FILOSOFIA POLITICA: Il potere post-politico della comunicazione






di Alessandro CECI
27 settembre 2008

Può uno paralizzato cominciare a correre soltanto perché è morto un demente?
No. È ovvio.

Eppure, qualche anno fa, gli intellettuali occidentali – gli stessi che hanno eletto e drammaticamente ispirato Gorge Bush – ritenevano che la morte del sistema totalitario sovietico (il demente) bastasse al paralitico (l’occidente) a correre spedito verso lo sviluppo; credevano che fosse sufficiente la scomparsa del nemico per raggiungere “le magnifiche sorti e progressive” del capitalismo vittorioso. Credevano, come scrive Chantal Mouffe, di aver “ormai raggiunto uno stadio di sviluppo economico-politico che costituisce uno straordinario progresso nell’evoluzione dell’umanità e non ci resta che esaltare le possibilità che esso dischiude”.

Misteri della fede!

D’altronde, basta depositare il male dentro un solo diavolo, per sentirsi sinceramente divini.
Salvo verificare, quando il simbolo del male scompare, che “siamo tutti vittime di una comune indigenza”; che il male e il bene sono distribuiti in parti disuguali tra tutti i protagonisti e che quindi siamo tutti un po’ divini e un po’ demoniaci. Così la storia, che doveva essere finita, ha provveduto ha spazzare via la lucida follia del fideismo occidentale con crisi politiche ed economiche dello stesso vigore e della stessa dirompenza di cataclismi climatici. Cicloni devastanti di ordine politico, economico e geografico, attraversano la nostra tavola all’ora di cena. Tra l’insalata e la frutta assistiamo a città devastate, morti ammazzati, morti travolti da crolli improvvisi o incidenti clamorosi. Tra il vino e il pane, all’ora di cena, sulla nostra tavola passa il crollo della finanza e l’invasione della Georgia, il conflitto a terra per la contrattazione del lavoro e quello in aria per il contratto dei piloti dell’Alitalia.
La verità è che questi proclami non sono stati espressioni di false teorie.
Sono state semplicemente delle mistificazioni.

Tutti sanno e già allora sapevano che, per fortuna, la Storia non finisce e che, con la caduta del muro di Berlino, entravamo in una transizione d’epoca. O forse che, proprio per la presenza di una transizione d’epoca, è crollato quel muro e tutto il potere che aveva edificato.
In quel preciso momento, con la freddezza dell’incoscienza, qualcuno ha accreditato una visione illusoria e illusionistica di infinita beltà, un miraggio di ricchezza e di sviluppo utile per imporre una soluzione post-politica a questa grande trasformazione.

Nella storia dell’umanità abbiamo avuto soltanto 4 transizioni epocali:

  1. la prima è stata l’acquisizione della logica e la capacità dell’uomo di affrancarsi dal concreto, di pensare, di immaginare, di sognare, di creare (l’epoca della cognizione);
  2. la seconda transizione è stata l’avvento della società agricola e il passaggio dalla vita sedentaria dell’uomo migrante per l’allevamento dei figli e con la costruzione delle comunità (l’epoca della educazione);
  3. la terza mutazione, molti anni dopo, è stata l’avvento della società industriale e della complessità situazionale di un uomo travolto dalle consecutive accelerazioni (l’epoca dell’azione);
  4. La quarta transizione d’epoca è quella che stiamo vivendo noi: l’avvento della società della comunicazione e la perdita della materialità, se non proprio della fisicità dell’umano in omaggio alla sua immagine e al suo suono, in omaggio al perenne presente del suo ologramma (l’epoca della relazione).
La società della comunicazione è una società cognitiva di massa, un immenso cervello che accende e spegne sinapsi, in cui una cellula eccita ripetutamente altre cellule. Si tratta di una vera e propria struttura neurale in continua evoluzione a causa della interazione dei soggetti con il suo stesso habitat. La comunicazione genera società e genera ambienti e quindi espande la dimensione celebrale del nostro mondo. È una società eterea ma non evanescente, condizionante e indocile, con un senso del brivido notevole e altrettanta solitudine. È una società, come diceva Marshall McLuhan, dove non esiste il vero o il falso ma il vuoto o il pieno.
Sembra un caos e invece è una transizione che cambia il parametro di ogni cosa. È piuttosto la tipica fase di transizione d’epoca che la maggior parte di politici e analisti non vuol vedere, quando tutto è travolto da una emozione: da una inconscia tendenza figurativa.

La mia impressione è che la società della comunicazione stia spazzando via tutte le istituzioni e tutti gli istituti della democrazia industriale, liberale, socialista e capitalistica. Niente è più in grado di contenere questa transizione. Nascono nuove ricchezze e vecchie concentrazioni finanziarie vengono cancellate. In un attimo sono passate dalla modernità alla obsolescenza. Solo pochi mesi fa sembravano il futuro. Oggi si mostrano come vecchi catafalchi del passato. In realtà convivono in un presente permanente che non sanno più interpretare, che vuole guadagni immediati con debiti che sembrano non esistere solo perché sono spalmati nel tempo. E questa affermazione del presente, questa immediatezza diffusa, produce l’insostenibile clamore della nostra cronaca. Nel presente permanente della società della comunicazione io sono quello che voglio e voglio quello che sono. E cambia la politica, nella sua duplice dimensione: del potere, che non è più una entità statica, un quantum definito dalle istituzioni che lo contengono, ma si articola in una serie di istituti materiali e immateriali che generano e lo attribuiscono; e del limite distintivo tra pubblico e privato, della differenza tra INFRA e INTRA, della dicotomia tra il particolare dell’individuo e l’universale della polis, tra il singolo e il gruppo. Ogni potere è confuso dall’interesse personale che, una volta proclamato nella mediaticità, diventa pubblico e legittimo (pieno), mentre ciò che resta nell’occulto, anche se si tratta di un lavoro defaticante e quotidiano, è pericoloso, minaccioso, nascosto e quindi corrotto (vuoto). Perché la società della comunicazione sostituisce il rapporto di rappresentanza – tu mi voti e mi deleghi a rappresentarti – con la relazione responsiva – un input nel tubo catodico produce un output elettorale per l’espropriazione del governo -.

Allora, se cambia la politica, cambia anche il potere; come è accaduto in ogni transizione d’epoca.
Infatti, nella nostra storia siamo passati dall’ontopower – il potere ontologico della sopravvivenza fisica, della caccia e della gestione dei pasti, della conquista delle risorse necessarie a garantire la vita per sé e per la propria prole – all’egopower – cioè il potere della affermazione sulla terra e sulla comunità, il potere egocentrico del ruolo sociale – fino al biopower – il potere biologico del vincolo e della possibilità, delle chance di vita e della sostenibilità necessaria a garantire la propria presenza nel mondo. Un potere diverso per ogni epoca. Oggi, nella quarta transizione, nell’epoca della comunicazione, siamo passati all’epipower, il potere epistemologico della conoscenza in grado di produrre e imporre scenari di verità. Siamo nell’epoca in cui la società è un cervello e il potere consiste nel produrre delle visioni, dei miraggi a cui credere per fede, in modo che possano invadere tutta la materia celebrale e condizionare il sistema di interazione tra cellule. Il potere nella società della comunicazione consiste nel produrre scenari di verità, illusioni a cui credere con un atto di fede per farne condizioni di vita di tutti, per tutti con tutti, anche se non necessariamente su tutti. Gli illusionisti credono alle illusioni a cui gli altri devono credere e tutta questa fede inventa una immarcescibile verità collettiva.

È un inganno che accade ogni giorno. E in Italia più volte al giorno. L’espressione di questo potere, di questa visione di una verità indotta, in Italia assume una delle sue massime espressioni. Forse la prima. Certamente la più evidente. In ogni dichiarazione e in ogni slogan proclamato ci viene indicata quale è la verità a cui dobbiamo credere e quale bene dobbiamo sentire.

In un impressionate articolo che L’Espresso pubblicava nel lontano 1987, Claus Offe descrisse questa situazione come una “una coesistenza di vapore e giacchio: una ricchezza di opzioni e una scarsa consistenza del cambiamento socio-politico”. Allora Egli lanciò un grido d’allarme perché capiva che “una complessità totale sembra aver immunizzato la società moderna da qualsiasi revisione (o riforma) realisticamente concepibile delle sue strutture”. Era la comunicazione con “l’impalpabile possibilità di scelte che permea la società moderna”, che si cristallizza in situazioni “congelate in un blocco di ghiaccio, che sono virtualmente al di là di qualsiasi seria critica e contestazione” e che, quindi “porta alla scoperta piuttosto paradossale che la moderna società è sommersa in modo insormontabile da un mare di problemi insoluti (la conservazione delle risorse naturali, il mantenimento della pace, lo sviluppo del terzo mondo), condizioni nei confronti alle quali qualsiasi società premoderna apparirebbe speditamente aperta a qualsiasi cosa che desideriamo considerare come progetto storico”.

In queste condizioni è normale che qualcuno, specie se non è un politico e specie quando le istituzioni tradizionali crollano, è normale che cerchi una soluzione post-politica: che è sempre una soluzione sociale, nel controllo delle forme di gratificazione e dipendenza, e una soluzione economica, nella concentrazione dei flussi finanziari e nelle nuove improvvise ed esorbitanti ricchezze, contro la massa della vita media tendente alla povertà. Per cui oggi assistiamo alla affermazione del miraggio della ricchezza pubblica prossima ventura solo se si passa per il sostegno e la crescita della ricchezza privata e immediata degli imprenditori (che sono già ricchi).

L’argomento è: solo se divento più ricco io posso reinvestire e fare ricchi anche voi.

Ma quando mai è successo che uno che è diventato più ricco abbia ridistribuito? Mai. O almeno nella sparuta minoranza dei casi. Piuttosto, se uno diventa ricco, la prima cosa che fa è risparmiare, depositare soldi nei suoi conti correnti. Nella storia è successo spesso il contrario, cioè: solo quando tutti sono stati più ricchi, quando è stata più alta la propensione al consumo, le imprese hanno avuto interesse a reinvestire garantendo una parte dell’ulteriore sviluppo. Perché mai dovremmo credere al buon cuore di chi ha come etica il guadagno? Se non c’è propensione al consumo perché mai gli imprenditori avrebbero interesse ad investire? Illusioni del potere post-politico della comunicazione. Infatti, le società che hanno raggiunto il maggior benessere nel mondo moderno sono le società che hanno minori ricchezze individuali e maggiore ricchezza ridistribuita e diffusa. Non è difficile. Basta leggere i dati. Eppure si insiste al contrario, su uno schema interpretativo degli eventi chiaramente e clamorosamente falso.

Illusionismo.

Possibile che, di fronte a questo e nonostante questo, nessuno si chiede come mai non si incrementano i redditi medi ed anzi si spingono verso il basso? Possibile che nessuno collega la continua riduzione dei redditi medi con il frenetico incremento degli utili dei padroni delle televisioni?

Se uno ha uno stipendio di sopravvivenza che cosa taglia per primo?
Il consumo superfluo, la cena al ristorante, il teatro e il cinema.
E che fa?
Resta a casa.
A fare?
A vedere la televisione.

Eccolo il potere funambolico della società della comunicazione che ci trasforma tutti, da cittadini ad audience, pubblico televisivo funzionale alla ricchezza del marketing pubblicitario. Teledipendeti, teleelettori, teleconsumatori che non devono avere i soldi per uscire di casa, ma devono restare inchiodati a venerare lo schermo, costretti a cibarsi di programmi fotocopia che sono più brutti delle pubblicità; perché le pubblicità devono essere ricordate, mentre i serial con la loro noiosa ripetitività possono essere dimenticati.

È il potere funambolico della società della comunicazione che annulla le istituzioni, come il Parlamento, per preferire un talkshow come sede di presentazione di una riforma. E che ci tiene in casa, senza soldi, per essere felicemente accontentati dall’unico grande fratello che finge di pensare a noi e al nostro bene.

Quando questo processo di governo della transizione d’epoca con tecniche di post-politica riesce, come in Italia o in Russia, la democrazia è definitivamente vulnerata nella sua integrità. Non va abolita, altrimenti potrebbe essere ripristinata. Va continuamente violata, vulnerata.
Quando non riesce, come in America o in Francia, la società è scossa da una serie di elementi di squilibrio come la gestione finanziaria o le seconde generazioni di immigrati nelle periferie.
A questo punto dobbiamo decidere se spingere verso un confronto critico o continuare a cibarsi di spot, in cui non si distingue chi è di una parte o di un’altra.

Così è.
Vogliamo parlarne?

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