FILOSOFIA POLITICA: GENER-AZIONE DOLORE
Il dolore prodotto è il dolore subìto negli interstizi
della quotidianità
«ogni nostra epoca porta con sé la sua norma e la sua
enormità il suo decalogo e la sua falsificazione.»
Ortega y Gasset
1 – Azione Dolore
Secondo Simone Weil il dolore è un grido muto.
Anzi, più precisamente, è un "gemito sordo e ininterrotto".[1] Potremmo dire che si tratta di un grido ammutolito. È il grido ammutolito del bambino "che sorveglia gelosamente se suo fratello non ha avuto una porzione di dolce un po’ più grossa della sua[2]. Quel tacito lamento che "cede a un movente sorto in una parte assai più superficiale dell’anima"[3]; è la protesta che "il Cristo stesso non ha saputo trattenere»[4]. E dice semplicemente così: «perché mi viene fatto del male?[5]
Allora possiamo legittimamente sostenere che si tratta di un grido ammutolito, un grido di dolore sordo che "non giunge quasi mai ad esprimersi né interiormente né esteriormente con parole coerenti"[6]; pertanto, "le parole che cercano di produrlo suonano completamente false."[7]
Con la sua magnifica eloquenza letteraria in grado di legare, con significati nuovi, parole apparentemente opposte, Simone Weil, con questo testo pubblicato per la prima volta nel 1950 nel n.36 della rivista “La Table Ronde”, ma scritto in realtà a Londra tra il 1942 e il 1943 e redatto per i servizi di “France Libre”, con questo testo, insomma, afferma che, nella storia, il grido di dolore è ammutolito perché "quelli che hanno più spesso occasione di sentire che gli si fa del male sono quelli che meno sanno parlare"[8]. Sono le vittime di ogni offesa, dall’insulto allo sterminio, che, in definitiva, esprimono con quel grido soffocato nella storia "un contatto con l’ingiustizia attraverso il dolore"[9].
Ma chi compie queste drammatiche ingiustizie che provocano un così devastante dolore?
Noi.
Siamo noi, al tempo stesso, le vittime e i carnefici della storia.
Consapevole di questa equivoca condizione Jorge Luis Borges, come già altrove ho ricordato, in un bellissimo verso del 1972, descrisse il futuro (che declina) come «un profondo corridoio di specchi, indistinti, oziosi e decrescenti»[10]. Mentre percorriamo questo lungo corridoio non possiamo che vedere noi stessi, sempre uguali, con i nostri difetti e con i nostri pregi, scorrere «nella penombra che precede il sonno»[11]. Non possiamo che vedere «la ripetizione della vanità»[12].
Tuttavia, successivamente Norberto Bobbio, il filosofo trascurato, ha modificato l’immagine di Borges e ci ha classificati come «esseri ragionevoli erranti in un labirinto»[13].
Ragionevoli perché siamo gli unici dotati di ragione, in grado cioè di temperare le nostre rivendicazioni per ottenere una soluzione che ci eviti il dolore di un conflitto.
Erranti perché siamo condannati ad agire, a «non impigrire nell’inazione»[14], condannati «a fare scelte ragionate, a proporsi, a titolo di ipotesi, mete intermedie, salvo a correggere l’itinerario durante il percorso, ad adattare i mezzi al fine, a riconoscere le vie sbagliate e ad abbandonarle una volta riconosciute»[15].
Non in un corridoio, dritto e rettilineo, siamo in un labirinto, dove «si procede a tentoni», dove si impara «la lezione della strada bloccata»[16], la pazienza di tornare indietro e, di nuovo, «essere costretti a rischiare» una nuova strada.
In un labirinto di specchi, dove non possiamo che vedere riprodotta sempre la nostra stessa immagine, vediamo continuamente riflessa, come diceva Simone Weil, «la parte dell’anima che di noi è ancora infinitamente più pericolosa»[17].
Ho pensato allora di replicare un testo che ho scritto nel 2017:
"Ogni conflitto, dalla lite familiare alla guerra nucleare, è così: la lotta contro la nostra immagine che rifiutiamo. Odiamo l’amico che ci tradisce perché noi abbiamo tradito; soffriamo per una assenza perché siamo stati assenti; siamo atterriti dal padre che cerca di difendere il figlio dalle pallottole di una qualsiasi sommossa, acquattato nella rientranza di cemento di un muro, perché siamo noi quel padre, nostro potrebbe essere quel figlio e nostre le gambe su cui si accascia il giovane corpo ucciso da altro padre, che siamo sempre noi, che voleva difendere altri figli, che sono sempre i nostri. Non possiamo uscire dal labirinto degli specchi della storia perché non sappiamo accettare noi stessi e rifiutiamo l’immagine che vediamo, combattiamo un nemico che è soltanto l’apparenza di ciò che siamo."[18]
La domanda allora è: che cosa riflettono quegli specchi?
"Una maggioranza obbediente e allineata"[19], in realtà. Il labirinto degli specchi dolorosi e concavi riflette, non la perfidia di protagonisti esaltati e illusi, ma "crimini abnormi"[20] che "sono stati resi possibili grazia all’azione, o meglio all’inazione, di tante persone normali, che non hanno trovato la forza o la motivazione per opporsi a quella che allora sembrava la regola della nuova realtà."[21] Il labirinto degli specchi riflette morte occultata e morte proclamata, contaminazione, mutilazione, avvelenamento, deflagrazione, tortura, impiccagione, stupro, pedofilia, ricatto, strozzinaggio, insulto e offesa, mobbing e stalking, percosse, persecuzioni, schiavizzazioni, amputazioni di organi per il commercio dei trapianti, morti per fame e per sete, povertà, sporcizia, la ricomparsa della lebbra, AIDS e droga... o semplicemente gli occhi muti e piegati dalla cattiveria gratuita e banale. Gli specchi della storia replicano il male che quotidianamente si mostra con le sue multiformi cicatrici sul corpo della vita nuda.
Se vuoi raffigurare l’umanità non puoi evitare gli intagli di queste cicatrici.
Sono decorazioni artigianali.
Banali, certo, e quotidiane.
Il legno crudo della vita è stato intagliato dal dolore.
La mano invisibile del male ha costruito quest’opera senza artista.
Sempre, "La violenza torna, come una marea, a invadere il terreno (ideale e pratico) dal quale sembrava ritirarsi."[22] Ma è mai scomparsa? C’è mai stato un momento, un solo momento nella storia dell’umanità in cui sia totalmente scomparsa la violenza provocata e subita?
L’immagine della marea illude e delude. Lascia credere in un’epoca di secche, in cui le coste della pace emergono e il mondo prosegue senza conflitti, serenamente. Invece non è mai stato così. La violenza è forse l’unico filo rosso che congiunge tutte le epoche storiche. La storia è ubriaca di morte.
Ed oltre.
La violenza è esorbitante, trabocca, esce dalla storia per invadere la cronaca, la vita quotidiana e la nostra apparente normalità. La violenza è incontenibile e mimetica, sa nascondersi, occultarsi, adattarsi all’habitat e trasformarsi da fisica a psicologica, da etnica a culturale, da tecnologica a tecnica, da gerarchica a professionale. Resta il fatto, comunque classificato, che la violenza ha avuto una sua continuità storica, una regolarità di applicazione che nessun altro agente sociale o politico ha mai dimostrato in un così lungo periodo.
Non potendo classificare le multiformi espressioni di un fenomeno così arcaico ed evolutivo, Jean–Claude Chesnais nel tracciare la storia della violenza distingue 3 macro categorie (privata, collettiva e retorica) e 3 sole tipologie (il crimine, il suicidio e l’incidente)[23]. Lo sterminio, il genocidio, la guerra sono considerati un incidente di percorso.
Per Wolfang Sofsky[24] la violenza non ha mai un motivo particolare. Ogni spiegazione sulle sue cause e, ancor di più, sulle sue giustificazioni, è sempre generica e, per forza di cose, equivoca. Quindi sarebbe molto più efficace studiarne in modo analitico il processo, i rituali, il potere politico e il ruolo sociale. Hannah Arendt non sarebbe stata d’accordo. Lei, invece, sosteneva che il male può essere banale, ma non immotivato.
Sta di fatto che nel corso dei secoli ci siamo trasportati questo “lato oscuro” dell’umanità, che ci ha fatto di volta in volta vittime e artefici di un crimine o di ogni altra forma di sopruso. Nella storia del mondo, l’unica certezza che abbiamo è che la violenza è sempre stata utilizzata, sotto forma di dominio e di controllo, sottoforma di potere fisico, tangibile, sul corpo dei cittadini. Il potere politico è stato da molti percepito come “organizzazione della violenza” come strumento di oppressione dei dominanti sui dominati.
Ma è quello il male?
È sempre il male che produce il dolore?
Se Dio ha fatto in modo che fosse il piacere a generare il mondo, il dolore (o forse soltanto il dispiacere) è demoniaco?
Baudelaire sosteneva, ad esempio, che, al contrario, "la voluttà unica, suprema dell'amore sta nella certezza di fare male". E questo può avvenire soltanto perché "l'uomo e la donna sanno fin dalla nascita che nel male si trova ogni piacere".
Male e piacere: non è questo connubio nient’altro che una forma di espiazione?
Il male è una esperienza che abbiamo fatto tutti, tutti noi abbiamo dovuto distinguere almeno una volta nella vita ciò che è bene da ciò che è male, ciò che è giusto da ciò che è ingiusto. Nessuno può mai esimersi. Tutti sanno che cosa è il male. Tutti ne abbiamo discusso, ci siamo interrogati, dal punto di vista ontologico, da quello gnoseologico, l’aspetto fisico e quello metafisico. Tutti lo hanno sempre saputo. Tutti abbiamo cercato e offerto spiegazioni, spesso mutevoli, di ordine filosofico, religioso, mitologico.
Per la tradizione greca e romana il male è un vuoto, non già un comportamento negativo in sé: esiste il bene; il male è la sua sottrazione, una privatio boni, una privazione. Quando viene eliminato il bene, non c’è più niente, ma il male non è antitesi del bene. Non è sua assenza, non è un vuoto, appunto. Il male è l’antitesi che presuppone un’azione e una relazione tra vittima e carnefice, quasi una dipendenza del carnefice dalla vittima, addirittura una ossessione, comunque un comportamento opposto, ma non necessariamente complementare. L’assenza dell’amore è mancanza, ma non è odio. Il vuoto non è considerato antitesi ma distanza.
Consapevole di questa assoluta diversificazione, Cristo predicava – e spesso praticava – il piacere del bene e il bene del piacere. Egli ci ha insegnato che il male produce dolore (e viceversa). Non è stata, però, una espiazione. Dire che se lo è caricato letteralmente sulle spalle, che lo ha assorbito come essere umano per le colpe degli esseri umani, non è una corretta interpretazione. Con il simbolo della croce, Cristo lo ha rappresentato all’universo intero quel male della derisione e della tortura che produce dolore. Sapeva benissimo che non avrebbe potuto portarlo via con sé, quel male, per lasciare qui soltanto il bene. Ancora uno specchio. Cristo ci ha mostrato come è l’uomo solo di fronte a sé stesso e alle sue contraddizioni: vittima Lui, il figlio dell’uomo e carnefice l’uomo, figlio di Dio. L’uomo è contemporaneamente vittima e carnefice. E tutto si realizza qui, ora, sulla terra, senza alcuna trascendenza, con la responsabilità della nostra esistenza e delle nostre azioni, quando compiamo il male nella forma devastante della distruzione di sé. Perché questo davvero è il male: una forma devastante di distruzione di sé stessi.
Cristo aveva idee chiare; per Lui il bene sta nel piacere (e viceversa) e il male sta nel dolore (e viceversa). Una regola genetica fondamentale – appunto nel senso che sta a fondamento – della evoluzione degli esseri viventi, della creazione.
2 – Genere Dolore
Su questo punto, su questa regola genetica fondamentale, possiamo trovare il ruolo della donna come vittima e spesso carnefice del male ancestrale dell’umanità.
Sul rapporto tra genetica e violenza c’è una nutrita letteratura nella filosofia politica.
C’è una violenza genetica che non riferibile al ruolo della donna.
In questo senso, la violenza è stata considerata come funzione genetica, come tecnica di produzione di una qualsiasi forma di potere politico. "A chi osserva l’avvicendarsi delle epoche, la guerra si presenta come attività degli Stati che fa parte della loro essenza"[25]. A suo modo, cioè con una propria estrema metodologia, la violenza ha generato organizzazioni di rappresentanza politica nella forma degli Stati.
In realtà, se guardo il conflitto israelo/palestinese, non posso non considerare che entrambi gli stati sono nati o nasceranno, sulla base di una legittimazione proveniente da uno sterminio. E in questa epoca in cui lo sterminio è fisicamente visibile nel momento stesso in cui viene compiuto, per la prima volta nella storia in diretta; oggi che il terrore è proclamato e urlato dai mezzi di comunicazione di massa, il volto demoniaco della violenza umana, la violenza programmata degli esseri umani così diversa da quella istintiva delle bestie, riappare nel quotidiano incubo delle nostre società complesse. Noi alimentiamo le nostre stesse paure con un condizionamento comunicativo autoreferenziale. La paura della paura produce paura. Per arginare la violenza politica abbiamo bisogno di eserciti che producono altra violenza politica, come la proposta su Gaza del Presidente Trump. La violenza torna ad esercitare, dunque, la sua funzione genetica delle organizzazioni politiche, cementa i fronti e rialza i confini entro i quali ognuno è dominatore della sua follia istituzionalizzata.
C’è, però, anche una violenza genetica riferibile al ruolo della donna.
Una violenza genetica che, addirittura, riguarda esclusivamente le donne, come ho scritto in merito al femminicidio in un testo di pochi anni fa. È la violenza che si esercita da quando il maschio ha assunto coscienza procreativa e ha reagito alla sacralizzazione della Dea Madre con la ideazione di un Dio Padre Padrone. È stata una espropriazione del potere della genesi: il potere della donazione e del controllo della vita. Ogni violenza subìta dalle donne, in ogni epoca storica è riconducibile a questa espropriazione genetica del potere della vita del maschio sulla femmina. Nel momento in cui il potere della genesi è attribuito a uno, l’altro diventa mero strumento.
Questo accade anche nello sterminio.
In diverse modalità e forme, naturalmente, perché lo sterminio tende ad annullare le differenze e a ricondurle, direi a ridurle al rapporto di dominio radicale tra vittima e carnefice.
Simona Forti, in un libro di qualche anno fa che personalmente giudico stupendo e molto istruttivo[26], pone subito il problema centrale delle nostre analisi storiche sulle degenerazioni del potere. Ci spiega, cioè, che ormai si è spezzata una volta per tutte la relazione di reciprocità o il rapporto complementare tra bene e male. Questa rottura ci induce ad un nuovo atteggiamento cognitivo: "anche se non ci è possibile credere alla piena realizzabilità del bene, non possiamo e non dobbiamo smettere di parlare del male." [27]
Ma di quale male dobbiamo parlare? del male fisico? Non solo. Il dolore del corpo è certamente un elemento usuale nelle pratiche repressive violente e nelle operazioni di sterminio. In ogni caso il male fisico è ineliminabile.
Noi dobbiamo parlare di quel male che produce indifferentemente dolore, cioè un dolore ingiustificato, una "sofferenza inutile"[28], come diceva Lévinas, quella sofferenza "che si produce all’interno delle relazioni umane e che si diffonde in intensità ed estensione, a seconda del contesto sociale e politico."[29]
Noi siamo qui a parlare di un male evidente, chiaramente definito, una volta accuratamente occultato ed oggi invece addirittura proclamato. Un male che attribuisce a ciascuno il suo ruolo: al carnefice la strage, alla vittima il martirio. Ma quando poi lo soggettiviamo, questo male, e andiamo a vedere dentro i comportamenti reali, ripetuti nelle diverse occasioni storiche, non sappiamo più distinguere a chi spetta il ruolo della vittima e a chi l’altro, del carnefice. A ciascuno, in epoche e momenti diversi, talvolta addirittura contemporaneamente, entrambi. Giacché ciascuno di noi vive continuamente in un intervallo etico/morale, cioè dentro gli estremi del bene e del male. La normalità è dettata da un mix di bene e male all’interno della curva di Gauss in cui l’eccezione o gli stati di eccezionalità sono connotati da comportamenti estremi.
Thomas Mann lo descrive benissimo in un piccolo e prezioso racconto dal titolo Tonio Kröger. È la storia di un esperto letterato nazionale, diventato noto dopo un’infanzia da isolato, emarginato e surclassato da ballerini di paese ariani, alti, belli, biondi, che danzano contro di lui, incapace, basso, tarchiato e moro. Tonio Kröger, negli ultimi anni della sua professione, si chiedeva chi fosse e come si riconosce un genio. Per molto tempo non riuscì a riconoscere le peculiarità, i connotati. Finché, all’improvviso, una sera, in un locale sul mare, di fronte agli stessi ballerini ariani invecchiati e stanchi, che continuavano noiosamente a ballare come fosse un cliché, la goffaggine imbarazzata di una ragazza alternativa li aveva interrotti, urtando un tavolo e capitombolando a terra. In quel momento, Tonio Kröger capì che, nell’eterna ripetizione dell’uguale, i ballerini nibelunghi avevano consumato la loro vita in comportamenti calcolati e abitudinari, usuali ed ormai senza significato. Quel movimento obbligatorio e regolare non aveva permesso loro la libertà di fruire della propria vita. Quella ragazza prorompente e goffa, invece, aveva interrotto il cliché, aveva rotto quella consuetudine di morta perfezione con un archetipo, con una ridicola caduta che rappresentava tuttavia una innovazione, un nuovo inizio. E allora il buon Tonio, illuminato dalla scena, scrisse una lettera alla sua amica russa Lisaweta Iwanowna in cui disse di aver capito che il genio è un borghese sviato: colui che frequenta le strade sbagliate, non in eroica "direzione ostinata e contraria", ma colui che inciampa, che sbaglia, che arriva in ritardo al treno perché si è fermato a leggere una pagina, inesperto, inaffidabile, che non paga una rata in banca perché non se ne occupa e non se ne preoccupa, che trascura la ricchezza e vive scomodo, colui che generalmente perde e si scontra con le organizzazioni strutturate della regolarità riconosciuta, un po’ bene e un po’ male, in un mix che gli permette di portare la sua intelligenza oltre i quotidiani ostacoli della vita. Il genio è un mix di eccezionale imperfezione, poiché, come ripeteva Mann, "la vita ha orrore della assoluta esattezza".
In determinate epoche storiche di particolare transizione, questo mix di errori che assorbono l’intelligenza umana, non ci sono, scompaiono perché appaiono gli orrori dei comportamenti estremi criminali e/o terrificanti che sono sempre rigidi, senza libertà e senza significato, assolutamente programmati. L’orrore dei ballerini e degli atleti che, per essere perfetti, devono perdere la libertà di cadere per terra.
Quanto vale tutto questo rispetto al comportamento verso le donne e il loro ruolo nella storia?
In un film molto coinvolgente intitolato "The Reader. A voce alta", un ragazzo di Berlino di nome Michael viene curato dalla sua grave malattia da una affascinante trentenne di cui si invaghisce irrimediabilmente e da cui ottiene una serie di omaggi sessuali fino a che la relazione non acquisisce una certa rilevanza affettiva. Lui capisce che Lei non sa leggere e si adopera, successivamente ai frequenti rapporti sessuali, a recitare a voce alta testi di letteratura classica. Poi Hanna, che amava moltissimo le letture di Michael, scompare e il rapporto sembra concluso. Michael prosegue la sua vita da giurista e da buon tedesco, con flash improvvisi ed improvvidi della esperienza vissuta nella sua iniziazione sessuale. Finché, un giorno, lo studente maturo viene ammesso ad assistere ai processi contro i nazisti per i crimini commessi. Con pungente sorpresa Michael scorge tra le imputate, alla sbarra Hanna, con l’accusa provata di essere stata a capo delle donne selezionatrici delle vittime da sterminare. La dolce Hanna che, non può firmare la confessione perché non sa né leggere né scrivere, era in realtà una acerrima secondina. Condannata all’ergastolo e con riduzione di pena per vecchiaia, morirà impicc
Il film racconta molto bene l’ambiguità degli umani che salvano un ragazzo malato dopo aver mandato al massacro un numero indefinito di persone. E descrive, in più, una particolare condizione della donna; storicamente vittima di una narrazione maschile che l’ha resa strumento della propria affermazione e che diventa acerrima carnefice, non per vendetta ma per semplice impuro piacere.
Non è dunque solo nel male radicale che si riconosce e si identifica la funzione sociale e il ruolo individuale delle persone. L’orrore nei confronti delle donne è quotidiano, in un atteggiamento drammaticamente intollerabile e insostenibile nella vita di ogni giorno. Il sopruso si esercita negli interstizi della normalità, nella socialità amorfa e istintiva, senza una necessaria ragione, nell’assoluto rispetto di una tradizione di sopraffazione.
Invece, di fronte al male radicale, siamo tutti ricondotti alla radicale condizione di essere gli artefici. E allora nel labirinto concavo della storia, siamo noi ad essere riflessi, senza identità, senza classificazione; riconosciuti esclusivamente come vittime che, all’occasione, possono trasformarsi, facilmente, in carnefici.
3 – Conclusione
Questa conferenza è stata molto utile per me. Devo a questo incontro l’acquisizione di una concettualizzazione che fino ad ora non avevo avuto occasione di svolgere. Nell’interrogami sul ruolo della donna dentro il male radicale dello sterminio, credo di aver compreso da dove deriva questa furia, questa incomprensibile violenza dell’uomo contro l’uomo, questo accanimento.
Deriva forse dalla gestione dei corpi, come voleva Hannah Arendt, o dal controllo della vita, come pretendeva Foucault?
Non credo. Queste sono conseguenze, strategie e tattiche, che vengono applicate per dominare l’altro.
Allora, forse nasce, il male radicale, dalla scissione e dalla estremizzazione del concetto di bene e del concetto di male che Simona Forti ha chiamato “il paradigma Dostoevskij”?
Non credo. Si tratta di altre conseguenze.
O allora dal nichilismo nietzschiano che descrive la storia aggredita dal nulla? O dalla "rottura ontologica che si imprime nella realtà umana" che avviene con la inflazione della morale e la caduta dei valori tradizionali? O dalla destrutturazione del fondamento religioso che impone una "rivoluzione dello spirito"? o dalla restituzione kantiana dell’imperativo morale al libero arbitrio?
No! ancora conseguenze.
Conseguenze di cosa?
Conseguenze della fenomenologia della trascendenza.
Tutto ciò che ci trascende è pericoloso.
La donna che trascende il suo essere donna, diventa strumento di altri. Vale per ogni genere, naturalmente. Anzi, vale per ogni esistente. Per ogni esistente e, a maggior ragione, per la nostra umanità la vita non si trascende mai, si trasmette.
Sostituire il concetto di trascendenza con quello di trasmissione, questo è il fatto.
Per superare il presupposto del male radicale dobbiamo capire fino in fondo che ciò che siamo non si trascende, che non c’è mai giustificazione altra a ciò che siamo, a ciò che facciamo. Niente ci trascende, possiamo soltanto trasmettere qualcosa, come segno e significato, come presenza nella storia. In questo senso, è bello qui sostenere, in questo tempio universitario dedicato alla pedagogia, che l’educazione non è mai trascendenza di valori, ma trasmissione di significati.
La trascendenza è sempre una giustificazione e spesso la giustificazione del male radicale; ma, questo è il punto, la trascendenza, nel momento in cui giustifica il male radicale, lo tollera, lo ammette, lo produce, lo genera.
Diceva Péguy che "il padre su cui il figlio leva la mano è colpevole: di aver fatto un figlio che levi la mano sopra di lui". Nessuno è in grado di trascendere la mano di quel padre nell’insegnamento di un valore. Ciò che si trasmette è il suo gesto, il significato di quel gesto violento. L’Occidente non ha interiorizzato l’educazione alla pacificazione perché proprio l’Occidente è quel padre, responsabile di aver creato dei figli simili a sé e che sanno soltanto levare le mani sopra di sé.
L’Occidente non ha interiorizzato la cultura della pacificazione perché si è voluto imporre al mondo con la violenza, sia come sistema di dominio, sia come atto genetico. Noi subiamo ciò che abbiamo prodotto e facciamo finta di non saperlo, mascherando la nostra violenza con un presupposto di giustizia. Ma se davvero noi fossimo giusti, dovremmo inaugurare nel sistema delle relazioni internazionali una politica di sviluppo economico e di emancipazione sociale. Si contesta all’Europa di non avere un esercito e per questo di essere esclusa dalle trattative di pace. L’Europa combatte con altre armi, con le politiche di governance che sono politiche di pacificazione. In questo modo, l’Europa ha ottenuto nella storia di popoli più di quanto chiunque altro abbia mai ottenuto senza una guerra. Gli anni di pace gli Stati europei sono stati molto minori degli anni in cui si è combattuta almeno una guerra. Eppure, in termini di espansione territoriale, in termini di sviluppo economico e di sostegno sociale, in termini di qualità della vita, cioè, senza giovani massacrati al fronte, si è ottenuto molto di più di quanto chiunque altro abbia mai ottenuto.
Qualche tempo fa, di sera, mentre altri passavano le ore in attività sicuramente più gratificanti, io consumavo avidamente il silenzio dei miei pensieri davanti ad un fantastico film di fantascienza.
Star Treck è una serie che ha avuto molto successo, sia sotto il governo dell’astuto e ulissiaco Kirch, sia sotto il potere autorevole di Picar.
Quella sera la storia raccontava di un viaggio nel tempo, di un ritorno dei viaggiatori planetari del futuro ai nostri tempi. Erano tornati sulla terra, al momento esaltante della scoperta della velocità curvatura, che ha portato le navicelle spaziali molto vicino alla velocità della luce. La terra, ancora brutale e violenta, poco civilizzata e preda di guerre totali era la terra degli anni 2000, da poco uscita da un conflitto atomico devastante che aveva lasciato pochi abitanti come strani sopravvissuti.
Qualcuno di loro, teletrasportato nell’ENTERPRICE, la navicella spaziale dell’uomo del futuro, restò strabiliato. Chiese informazioni tecniche e si preoccupò dei costi. Picar rispose serenamente: "nel futuro noi umani abbiamo smesso di pensare al danaro e ci dedichiamo esclusivamente a migliorare noi stessi."
La cultura è il solo modo che abbiamo per migliorare noi stessi.
BIBLIOGRAFIA
BOBBIO N., Il problema della guerra e le vie della pace, Il Mulino, Bologna 1979
BORGES J. L., Opere, Mondadori, Milano 1985
CECI A., L’ottava notte. La pacificazione come via mediana, via mediata, ma mai via di mezzo, in BRUNO F. (a cura di), I processi di mediazione, Pensa MultiMedia Editore, Brescia 2017
CHESNAIS J.-C., Storia della violenza, Longanesi, ottobre 1982
COTTA S., Perché la violenza?, L. U. Japadre, L’Aquila, 1978.
FORTI S., I nuovi demoni. Ripensare oggi il male, Feltrinelli, Milano 2012
JOUVENEL (de) B., La sovranità, Giuffrè 1971.
LÉVINAS E., Alcune riflessioni sula filosofia dell’hitlerismo, Quodlibet, Macerata 1996
SOFSKY W., Il paradiso delle crudeltà, Einaudi, Torino 2001.
WEIL S., La persona e il sacro, in ESPOSITO R., (a cura di), Oltre la politica. Antologia del pensiero impolitico. Bruno Mondadori Editore, Milano 1996
NOTE
[1] WEIL S., La persona e il sacro, in ESPOSITO R., (a cura di), Oltre la politica. Antologia del pensiero impolitico. Bruno Mondadori Editore, Milano 1996, 67
[2] WEILS., cit. 1996, 66
[3] WEILS., cit. 1996, 67
[4] WEILS., cit. 1996, 67
[5] WEILS., cit. 1996, 66
[6] WEILS., cit. 1996, 66
[7] WEILS., cit. 1996, 67
[8] WEILS., cit. 1996, 67
[9] WEILS., cit. 1996, 68
[10] BORGES J. L., Opere, Mondadori, Milano 1985
[11] BORGES J. L., cit. 1985
[12] BORGES J. L., cit. 1985
[13] BOBBIO N., Il problema della guerra e le vie della pace, Il Mulino, Bologna 1979
[14] BOBBIO N., cit. 1979
[15] BOBBIO N., cit. 1979
[16] BOBBIO N., cit. 1979
[17] WEILS., cit. 1996, 70
[18] CECI A., L’ottava notte. La pacificazione come via mediana, via mediata, ma mai via di mezzo, in BRUNO F. (a cura di), I processi di mediazione, Pensa MultiMedia Editore, Brescia 2017, 226
[19] FORTI S., Introduzione, in FORTI S. (a cura di), La filosofia di fronte all’estremo, Einaudi, Torino 2003, 33.
[20] FORTI S., cit. 2003, 33
[21] FORTI S., cit. 2003, 33
[22] COTTA S., Perché la violenza?, L. U. Japadre, L’Aquila, 1978.
[23] CHESNAIS J.-C., Storia della violenza, Longanesi, ottobre 1982
[24] SOFSKY W., Il paradiso delle crudeltà, Einaudi, Torino 2001.
[25] JOUVENEL (de) B., La sovranità, Giuffrè 1971.
[26] FORTI S., I nuovi demoni. Ripensare oggi il male, Feltrinelli, Milano 2012, XI
[27] FORTI S., cit. 2012, XI
[28] LÉVINAS E., Alcune riflessioni sula filosofia dell’hitlerismo, Quodlibet, Macerata 1996
[29] FORTI S., cit. 2012, XI
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