzi la sua egemonia e non ceda mai alla supremazia distruttiva. Resti, l’Europa un habitat di vita e non una organizzazione funzionante. Meglio che resti efficace piuttosto che diventi efficiente: specie se questa efficienza consiste sempre di più nella vecchia politica di furto dei territori a fini tattici e raramente strategici, invece di essere il prodotto consensuale di adesione ad un modello di sviluppo.

NOTE
[1]L’effetto di lungo periodo della nostra inconsistenza, fin troppo evidente nella battaglia per Kiev; è la balcanizzazione del Vecchio Continente. Più intoniamo il rassicurante ritornello dell’integrazione comunitaria, più contiamo nuove frontiere, informali o ufficiali, a ritagliare coriandoli d’Europa. Le terre di nessuno, consegnate alle rivalità fra gruppi criminali travestiti da politici e segnate da nazionalismi autistici, sono la cifra della nostra stagione politica.” EDITORIALE, Lo specchio ucraino, in LIMES, L’Ucraina tra noi e Putin, n.4, aprile 2014, pag.7
[2] EDITORIALE, cit., 2014
[3]quando in Europa la parola passa alle armi possiamo mettere mano solo alle armi della retorica e invocare la protezione dell’alleato americano.” EDITORIALE, cit., 2014
[4]L’Unione Europea non solo non è un soggetto geopolitico ma pesa meno della somma dei suoi Stati membri e persino di molti di essi.”, EDITORIALE, cit., 2014
[5] FROMM E., L’aggressione maligna: la necrofilia, in Id., Anatomia della distruttività umana, Mondadori, Milano 1983
[6] FROMM E., cit., 1981
[7]La compresenza sotto il medesimo tetto dei poli galiziano e crimeano, geograficamente e culturalmente opposti, ha complicato la maturazione di un’identità nazionale condivisa a sostegno dello Stato indipendente. Né era immaginabile che Kiev, appena emancipata dall’impero sovietico, si dedicasse ad inventare un mini-impero ucraino-russo, o addirittura una variante creola delle sue culture originarie.” EDITORIALE, cit., 2014
[8] Limes rifiuta di credere che la motivazione delle sommosse popolari sia il prodotto dell’attrattore europeo, piuttosto la conseguenza della “insofferenza per la «democrazia oligarchica» che dopo la fallimentare «rivoluzione arancione» del 2004 ha scaldato le folle che lo scorso inverno hanno gremito decine di piazze ucraine, financo in regioni prevalentemente russofone e russofile, contro il presidente oligarca Viktor Janukovič”. Ho qualche resistenza a considerare valida questa interpretazione: 1 – perché ci sono democrazie oligarchiche anche in molteplici altre parti del mondo (Italia compresa) che non producono le stesse sommosse; 2 – perché la pressione popolare non ha richiesto la sostituzione del governo ma la firma di un accordo politico con Bruxelles, il cui rifiuto ha portato al “cedimento di Janukovič” e alla firma dell’attuale capo del governo ad interim Arsenij Jacenjuk, anche se le “clausole economiche”, appunto non firmate ancora, risultavano essere “poco rispettose dell’interesse nazionale ucraino”. Dunque le ragioni di contestazione sono le stesse ragioni di affermazione della presenza di un attrattore europeo. Il rifiuto è il prodotto di un orientamento gestaltico pre-definito.
[9] FROMM E., cit., 1981
[10] FROMM E., cit., 1981
[11]Come sanno i lettori di Limes, la guerra fredda non è mai del tutto finita perché la sua radice è geopolitica prima che ideologica. Per l’America si tratta di garantirsi contro l’emergere di una potenza rivale in Eurasia. Poco importa se comunista, buddhista o vegana. Per la Russia il punto è di spingere la sua frontiera occidentale quanto più lontano da Mosca, visto che dell’Alleanza Atlantica a guida statunitense continua a non fidarsi. La guerra fredda non è un segmento della storia ma una curvatura permanente della geopolitica contemporanea, con le crisi acute e i suoi letarghi.” Se ragionassero così sarebbero davvero dei pazzi. E tanto più pazzi sarebbero stati se avessero ragionato così: “La vicenda non si è consumata con il suicidio dell’URSS. Per liquidare la partita con Mosca gli Stati Uniti avrebbero dovuto annichilire l’impero. Non sezionarlo, umiliandolo. Ma per questo sarebbero stati chiamati a pagare un prezzo inconcepibile: gestire l’universo sovietico in rovina, magari dopo un bombardamento atomico.” Editoriale, cit., 2014. Per fortuna nel mondo la gente non ragiona così; anche perché, se l’URSS si è suicidata, non sono stati gli USA ad annichilire, sezionare e umiliare l’impero. Boh!
[12] EDITORIALE, cit., 2014
[13] EDITORIALE, cit., 2014
[14] EDITORIALE, cit., 2014
[15] EDITORIALE, cit., 2014

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