FILOSOFIA POLITICA: il legame fenomenologico della normalità

 

Francesco Bruno 
Alessandro Ceci
                                                                                                    “chi cerca il disegno dell’autore,
                                                                                                     non potrà trovarlo se non nel
                                                                                                     disegno generale dell’opera”.
                                                                                                                                                                                                                                                                                        Montesquieu


1.a - Antropologia della comunicazione sociale

Se volessimo segnare il tempo, dalla esplosione iniziale, e tracciare le pulsioni del suo scorrere in libri, dovremmo costruire una Torre di Babele di libri, in cui soltanto gli ultimi dieci sarebbero la formazione della Terra.

Di questi dieci i primi sette sarebbero il lungo periodo della formazione dell’ambiente, da 4-6 miliardi di anni fa fino a 1 miliardo di anni, all’avvento dell'Era Archeologica, quando nasce il primo virus, o anche la prima monocellula vivente: l’ameba.

Gli altri due libri descriverebbero il Periodo Cambriano e la prima differenziazione tra le specie - 500 milioni di anni fa -, ed anche il Periodo Ordoviciano - 400 milioni di anni fa -, quello Siluriano e Devoniano - 345 milioni di anni fa -, comprensiva del Periodo Carbonifico, insomma tutta l’era Paleozoica, fino al Periodo Permiano - circa 280 milioni di anni fa -.

Soltanto la prima metà dell’ultimo libro sarebbe l’Era Mesozoica, con il Periodo Triassico - 245 milioni di anni fa -, il Periodo Giurassico - 195 milioni di anni fa -, il Periodo Cratacico - 136 milioni di anni fa - . Quasi l’altra parte intera di questo ultimo libro sarebbe soltanto l’Era Cenozoica con il Paleocene - 65 milioni di anni fa -, l’Eocene - 53 milioni di anni fa -, l’Oligocene -37 milioni di anni fa-, il Miocene -26 milioni di anni fa-, il Pliocene -12 milioni di anni fa-.

L’ultimo capitolo soltanto sarebbe la nostra Era Quaternaria e l’avvento dell’uomo sulla terra sarebbe soltanto l’ultimo paragrafo, vagando nel Periodo Pleistocene e quello Olocene - circa 1 milione e 800 mila anni fa -. E la nostra specie, il mitico Homo Sapiens Sapiens, soltanto le ultime parole, proclamate con enfasi circa 500 mila anni fa. Di questi 500 mila anni, quelli che immaginiamo sono soltanto gli ultimi 5000, quelli che conosciamo meglio sono soltanto gli ultimi 2000, quelli che viviamo come presente storico sono soltanto poco più di 100. La nostra vita media è poco meno.

In questa sua lunga e breve e talvolta confusa peregrinazione l’uomo non ha fatto altro che realizzare strumenti. Tecnica e tecnologia. Il primo strumento è stata la mano, la capacità di trasformare i suoi arti in articolazioni sottili e specialistiche (tecnica) per costruire protesi necessarie alla sua sopravvivenza tra le insidie del mondo (tecnologia). Finché, di strumento in strumento, da tecnica a tecnica, con tecnologia e tecnologia, l’uomo non ha finito per costruire mezzi necessari alla sua informazione e processi indispensabili alla comunicazione.

Forse questa smania per la infinita edificazione dell’umano è stata indotta dalla volontà di dominio, strumenti sempre più efficaci per imporsi, per affermare, per la prima volta nella immensa storia degli esseri viventi, un potere sullo spazio e sul tempo. Lo spazio interno ed esterno al suo pianeta, fisico e virtuale, materiale e immateriale. E il tempo presente e passato. Ma il futuro, anzi il presente-futuro di oggi come dice Edgar Morin[1], rischia di rivolgerglisi contro.

Se tutte le altre scoperte dell’evoluzione scientifica dell’uomo si riflettono rilevantemente sul suo modo di vivere, sulla struttura e funzione del suo corpo e sull’organizzazione sociale, quelle che riguardano l’informazione si riflettono in maniera determinante sul suo modo di pensare, sulla struttura e funzione della sua mente, nonché sulla struttura stessa delle relazioni inter-individuali.

Gli sviluppi delle telecomunicazioni, soprattutto grazie all’introduzione delle nuove tecnologie comunicative - cosiddette ICTs - ed anche alla fusione delle tre principali in un unico oggetto, telefonia cellulare, TV nelle sue varie forme, ed Internet sono alla base della formazione di nuove realtà strutturali e costitutive della società. Viviamo senza ambiente. Viviamo in un habitat celebrale collettivo, una intelligenza di massa. La nostra società sta diventando ormai un enorme cervello, senza centro, reticolare, là dove i nodi sono rappresentati dai singoli individui interconnessi da legami di comunicazione, che accendono e spengono sinapsi.

Il cervello sociale di cui siamo piccole cellule portatrici di informazioni è autopoietico, cioè perfettamente in grado di autodeterminarsi. Infatti, non tutti i sistemi sono in grado di imporsi autonomamente. Alcuni possono autorganizzarsi. Altri autoripararsi e conservarsi nel tempo. Alcuni, più sofisticati, addirittura autogenerarsi. Nessun sistema però è mai riuscito a determinarsi senza la volontà e, spesso, il controllo dell’uomo. I network possono farlo da soli. Non solo le reti possono autocostituirsi, autoripararsi, autoconservarsi e autogenerarsi in modo autonomo e addirittura automatico. Possono anche autodeterminarsi, esercitare un potere di controllo sull’uomo, nel tempo, anche indipendentemente, contro ed oltre la sua azione.

Il mondo è stato travolto e profondamente sconvolto dalla realizzazione di reti sempre più forti e complesse, sempre meno legate alla capacità umana di controllo. L’uomo è stato defraudato del suo potere. E così come nei primi anni del suo avvento sulla terra l’uomo vagava fisicamente nel periodo Pleistocene e in quello Olocene, oggi è finito a vagabondare nei network, a perdersi in uno stato di liminalità cerebrale, in un cervello collettivo immateriale che non ha spazio né tempo, ma che impone uno scambio quotidiano impari ed iniquo in cui ciascuno cede la propria individualità senza ottenere, senza guadagnare nulla in termini di socialità. Non è più nemmeno una questione di giustizia o di libertà. È una questione di margini, dei limiti che si sono definitivamente perduti. Vivi sui fili della rete e non puoi guardare mai giù, perché sei solo ciò che tu vedi, nemmeno come appari, solo ciò che percepisci è vero. Perfino la solitudine che vivi è la stessa che qualcun altro sta vivendo o ha vissuto o vivrà come te. Perché, come dice un bellissimo verso, "è dentro te che sei me[2]. Solo in questa condizione di acquisizione tutto diventa tranquillo e la propria nevrosi psicotica individuale si perde e si disperde, evapora e si rilassa in una acquiescenza condivisa, dentro il conformismo individualistico del drogato, grazie alla striscia mediatica della comunicazione ipnotica. Tutto è calmo e governabile e gestibile nel network celebrale della società contemporanea dalla coscienza incoscientemente condivisa. Non è dipendenza. È assorbimento. O estraniazione, annullamento, insignificanza.

Questa rivoluzione non permette più nemmeno la rivolta. Ciò che possiamo fare, come al solito, come sempre, è seguire il processo di adattamento e, mente nella mente, individuare nuovi punti di azione e nuove direzioni evolutive.

Se c’è un timone e se spetta anche a noi manovrare, da che parte dobbiamo girare per trasformare la nostra patologia di unicità e capire davvero la complessa articolazione della complessità?



1.b - Cosmogonie: l’eterea narrazione dell’umano

Forse è vero, come sosteneva Habermas, che “il mondo nuovo, moderno, si distingue dall’antico in quanto si apre al futuro[3]. Sennonché per aprirsi al futuro, per avere un mondo nuovo, moderno, bisogna tornare all’antico, al passato. Si sa, infatti, che quando si vuole inventare una cosmogonia si deve necessariamente tornare alle origini. L’avvento della società della comunicazione inventa per noi una cosmogonia tutta nuova e, dunque, siamo ancora di più costretti a tornare alle origini.

D’altronde che altro possiamo fare se è vero che il passato ci spinge avanti e il futuro ci chiama indietro[4]; se l'uomo moderno resta permanentemente sospeso nel vuoto, in equilibrio appeso agli esili fili della rete?

Per superare il vuoto, il nulla degli istinti ormai privi, essendone stati privati, della memoria, riservati esclusivamente agli automatismi dei riflessi o, come si dice, a “convulsioni emozionali”, ci siamo dati un’origine; databile forse alla formazione del cervello umano che, da semplice organo di informazione, è diventato organo di integrazione, di interpretazione e di giudizio. O forse prima ancora, nella fase della costruzione del linguaggio, cioè quando l’uomo primitivo ha iniziato a sviluppare la capacità di trovare un senso e un significato ai suoni gutturali dei primati. Poiché è proprio dal linguaggio che si è sviluppato il cervello: ciò che ci fa umani, simili e distinguibili, unici esseri viventi sulla terra in grado di cercare e talora anche di trovare una ragione astratta alle proprie molteplici e multiformi relazioni e non, come le bestie, considerare tutte le cose solo sullo sfondo dei propri bisogni.

Se non siamo ridotti ai meri stimoli di sopravvivenza della bestialità è perché sappiamo, tramite la lingua e il linguaggio, tramite il cervello, attribuire un senso e un sentimento alle nostre esperienze, il significato di ciò che abbiamo vissuto e di quel che stiamo vivendo: sappiamo ricordare, sappiamo affrancarci dal concreto e teorizzare, sappiamo capire e capirci, sappiamo amare. Siamo umani, perfettamente in condizione di giudicare superiore una vita fruita ad un’altra invece consumata, in grado di scegliere se soffocare in una convenienza, se imprigionarsi in una contabilità, se rinunciare al peso dell’intelligenza, alla fatica del concetto, alla insistente etica della responsabilità. O se piuttosto darsi un’illusione e una speranza, seguire senza fedeltà un’idea, ma con la lealtà della ragione e la facoltà del ragionamento, senza svilire tutto con un utile e tranciante pregiudizio di disprezzo. E sappiamo che quando questo disprezzo si rivolge alla vita, nelle sue espressioni e nelle sue esperienze, sentiamo l’acre sapore di “una vergogna comunemente riconosciuta[5]. Siamo umani e per noi la vita è una produzione infinita di significati.

Questa è l’origine a cui dobbiamo tornare per inventare la nuova cosmogonia della comunicazione globale.

Il cervello, con ogni sua ragione, ci protegge dai rigurgiti di bestialità e ci offre, di fronte ad innovazioni illuminanti, l’affascinante prospettiva di cosmogonie tutte ancora da inventare e da costruire. L’ultima innovazione è la comunicazione globale, la connessione, come una volta lo fu il linguaggio. E così come il linguaggio generò, ai nostri esordi sul proscenio del mondo, un cervello che da fisico, anatomico è diventato “mente”, la comunicazione globale e connettiva sviluppa, oggi che la rappresentazione è andata un poco più avanti, una intelligenza sociale, collettiva, globale, come nuova e ultima condizione di vita.

Pertanto ci occorre una nuova cosmogonia, un nuovo modo di frequentare i significati del cosmo.

Usiamo qui questo termine appunto nella sua accezione più estesa che è quella che si riferisce ad ogni esposizione mitica di fatti che hanno per oggetto la formazione dell’universo inteso non solo di per se stesso, ma anche come estensione dell’uomo, della sua vita sociale e della sua evoluzione mentale.

Si può dire che nella nostra storia la prima grande cosmogonia sia stata quella del tempo e della conoscenza, del mito e della logica, conclusasi con il passaggio dall’era prescientifica a quella scientifica. Il mito è il primo non-luogo, puro tempo senza spazio, “un racconto divulgativo basato su un grande sapere astronomico[6], oltre la terra e anche contro il cielo, assorbente dei generi evolutivi delle generazioni. Il mito è la prima idea della nostra presenza nel mondo, è il vuoto “originario”, ancestrale, dell’uomo sospeso tra il micro e il macro cosmo. Il mito è la prima cognizione inintenzionale dell’umano. Non tanto, come afferma Ruggiero Pierantoni, la situazione di ignoranza in cui “non sappiamo chi sia il comunicatore che ha dato vita al racconto; ma conosciamo, almeno in parte, i riceventi[7]. Quella, a noi pare essere, invece, la prima condizione in cui il racconto ha avuto vita proprio per l’assenza di un autore, di un comunicatore iniziale, proprio perché i riceventi erano anche i comunicatori. Hanno dato vita al mito coloro che dal mito ricevevano la vita. Sempre con noi, ora come allora, sembra proprio esserci stata questa prima realizzazione informativa, questa definitiva “rete inintenzionale” che ci ha protetto allora, come internet ora.

Dunque, la prima cosmogonia è rintracciabile nell’epoca della complessità mitologica, dove c’era un solo processo rilevante, quello della nascita, mentre la morte faceva fatica a distinguersi da altri fenomeni della vita; c’era solo il parto: quando esisteva solo la genesi e non c’era la fine.

Tutto restava uguale, tutto restava come doveva essere: gli anziani che ci osservano (il passato che giudica), le donne che sostengono (l’amore che conduce), i bambini che guidano (il futuro che induce), l’uomo che vive agli albori della sua coscienza. Nessuna interruzione, nessuna discontinuità. Tutto avveniva all’interno del continuum intergalattico del mito.

L’epoca della complessità mitologica è finita, guarda caso, in un luogo preciso. Secondo Karl Popper “Talete, il maestro e parente di Anassimandro nonché fondatore della scuola ionica di cosmologia, insegnava che 'la terra viene sostenuta e trasportata come una barca dall’acqua’. Anassimandro, discepolo, parente e successore di Talete, si allontanò da questo mito un po’ ingenuo (con cui Talete intendeva spiegare i terremoti). Il suo nuovo orientamento ebbe caratteristiche veramente rivoluzionarie: egli insegnò – così almeno si dice – quanto segue: che ‘la Terra è sostenuta da niente, ma rimane nella sua posizione perché è ad ugual distanza da tutte le parti. Quanto alla forma essa è incavata e rotonda ed è simile ad una colonna di pietra; noi ci troviamo in una delle due facce e l’altra sta dalla parte opposta’”[8].

E, come al solito, dove finisce una storia ne comincia un'altra: la seconda grande cosmogonia, quella dello spazio e del potere potrebbe essere iniziata con la morte di Achille, l’eroe invincibile ed invulnerabile, simbolicamente, il dio mitologico del tempo, e con la vittoria di Agamennone, simbolicamente, il signore della terra e dell’organizzazione, alleato ad Ulisse, simbolo del pensiero che ragiona, uomo che torna alle sue origini per partire verso il nuovo.

Nascono la geometria euclidea, utile per la divisione dei territori, e la matematica, indispensabile per calcolare le distanze. L’uomo migrante diventa sedentario. Nasce il luogo, il posto in cui ciascuno vive. Nasce la morte, il confine tra un noi e un loro, tra coloro che si sono “spartiti come due ladroni il capitale delle notti e dei giorni[9].

Per noi che viviamo al di qua ci deve essere un al di là, un altro luogo dove andare quando non possiamo più stare in questo luogo. Ci deve essere uno spazio materiale dove seppellire i morti ed un posto immateriale dove depositare le anime.

Come all’epoca della cosmogonia mitologica era inconcepibile la distinzione tra anima e corpo, (l’anima di Achille era il suo corpo) così il nulla appare un concetto del tempo totalmente estraneo al tirannico paradigma dello spazio: pertanto impensabile (l’anima di Ulisse è nel trasformare il suo corpo in strumento per la scoperta dell’ignoto).

Il nuovo paradigma, infatti, impone sempre un confine tra due entità opposte e complementari: vita e morte, anima e corpo, amore e odio. Nella nuova cosmogonia si vive in una complessità ontologica, fisica, suddivisa in due spazi che vanno governati: l’uno con la politica, l’altro con la scienza. Nello stesso periodo infatti nasce la polis, ciò che trasforma l’uomo in cittadino, e nasce l’epistemologia, il metodo scientifico, ciò che trasforma l’informazione in conoscenza.

Con Anassimandro, secondo Popper, si sviluppa la competenza critica del saper leggere dentro le cose, si trasforma la conoscenza in scienza e molto spesso si perde la coscienza. È la grande cosmogonia dello spazio e del potere, la capacità di restare e quella di agire, la forza di fare e quella di pensare. Sorge il confine, il principio di demarcazione, che è sempre una forma del potere e del sapere: il punto in cui finisce una cosa e ne comincia un’altra.

Ma non sempre le distinzioni sono così chiare e semplici. Molto più frequentemente si determinano delle commistioni, confusioni, compenetrazioni. La commistione tra tempo e spazio, tra mito e scienza, tra potenza e potere è rimasta nei secoli drammaticamente ossessiva e ancora resiste ai nostri giorni. Le cose non finiscono mai di finire. La vita se le trascina dietro, dentro i labirintici percorsi della storia, senza mai depositarle davvero nella bisaccia accogliente dei ricordi. Stanno con te, per te, su di te, istante dopo istante sono l’espressione della tua esistenza, sono la tua identità, fanno il te che è in te, fanno il sé in ogni attimo di vita.

Eccola la terza grande cosmogonia. Comincia così, con la coscienza del sé nel mondo; con la consapevolezza che, oltre all’altezza del tempo ed alla lunghezza dello spazio c’è una profondità, un volume, una larghezza che è data da ciò che tu sei in ogni momento della tua vita.

La terza grande cosmogonia è quella del dominio singolare del sé: è l’avvento della complessità logica; poiché è la logica il grande strumento dell’avere e dell’essere[10], è la logica che produce ricchezza e confort e che illumina gli stati occulti della nostra incoscienza.

Economia e psicologia: la disponibilità degli oggetti e quella dei soggetti; il controllo totale della natura e degli esseri viventi, sorvegliati e puniti come ha ben spiegato Michael Foucault[11] in tutta la sua opera.

Taylor e Freud arrivano approssimativamente assieme: la razionalità logica applicata all’esterno e all’interno dell’uomo. Non solo e non più per conoscersi. Non solo e non più per governarsi.

Addirittura per curarsi, sempre per essere in condizione di migliorare da soli il proprio stato sociale, fisico e psichico. L’immortalità che Dio non gli concede, l’uomo se la prende da sé e la proietta nel mondo e nella sua trasformazione. Si industria. Allunga il tempo, allarga lo spazio, approfondisce il volume della propria esistenza. Sopravvivere non gli basta più. Vuole super vivere. E per farlo deve imporre il dominio di sé alla natura ed alla cultura, a se stesso ed agli altri, all’universo intero. Un io ipertrofico con cui si impongono le regole autoreferenziali della logica.

Hans Georg Gadamer[12] interpreta la cosmogonia del dominio del sé singolare come il dominio dell’Uno che si esprime come Logos, da sempre e per sempre la comprensione priva di comprensione degli umani.
Il Logos è unità ed, al tempo stesso, opposizione e contrasto: guerra e pace, fame e sazietà, ancora vita e morte. Ma, per quanto Gadamer lo voglia negare, il Logos è comunque una narrazione e quindi una cosmogonia.

In ogni caso, questa visione monistica è stata contestata chiaramente dalla logica atomistica di Russell, “la credenza del senso comune secondo cui ci sono molte cose separate tra loro[13]. L'idea secondo cui “l’evidente molteplicità del mondo”[14] non ammette Dio, non ammette cioè che il tutto “consista solo di fasi e divisioni irreali di una singola Realtà indivisibile[15].

È l’idea del caos possibile e della complessità probabile. È l’idea del molteplice e del multiforme che supera definitivamente l’ossessione soffocante dell’io. Di fronte all’altro, come ci aveva insegnato inascoltato Cristo, di fronte al diverso e, maggiormente, di fronte alla dissoluzione dell’altro io per miseria economica, sociale, fisica e perfino morale, il nostro io singolare, concorrenziale ed esclusivo, scompare.

Raccoglie.

Accoglie.

Contiene.

Sostiene. E, in questa azione di scambio, in questa relazione comunicativa, in questo infra, sorge un io collettivo, esterno ma non estraneo, un Dio che non sta sopra di noi, ma tra di noi, un gesto di amore che ci riconosce tutti “vittime di una comune indigenza[16]: somiglianti. E ci lega.

Cristo è il primo teorico della rete.

Certo ci sono molte cose separate tra loro, ma noi siamo perfettamente in grado di legare, di unire ciò che vogliamo. Come scriveva Julio Cortàzar “incontrarsi per caso non è mai un caso nelle nostre vite[17].

Il medium è il messaggio[18], questo è lo slogan della quarta cosmogonia, quella che stiamo vivendo: la società della comunicazione. In che cosa consista precisamente non si sa e, nel momento stesso in cui la descriviamo, con la nostra narrazione, con la nostra stessa comunicazione, anche con questo stesso testo, la cambiamo. È un mutante, per cui è letteralmente indefinibile.

Perché, come il mito, è inintenzionale, totalmente priva e privata di una singola Realtà indivisibile. È fatta di input e di output, di format e di standard, di linguaggi, di segni, di regole sintattiche e di codici semantici, di connessioni, di vuoti, di dipendenza e di interdipendenza, di funzioni e di prestazioni; ma più di tutto è fatta dal potere irresponsabile della opinione pubblica.

In un libro pubblicato per la prima volta per i tipi della Yale University Press nel 1950, e mai davvero apprezzato in Italia, David Riesman studia il cambiamento del carattere americano, unica democrazia nata praticamente dentro la quarta cosmogonia.

Tradotto in Italia soltanto nel 1973 con il felice titolo de “La Folla Solitaria[19], descrive l’eterodirezione e l’avvento del gruppo dei pari. “Ciò che è comune a tutte le persone eterodirette è che i contemporanei sono la fonte di direzione per l’individuo, quelli che conosce o quelli con cui ha relazioni indirette attraverso gli amici e i mezzi di comunicazione di massa. Questa fonte è naturalmente «interiorizzata» nel senso che la dipendenza da essa come guida nella vita è radicata nel fanciullo molto presto. I fini verso i quali tende la persona eterodiretta si spostano con lo spostarsi della guida: è il solo processo di tendere a una meta e il processo di fare stretta attenzione ai segnali degli altri che rimangono inalterati durante tutta la vita[20].

L’imperativo categorico è tenersi in contatto con gli altri. L’alienazione è sconnessione. Educazione è riconnettersi. E ciò avviene secondo il principio di conformità che non necessariamente è conformismo.
Si può anche rompere il conformismo sociale se questa rottura è in conformità con gli standard della comunicazione. Negli ultimi anni abbiamo assistito al proliferare di non conformisti in conformità con i codici semantici del potere mediatico.
Ma la minaccia vera è la solitudine, l’assenza di contatto che ci isola da “quel che si dice in città” e ci costringe al processo del gruppo che si trasforma in giuria e ci riserva luoghi di gogna, persecuzioni, incomprensioni.

La condanna è una dolce assimilazione, perché “il gruppo dei pari è amichevole e tollerante[21]. Nel processo di socializzazione della eterodirezione “si da molto rilievo al fair play”: “Le sue condizioni per l’ammissione sembrano ragionevoli e giuste. Ma quando anche non è così l’indignazione morale è fuori moda[22]. Il network della società della comunicazione rifiuta governi statici, istituzionali. La governance è la forma del potere moderno, flessibile, dinamica, liquida direbbe Bauman[23].

Non più organizzazione, non più istituzione, ma azione e relazione. Il network si forma con l’azione, senza linearità e spesso senza volontà.

Ciò che conta non è più la delega, ovvero il principio liberale di rappresentanza. Ciò che conta è la possibilità e la capacità di gestire la propria azione dentro i fluidi e morbidi movimenti dell’opinione pubblica. Ciò che conta è la conformità, anche dissonante, al gruppo dei pari. Il vero potere nella società della comunicazione è nella “governance” e nella relazione responsiva[24] in quanto fondamento della legittimazione dell’azione.

1.c - Il legame fenomenologico della normalità

Quattro cosmogonie. Quattro fantasie. Comunque quattro narrazioni variamente denominate: l’epoca migrante, quella agricola o sedentaria o preindustriale, quella industriale e quella postindustriale; l’era della complessità fisiologica, ontologica, logica, epistemologica.

Certo sono soltanto ordini di tempo. Ma è soltanto rispetto a questi ordini di tempo che si può stabilire chi è normale e chi è deviante. È soltanto l’ordine di tempo che stabilisce il significato della norma. Zerubavel l’ha chiamato “il legame temporale della normalità”, intendendo dimostrare che “la normalità del mondo della nostra vita quotidiana è situata temporalmente[25].

E non solo.

C’è sicuramente anche lo spazio.

Ci siamo noi e le nostre relazioni con l’altro.

Ci sono dunque tutte e quattro le cosmogonie della grande narrazione umana. Anzi, proprio perché narrano le vicende umane, le cosmogonie così come le abbiamo utilizzate ci sembra che raccontino le quattro dimensioni dell’esistenza, nient’altro che le quattro variabili di ogni fenomeno, i quattro elementi fondamentali di ogni sfondo: tempo (storicizzazione), spazio (localizzazione), il sé singolare (soggettivazione) e il suo dominio relazionale (comunicazione).

Per questo motivo preferiamo denominare questo nesso come “legame fenomenologico della normalità”, volendo intendere con ciò l’indissolubilità della connessione del concetto di normalità con lo sfondo.

Qualche anno fa, un artista particolarmente scaltro e creativo usava incartare alcuni grandi monumenti che, nella semantica prevalente della vita quotidiana, rimanevano occultati sullo sfondo dalla frenesia metropolitana. Improvvisamente i cittadini scoprivano la presenza di un’opera che c’era, ma non era stata identificata. Improvvisamente cambiava la morfologia di quel luogo (riorientamento) a causa della nuova configurazione sensibile (gestalt) della figura sullo sfondo.

Nella psicologia cognitiva, infatti, gli oggetti che vengono percepiti dall’uomo si distinguono si stagliano sullo sfondo, acquistano una loro forma, una loro configurazione. In altri termini lo sfondo è il contesto che contiene ogni figura ed il suo significato[26]. Noi percepiamo in quanto differenziamo una figura dallo sfondo in base alla prospettiva, in base all’angolo visuale con cui tagliamo il reale, in base alla forma: in base ad una morfologia.

Le persone senza sfondo, che non rientrano in una forma, non hanno per noi senso, sono assolutamente senza significato. È un fenomeno caratteristico delle fasi di innamoramento negli statu nascendi[27] dei movimenti collettivi, in cui la persona nuova che emerge dallo sfondo rende automaticamente tutto il resto senza significato. È il banale riorientamento gestaltico delle scoperte infantili dell’umano. La maturità sedimenta lo sfondo, con più forti e numerose strutture conservative e colloca ogni processo interpretativo entro un contesto più affidabile e solido.

Il primo ad esplorare in modo sistematico la fenomenologia della normalità rispetto allo sfondo in termini sociologici fu Harold Garfinkel[28]. Egli ha dimostrato che il concetto di normalità nella nostra vita quotidiana presuppone che si diano per scontati alcuni connotati distintivi, essenziali dell’habitat familiare. I modelli regolari, secondo la teoria di Garfinkel, sono il prodotto della relazione tra routine grounds (i luoghi in cui si svolgono le azioni o i comportamenti abitudinari) e le background expectancies (le aspettative che sono dietro la routine esercitata).

Questa relazione costruisce il nostro ordine interpretativo che ci induce inconsapevolmente ad interiorizzare modelli di normalità che si modificano storicamente, essendo il tempo “uno dei parametri principali di ogni sfondo rispetto al quale le figure vengono percepite[29]. Se una cosa o una persona è normale o no “dipende, in larga misura, dal suo profilo temporale[30]. Le persone che ci sembrano anomale sono molto spesso soltanto persone che vivono un’irregolarità temporale. “La regolarità temporale nel nostro mondo quotidiano è certamente tra le aspettative più significative che fanno da sfondo e da base alla normalità del nostro ambiente sociale[31].

Più in generale per noi ciò che fa la normalità è la congruenza con “il legame fenomenologico della normalità”, cioè con le quattro variabili dello sfondo: tempo (storicizzazione), spazio (localizzazione), il sé singolare (soggettivazione) ed il suo dominio relazionale (comunicazione).

Ancora oggi in psicopatologia si parla di “orientamento” nel tempo, nello spazio e nella persona, quasi a voler sottintendere una funzione cerebrale che agirebbe come la bussola indicando per ogni sfondo il suo “nord”. Nella psicopatologa moderna non si può più sottovalutare il dominio relazionale, cioè la comunicazione, come quarto fattore di orientamento; appunto come vera e propria funzione cerebrale in grado di stratificare lo sfondo gestaltico di ogni individuo. Sono, in altri termini, i quattro punti cardinali indispensabili per il corretto funzionamento della nostra bussola interna.

Quando un individuo si distanzia da uno o da tutti questi elementi fondanti di ogni fenomeno, da uno di questi quattro punti cardinali del suo orientamento, diventa anormale. Quando ne perde uno o tutti, diventa anomalo. Viceversa, quando un individuo rafforza o si identifica con una o con tutte le quattro cosmogonie della narrazione umana (a maggior ragione con quella prevalente) tanto più è normale. Se poi le interpreta pienamente ne diventa addirittura un simbolismo identificativo.

Ogni sfondo ha un suo disegno, una sua morfologia.

Ogni morfologia, analogamente all’universo fisico che ci circonda, prevede un intervallo di sostenibilità in cui mantiene un certo livello di caos, una certa quantità di entropia, che tende a crescere in funzione del tempo. Senza addentrarci nei particolari dell’argomento[32] possiamo comunque sostenere che quando l’entropia fuoriesce dall’intervallo di sostenibilità (e cioè quando non è più possibile sostenere i livelli di caos da gestire), quando tutta questa confusione diventa un peso eccessivo che non si è più in grado di sopportare, si determinano delle crisi, esplosive o implosive, che annullano la morfologia dello sfondo. Quindi si determina un vuoto. L’uomo si trova solo e senza senso. Senza significato. Privo e privato del suo sfondo. Disconnesso. Un figurante senza figura. Insignificante.

In altri termini, si può quindi dire che, almeno dal punto di vista teorico, la normalità è funzione del controllo dell’entropia che i comportamenti o le azioni producono all’interno dell’intervallo di sostenibilità che, a sua volta, mantiene integra la morfologia dello sfondo costruita tenendo conto delle quattro cosmogonie (variabili) della narrazione umana (fenomenologia).

Ne consegue che la normalità di un comportamento o di un’azione, è tanto maggiore, se così si può dire, quanto maggiore è il numero di strutture conservative che essi riescono a determinare.

Al contrario la realizzazione di strutture dissipative rende sempre più anomalo il comportamento umano.

Deviazione è quindi distanza dal punto di equilibrio.

Devianza è minaccia, ma anche garanzia per la sostenibilità.

Sia la deviazione che la devianza producono delle anomalie fenomenologiche che, in qualche misura non sopportiamo, che ci sono cognitivamente intollerabili perché mettono in discussione il senso che abbiamo dato allo sfondo, ci obbligano ad un faticoso riorientamento gestaltico, ci impongono il significato di cui abbiamo bisogno.

In “Alice nel paese delle meraviglie[33] il Re di Cuori liquida l’ermetica poesia del Coniglio Bianco dicendo: “se non vi è significato, ciò risparmia un sacco di guai, sai, giacché non dobbiamo cercarlo[34]. È questo il conformismo comodo dei contemporanei, il clichè che dimentica il significato dei suoi stessi simboli identificativi, le figure che passano automaticamente e scompaiono, i rifiuti che si depositano nella discarica dello sfondo, vite di scarto[35] che si consumano nella indifferenza di un serial televisivo.

La nostra intolleranza verso le anomalie fenomenologiche è il rischio più forte della nostra esistenza. È la più alta espressione e la più drammatica esperienza del potere di assimilazione del genio anomalo.

Socrate, che cercava con la critica razionale di trovare una ragione delle cose, era certamente deviante rispetto alla norma imposta dalla cosmogonia del mito. Galileo, che cercava le profondità planetarie, era certamente deviante rispetto alla cosmogonia dello spazio. Einstein, che ha scoperto l’incommensurabile privilegio della relatività, era altrettanto deviante rispetto alla cosmogonia del sé singolare.

Chi sono i nuovi devianti della cosmogonia della comunicazione?


1.d - Alien: la cosmica solitudine dell’umano

Le strade della nostra società opulenta, i vicoli, gli angoli nascosti della modernità e della ricchezza, sono frequentati da “uomini la cui vocazione è il paradosso[36], cittadini di altre città, uomini e donne che quotidianamente “scommettono la propria vita sullo spartiacque dell'emarginazione[37].

Imprigionarli in una categoria è difficile, ormai impossibile.

Sono tanti, dispersi e disperati, sospettosi e spesso sospettati, talvolta insospettabili.

Si riconoscono per stereotipi, oppure non si riconoscono, si mimetizzano o s’ignorano. Pazzi, prostitute, barboni, tossici, immigrati, rom, handicappati, ma anche sfrattati, omosessuali, insoddisfatti, precari di lavoro e di affetti, disadattati, occultati dalla comunicazione multimediale, rimossi dalle relazioni fra pari, eterodiretti, cittadini senza cittadinanza, esclusi, estraniati da ogni azione sociale.

Isole ed isolati; sono uomini in preda al silenzio.

E sono una moltitudine, una massa sparsa di solitudini, abbandonati nelle lontane galassie della modernità, recintati nei loro mondi distinti, distanti.

Ci riferiamo a coloro la cui “nudità e debolezza è simbolo di ogni nudità e debolezza[38].

Cambiano, di stagione in stagione.

S’incontrano in altri luoghi, o non si incontrano; frequentano altri ambienti, o non frequentano; solcano strade inusitate e stazionano in quartieri che non riconoscono. E non si riconoscono. Confusi nei bar, “simili a miliardi altri simili[39], clienti, utenti, pazienti e quasi mai cittadini. Perché non hanno volto, perché hanno ogni volto; spesso non hanno parola, muti come un luogo comune, preda di qualsiasi ovvietà, banali nella vittoria e nella sconfitta.

Ma sono nudi e deboli. E muoiono nudi e deboli, dispersi nella cosmica solitudine della loro esistenza, soffocati dalla grigia alienazione dell’umano.

Muoiono nudi e soli, assassinati dalla loro stessa debolezza: “perché dal crocevia sono crocefissi i metropolitani[40].

…come se talvolta bastasse soltanto una parola a farci saltare il fosso.

I passi degli alienati - Scriveva Majakovskij - incrociano i calcagni di dure frasi[41].

Dove sono, dove siamo?

Chi sono, chi siamo?

Come vivono, come viviamo?

Come parlano, se parlano, quando parlano?

Come mangiano, se mangiano?

L’alienazione è diventata la non appartenenza, l’esclusione da qualsivoglia azione, l’impossibilità di ogni autodeterminazione. Perché non c’è più differenza e non c’è più categoria.

L’alienazione è un carattere di ognuno di noi ed in ognuno di noi può manifestarsi a certe condizioni: in questa società gonfia di messaggi e suoni e rumori, l’alienazione è l’improvviso silenzio, il tacito dissenso, l’improvvida estraniazione.

Si sa di un uomo, morto barbone, forse a quarant’anni, su una panchina romana, bruciato dal freddo e dalla notte di piazza delle Cinque Giornate. Se ne ignora l'identità. Era soltanto di passaggio e dunque non sapeva del rifugio sotterraneo proprio allora inaugurato. Perché proprio quel giorno, il comune di Roma, aveva aperto le porte del nuovo metrò del Flaminio. D’altronde è così: ogni volta che apre un’altra stazione della metropolitana, per i senza fissa dimora si apre un’altra camerata. Per strada invece, di notte, il freddo ne ammazza qualcuno. Il freddo è una lama invisibile che trasforma la vita di solitari viaggiatori notturni in una “poltiglia scivolosa[42] di foglie secche.

C'è qualcuno, nel mondo, che teme persino il ristoro.

La violenza delle cose attorno a noi denuncia ogni giorno la fragilità della condizione umana. Un semplice abbassamento di temperatura, che infastidisce il cittadino medio, uccide il barbone.

Poco più che adolescente, un giovane atleta del mio paese, si è impiccato per una titubanza della madre; perché in un momento di distrazione la povera donna aveva tergiversato un attimo prima di accordargli il permesso ad una gara. Qualche grado centigrado in meno, che in un breve periodo dell’anno ci costringe ad abiti più pesanti, brucia chi vive per strada.

Ce ne è un altro, invece, che a 54 anni, “ha sgozzato la moglie e l’amante di lei e si è costituito ai carabinieri[43]. Non ha subito violenza, l’ha prodotta.

È meno alienato?

È meno solo?

L’alienazione è una sconnessione.

L’alienazione è il vuoto sociale; è la rottura delle reti relazionali che c’imbrigliano e ci sorreggono nella nostra quotidiana esistenza.

L’Alfa Romeo 164 arrivò pian piano, delicata e calma, felpata. Affrontò il terriccio dello spiazzale con discrezione. Giunse con il morbido passo di un gatto metallico. Le ruote poggiavano sul fondo senza calpestare, procedevano pian piano, pesanti, seguendo i fari e comprimendo la ghiaia. L’auto planò.

L’Alfa conquistò lentamente il terreno, proseguì sicura e minacciosa il suo percorso, in silenzio, fino quasi a pareggiare il fianco della Panda. In quello sterrato di periferia, dove abitualmente si incontrano gli amanti, più tardi i carabinieri avrebbero trovato i loro corpi - Anna Campanelli e Pasquale Cipolla - maciullati da profonde ferite di coltello.

Anna era una donna esuberante, una di quelle donne che lottano disperatamente contro i giorni e che nascondono gli anni. Bionda e appariscente, Anna incontrava ormai con una certa frequenza il suo amore ed anche la sua rivalsa contro l’esistenza, la sua vendetta contro la provincia, il marito e la morte: Anna incontrava il suo amante.

Anna aspettava, normalmente di sera, quest’uomo, Pasquale Cipolla, 43 anni, di Latina, in quello spiazzale suburbano, in periferia, nella sua utilitaria parcheggiata di lato oppure in un Bar poco distante.

Di rado, quando volentieri rinunciavano ai corpi per il cibo, entravano da “Mario il Marchigiano”, un ristorante affacciato sullo sterrato, incastrato tra un parcheggio e alcune palazzine a due piani, in via Massa di San Giuliano, a Castelverde, nei pressi di Lunghezza. Alle 8 e mezzo di sera, quel mercoledì con cui esordiva febbraio, Anna parcheggiò come al solito la sua Panda bianca di lato. E come al solito quella frenata scomposta alzò un fumo di polvere contro l’invadenza e l’abbandono. Anna spense i fari e, nel tacito buio di una sera, come succede ad ognuno di noi, si rivide nella vita. La vita è così, quella che abbiamo avuto e quella che avremo, è così: improvvisa. Improvvida. Talvolta ce la troviamo di fronte, in scena, che scorre con continuità in una frequenza, oppure che assorbe il nostro silenzio in un flash di pochi secondi.

La città contemporanea è una “piovra ardente”, sempre in movimento. immagini, in attimi in cui c’eravamo e che hanno cambiato la nostra presenza nel mondo ...quando nacquero i figli, il maschio prima, ormai 25 anni fa, e la femmina, soltanto un anno dopo, a completare la famiglia; questi figli, che ti hanno sottratto le ore migliori, e che tutto sommato con la loro vita giustificano la tua. Anna stava li, a pensare ...quando se ne andò di casa, perché con il marito non poteva più stare, soffocata dalle continue liti e dalla violenza, ostacolata nella sua pervicace volontà di battere il tempo, di frenare l’acerrimo logorio degli anni con qualche prodotto di bellezza. Quell’uomo non meritava un dono così grande. Le aveva rubato il vero regalo d’amore; perché invecchiare assieme, assistersi nelle lente modificazioni del corpo, scambiarsi rughe e diete, sapori ed odori, è il dono d’amore più grande. Quell’uomo, il marito, di ben dodici anni più vecchio, duro e volgare, non lo meritava di certo. Le aveva rubato la sua fisicità, il privilegio insuperabile della bellezza giovanile, con il matrimonio prima e con il parto poi. Glielo aveva rapinato in giorni e giorni casalinghi, violenti e violentati, passati nell’amarezza e nella delusione; finché Lei non decise, andandosene di casa, con un atto formale di separazione, per l’esuberanza ed il riscatto. Ed ora quel suo amante, quel coetaneo attraente, era in qualche modo la sua rivalsa.

L’Alfa Romeo 164 arrivò pian piano, delicata e calma.

Affrontò il terriccio dello spiazzale con discrezione. Giunse con il morbido passo di un gatto metallico. Felpato. Le ruote pesanti calpestarono la ghiaia, seguendo i fari.

L’Alfa conquistò lentamente il percorso, fino quasi a pareggiare il fianco della Panda. Gli amanti si videro. Si sorrisero. Si accolsero. Anna scese in fretta a salutare il suo uomo.

Nel frattempo il marito... perché quella sera purtroppo c’era anche il marito... nel frattempo il marito fremeva, allucinato da un raptus di ansia e di angoscia. E non si dava pace, da quando Lei lo aveva lasciato, Lui, Giuseppe Maugliani, 54 anni, piastrellista, non riusciva a darsi pace. Si portava dentro una rabbia, un’ira, una violenza ancestrale, che non sapeva controllare. Se la portava con sé, da sempre ovunque andasse; e per un nonnulla s’inalberava.

Anche questo probabilmente fu causa di separazione. E lui non riusciva a farsene una ragione.

Perché mai, e con quale diritto...

Deriso, insultato, umiliato e solo, quella sera fredda di febbraio, il piastrellista Giuseppe Maugliani, allucinato e con un coltello in tasca, girovagava per i luoghi degli amanti a cercare la vendetta, a distribuire la punizione e la morte. Entrò ed uscì dai locali, aprì e chiuse le porte del ristorante, “da Mario il Marchigiano”, calpestò marciapiedi asfalto e ghiaia, finché non finì nel terriccio polveroso della periferia, di quella periferia suburbana, finché non vide l’auto e, nell’Alfa Romeo 164, gli amanti baciarsi, finché nel frastuono di voci e lamiere non scoccò i colpi che lo calmarono. Nel freddo silenzio della morte, tra i corpi gonfi, i muscoli tesi, il sangue e la notte, il piastrellista respirò contro il suo stesso delitto, contro quella maledetta distanza che, senza volerlo e senza accorgersene, negli anni lo aveva distinto. Lontano ormai dal bene e dal male, lontano dalla colpa e dal peccato, lontano dal resto del mondo e lontano da qualsiasi ragione, se ne andò, tranquillo, finalmente tranquillo, verso la prima stazione dei carabinieri. Avrebbe voluto fuggire, ma si consegnò.

Non ha subito violenza, l’ha generata; ma non era meno solo di noi, non era meno escluso.

Se l’alienazione della prima società industriale era conseguenza del rapporto di subordinazione e dell’atto di espropriazione che i detentori dei mezzi di produzione costantemente esercitavano sui proletari, l’alienazione nella nostra Società Opulenta è la conseguenza di una estraniazione, della esclusione dai modi e dalle forme della socialità e del privilegio.

Alienato è colui che è fuori, che è escluso da ogni organizzazione di tutela e garanzia. L’alienato è il non garantito, chi non può essere garante di sé o di altri, colui che non viene accolto, privo e privato di ogni ceto, l’uomo che non riesce ad essere cittadino, che non sa di esserlo, che non partecipa e non protesta. Egli è un individuo senza partito, senza sindacato, senza associazione, spesso senza famiglia, senza chiesa, senza parola.

Lo incontri nel grigio metropolitano di ogni giorno e sai che lui non ha giorni. Ai bordi delle autostrade del futuro, senti che giace, in solitudine, dietro i suoi irraggiungibili pensieri, nel momento in cui non ha più appartenenza, o ha una appartenenza altra, lontano e contro di te, contro tutti, quando ha definitivamente rotto le reti relazionali, quel sistema etereo di rapporti sociali entro cui si tutelano gli umani.

Quando definitivamente ha destrutturato i meta-livelli di spazio e tempo in cui ci si incontra. Quando è entrato, con una falsa autonomia, con un’illusione di forza, con una paura dimostrata da una prepotenza proclamata, semplicemente con una violenza, con una violazione banale, in uno Stato di Liminalità. In realtà non è entrato, ma è rimasto lì sulla soglia.

Quella soglia non è più per lui valicabile né per entrare, né per uscire, è un ordine invincibile che permane in attesa dell’Angelo Sterminatore.

Non vi è nulla di più tirannico che la propria libertà quando essa si sgancia dallo sfondo e quando non si proietta più su alcun significato, allora la capacità di scelta non si esercita più come opzione legata ad un qualsiasi sentimento, ma come obbligo etero o peggio ancora auto determinato.

Gli alienati, vittime e carnefici, hanno bucato la maglia delle strutture integrative e se ne vanno per conto loro verso il nulla. Non seguono i ritmi della modernità, vorrebbero dare alla modernità i loro ritmi. Non cercano un’emancipazione, pretendono una supremazia fisica con la forza o una supremazia intellettuale con la carità. E sentono di essere il granello di sabbia negli ingranaggi, le scorie della frenesia tecnologica.

1.e – Dall’emarginazione alla liminalità

Che cosa è uno stato di liminalità?

La liminalità non è un luogo fisico, semmai è un “non luogo”; non è un tempo determinato, ma è un tempo, senza progetto e quindi senza futuro; non è volontà, ma è assenza di scelta e di motivazione; non è altrove, ma è dietro una soglia riconoscibile ed invalicabile; non è emarginazione, perché prescinde da un centro; non è solo esclusione, ma è anche inibizione: è una relazione senza informazione, senza comunicazione e senza significato, è lo stare in bilico sul vuoto senza percezione del vuoto e senza vertigine.

Paul Virilio questa particolare figura di scienziato per metà architetto e per metà filosofo, riguardo alla nuova società delle ICTs afferma testualmente: “L’uomo non sa più dov’è. Certo è nello spazio reale, è “in”, ma “dove”? Non è più nell’ “hic et nunc” non è più “in situ”, l’essere non è più “in situ”, non è più “hic et nunc”, è qui e là al tempo stesso”[44].

Ogni mattina, più o meno alle 9.00, prendiamo il caffé, ogni mattina, timbriamo i cartellini, firmiamo le presenze, conteggiamo le assenze, valutiamo le opportunità e le conseguenze.

La nostra è una lotta quotidiana al mantenimento del ruolo, all’acquisizione del privilegio, all’astuzia o alla pigrizia. Poi, assieme, rispettiamo le file, emblema dell’autoreferenzialità e simbolo dell’organizzazione di massa.

In fila per il pranzo, in fila per il lavoro o per lo studio, in fila per un’uscita o per un’entrata, in fila al semaforo, in banca, in fila per fare la fila: in fila perché forse anche questo è un modo di partecipare.

Ma godiamo di non pochi vantaggi: sfruttiamo i buoni-pasto, i buoni-casa, i buoni-benzina, risparmiamo sui servizi e consumiamo i prodotti. Ogni mattina insomma, con quel caffé, noi inauguriamo la nostra rincorsa alla raccolta di tutti quei microprivilegi che si dispongono per attrarci e per imprigionarci.

Tante forme di micro gratificazioni fisiche e psichiche servono per controllarci. Chi più ne ha più ne ostenta: indice della sua forza, del suo potere e della sua integrazione. Non più soltanto, né più semplicemente status symbols; ma piccoli fenomeni di autorealizzazione, oggetti di culto ed atti di identificazione.

E la città contemporanea è piena di depositi di solitudine.

La paura di restare soli ci ipnotizza. Ammaliati dall’opulenza del consenso o del consumo, viviamo nell’air-conditioned nightmare, come l'ha chiamato Henry Miller[45], l'incubo dell’aria condizionata.

D’altronde, come la tartaruga il suo carapace, nella vita, ognuno porta con sé una città immaginaria che è la sua città, ma non solo. Perché è la città di mille cittadini, è lo scenario di ombre e di passaggi che fanno la storia. E, dunque, questa città immaginaria, privata, personale, rapita alle iconografie ufficiali, sottratta alle affermazioni di rito, un po' burocratica ed un po’ enfatica, terra strappata alla violenza della natura, è una nostra quotidiana conquista.

La storia della nostra urbanizzazione è rinchiusa in questa occupazione di conquista. “Le città sono piene di gente. Le case, piene di inquilini. Gli alberghi, pieni di ospiti. I treni, pieni di viaggiatori. I caffé, pieni di consumatori. Le strade, piene di passanti. Le anticamere dei medici più noti, piene di ammalati. Gli spettacoli, non appena non sono troppo estemporanei, pieni di spettatori. Le spiagge, piene di bagnanti. Quello che prima non soleva essere un problema incomincia ad esserlo quasi in ogni momento: trovar posto”[46].

Questo “fenomeno dell’agglomerato”, del pieno, ci rende uomini impotenti, vite inflazionate, esseri resi insignificanti dalla massa.

Nelle incontrollabili metropoli contemporanee il tempo è una minaccia e la vecchiaia una condanna. Siamo particelle minuscole della nostra realtà. Siamo una massa di solitudini. Siamo una “folla solitaria”[47] e ci scrutiamo - come diceva Julien Green – “in un immenso nero e abisso. E abbiamo paura”[48].

Le città contemporanee sono stelle perse nella noia, cercano di tornare vive, serene nel cielo del divenire. Ma non ce la fanno. Dentro vi scorre il tempo, un tempo scandito dal dovere essere, un tempo che opprime il nostro essere, secondo la nota distinzione di Hiedegger[49].

C’è chi tenta di sfuggire con un potere illuso sul tempo e sullo spazio. Con l’infantilismo dell’unicità e con una violenza sconfinata che lo fa essere immaginario dominatore delle strutture cognitive e relazionali che sorvegliano e uniscono gli altri.

Vogliono un tempo loro, privato, esclusivo, in uno spazio loro, privato ed esclusivo. Vogliono il dominio degli altri per la propria ossessiva affermazione. E vivono altrove. A fianco a noi, ma altrove, in altre dimensioni, secondo criteri altri, dentro le altrui debolezze.

Noi li puniamo perché nella forma della violenza, verso se stessi, o verso gli altri, si manifesta la nostra crisi etica. Li puniamo rinchiudendoli in strutture altrettanto liminali, totalmente al di fuori dello spazio e del tempo della socialità e della socializzazione: nelle carceri.

Non li educhiamo perché non vogliamo farlo. Perché non dobbiamo farlo. Loro sono i morti che ci ricordano il privilegio di essere sopravvissuti. Sono loro i deviati che esaltano la nostra regola e la nostra protettiva regolarità. Loro sono i criminali che ci permettono di essere giudici. Finché resteranno liminali e marginali, noi saremo gli artefici dell’organizzazione dello spazio ed i protagonisti del tempo. Il nostro potere assoluto fonda le sue radici su questo reclutamento di disagiati e si esprime nell’insuperabile esigenza della loro incarcerazione.

Sono le “silenziose carogne di rapaci[50] di cui il nostro “mondo, escluso, tace, intorno a loro, che se ne sono esclusi[51], come scriveva Pasolini.

A 9 anni Lalo abita nel campo di via Costantino, alla Garbatella, il più popoloso e il più popolare quartiere di Roma. Non è proprio una casa, fatta di mura mattoni e stanze, è una casa di ferro, mobile, nomade come tutti loro. Ma a Lalo non dispiace, si sente più libero, più libero di svolazzare lungo il piazzale di un parcheggio pubblico, in quel campo di asfalto infuocato che ospita il gioco urbano dell’elemosina. È nato nella liminalità, il tipico umano contemporaneo, fluido, mobile, errante. Con i suoi dieci fratelli e la madre, Miroslava, in attesa del dodicesimo figlio, Lalo occupa la strada. Il padre non c’è. Un’ernia discale, un’ernia cortese, giustifica la sua permanenza in ospedale, il pasto sicuro ed il letto pulito. Gli altri vivono lì, per strada, stanziali sul parcheggio, dove cucinano, mangiano, si lavano, e quanto altro facciamo noi, intimoriti e pudichi nelle nostre nascoste prigioni.

Non hanno e non avranno alcuno spazio relazionale.

Devono restare nel vuoto della liminalità, in carcere, nel buco nero della società dentro cui cade ogni escluso, nel campo della solitudine e del silenzio dove arrancano gli ultimi figli dell’alienazione; perché siamo noi i dominatori della giustizia. E così alla fine l’altra città dell’alienazione, quella di Lalo e dei suoi dieci fratelli, non c’è nemmeno più perché in strada, nel carcere o in internet, dovunque la liminalità può esprimersi, c’è l’assenza di qualsiasi città: sono i non luoghi dove vivono i nuovi rifiuti del mondo.

La differenza con i vecchi rifiuti è rappresentata dal fatto che quelli venivano gettati via e distrutti con tutta la loro dignità di oggetti che talora divenivano utili al popolo dei barboni e degli emarginati, mentre questi, i nuovi rifiuti, vengono selezionati e riciclati come materie prime e finiscono per perdere ogni caratteristica di individualità per tornare utili alla società dei normali.

Fuor di metafora quindi non integrazione, ma distanza. Non educazione o rieducazione, ma ancora sorveglianza e punizione. Non comunicazione, ma silenzio e solitudine. È il vuoto della liminalità, dove non può nascere alcun mondo nuovo. Sempre Paul Virilio parla di “rottura del legame sociale” ed avverte: “Il vicino e il lontano si confondono. Faccio un esempio: la base della socialità è l’amore del prossimo….. Invece, oggi ci viene detto di amare il nostro “lontano” come noi stessi. Non il lontano nel senso metaforico, ma colui che è nella “strana lucerna”, colui che non puzza, colui che non mi infastidisce. Assistiamo a una straordinaria inversione: il lontano la vince sul prossimo. Nel passato il prossimo era l’amico e il lontano il nemico - straniero e nemico - oggi è l’inverso. Colui che bussa alla mia porta è il nemico, mi infastidisce, mi disturba: è la solitudine dei grandi insiemi urbani”[52].

Colui che disturba perché invade. Non disturba colui che evade. Colui che è assente è, in qualche modo, esente. I primi a capirlo furono gli scienziati della Scuola struttural-funzionalista (Parson, Merton, Johnson). La devianza, per loro, era un comportamento, un insieme delle condotte dissonanti che diventano, appunto, devianti in quanto violano le norme sociali. È proprio l’impostazione struttural-funzionalista a scoprire la “conformità” come meccanismo di inclusione sociale, in quanto, invece, uno stile di vita coerentemente orientato verso le norme sociali (regole codificate e non codificate). Altri, Becker, Lemert, Brikson, hanno scoperto che contro la devianza si sviluppa una vera e propria reazione sociale. In realtà, secondo questi studiosi, della Teoria dell’etichettamento, la devianza esiste non come fatto in sé. La devianza sarebbe invece la conseguenza diretta della diversità. Di fronte a questo diverso invadente e invasivo, la società emette una “lettera scarlatta” di nuovo tipo; comunque una etichetta vera e propria come emblema, un insieme di sanzioni che vengono adottate nei confronti del deviante. Sebbene le correnti sociologiche più radicali abbiano interpretato la devianza quasi come semplice dissenso, non è così. Devianti non sono coloro che si oppongono all’ideologia ed al sistema economico capitalista. Questa è soltanto l’autoflagellazione proletaria, cui spetta comunque il diritto alla rigenerazione rivoluzionaria.

La Devianza implica reazioni di disapprovazione sociale, mentre la diversità implica sovente reazioni di solidarietà. Una volta erano diversi i volti della emarginazione, di quel processo dinamico e graduale di esclusione che veniva strategicamente e tatticamente messo in atto quando ancora contavano i rapporti tra le persone. Emarginare era il miglior modo possibile per ridurre le prospettive, per togliere le responsabilità, per trasferire lo stigma del gruppo contro l’individuo. Era una sorta di lenta nenia di morte sociale e relazionale. Oggi l’esclusione, che produce sempre devianza, non è necessariamente una tecnica applicata alla diversità e tanto meno alla condotta riprovevole. Intanto perché non esiste più la diversità. Tutto viene inghiottito da tubo catodico e, colui che sembra diverso, una volta ingerito e rigurgitato sugli schermi è assimilato. E il comportamento riprovevole, che sempre reclama una spiegazione, è oggetto di attenzione e di interviste, comunque una forma di protagonismo che la normalità non permette. Oggi la devianza è il prodotto dell’assorbimento conformistico della massificazione, della nullificazione del numero e della illusione di essere l’uno che tutti siamo. In queste condizioni si può esistere e resistere sia nell’ambito dell’inclusione che in quello dell’esclusione. In queste condizioni è normale che fasce sempre più ampie di persone che vivano in condizioni di quotidiana marginalità. Fuori dal sistema delle relazioni legittimate e proiettate nella coscienza mediatica del mondo ci sono soltanto limitazione di prospettive, partecipazione e responsabilità. Il meccanismo attraverso cui si svolge il controllo sociale, per impedire ogni turbamento del sistema, è la normalizzazione. Perfino un attentato violento e defraudante come quello dell’11 settembre 2001 al centro di New York, è stato normalizzato al ritmo delle news e nello spazio intercorrente tra un telegiornale e l’altro. Se prima il compito di mantenere l’equilibrio tra i poteri sociali era affidato alle così dette agenzie formali, deputate al controllo dell’azione (leggi, codici, apparato giudiziario, forze di polizia, pene detentive e pecuniarie, misure di sicurezza e di prevenzione) e a quelle informali, deputate al controllo del comportamento (scuola, mass-media, chiese, associazioni, partiti, organizzazioni, movimenti, famiglia, deputate al controllo di gruppo, ambiente di lavoro, gruppo dei coetanei, amicizie, vicini di casa, ambienti culturali, sportivi); oggi, nell’epoca della relazione responsiva[53], è il potere che controlla l’equilibrio delle relazioni sociali attraverso precisi agenti comunicativi e oggi più che mai, in una cosmogonia totalmente altra, torna il problema dell’adattamento di Merton[54].

Nella sua società anomica gli individui avevano a disposizione 5 strategie di adattamento:

innovazione, quando l'attore sociale tentava di raggiungere i fini proposti dalla cultura senza preoccuparsi della legittimità dei mezzi;
  • ritualismo, quando si rispettavano delle norme anche a costo di rinunciare a raggiungere le mete desiderate;
  • rinunzia, quando necessita una rinuncia sociale e l'indifferenza nei confronti delle norme per raggiungere le mete individuali;
  • ribellione, quando il rifiuto globale non solo per le mete e per le norme è il simbolo e la proposta di nuovi modelli sociali e culturali;
  • conformità, quando l'unica condizione sociale dell'attore è l'accettazione sia delle mete che dei mezzi proposti dalla eterodirezione della società.
Tutto questo armamentario di adattamento individuale e soggettivo è finito. Non sono più quelle proposte da Merton in altra epoca storica le chiavi interpretative che ci permetteranno di adattarci ai nuovi habitat sociali. Non sono quelli i chiavistelli che ci faranno capire per agire; non ci aiuteranno a cercare ed eventualmente trovare gli ambiti di realizzazione e di rappresentazione della nostra identità. Quelle chiavi non aprono più le stanze dell’azione sociale o della - di nuovo - sacrale politica. Quelle porte sul cui limine staziona la maggior parte della gente, non si aprono più.

Il passpartout di oggi è un scheda magnetica che ha solo due facce, opposte e complementari: integrazione e interdipendenza. Sono le due facce della rete. Né bene né male. Sia bene che male. Comunque integrazione e interdipendenza. Gli individui sono sostenuti e schiacciati dalla interdipendenza dei soggetti nella rete. Possono essere integrati con l’intera loro identità. O possono essere assimilati alla identità prevalente. Dipende dalla relazione responsiva, dal potere comunicativo che hanno nei confronti dell’audience. Dipende quando e come si è audience. Dipende dagli inputs che riceve ogni volta che introduce un output nel meccanismo autoriflessivo dei media. La rete può fare tutto nell’ambito della integrazione e della interdipendenza. Dipende da te. Dipende se decidi di ricostruire il cordone ombelicale che hai rotto all’atto della nascita. Perché la rete vuole soltanto figli perennemente dipendenti da se stessa. Interdipendenza e integrazione valgono soltanto quando c’è una connessione. E la connessione è appunto il cordone ombelicale che fisicamente hai rotto quando sei uscito dall’habitat amniotico materno. La rete materna ricostruisce ogni istante questo cordone cognitivo di sicurezza, di accoglienza e di controllo. Possiamo definire la rete una grande madre che ricostruisce continuamente con le connessioni il vincolo di dipendenza cerebrale che le piccole madri hanno fisicamente rotto quando ci hanno generato. La sicurezza a cui ci avevano educato le precedenti cosmogonie era una sicurezza sommativa, che si realizzava per sovrapposizione progressiva successiva alla nostra autonomia fisica acquisita alla nascita; ovvero: sicurezza materna, sicurezza della terra, sicurezza oggettuale, sicurezza negli altri, sicurezza nel gruppo, sicurezza di sé.

La sicurezza della rete è una sicurezza connettiva, che ripristina in termini cognitivi il cordone ombelicale di dipendenza con la possibilità di essere quotidianamente nutrito. Tanto più sei connesso, tanto più il cordone ombelicale della mediaticità ti nutre, tanto più puoi comunicare e altrettanto ti senti sicuro in una rete di materna accettazione che ti aiuta perfino nelle proiezioni di te, nella capacità esistenziale di apparire per essere. Inevitabilmente nel sistema ombelicale delle connessioni multimediali con cui la madre reticolare della comunicazione ci nutre cerebralmente è l’apparenza che determina la tua essenza. Sei ciò che vedi proprio perché non vedi ciò che sei. Proprio come il cordone ombelicale materno ti evitava la faticosa ricerca del cibo, il cordone ombelicale connettivo della grande rete madre ti evita la faticosa ricerca di identità nutrendo il tuo cervello con le immagini, con l’apparenza che più ti aggrada. Alla fine, in questo mondo che diventa come lo si immagina, il corpo è isolato, sottratto alla propria immanenza, mentre i sensi sono saturati di segnali. La realtà del “così è” è sostituita dalla realtà del “come se”. L’apparenza di un fenomeno è la sua essenza. In questo modo, ogni elemento della rete, come noi siamo, può in qualche modo differenziarsi, anche differenziarsi sempre più, ma nessuno sarà mai più diverso e quindi nessuno sarà mai più identificabile. Siamo tutti evanescenti e insignificanti, proprio perché siamo connessi, tutti ugualmente differenziati e quindi nessuno individuabile per la sua diversità. Paradossalmente, possiamo affermare la nostra differenza senza diversità soltanto se soggiacciamo allo standard, se assicuriamo la omogeneità percettiva delle differenze. Questa condizione si sintetizza perfettamente nella famosa affermazione di Jacques Derrida “chiunque altro è tutt’altro”. Il “chiunque altro” indica la massificazione indefinita. Essere “ tutt’altro” significa individualità definita. La frase intera rappresenta la condizione moderna della differenziazione standardizzata. È il principio di similarità grazie al quale la madre rete può riconoscerci, oltre le differenze, come tutti della stessa specie e ricondurci alla dipendenza di sé, nello stato ombelicale prenatale. Per aiutarci a raggiungere l’immortalità, invece che insegnarci a vivere per superare il trauma della morte, la nostra rete materna ci permette di non nascere. Non è importante esserci. L’importante è vedersi. L’importante non è la nostra fisicità. L’importante è che il cordone ombelicale della connessione proietti sul proscenio della virtualità l’immagine del nostro DNA cognitivo. E che quella apparenza alla fine induca una qualche corrispondenza con la nostra essenza.

Al potere è riservato il compito della occlusione, orientare la nutrizione nelle connessioni attive e stabilire, lasciandole tutte attive, quale alimentare di più e quale di meno. Il principio di occlusione ha la sua più ampia ed emblematica espressione nella funzione limitata che gli elementi del network svolgono in circuiti che non possono più essere isolati e nemmeno monitorati. Sono circuiti che, come quelli del cervello, pian piano si spengono. Sono circuiti con movimenti generali che appaiono afinalistici, cioè con fini e scopi molteplici, variabili e limitati, ma non definiti e mai definitivi. Per questo la sovrabbondanza di informazioni genera la difficoltà di orientamento. Esiste la trama, al limite la traccia, talvolta il percorso, la tattica ma mai la strategia. E ci si perde tra le maglie della rete. Allora, nel loop infinto di Sisifo, solo una connessione, un nuovo cordone ombelicale che faccia da intermediario con le estese braccia della madre reticolare, può salvarci. La nostra dipendenza dalla rete si basa sulla ineliminabile esigenza di ave un intermediario che scelga per noi dove e come riconnettersi. Nessuna diversità è possibile. Per esistere nella rete bisogna essere in simbiosi con la rete. Nonostante lo sforzo individuale, personale, di autosostenersi, di autocorreggersi, di autoformarsi, di autoautoalimentarsi e di autoriprodursi, la nostra net-madre cognitiva tollera soltanto alcune leggere differenze.

In questo stesso modo funziona la mente umana.

Secondo Derrick De Kerchove[55] la rete neurale del cervello passa da privata a connessa, da soggettiva ad intersoggettiva, da individuale a gruppale; da interna al corpo ad esterna al corpo; da narrativa a navigante; da causale a campionante; da teorica a pratica; da silenziosa a semi-orale; da riflessiva a interattiva; da lineare a ipertestuale. Se vuole non consente a nessuno l’identificazione del potere. Spesso la rete annulla lo spazio ed imbroglia il tempo. La rete è la nostra nuova genesi, nella quarta cosmogonia della comunicazione in cui viviamo, il solo e unico soggetto collettivo che ci trascina verso un futuro ormai sostenibile solo alla sua stessa struttura e a se stessa.

Già una volta il mondo era stato vicino a costruire un’era per così dire “informatica” basata sul progresso sull’unità reticolare delle connessioni genetiche. L’emblema, piuttosto che l’unica logica adottata oggi, era l’adozione di un’unica lingua che avrebbe assicurato, come diceva Einstein sbagliando, l’unità che è il fondamento.

Così l’11° libro della Genesi: “1. Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. 2. Emigrando dall'oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. 3. Si dissero l'un l'altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. 4. Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». 5. Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. 6. Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l'inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. 7. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro». 8. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. 9. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra[56] .

Il Signore si è mostrato più saggio di Einstein. Perché laddove l’unità è fondamento, chi è fuori dall’unità è fuori dal fondamento. Quando un essere umano, però, è fuori dal fondamento perché non sa o non riesce a stare nell’unità di una regola artificiale interpretativa, allora tutta l’umanità non ha più fondamento. Quella dispersione è stata la nostra salvezza e la nostra sopravvivenza. E, dunque, il sottile Signore ci ha insegnato che la diversità è la garanzia della nostra sopravvivenza e la confusione dei linguaggi il nutrimento della nostra intelligenza. Ci ha ammonito contro il rischio di una omologazione apocrifa, che ci toglie la volontà e la capacità di decidere per l’altro, in una connessione che abbia tutte le forme della convivialità e nessuna della dipendenza. Un Signore democratico che con un gesto ha distrutto il potere unico di chi ha costruito lo standard della torre e ha favorito il format dei linguaggi. Perché ora come allora il potere non è più nel governo. Il potere è nella governance, nella capacità di agire, oltre l’apparenza, nell’essenza della nostra esistenza.

Quando la rete si costituisce come funzione di governo, come connessione omologante e assimilatrice delle differenze, i veri devianti non sono più esterni e tanto meno estranei. Al contrario, il potere si esercita su un popolo e il popolo della rete sono gli integrati e gli interdipendenti: gli internauti. Non sono nemmeno una categoria sociale. Anzi, devono restare ancora dispersi e disperati in un infinito incontrollabile potere di governo delle proprie proiezioni. La funzione del potere si esplica imponendo determinate caratteristiche sovrastrutturali alle persone e che non rappresentano minimamente gli elementi che individuano una personalità, una individualità, una soggettività. In un certo senso è come se il potere mettesse le persone davanti ad una scelta fra opzioni vuote e quindi, in realtà, ad una pseudo scelta; e non contento di ciò spingesse l’individuo ad annullare la propria individualità. In altri termini, il potere obbliga a scegliere quella rappresentazione del nulla necessaria per soddisfare ( almeno lenire) il bisogno esistenziale di emergere e di apparire: perché nel network non c’è nulla che possa essere estraniato davvero; perché nella rete non c’è confine o barriera, non c’è più alcun muro da abbattere, la strada buona o cattiva. La struttura reticolare nel net potere della rete è solo una soglia, una liminalità in cui cadere, l’assenza del confine e quella dell’orizzonte, l’essenza dell’insuperabile, una sostenibilità diffusa, un’informazione che può crescere all’infinito.

Quando invece la rete si costituisce come una relazione sociale e comunicativa , da una “governante” di nuova generazione, allora potrebbero non esserci devianti. Senza questa funzione politica la rete può generare più caos di quanto ne elimina. Torniamo alla democrazia della complessità, alla democrazia della molteplicità comunicativa, alla democrazia della diversità come unica possibilità di unione senza omologazione.

Altrimenti non ci resta altro, alla fine, che sempre e soltanto la stessa disputa per un monopolio: un potere imposto ed uno subito.



NOTE

[1] Morin Edgar e Kern Anne, TERRA-PATRIA, Raffaello Cortina Editore, Milano 1994
[2] Il testo è tratto da un brano musicale di un gruppo contemporaneo che si chiama Afterhours. Il brano si intitola “Carne Fresca”.
[3] - Habermas Jurgen, IL DISCORSO FILOSOFICO DELLA MODERNITA’, Laterza, Bari 1987
[4] Arendt Hannah, TRA PASSATO E FUTURO, Garzanti, Milano1991
[5] Tucidide, LE STORIE, II, Utet, Torino 1982
[6] - Pierantori Ruggiero, APPUNTAMENTO A BABELE, Hoepli, Milano 1988
[7] Pierantoni R., cit., 1988
[8] Popper R. Karl, IL MITO DELLA CORNICE, in Pera M. Pitt J. (a cura di), I MODI DEL PROGRESSO, Il Saggiatore, Milano 1985
[9] Borges J. Luis, OPERE, Mondadori, Milano
[10] From Enrich, AVERE O ESSERE?, Mondadori, Milano 2001
[11] Foucault Michel, SORVEGLIARE E PUNIRE:LA NASCITA DELLA PRIGIONE, Einaudi, Torino, 1993
[12] Gabamer H. Georg, IL MOVIMENTO FENOMELOGICO, Laterza, Bari, 1994
[13] Russell Bertrand, FILOSOFIA DELL’ATOMISMO LOGICO, Einaudi, Torino, 2003
[14] Russell B. cit., 2003
[15] Russell B. cit., 2003
[16]Borges J.L,, cit.
[17] Cortàzar Julio, IL GIOCO DEL MONDO, Einaudi, Torino 2004
[18] McLuhan Marshall, GLI STRUMENTI DEL COMUNICARE, Il Saggiatore, Milano 2008
[19] Riesman David, LA FOLLA SOLITARIA, Il Mulino, Bologna 1973
[20] Riesman D, cit., 1973
[21] Riesman D, cit., 1973
[22] Riesman D, cit., 1973
[23] Bauman Zygmunt, MODERNITA’ LIQUIDA, Laterza, Bari 2002
[24] Ceci Alessandro, INTELLIGENCE E DEMOCRAZIA, Rubettino, Soveria Mannelli 2006.
[25] Zerubavel Eviatar, RITMI NASCOSTI, Il Mulino, Bologna 1985
[26] Koffka Kurt, PRINCIPI DI PSICOLOGIA DELLA FORMA, Boringhieri, Torino 1970
[27] Alberoni Francesco, STATU NASCENDI, Il Mulino, Bologna 1982
[28] Garfinkel Harold, STUDIES IN ETHNOMETHODOLOGY, Englewood Cliffs, Prentice – Hall 1967
[29] Zerubavel E., cit., 1985
[30] Zerubavel E., cit., 1985
[31] Zerubavel E., cit., 1985
[32] Rimandato al secondo volume della trilogia sulla Sicurezza Simbiotica
[33] Carroll Lewis, ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE, Giunti Demetra, Firenze, 2007
[34] Carroll Lewis, cit., 2007
[35] Bauman Zigmnut, VITE DI SCARTO, Laterza, Bari 2005
[36] Carena Domenico, HANNO PER TETTO LE STELLE, Edizioni Paoline, Torino 1991
[37] Carena Domenico, cit., 1991
[38] Carena Domenico, cit., 1991
[39] Reyes Alina, LUCIE NELLA FORESTA, Guanda, Parma 1990
[40] Majakovskij Vladimir, POESIE, Nuova Accademia, Milano 1960
[41] Majakovskij Vladimir, cit., 1960
[42] Il Corriere della Sera, venerdì 6 gennaio 1995, E IL CAMPIDOGLIO APRE ANCHE IL METRO' DI PIAZZA VITTORIO, Corriere Roma,
[43] Il Messaggero, giovedì 2 febbraio 1995, TAGLIA LA GOLA ALLA MOGLIE E ALL’AMANTE.
[44] Virilio Paul, LO SPAZIO CRITICO, Dedalo, Bari, gennaio 1988
[45] Miller Henry, TROPICO DEL CANCRO, Feltrinelli, Milano 1989
[46] Ortega Y Gasset, LA RIBELLIONE DELLE MASSE, Utet, Torino 1979.
[47] Riesman D., cit., 1979
[48] Green Julien, LEVIATHAN, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1961
[49] Heidegger Martin, ESSERE E TEMPO, Utet, Torino, 1978
[50] Pasolini Pier Paolo, “SESSO, CONSOLAZIONE DELLA MISERIA”, in “LA RELIGIONE DEL MIO TEMPO”, Garzanti, Milano, 1961
[51]Pasolini Pier Paolo,cit., 1961
[52] Virilio Paul, cit., 2004
[53] Ceci Alessandro – INTELLIGENCE E DEMOCRAZIA, Rubettino, Soveria Mannelli 2006
[54] Merton Robert, TEORIA E STRUTTURA SOCIALE, volumi 2, Il Mulino, Bologna 2000
[55] De Kerchove Derrick, ARCHITETTURA DELLA INTELLIGENZA, Testo & Immagine, Roma 2001
56] Girlanda Antonio (cura di), ANTICO TESTAMENTO, San Paolo Edizioni, Roma 2009.

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