Abstract:
la teoria darwiniana ha spiegato l’evoluzione degli esseri viventi sulla terra. Tuttavia la teoria evoluzionistica, che ha avuto notevoli e successivi aggiustamenti nel corso della storia, non è mai stata considerata completa. Dalla teoria genealogica siamo passati a quella ecologica, da quella ecologica poi a quella sociologica e, infine, da quella sociologica a quella simbiotica. Tutte aggiunte e aggiustamenti necessari per descrivere meglio l’evoluzione della vita sulla terra. Eppure, c’è uno o ci sono più elementi mancanti. L’ipotesi qui proposta è che l’unico elemento mancante sia la multidimensionalità evolutiva, che è un elemento che contiene e continua tutti gli elementi ulteriormente integrabili.
“Il futuro è aperto. Ed è particolarmente ovvio che nel caso dell’evoluzione della vita il futuro fu sempre aperto. È chiaro che nell’evoluzione della vita ci furono possibilità quasi infinite. Ma esse furono possibilità largamente esclusive: così la maggior parte dei passi evolutivi erano scelte esclusive: così la maggior parte dei passi evolutivi erano scelte esclusive che distruggevano molte possibilità. Di conseguenza, solo relativamente poche propensioni poterono realizzarsi. Nondimeno la varietà di quelle realizzatesi è stupefacente. Io credo che si sia trattato di un processo in cui si sono fusi sia accidenti che preferenze, preferenze degli organismi per certe possibilità: gli organismi erano in cerca di un mondo migliore. E le possibilità preferite erano, in verità, attraenti.”
Karl Popper
Indice
Premessa
1. La teoria evoluzionistica
1.1 – i fringuelli di Darwin
1.2 - i gemelli Kelly
1.3 – i neuroni dei Golden Retriever
1.4 – l’errore di Touring
2. Evoluzione della teoria evoluzionistica
2.1 - la teoria genealogica: CharlesDarwin
2.2 - la teoria ecologica: Stephan Gould
2.3 - la teoria sociologica: Edward Wilson
2.4 - la teoria simbiotica: Lynn Margulis
3. Obiezioni per la teoria evoluzionistica
3.1 – primo concetto della evoluzione simbiotica: della auto poiesi intellegibile
3.2 – secondo concetto della evoluzione simbiotica: della incorporazione
3.3 – terzo concetto della evoluzione simbiotica: le dimensioni logiche
3.4 – quarto concetto della evoluzione simbiotica: la rete
4. Evoluzione
Quasi una conclusione
PREMESSA
Quante sono state le intelligenze che hanno organizzato il nostro mondo?
Quante scoperte ci hanno aiutato a conoscere meglio la fenomenologia dell’esistente?
Tante, tantissime.
E sono molte di più quelle che non si conoscono: invenzioni e conoscenze che ci sono state tramandate da oscuri scienziati involontari che hanno organizzato nel mondo la conoscenza e l’intelligenza dell’umano.
Pensate alla scuola di Mileto, che secondo Popper ha scoperto il metodo scientifico, che ha portato Anassimandro ad affermare, senza alcuno strumento di osservazione, che la terra è un sasso sospeso in uno spazio e che poi portò Democrito, che nel lontano 400 a.C., ad introdurre il pensiero meccanicistico secondo cui la realtà, tutta la realtà è una composizioni di atomi che si muovono e si combinano nel vuoto. Li considerava particelle elementari indivisibili, totalmente differenti tra loro ed in continuo movimento. Sappiamo dal dramma della scienza successiva che l’atomo non è indivisibile, ma che la sua divisione genera una energia enorme che è enorme minaccia per la nostra vita. Pensate, pochi anni dopo, nel 350 a.C., ad Ipazia di Alessandria, che descrisse l’orbita ellittica della terra, la sua rivoluzione intorno al sole seza essere, come piuttosto si riteneva, il centro dell’universo. Pesante ad Aristotele, di Stagira (384 a.C. o 383 a.C.), che ha scoperto la logica. Pensate ad Ibn Al-Haytham, nato a Bassora nel 965 d.C., e che fu studioso della luce e per primo comprese le sue proprietà finché non si accorse che la luce procede in linea retta; e costruì la prima “CAMERA OBSCURA”, che per primo ci spiegò come la luce della luna fosse soltanto luce solare riflessa. In tanti altri campi possiamo trovare geni di incommensurabile grandezza, come il nostro Galileo Galilei (1564) che inventò il telescopio grazie al quale descrisse il movimento di rotazione e rivoluzione della terra, sostenendo la teoria copernicana, oltre al metodo scientifico sperimentale, per quanto ormai parzialmente superato, costruito sul linguaggio matematico e sulla geometria. A Copernico stesso, che prima di lui, agli inizi del 1500, riprese con una rigorosa dimostrazione, la ipotesi greca di tal Aristarco di Samo, la teoria eliocentrica, cioè che il sole fosse il centro di un sistema composto da pianeti che orbitavano intorno al sole. Pensiamo a Newton che fino al 1727, spinge la ricerca scientifica verso la scoperta della legge della gravitazione universale. Pensate a Immanuel Kant che, dopo Aristotele, diede una precisa definizione di categorie logiche. A Maxwell che, attorno al 1850 elaborò la teoria generale dell’elettromagnetismo, con la definizione di un campo come uno spazio entro cui si propagano onde alla costante velocità della luce. Pensate alla poliedrica genialità di Bertrand Russell che, a cavallo del 1900, inventò le tipologie logiche e l’insiemistica, come inequivocabile precursore della logica quantistica. Pensate a Albert Einstein, con la fantastica teoria della relatività e la ipotesi delle onde gravitazionali solo ultimamente davvero osservate. Pensate ad Ilya Prigogine, con la rivoluzione scientifica della complessità, le leggi del caos e i processi irreversibili che ridiscutono gran parte della epistemologia moderna. E ad altri moltissimi altri che, da un punto di vista o dall’altro hanno dato lustro alla organizzazione della intelligenza umana nel mondo. Della lunghissima lista che potremmo costruire, avremmo soltanto la certezza di dimenticarne qualcuno.
Eppure, su tutti, in modo particolare, svetta quel ragazzo inglese, esterno ed estraneo, cattivo studente, pessimo figlio, che se ne andava a girovagare tra i prati, tentato inutilmente alla professione del medico per soddisfare il desiderio di replica di un padre egocentrico, costretto alla inutile teologia e alla carriera ecclesiastica, con la solita giustificazione che non sapesse e potesse fare altro, discusso e bistrattato fino al punto di fuggire in una spedizione, imbarcato in un percorso che avrebbe potuto essere benissimo senza ritorno; su tutti svetta Charles Darwin con la sua teoria della evoluzione, contesa e contestata. Contesa con Alfred Russel Wallace, un altro scienziato che, da solo, in un’altra parte del mondo, aveva ugualmente compreso che la selezione naturale fosse il meccanismo centrale della modificazione degli individui e delle specie viventi, il motore dell’evoluzione. Diverse menti in diverse persone che aveva contemporaneamente elaborato gli stessi risultati. Contestata dal potere opprimente della Chiesa cattolica e anglicana. Questo ribelle, questo borghese sviato, come dirà del genio Thomas Mann, senza titolo e senza accademia, ci ha donato la più affidabile teoria della vita sulla vita.
Che cosa ha scoperto davvero Charles Darwin, senza nemmeno esserne totalmente cosciente?
Prendiamo un dado. Le possibilità che noi abbiamo che, una volta tirato il dado, il nostro numero è 1 su 6. Tutte e sei le possibilità sono identiche e, proprio per questo, noi non possiamo sapere quale delle 6 possibili situazioni si realizzerà. Ma se noi mettiamo una pallina di piombo dentro il lato del numero 4 e trucchiamo il dado, abbiamo ottime probabilità che la frequenza delle volte che uscirà il lato opposto a quello del numero 4, il numero 3, sarà notevolmente superiore. Le possibilità che esca il lato del numero 3 sono condizionate. Si dice che il dado ha una propensione al numero 3.
L’esempio e il concetto sono stati magistralmente descritti nel 1988 da Karl Popper, il quale, partendo dal probabilismo della logica quantistica di Heisenberg, distingue appunto tra:
- teoria soggettivistica della probabilità, quando le possibilità sono uguali, incondizionate, cioè quando la probabilità che un evento accada corrisponde al numero delle possibilità favorevoli diviso il numero di tutte le possibilità;
- teoria oggettivistica delle probabilità; quando le possibilità non sono uguali ma condizionate, quando sono propensioni, quando cioè la propensione che un evento accada corrisponde alla forza o al campo di forza in cui selezionate connessioni sono in grado di determinare un processo reale.
Popper spiega benissimo che il trucco, cioè il passaggio dalla possibilità alla propensione è dato, proprio come aveva previsto Darwin, dalla situazione. Popper sostiene infatti che le propensioni non sono numeri, ma forze, e che quindi “non dovrebbero venir considerate come proprietà inerenti a un oggetto, come un dado o una moneta da un penny, bensì come inerenti a una situazione (della quale naturalmente l’oggetto fa parte)”[1]. Nel 1988, a ottantasei anni, Popper sosteneva che “l’aspetto situazionale della teoria della propensione era importante, e decisamente importante per un’interpretazione realistica della teoria dei quanti”[2]. Nel testo di Popper, questo elemento situazionale è esemplificativamente collegato al tema della sopravvivenza e ci aiuta a capire molto cose, tra cui il processo evolutivo e la differenza tra l’umano e tutte le altre specie viventi note: “Nondimeno è facile dimostrare che l’opinione secondo cui la propensione alla sopravvivenza è una proprietà dello stato di salute e non della situazione è un grave errore. Senza alcun dubbio lo stato di salute è molto importante – un aspetto importante della situazione. Ma se è vero che tutti possiamo ammalarci o venir coinvolti in un incidente, è anche vero che il progresso della scienza medica - poniamo l’invenzione di nuovi farmaci molto efficaci (come gli antibiotici) – modifica le prospettive di sopravvivenza a seconda della possibilità di ricevere o meno tale medicamento. La situazione modifica le possibilità, e di conseguenza le propensioni”[3]. Ecco, Darwin, forse anche senza saperlo – perché non conosceva la fisica quantistica e la sua logica, ha scoperto l’imbroglio del dado della vita, che nella evoluzione la situazione ambientale trasforma le possibilità in propensioni. E poi che queste propensioni si trasformano in realtà con il meccanismo della selezione naturale e dell’adattamento degli individui e delle specie.
Darwin ha scoperto il dado truccato della vita.
Il dado truccato della vita ha uno schema semplice e dunque perfettamente affidabile: tutta la vita sulla terra nasce da un solo progenitore, che man a mano si è differenziato in base ai due processi distinti, della ibridazione (cioè per accoppiamento tra generi diversi) e/o della mutazione genetica (per trasformazione evolutiva e adattamento alle condizioni ambientali). Questa evoluzione ha generato ed eliminato, continua a generare ed eliminare, una infinita quantità di specie biologicamente diverse, pur tuttavia simili nella struttura portante della fenomenologia.
Con gli studi recenti sul DNA, abbiamo prove di una evidenza scientifica lampante sulla attendibilità della teoria evoluzionistica di Darwin. Le prove sono talmente clamorose che contestarle è stupido, quando non sia perfido. Nonostante qualcuno, per motivazioni ideologiche, tenta di contestare il processo evolutivo della specie, la ricerca lo riconferma costantemente, tanto che non vale la pena cedere ad una inutile polemica.
Per descrivere come si spiega la presenza dell’umano e della sua intelligenza sulla terra, sempre dentro la teoria evoluzionistica, vi racconterò 3 storie, che non sono storie, ma esperimenti scientifici che, a me personalmente, hanno fatto capire tante cose.
Il primo è stato pubblicato sul mensile “Le Scienze”nel gennaio 2018 e si riferisce specificamente sempre ai “fringuelli di Darwin” nelle Galapagos. In questo articolo Marina Semiglia descrive un esperimento compiuto in quarant’anni dai biologi evoluzionisti della Princeton University e pubblicato sulla prestigiosa rivista “Science”. I fringuelli osservati sono quelli ospitati dall’isola Daphne Major, sulle procedure di ibridazione fra due diverse specie. L’isola Daphne Major ospitava una particolare specie di fringuelli, denominata Geospiza fortis. Improvvisamente dall’isola di Espaňola, a 100 chilomentri di distanza, arriva una nuova specie di fringuello, denominato Geospiza conirostris. I due, vicendevolmente attratti anche se non necessariamente innamorati, si accoppiano, “generando una prole ibrida”. Questo caso, monitorato negli anni successivi, ha fornito “a Sangeet Lamichhaney, dell’Università di Uppsala, e colleghi la prova certa di aver assistito «in diretta» a un evento di specificazione per ibridazione omoploide, cioè senza modificazione dell’assetto cromosomico, esito che non solo è poco diffuso nella fauna, ma che si pensava dovesse richiedere necessariamente centinaia di generazioni”. Da questo momento in poi i nuovi nati hanno cominciato ad accoppiarsi tra di loro e l’isola è stata invasa da una nuova specie di finguelli. Hanno assistito al funzionamento del processo di differenziazione funzionale. Inoltre questo esperimento ci indica come il processo di riproduzione sia sostenuto dalla coesione (sessuale e non solo) tra individui interni a gruppi di similari. Infine, contrariamente a quanto riteneva Darwin, “la ibridazione può avere un ruolo nell’evoluzione molto più forte di quello delle mutazioni genetiche” perché estremamente più veloce. Dunque, questo è il fatto, l’elemento tempo è molto più rilevante di quanto si pensasse nel processo evolutivo e offre una chance di maggiore successo alla differenziazione per ibridazione di quanto sia per mutazione genetica. Entrambe le procedure di differenziazione generano individui che devono naturalmente adattarsi. Sopravvivono infatti, in entrambi i casi, soltanto le specie che possono adattarsi. Soltanto che l’ibridazione è molto più rapida e molto più efficace.
La seconda storia riguarda il paradosso dei gemelli Kelly. I gemelli Kelly sono due astronauti che si sono sottoposti all’esperimento sul paradosso di Einstein secondo cui, per la teoria della relatività, se uno dei due gemelli va a vivere nello spazio, invecchia più lentamente. I gemelli Kelly si sono sottoposti a questo esperimento ed effettivamente, dopo una permanenza di 340 giorni nello spazio, Scott è risultato più giovane di Mark di 3 decimi di secondo, cioè, per dire meglio, parti dei cromosomi legati alla longevità si sono allungati. E, una volta tornato sulla terra, hanno riacquistato la loro dimensione tradizionale.
Tuttavia non è stata questa prova della verità del paradosso di Einstein la scoperta più travolgente e, per certi versi, devastante. I gemelli kelly sono sempre stati assolutamente uguali in quanto monozigoti, cioè nati da una singola cellula uovo fecondata. Assolutamente identici. Il fatto è che al ritorno di Scott dai suoi 340 giorni nello spazio il suo DNA è cambiato e i due gemelli non sono più identici. Nei prossimi 4 anni sapremo meglio analizzare la enorme mole di dati che questo esperimento ci mette a disposizione, ma una cosa è certa fin d’ora: è l’habitat sociale che cambia la struttura biologica dei viventi e questa trasformazione è talmente rapida che basta un anno di permanenza in un diverso estremo habitat da cambiare il proprio DNA. L’umano è sopravvissuto alla violenza della evoluzione della vita, perché è un essere mutante, in condizione più di tutti di adattarsi ai diversi habitat sociali. A molti questa scoperta appare travolgente e devastante. Ad altri inaspettata, come ha dichiarato la biologa della Colorado State University Susan Bailey. In realtà, questa scoperta non sconvolge nessuno di noi, studiosi di scienze sociali. Diciamo così: noi già lo sapevamo. Io stesso ho pubblicato, nel 2011, un libro in cui indicavo questa capacità mutante dell’umano agli habitat sociali come connotazione della sua fitness evolutiva[4]. Prima di me Bertrand Russell affermò che il potere sta alle scienze sociali come l’energia alla fisica[5] e che dunque, così come poco si capisce di fisica senza il concetto di energia, poco si capisce della evoluzione sociale dell’uomo senza il concetto di potere. Ultimamente poi: sia la scoperta del secondo cervello[6], che ha rivelato la presenza di un gruppo di neuroni nel nostro apparato gastrointestinale che comunicano con il cervello centrale; sia la fantastica dimostrazione degli studi di Wilson sulla conquista eu-sociale della terra[7]; dimostrano che proprio il connotato di adattabilità sociale, per quello che mangiamo e per quello che condividiamo in termini di relazioni connettive, è il vantaggio della nostra fitness evolutiva. Sulla terra, ma ormai pare anche oltre di essa, sopravvivono e si sviluppano principalmente animali in condizione di essere sociali e di più crescono e di più evolvono quelli animali che hanno saputo adattarsi più rapidamente ai diversi habitat sociali. La diversità sociale e la nostra istintiva adattabilità, la nostra mutevolezza sociale cioè, è stata la forza della nostra evoluzione fisica e cognitiva. Lo spazio dunque è la connotazione di ogni fitness evolutiva.
La terza storia, il terzo esperimento, non è stato ancora interamente rivelato. È apparso come abstract sul sito web della rivista specialistica «Frontiers in Neuroanatomy» con una giustificazione e contemporaneamente promosso con l’affermazione “Original reserarch article provisionally accepted; the full-text will be published soon”. L’esperimento riguarda la presenza di un certo numero di neuroni nella corteccia cerebrale di alcuni mammiferi. L’esperimento è stato svolto distinguendo i mammiferi carnivori da quelli che carnivori non sono, allo scopo di confermare il paradigma tradizionale secondo il quale “il cervello dei carnivori avrebbe più neuroni corticali rispetto a quelli dello loro prede, essendo la caccia più impegnativa sul piano mentale”. Invece non è andata così. Intanto le dimensioni del cervello non determinano automaticamente la maggiore presenza di neuroni celebrali, come il caso dell’orso, il cui cervello è tre volte più grande di quello di un cane, ma ha meno della metà dei suoi neuroni. Poi, i neuroni non si producono in relazione all’alimentazione o alle abilità. Come scrive Giorgio Manzi, “hanno scoperto che il cervello di un golden retriever ha più neuroni di una iena o di un leone”. Questa ricerca, di cui capiremo meglio i contenuti, già dal suo abstract mostra che l’intelligenza nasce dagli input e dai livelli di socializzazione che gli animali ricevono. Evidentemente, proprio perché erano predatori più deboli, gli umani hanno sviluppato un più forte una migliore competenza cooperativa che si è trasformata in una più forte relazione sociale, in un sistema sociale mutante e adattabile alle diverse tipologie di diversi ambienti. È stata la condizione di socialità che ha determinato l’avvento della intelligenza umana. E il rapporto tra gli animali e il loro habitat sociale è l’elemento mancante nella teoria evoluzionistica di Darwin, che prende esclusivamente in considerazione il rapporto tra individui di una determinata specie e il loro ambiente di riferimento. Non l’habitat sociale, non come si organizza la loro intelligenza organizzando il mondo in cui devono sopravvivere.
Questi 3 casi mostrano almeno una cosa molto semplice: anche la teoria evoluzionista evolve, anche se i modelli evoluzionistici spesso non se ne sono occupati.
2.1 – la teoria genealogica: Charles Darwin
La teoria evoluzionistica di Darwin introduce nella conoscenza scientifica la condizione dinamica. I creazionisti erano portatori di una immagine della vita sulla terra statica: gli esseri viventi nascono e muoiono creati da un Dio. L’uomo nasce e muore creato dallo stesso Dio a sua immagine e somiglianza. Darwin introduce sostanzialmente la dinamica, introduce il ciclo di vita, quella che noi oggi conosciamo come la curva di Nolan, ovvero la teoria degli stati evolutivi. .
Dopo aver letto il testo di Thomas R. Malthus[8] sull’incremento della popolazione umana e i suoi effetti sulla economia dello sviluppo e principalmente dopo aver ricevuto e letto gli studi di Alfred Wilson[9] giunti alle sue stesse conclusioni, Darwin, nel 1859, pubblica il suo testo sulla origine delle specie attraverso la selezione naturale. Secondo Darwin: “Vi è una semplice grandezza nel modo di considerare la vita coi suoi poteri di crescere, di assimilare e di riprodursi, come ispirata originariamente nella materia in una o poche forme”[10]. Una sola e semplice grandezza, una sola misura, un solo minimo comun denominatore: quello naturale o genealogica, nel senso che riguarda i legami di parentela tra i membri di una specie. In modo specifico, la denominazione genealogica si addice perfettamente al fatto che, secondo la teoria Darwiniana, tutte le forme viventi sono discese da uno o pochi antenati comuni attraverso un continuo processo di ramificazioni successive. Tutte da uno stesso e solo capostipite. Questo processo di filogenesi consiste nella generazione delle specie da altre specie preesistenti e meno evolute. Tutti i viventi hanno avuto origine da pochi organismi originari, e forse addirittura da uno solo.
Tutti, individui e specie, evolvono con una finisca naturale, con una regola che vale per ogni dinamica, infatti: “mentre questo nostro pianeta è andato rotando secondo determinate leggi, la terra e l’acqua in un ciclo di cambiamenti si sostituivano l’una all’altra, in modo tale che da una origine così semplice, attraverso il processo di una selezione graduale di cambiamenti infinitesimi, si sono evolute infinite forme di stupenda bellezza…”[11].
La natura è coinvolta, o rappresenta, in un generale processo di cambiamenti minimi, infinitesimi addirittura, graduali ma continui. Abbiamo consapevolezza di questi cambiamenti analizzando le popolazioni di individui viventi, le loro forme infinite e la loro bellezza. Pertanto, in un lungo tempo, traformandosi gradualmente, alcuni di questi individui, diventate specie, sono sopravvissuto. Quali? Quelli che hanno superato il processo di selezione naturale, cioè quelli che si sono adattati meglio all’ambiente di riferimento. E, a forza di sostenere le piccole trasformazioni sorte per favorire la fitness evolutiva delle trasformazioni, gli individui si sono accoppiati e riprodotti tra di loro, fino a costituire una intera specie adattata.
Non più forte. La selezione naturale non si riferisce al più forte, ma al più adattabile all’ambiente. Dunque l’evoluzione agisce sulla variabilità degli individui e sulla loro adattabilità diretta con l’ambiente circostante. La evoluzione, in questo senso, dunque, è funzione del posizionamento.
Il problema del posizionamento, così come qui indicato, è stato individuato molti anni dopo da Helmuth Plessner. Da Darwin in poi quasi tutta la letteratura scientifica ed epistemologica ha considerato il rapporto evolutivo sempre come diretto tra l’ambiente naturale e l’individuo vivente in qualsiasi grado dell’organico[12] lo si voglia collocare. Secondo Plessner, rispetto a queste due dimensioni, i viventi si posizionano e si connotano in relazione alle loro propensioni posizionali relative:
- coloro che hanno nessuna propensioni posizionale concentriche, come le piante, che appunto individuiamo come viventi di ordine naturale, costituiscono il contesto ambientale e sono totalmente concentrate in questo;
- coloro che hanno propensioni posizionali centriche, cioè totalmente ed esclusivamente centrate attorno ai propri bisogni primari, come gli animali che stazionano nei loro habitat, più o meno evoluti, in funzione dei quante sono i cambiamenti sociali vissuti;
- coloro che hanno propensioni posizionali eccentriche, come soltanto gli esseri umani tra gli animali noti, che sono gli unici in condizione di superare i propri bisogni primari e tendere a bisogni successivi, passando di habitat in habitat, con mutamenti e mutazioni, riorientamenti gestaltici.
Per Plessner la connotazione tipica degli esseri umani consiste nella loro capacità universale ed unica di cambiare, sia in senso di sostituire che in senso di modificare, sia con mutamenti che con mutazioni, il proprio posizionamento nel mondo. In ogni caso, Plessner è stato il primo, tra gli autori che conosco, ad aver fatto del posizionamento, sia statico che dinamico, il fondamento fenomenologico della vita, di ogni vita.
Sia per Plessner che per Darwin gli individui meno efficienti, meno adattabili, soccombono, mentre i più adattabili sono in grado di proliferare e diventare patrimonio ambientale. Queste trasformazioni, questi cambiamenti avvengono:
- per mutazione, cioè per variazione casuale nel passaggio da una generazione all’altra, con mutazioni anche minime con enormi effetti, sia fisiologici che comportamentali. Queste mutazioni sono a loro volta trasmissibili per discendenza;
- o per ibridazione, cioè per selezione naturale dovuta alla riproduzione che cresce con una progressione geometrica contro una endemica scarsità di risorse ambientali.
Come vedremo, però, questa similitudine con la teoria Darwiniana è anche la sua più grande distinzione.
2.2 – la teoria ecologica: Stephan Gould
Per Darwin il processo evolutivo e lo stesso meccanismo di selezione naturale procedono a ritmo equilibrato e costante. Inoltre classifica in modo molto rigido le tassonomie di viventi per tracciare la linea di demarcazione evolutive tra le diverse specie viventi.
Questi due su tre metalivelli evolutivi, il ritmo del tempo e lo spazio delle classificazione, vengono messi decisamente in discussione dalla teoria evoluzionistica ecologica.
Il primo apporto della teoria ecologica riguarda la sostituzione del ritmo del tempo, da equilibrato e costante a squilibrato e discontinuo, con la formulazione della ipotesi degli equilibri punteggiati.
Nel 1972, due paleontologi americani, Niles Eldredge e Stephen Jay Gould[13], contestarono il ritmo evolutivo proposto, più che da Darwin[14], dai darwinsti[15], denominato allora gradualismo filetico che considerava la produzione delle specie (speciazione) come un processo graduale, lento e costante[16].
L’ipotesi del 1972 fu sostituita, nel 1977, con un vero e proprio modello[17] costruito sulla incisività dei campi di forza ambientali che producono processi selettivi di breve periodo[18]. Il modello degli equilibri punteggiati, in realtà, considera principalmente gli squilibri, cioè gli stati di transizione, periodi in cui alcuni cambiamenti ambientali determinano l’avvento di popolazioni di individui in transizione da uno stadio evolutivo ad un altro, per poi stabilizzarsi in lunghi periodi di stasi, in cui raggiungono un nuovo equilibrio. I fenotipi stabili della vita, a causa di un determinato cambiamento, si sarebbero destabilizzati entrando in una fase di variabilità e di transizione verso altri fenotipi diversificati, che si sarebbero successivamente ristabilizzati. La biodiversità sarebbe il prodotto delle differenziazioni funzionali di popolazioni in transizione che, in particolari momenti storici, ai trasformano da specie antenata a specie nuova.
L’evoluzione è scissione simbiotica tra individuo, specie e ambiente; un processo in equilibrio dinamico in cui si creano e si trasformano stati di vita tenuti magicamente in equilibrio da un impercettibile campo di forza, alla ricerca di stati di equilibrio statici successivi, ma sempre precari e in costante possibile, ulteriore trasformazione. Gli equilibri mutano all’interno di una certa punteggiatura, cioè dentro in un intervallo compreso fra i due estremi degli organismi imposti dall’adattamento e della stabilità dei cicli di incorporazione.
Questo modello della evoluzione non graduale ma puntiforme o ondulatoria comporta, proprio a causa di rapide e discontinue mutazioni, massicce decimazioni di individui, e scomparse di intere specie che non riescono a seguire i ritmi delle trasformazioni e i cicli ambientali. L’esito evolutivo dei capostipiti sopravvissuti è dettato da processi stocastici e da accomodamenti, cioè adattamenti a situazioni ecologiche contingenti in base a schemi generali di sviluppo: viene applicata alla dinamica naturale la metafora della “macchina selvaggia” di distruzione - creatrice. Dentro questo modello delle decimazioni, gli organismi e le specie che hanno successo non raggiungono mai l’armonia o l’equilibrio ottimale. Nella ipotesi della subottimalità, infatti, la rete complessa di interazioni fra organismi e ambienti amplifica alcune potenzialità evolutive e ne inibisce altre. Nuove interazioni possono ridefinire gli equilibri affidabili ai nuovi stati raggiunti e nel bilanciamento tra propensioni e potenzialità di adattamento. I processi storici della evoluzione hanno un futuro imprevedibile. Tuttavia, affinché questa dinamica degli equilibri punteggiati sia possibile è indispensabile che la violenta trasformazione del processo evolutivo sia assicurata da una presenza ridondante di organica degli individui di una determinata specie. Sono casi esemplari di individui che utilizzano un loro organo, una parte fisica del loro corpo o un certo tipo di carattere, precedentemente sviluppatosi per svolgere una funzione, per svolgere tutt’altre funzioni utili alla nuova condizione ambientale. Per questi soggetti, l’evoluzione è dalla ridondanza di organi (ipotesi della ridondanza) in un processo ex-aptation[19], al di là dell’ad-attemento, con una azione di ex-attamento.
Il secondo apporto della teoria ecologica consiste nel passaggio dallo spazio delle classificazioni allo spazio delle differenziazioni.
Secondo Stephen Gould “il sistema di divisione di piante e animali, come un letto di Procuste, ha distorto la nostra visione della vita e ci ha impedito di comprendere alcuni dei più importanti passaggi della sua storia”[20]. L’unica distinzione veramente plausibile, o meglio, come sosteneva Whittaker “la divisione più chiara e realmente netta dei livelli di organizzazione del mondo vivente”[21] è quella tra cellule procariote e quelle eucariote. Questa distinzione ci spiega moltissimo della selezione naturale. Perché? Per la questione sessuale. Le cellule procarioti che sono sostanzialmente asessuate, tra di loro “il sesso è poco frequente e inefficiente”[22]; è una attività unidirezionale, non una relazione necessaria per generare un terzo differente individui, ma il semplice “trasferimento di alcuni geni da una cellula donatrice a una ricettrice”[23]. Queste cellule asessuate si riproducono soltanto in “copie identiche delle cellule parentali”[24]. Pertanto una mutazione è rara per il fatto che “le specie asessuate mancano così della variabilità necessaria per significativi cambiamenti evolutivi”[25].
Le cellule eucariote invece sono cellule sessuate che “si uniscono per produrre uno zigote”[26]. Questo è il punto: soltanto “i meccanismi sessuali possono originare delle variazioni”[27]. Ora, quasi tutti gli eucarioti posseggono cellule sessuate (gamete) di carattere maschile e femminile. Più precisamente contengono cromosomi con un carattere sessuale e “un’efficiente riproduzione sessuale richiede l’aggregazione del materiale genetico in unità discrete (cromosomi)”[28]. Pertanto il sesso ha una funzione aggiuntiva a quella della riproduzione, perché svolge la funzione di “promuovere la variabilità mescolando i geni di due (o più) individui”[29].
Per l’ipotesi ecologica dunque l’unica classificazione giustificabile è quella tra cellule procariotiche, che permettono la riproduzione per scissione simbiotica, e cellule eucaristiche, che permettono la variazione delle specie con la loro sessualità.
C’è un terzo apporto della teoria ecologica al concetto di evoluzione: la teoria gerarchica. L’individuo è l’elemento centrale di un ambiente. La specie è l’elemento superiore. Il genoma l’elemento inferiore. I processi evolutivi possono riguardare ciascuno di questi elementi presi singolarmente, sia nel livello superiore della scala gerarchica come specie, sia a livello inferiore come genoma. “Spesso, sia la selezione di specie che la selezione molecolare possono esercitare effetti significativi anche a livello di organismi individuali, componendosi con gli effetti della selezione naturale in senso stretto, che opera appunto su questo livello. In questo modo, molti cambiamenti evolutivi risulterebbero dalla combinazione e dalla interazione fra agenti operanti a livelli differenti della gerarchia (e, quindi, a differenti scale spazio-temporali.”[30]
In ogni caso, dobbiamo alla teoria ecologica un salto notevole della conoscenza del complessivo processo evolutivo. Se la teoria genealogica costringeva la interpretazione ad una singolarità evolutiva – adattamento per selezione naturale, la teoria ecologica ci propone una pluralità interpretativa del processo evolutivo, fatta di “reti di interazioni fra sistemi differenti, fra livelli gerarchici differenti, e anche fra gerarchie differenti”[31].
L’ultimo autore che conosco ad aver indicato la centralità dell’habitat sociale allo sviluppo della vita sulla terra, sebbene con una dizione più scientifica e meno filosofica, è Edward Wilson. Egli ci racconta la conquista della terra da parte degli animali eu-sociali[32].
“L’eusocialità, cioè la condizione in cui vi sono generazioni multiple organizzate in gruppi grazie a una divisione altruistica del lavoro, è stata una delle maggiori innovazioni della storia della vita e ha creato i superorganismi, il livello successivo di complessità biologica al di sopra degli organismi. Il suo impatto è paragonabile alla conquista della terraferma da parte degli animali acquatici con un apparato respiratorio e la sua importanza è pari all’invenzione del volo potenziato da parte degli insetti e dei vertebrati.”[33]
Secondo Wilson i nostri antenati pre-umani “dovettero raggiungere l’eusocialità in un modo radicalmente diverso dagli insetti guidati dall’istinto”[34]. Lo fecero utilizzando strategie di gioco “in un mix complicato di altruismo accuratamente calibrato, cooperazione, competizione, dominio, reciprocità, defezione e inganno.”[35]. Per avere il potere di governare “strategie di interazioni sociali individuali”[36], i pre-umani per evolvere “dovevano acquisire un livello ancora superiore d’intelligenza.”[37]. Grazie alla simbiosi con un complesso e mutevole habitat sociale, il loro cervello “diventò contemporaneamente assai intelligente e intensamente sociale.”[38]. I pre-umani, questi “candidati all’eusocialità radicalmente nuovi”[39], acquisirono dal loro habitat una logica endofasica, perché dovevano “costruire in fretta scenari mentali di rapporti personali sia di breve che di lungo termine”[40]; dovevano avere ricordi e, dunque, “viaggiare in un lontano passato per chiamare a raccolta i vecchi scenari”[41]; dovevano avere coscienza per applicarli, cambiandoli, nelle mutate condizioni di habitat del presente; estendersi “in un lontano futuro per immaginare le conseguenze di ogni relazione”[42]. Avevano il concetto di tempo. In altri termini, visti i cambiamenti frequenti del loro habitat, indispensabili nella selezione di gruppo per adattarsi alle differenti condizioni ambientali delle diverse località in cui gli insediamenti venivano collocati, dovettero imparare a gestire “piani di azione alternativi”[43], che rio-rientarono continuamente le loro gestalt ed estesero le prestazioni sociali del cervello per implementare, con quella individuale, l’intelligenza collettiva e mantenersi in simbiosi con la vita.
Wilson sostiene che l’incapacità umana di compiere lunghi percorsi ha determinato due condizioni tipiche: l’una la ricostruzione continua di habitat sociali differenti e l’altra la comunanza. In queste condizioni, per “gli arrancanti antenati mammiferi degli uomini che erano obbligati a stare vicini gli uni agli altri”[44], a differenza degli insetti caratterizzati dal fatto che “ogni progenitore della generazione successiva … si metteva in proprio”[45], si è determinato con maggiore probabilità “l’evolversi di un comportamento sociale avanzato”[46]. Alla fine, “gli insetti potevano evolvere verso l’eusocialità attraverso la selezione individuale nella linea di discendenza della regina, di generazione in generazione; i pre-umani arrivarono all’eusocialità grazie all’interazione fra la selezione individuale e la selezione a livello del gruppo.”[47]. E questa differenza fa tutta la differenza. La nostra intelligenza nasce da qui.
Senza entrare nel dettaglio, possiamo sostenere, sulla base dell’insegnamento di Wilson, che l’eusocialità umana è:
- cognitiva, in quanto viene ricordata e viene appresa;
- multidimensionale, in quanto, nel corso della sua evoluzione, acquisisce dai fenomeni a cui è simbioticamente incorporata diverse dimensioni logiche, di cui finora possiamo considerarne soltanto 4 (endofasica, formale, computazionale, quantistica);
- trasmissiva, cioè epigeneticamente ereditabile;
- mutabile, nel senso che può adeguarsi a vivere in diversi ambienti grazie a diversi habitat sociali e/o trasformare i diversi ambienti per poter vivere in diversi habitat sociali.
Potranno, nella quarta mutazione, in un habitat tecnologico cognitivo e totalmente nuovo, potranno le macchine acquisire almeno le caratteristiche degli insetti di Wilson e realizzare il sogno della intelligenza artificiale di Touring?
In realtà, nessuna di queste condizione, e tantomeno tutte e quattro in combinazione, possono avere gli insetti di Wilson e certamente nemmeno le macchine di Touring. Ciascuno ne può avere una; ma tutte e quattro insieme e socialmente interagenti, esistono soltanto nella condizione umana di eusocialità, perché questa interazione sociale è unica ed esclusiva: la connotazione della nostra incorporazione simbiotica.
Alan Touring ignorava tutto questo.
Quale è stato l’errore di Touring (e di molti altri)?
Già dal 1931, dopo aver letto il famoso articolo di Gödel, Alan Touring pensò di costruire “una macchina di uso generale che è in grado di decidere automaticamente quali funzioni matematiche possono essere calcolate e quali no.”[48]. Già allora Alan Touring, che “contribuì a creare i fondamenti teorici della computazione”[49], pensava di costruire una macchina in grado di autoprodursi.
Quale è stato il suo errore?
Un errore deve pur esserci se, dopo tanti anni[50], al ritmo crescente in cui si implementa la tecnologia, questa macchina non è ancora realizzata. Un deficit logico strutturale deve esserci.
Perché l’intelligenza artificiale non sarà mai come l’intelligenza naturale?
Perché le macchine non potranno eguagliare il cervello umano?
Dopo disperati tentativi e azzardate soluzioni teoriche, alla fine della sua vita, Touring si accorse che la tecnologia non bastava a produrre l’agognata intelligenza artificiale. Pensò che occorresse la biologia. “Verso la fine della sua esistenza, Alan Touring condusse anche esperimenti pionieristici nella simulazione della morfogenesi, vale a dire i processi biologici che portano un organismo a sviluppare la propria forma, utilizzando a tal fine i computer dell’Università di Manchester. Turing ipotizzò che alcune sostanze chimiche, i morfogeni, così come alcuni processi fisico-chimici, come ad esempio la diffusione, vale a dire il movimento delle molecole come i morfogeni, o altri fenomeni quali l’attivazione, o la promozione, e l’inibizione, o repressione, fossero responsabili dei processi di differenziazione cellulare, che consistono nelle fasi attraverso le quali passa una cellula dall’embrione fino a trasformarsi nell’individuo adulto nella cellula specializzata (muscolare, neuronale, ecc.). Pertanto, l’idea centrale di Touring era che in un embrione le posizioni occupate dalle cellule ancora non differenziate, cioè non specializzate, contengano informazioni «registrate» nei morfogeni con cui si controllerà lo sviluppo dell’embrione, il processo che porterà alla specializzazione delle sue cellule fino a diventare adulto. La genialità di Alan Touring si manifestò ancora una volta in questa ricerca, perché previde l’esistenza dei morfogeni, che furono scoperti solo molti anni dopo.”[51].
Alla fine scelse la biologia.
Forse fu una intuizione geniale per i morfogeni.
Sbagliava però anche alla fine.
Non soltanto perché la scelta era logicamente paradossale: se si utilizza la biologia, le macchine non sono più macchine e la loro intelligenza non è più artificiale.
Principalmente, però, sbagliava perché non aveva compreso, Lui come tanti altri, che l’elemento fondamentale della vita e di ogni evoluzione possibile è l’habitat sociale. Le macchine non hanno un habitat sociale da cui ricavare l’energia necessaria, il potere indispensabile, per sopravvivere ed evolvere. L’energia simbiotica tra il soggetto o l’individuo e il suo habitat sociale è il potere della sopravvivenza e della conoscenza per tutti i viventi noti.
Il posizionamento è il presupposto della condizione simbiotica del vivente, la sua indispensabile socialità.
Pretendere di costruire una macchina chiusa in se stessa, totalmente autoreferenziale, totalmente priva di habitat sociale, è un errore logico fondamentale. Il fatto è che senza habitat sociale non si sopravvive e non si evolve, perché manca ogni forma di scambio energetico con la vita, indispensabile alla vita. Alle macchine manca la funzione simbiotica della madre con il figlio. E se manca la funzione simbiotica iniziale, manca anche ogni possibilità di differenziazione funzionale per gestire l’entropia prodotta dall’adattamento al mutato habitat sociale. Manca la storia, manca la freccia irreversibile del tempo, come l’ha definita Ilya Prigogine, che è il presupposto della nostra identità (e della nostra identificazione) di umani. Le macchine di Touring non avevano tempo e sono, in realtà, una sola macchina, sempre la stessa a diversi livelli di efficienza e di efficacia.
In assenza di habitat sociale assolutamente non si può essere intelligenti, perché l’intelligenza ha indispensabile bisogno quel mondo (habitat) che la macchina non ha. I fenomeni del mondo della vita trasferiscono intelligenza parziale e relativa ai viventi in varie forme, modi e quantità. In quel mondo (habitat) è depositata tutta l’intelligenza necessaria alla sopravvivenza. Una intelligenza che sta dentro il mondo e che ciascuno incorpora nella quantità e nella qualità che la sua simbiosi fenomenologica permette. Gli animali mutanti da posizionamento dinamico, gli umani, proprio perché cambiano habitat, per sopravvivere, sono indotti ad incorporare una intelligenza più sviluppata, multidimensionale, che sta tutta intera, ed anche molto di più, nel mondo della vita. Non siamo noi ad avere, per uno scherzo della natura o come una malformazione genetica, l’intelligenza che ci serve per osservare il mondo della vita. L’intelligenza è nel mondo della vita e noi ne apprendiamo inevitabilmente solo una piccola parte, anche se questa parte è eccezionalmente superiore a tutti gli altri. La follia egocentrica di ritenersi i possessori di una intelligenza riproducibile in soggetti nuovi, che siano vegetali, animali, umani o macchine, ha pervaso gran parte della conoscenza, Touring compreso. È un errore clamoroso di carattere logico, epistemologico ed anche fenomenologico. È un errore logico perché non considera la fondamentale funzione simbiotica della vita. È un errore epistemologico perché accentua la scissione simbiotica tra verità e realtà. È un errore fenomenologico perché ritiene fideisticamente l’intelligenza una nostra esclusiva proprietà e trascura decisamente il fatto che la nostra intelligenza è incorporata per adattamento, in una sua piccola parte, alle infinite dimensioni della intelligenza presente nel mondo della vita.
Torna Piaget.
Considero la sua affermazione l’emblema della autopoiesi dell’esistente, il segno indelebile della epistemologia simbiotica: “l’intelligenza organizza il mondo organizzando se stessa”[52].
Noi siamo una parte di quel mondo e una parte di quella intelligenza, che si genera e si auto produce nel momento stesso in cui si organizza. Nel momento stesso in cui si organizza genera nuova intelligenza che organizza nuovo mondo e che, in piccola parte, noi incorporiamo poiché siamo parte di quel mondo. Per gli altri gradi dell’organico non accade perché il loro posizionamento è statico, il loro habitat non cambia se non con impercettibile lentezza e loro non partecipano alla continua riorganizzazione dell’intelligenza. Nessun altro essere vivente, se non l’umano, ha imparato a gestire i propri ri-orientamenti gestaltici, per farne una indispensabile risorsa per l’incorporazione dell’intelligenza autopoietica del mondo della vita. Per questo motivo dico sempre che la logica è nei fenomeni e non in noi. Noi ne abbiamo incorporato solo 4 dimensioni (endofasica, formale, computazionale, quantistica) perché solo 4 sono state le cosmogonie di riorganizzazione dell’habitat sociale degli umani; e solo 4 i nostri ri-orientamenti gestaltici. Anche se, nella evoluzione, di mutamenti di habitat, più o meno piccoli, ne abbiamo avuti tantissimi e dunque tantissime occasioni per riorganizzare la nostra intelligenza in relazione alla riorganizzazione del nostro mondo. Resta il fatto che il posizionamento dinamico, il cambiamento dell’habitat sociale, ci ha permesso di incorporare l’intelligenza che abbiamo, di sviluppare la funzione primaria della conoscenza; mentre la follia di creare una intelligenza meccanica senza una relazione simbiotica con l’habitat sociale (al massimo alcune limitate connessioni di rete) pervade ancora molte menti mendiche e sperpera eccessive energie cognitive. “La scienza moderna ci aiuta a ribadire quanto sia aberrante l’idea di riprodurre copie artificiali degli esseri viventi a più alta efficienza. Nel momento in cui ci soffermiamo a ragionare sulle implicazioni dettate dai concetti di probabilità ed evoluzione della materia costituente l’universo, si dissolvono facilmente le ambiguità dettate da fantasie cinematografiche (sul modello di Matrix per intenderci) che ipotizzano la supremazia di macchine nate dall’emulazione dell’uomo”[53]. Grazie alla simbiosi con l’habitat sociale, l’essere vivente a più alta efficienza ed efficacia della terra non può che essere l’umano.
L’essenza di ogni esistenza sta nella simbiosi, o con l’ambiente naturale, o con l’habitat sociale. L’intelligenza umana si sviluppa per il suo posizionamento dinamico, per la sua capacità di vivere contemporaneamente nei diversi e disparati habitat. In realtà, come abbiamo visto, il primo, senza dirlo ma facendolo capire bene, a porre la distinzione tra ambiente ed habitat fu Helmut Plessner che ha avuto davvero una triplice fondamentale intuizione:
- aveva colto la distinzione tra ambiente ed habitat;
- aveva capito che la sopravvivenza dei viventi era possibile soltanto grazie al loro posizionamento sempre in simbiosi o con l’ambiente naturale o con l’habitat sociale;
- aveva definito la connotazione tipica dell’umano e della sua unica fitness evolutiva nella competenza mutante, cioè nella capacità di cambiare il posizionamento, nel potere di vivere contemporaneamente dentro diversi e differenziati habitat sociali.
2.4.1 – della autopoiesi intellegibile
Abbiamo ora un primo postulato fondamentale della evoluzione simbiotica: la propensione oggettiva che ha la vita di affermarsi è data dalla sua capacità di incorporare possibilità.
Decostruiamo questo postulato in:
- “La propensione che ha la vita di affermarsi”, è il riconoscimento di una teoria evoluzionistica dell’esistente;
- “la capacità di incorporare possibilità”, è la nostra unica, esclusiva, affascinante competenza epistemologica;
- “è data da”, è la nostra corrispondenza simbiotica all’habitat, il cuore della lebenswelt, non sempre e non solo la capacità di risolvere problemi, ma di saperlo fare grazie alla coscienza della conoscenza che abbiamo incorporato.
2.5 – della incorporazione
Simbiosi[54] è incorporazione, separtita in interazioni, per dirla con Lynn Margulis, una interconnessione tra diversi soggetti (simbionti) in un determinato habitat (ospite). Sono entità con-viventi, che vivono insieme, l’uno con l’altro, l’uno dentro l’altro.
L’ipotesi simbiotica centrale è che questa tipica incorporazione costituisce, per tutti gli esseri simbiotici che si adattano a vivere dentro un ospite (per gli esseri viventi sulla terra prevalentemente eu-sociale), un vantaggio evolutivo di sopravvivenza reciproca e che, viceversa, la scissione simbiotica è causa di morte per almeno uno dei due simbionti o per entrambi se si scindono dall’ospite. Pertanto la incorporazione simbiotica è indissolubile e imprescindibile, per molti versi irreversibile.
Nel generale processo di incorporazione simbiotica è possibile separtire, clusterizzando gli elementi secondo un criterio percettivo (né più né meno di come fa il computer quando mostra un file), il simbionte dall’ospite. Si tratta delle due tipologie di partner della incorporazione simbiotica, in cui l’ospite è il partner più grande, che accoglie, mentre il simbionte è quello più piccolo, che è accolto.
Più precisamente, nella letteratura si distingue:
- simbiosi ciclica: quando, ad ogni ricambio generazionale si ricostruisce la connessione simbiotica tra partner, con uno scambio di segnali chimici di riconoscimento (o per ingannare l’ospite, in caso di parassitosi) e diverse tipologie controllo, sia del genoma che del metabolismo, per attivare le funzioni della simbiosi;
- simbiosi permanente: quando il simbionte e l’ospite vivono sempre in reciproca ed esclusiva associazione, trasmettendo verticalmente, cioè di generazione in generazione (spesso per via materna, cioè nella cellula uovo), la connessione simbiotica[55], caso in cui spesso si verifica una co-evoluzione tra i discendenti dei due partner[56].
Allora, se clusterizzo secondo il criterio della georeferenziazione in senso lato[57], posso sostenere: che l’universo è l’ospite che ospita diversi simbionti di galassie interconnesse tra loro; che la nostra galassia è l’ospite che ospita diversi simbionti di pianeti e un solo simbionte stellare interconnessi tra loro; che la nostra terra è l’ospite che ospita diversi simbionti di continenti interconnessi tra loro; che il nostro continente è l’ospite che ospita diverse nazioni interconnesse tra loro; che la nostra nazione è l’ospite che ospita diversi simbionti di città interconnesse tra loro; che la nostra città è l’ospite che ospita ciascuno di noi e che ciascuno di noi è interconnesso con chiunque altro di noi. Se cambio criterio di clusterizzazione ottengo altri e nuovi domini di interconnessioni che costituiscono altri ospiti per altri e nuovi simbionti. La separtizione è la regola (o le regole) con cui si clusterizzano i domini di interconnessione. Dunque, ogni separtizione è una dimensione logica.
Le elaborazioni del biologo Lynn Margulis sul paradigma simbiotico hanno evidenziato, fatto per cui sono di particolare interesse in questa sede, come le simbiosi possano costituire un’importante componente del processo evolutivo[58].
Lynn Margulis in qualche modo inverte la teoria genealogica di diretta derivazione darwiniana su un punto fondamentale: la competizioni tra viventi per l’adattamento della specie. Il paradigma simbiotico non considera, infatti, il processo evolutivo come condotto da una competizione per adattamento. Questa affermazione, anche in questo caso più presente nella letteratura genealogica che in Charles Darwin, non è precisa, anzi, decisamente incompleta. Nel paradigma simbiotico della evoluzione l’elemento fondamentale della sopravvivenza è invece basata sulla cooperazione, sulla interazione e sulla mutua dipendenza tra viventi: “la Vita non colonizzò il mondo attraverso il combattimento, ma per mezzo dell'interconnessione”[59]. I viventi cooperanti internamente o esternamente alla loro specie, siano essi umano o no, hanno una migliore fitness evolutiva e, dunque, sopravvivono di più rispetto ai viventi aggressivi e comunque non cooperanti. La relazione simbiotica è protettiva. Nella simbiosi mutualistica, infatti, il beneficio reciproco tra soggetti viventi è dato dalla connessione vincolante (che appunto caratterizza la simbiosi) di accoglienza tra oggetti, azioni o persone diverse.
Sul mutualismo dobbiamo soffermarci un attimo, perché rappresenta un collegamento con il paradigma della evoluzione sociologica. Una rilevanza ancora più significativa se si tiene conto la enorme diffusione del mutualismo è una tra quasi tutti gli organismi viventi.
Il mutualismo non è che una delle tipologie di simbiosi clusterizzate, in modo anomalo[60], secondo connessioni trofiche, cioè relative allo scambio di nutrizione: abbiamo il commensalismo o l’inquilinismo, quando la simbiosi è indifferente per l’ospite e vantaggiosa per il commensale (se riceve cibo) o l’inquilino ( se riceve alloggio); abbiamo l’amensalismo, quando un membro qualsiasi dei due riceve per qualsiasi motivo comunque un vantaggio dall’associazione simbiotica; abbiamo parassitismo, quando il simbionte ottiene un vantaggio danneggiando l’ospite.
Il paradigma simbiotico ci spiega che, per lo stesso uomo la connessioni con i batteri è necessaria per la sua sopravvivenza[61]. Tuttavia il nostro problema non è sapere quanto è naturale il processo simbiotico, ma quanto è influente sulla evoluzione della vita. Quanto è influente per noi umani. Infatti, non è soltanto quella la nostra partecipazione simbiotica. E, per quanto riguarda l’evoluzione umana, più che di mutualismo, cioè il rapporto tra due individui obbligati a condividere il reciproco vantaggio, possiamo parlare di “proto-cooperazione”, cioè del rapporto tra individui diversi che non sono obbligati a vivere insieme.
La nostra ipotesi aggiuntiva è che questo vantaggio evolutivo diventa evoluzionistico grazie alla funzione epistemologica (intelligenza) che il simbionte istintivamente svolge (con altri simbionti e con l’ospite) per risolvere i propri problemi di adattamento genetico.
3 - Obiezioni alla teoria evoluzionistica
Solo una obiezione alla teoria evoluzionistica discuterò in questa sede. E non perché abbia maggior valore, ma perché è perfettamente funzionale al senso del discorso che intendo tenere. Secondo il professore Zichichi, la teoria dell’evoluzione non è scientifica per 3 motivi:
- perché “non spiega come sia avvenuto questo passaggio, dalla materia inerte alla materia vivente e poi alla sola forma di materia vivente dotata di ragione, che è l’uomo”;
- “non è scientificamente rigorosa” perché “una teoria scientifica rigorosa risponde ai requisiti di rigore scientifico di Galileo, che fu il padre della scienza: descrizione matematica e riproducibilità sperimentale”, cioè perché non c’è una equazione definitiva;
- perché “non sa rispondere alla domanda del perché tra milioni di specie, soltanto una, l’essere umano, è dotata di ragione”;
- perché “La scienza della vita non ha capito come nasce la vita” e, dunque “non è una scienza esatta”.
Cominciamo dall’ultima contestazione, che è la più facile perché è falsa, sia nel presupposto che nella conclusione. È falsa perché non è vero che la scienza della vita non ha capito come nasce la vita. L’ha capito benissimo anche quando le evidenze scientifiche di ordine biologico non c’erano proprio. Non voglio entrare nel dettaglio ma, il passaggio dello scioglimento dei ghiacci, la formazione di grosse molecole spezzate dai raggi ultravioletti emessi dal sole e dai fulmini, le sostanze chimiche rilasciate dalle rocce, e la struttura del DNA avvenuta dalla combinazione di molecole, atomi e elementi chimici, è il processo con cui la scienza della vita descrive la nascita della vita.
In questo modo si risponde anche alla prima obiezione, l’elemento di congiunzione dalla materia inerte alla materia vivente, c’è, nella spiegazione con cui la vita è nata. Manca il passaggio dell’avvento della ragione ma è proprio ciò di cui stiamo discutendo oggi: il teorema dell’elemento mancante.
La seconda obiezione è davvero banale. Che la teoria della evoluzione non sia una scienza rigorosa o, peggio ancora, esatta perché non c’è una equazione matematica che ne esprima i requisiti rigorosi e la ripetibilità sperimentale è una vecchia e insignificante affermazione su cui non concordano da anni sia matematici, come Klein che ha stabilito la totale perdita della certezza della matematica, sia fisici come Ilya Prigogine, che ha preso il premio Nobel per il suo studio sulle dinamica della complessità, le regole del caos e sui processi irreversibili che non possono essere tradotti in una equazione per il fatto stesso che sono avvenuti una volta sola. Senza voler considerare le antiche contestazioni di Husserl alla epistemologia galileiana e la proposta di una riformulazione della conoscenza scientifica sulla base della lebenswelt.
Resta invece ancora in piedi metà della prima contestazione di Zichichi, sul passaggio “alla sola forma di materia vivente dotata di ragione, che è l’uomo”, e tutta intera la terza contestazione (che è sostanzialmente la stessa), la teoria di Darwin “non sa rispondere alla domanda del perché tra milioni di specie, soltanto una, l’essere umano, è dotata di ragione”.
Il nostro paradigma (commensurabile[62]) è diverso da quello di Luigi Luca Cavalli Sforza. È lo sviluppo sociale ad aver generato il nostro comportamento culturale, non viceversa. Come è noto, Luigi Luca Cavalli Sforza sostiene invece che “lo sviluppo culturale che ha generato il nostro comportamento sociale è avvenuto, per la maggior parte, negli ultimi 100.000 anni, molto probabilmente perché, intorno a quella data, la piccola popolazione che ha dato origine a tutti gli uomini che vivono oggi aveva raggiunto la capacità odierna di comunicare”[63].
Ora, questo paradigma invertito, porta il suo estensore a una serie notevole di errori, paradossi imprecisioni che noi discuteremo altrove, sia per evitare un arido e acido spirito polemico, sia per evitare ogni contestazione, per quanto generosa. Una delle nostre ipotesi, viceversa, sostiene che il comportamento sociale ha determinato una particolare e molto specifica fitness evolutiva, che è stata accelerata, solo per l’umano, dallo sviluppo culturale.
Siamo sostenuti in questo dalle ipotesi di Edward Wilson, che non a caso Sforza contesta per il fatto di considerare la cultura collegata, se non addirittura interamente controllata dai geni. Intanto non credo che Wilson sostenga questo, quanto piuttosto, sulla base della teoria epigenetica, che geni e cultura evolvono assieme, in reciproca costante connessione, in interazione permanente.
La rilevanza antropologica dell’habitat sociale è stata principalmente attestata nel 2014 con il paradigma della evoluzione eu-sociale di Wilson[64]. Grazie a questi studi abbiamo imparato come la società sia il fattore scatenante della nostra fitness evolutiva, necessario, anche se non sufficiente.
Infatti, l’elemento mancante nella teoria evoluzionistica di Darwin non è la eu-socialità.
Propongo di considerare la socializzazione come la funzione di incorporazione del sembionte nell’ospite, atteso che il sembionte siano le nostre verità e l’ospite la realtà fenomenologica. In questo senso la società è genetica.
Considero il primo concetto verso la nuova concezione della evoluzione simbiotica il concetto di lebenswelt proposto, molti anni fa, da Edmund Husserl[65]. Lebenswelt rappresenta la totale incorporazione tra l’individuo e il suo habitat.
Dunque, non si tratta soltanto di una relazione, o meglio, di una “correlazione”[66]. Si tratta della plusvalenza cognitiva che l’umano ha svolto con la sua tipica e mutante eu-socialità; non solo una relazione o una correlazione, ma la incorporazione dell’individuo nel suo habitat protettivo: non essere soggetti della vita (come vuole il pensiero religioso), o soggetti alla vita (come vuole la teoria evoluzionistica di Darwin), ma, meglio ancora, soggetti nella vita. Una incorporazione simbiotica del soggetto con il suo habitat fenomenologico talmente profonda che ci permettere di sviluppare la nostra fitness evolutiva nel mondo solo se vivo interamente e direttamente protetto dalla mia eu-socialità, dal mio habitat relazionale. Si tratta di una simbiosi evolutiva tra 4 dimensioni (e non una relazione tridimensionale come voleva Darwin tra individuo, specie e ambiente): individuo, specie, habitat sociale, ambiente.
Chi ha capito, in ambito pedagogico ed epistemologico, questa funzione evolutiva della intelligenza è stato Jean Piaget[67]. Come è noto, il suo approccio è totalmente, direi esclusivamente, di ordine psicologico e riguarda il singolo, l’individuo, specificamente gli stadi evolutivi del bambino. Credo, invece, che la funzione genetica dell’habitat sociale possa spiegare come è stata possibile la genesi dell’umano, questa specie imprevista[68], la evoluzione del cervello che lo ha reso così diverso dagli animali, attraverso stadi evolutivi (per mutazione o ibridazione) che, per adattamento, hanno sviluppato diverse dimensioni di logica. Ho sempre pensato questo e ne sono ancora profondamente convinto.
La vita nel mondo non può trascendere la dimensione del nostro habitat eu-sociale all’intero del quale interamente si trasferisce. Grazie alla incorporazione simbiotica dell’uno nell’altro, però, anche il nostro habitat evolve, e noi con lui e, per quel che ci riguarda, la sua multiforme articolazione conforma quel piccolo essere singolare che è l’uomo.
Infatti, nel network della eu-socialità e nella connessione con la rete della nostra intelligenza collettiva, simbiosi significa che “dal punto di vista della conoscenza, per noi uomini, il nostro proprio essere precede l’essere del mondo”[69]. Il nostro proprio essere sta interamente dentro la socialità che ci accoglie. In simbiosi. Prima di noi. Prima della nostra nascita. Il bambino viene incorporato dalla rete sociale in cui vive. Tuttavia egli non resta bloccato dentro un paradigma precodificato e predefinito a causa di questa incorporazione. No. La conoscenza tipica dell’umano è eccentrica. Lo emancipa. Lo precede dal punto di vista delle informazioni sedimentate e disponibili a cui può immediatamente connettersi, “ma non dal punto di vista della realtà del mondo”[70].
Dal punto di vista della eu-socialità nessuno può andare oltre. Può aprirsi, accogliere, estendere le sue relazioni, produrre innovazioni, espandere la sua socialità, approfondire la sua individualità, variare la sua comunicatività, adattarsi alle mutazioni, costruire realtà altra, acquisire nuove dimensioni logiche: evolvere.
In questo senso, pertanto, la società è davvero genetica, perché nella sua dimensione simbiotica ha permesso e permette, ha garantito e garantisce, l’espansione della capacità cognitiva e la tipica, unica fitness evolutiva dell’umano. Non c’è più bisogno che si cerchi ancora l’elemento scatenante della nostra unicità.
Ora l’abbiamo trovato.
Ora sappiamo cosa è.
Lo studio di Wilson è stato illuminante. Solo in quel testo, tra gli altri a me noti, è ben delineato il rapporto simbiotico essenziale tra l’individuo e il suo habitat sociale, tra l’habitat sociale e l’ambiente naturale. Nessuno vive nel mondo a contatto diretto con l’ambiente. Ciascuno vive dentro il suo habitat sociale, esclusivamente nel suo habitat, e si adatta biologicamente e quindi fisicamente ad esso. Senza habitat sociale nessun essere vivente sarebbe evoluto e, tanto più è forte la rete dell’habitat sociale, tanto più gli animali evolvono. Noi non saremmo evoluti né fisicamente, né cognitivamente. Una situazione, sebbene non precisamente definita e approssimativamente rappresentata, fu rappresentata chiaramente da Plessner che ha individuato il posizionamento dei viventi distinguendo tra 3 gradi dell’organico: l’ambiente naturale in cui vivono le pietre e le piante; l’habitat eu-sociale in cui vivono gli animali centrici, cioè concentrati attorno ai propri bisogni; e l’habitat sociale in cui vivono gli umani eccentrici, che sanno superare lo schema vitale dei bisogni in funzione di relazioni collettive, esigenze di gruppo e valori morali[71].
L’ipotesi teorica che l’habitat sociale sia la condizione fondamentale della nostra fitness evolutiva ci è collettivamente giunta soltanto qualche mese, all’inizio del 2017, con un esperimento finalizzato a dimostrare il paradosso dei gemelli di Einstein.
Come è noto, il teorico della relatività sosteneva che, se sulla terra vi fossero due gemelli e uno partisse per un viaggio interstellare di andata e ritorno su una astronave che viaggiasse a velocità prossime a quelle della luce, al suo ritorno il fratello astronauta troverebbe il gemello molto più invecchiato di lui se non addirittura morto. In realtà non si tratta di un vero e proprio paradosso, ma di un esempio per spiegare la relatività del tempo rispetto all’habitat in cui si misura. Un conto è il tempo che si trascorre nell’astronave e altro conto è il tempo che si trascorre sulla terra. La variabile è data dalle condizioni di habitat dell’astronave rispetto a quelle sulla terra. Infatti è da molto tempo che si verifica, in termini di particelle subatomiche, che il loro decadimento, misurato in laboratorio, è diverso in relazione alla loro velocità, molto più lento quando le particelle viaggiano a velocità prossime a quelle della luce.
Ora si da il caso che alla NASA due gemelli monozigoti vi fossero davvero: i gemelli Kelly. La loro storia scientifica, come l’abbiamo già descritta, è risultata essere proprio come Einstein prevedeva.
L’esperimento, estremamente interessante, influenzerà tutte le ricerche scientifiche presenti e future, è il dato ormai oggettivo che la modificazione dell’habitat sociale modifica il microbioma, cioè proprio quell’insieme del patrimonio genetico deputato alle interazioni tra organismo e habitat sociale. In ogni caso, con la modificazione dell’habitat, tutti, tutti i parametri fisici di Scott sono cambiati, con la variabilità rapida di un mutante.
4 - Evoluzione
Quasi dieci anni fa (2009) ebbe un discreto successo un film apparentemente assurdo, dal titolo “Il curioso caso di Benjamin Button”.
Il protagonista nasce vecchio e muore bambino. Tutta la sua vita è un processo invertito, un tempo invertito, con esperienze invertite.
Il simbolismo è descritto da un altro simbolismo all’inizio del film: in occasione della inaugurazione di una stazione ferroviaria un prestigioso orologiaio cieco, a cui era scomparso un figlio in guerra, aveva costruito un imponente orologio le cui lancette correvano in senso antiorario. L’orologio segnava il tempo a ritroso nella vana speranza che, mandando il tempo indietro, si sarebbero potuti riportare i soldati morti in vita e ritornare a trovare le ragioni della pace per evitare la guerra.
Però, naturalmente, la speranza fu vana. Perchè?
Perché nel mondo della vita il tempo non torna più. Ogni evento è unico e irreversibile. Nel tempo che passa l’energia si disperde nello spazio e si trasforma. E questo processo è irreversibile, e procede sempre nello stesso ordine: il passato, il presente e il futuro. Il tempo non procede al contrario. In nessuna dimensione dell’esistente siamo mai tornati indietro, mai siamo andati dal futuro al passato.
Per Ilya Prigogine il tempo è una freccia che procede secondo un certo ordine e sempre con lo stesso verso; e questo comporta una serie incredibili di implicazioni universali e scientifiche. Direi, epistemologiche. Se potessimo tornare indietro, anche alla velocità della luce, anche oltre la velocità della luce, non torneremo mai al Big Bang iniziale. Quanto è avvenuto è avvenuto. Forse sarebbe potuto andare diversamente. In ogni istante sarebbe potuto andare diversamente. È andata così. Il nastro non si può riavvolgere, comunque. Ciò che viene naturalmente selezionato, come nella teoria genealogica, scompare definitivamente.
Tutto evolve in un campo di forze, in un dominio relazionale, in ogni habitat sociale. E, invece, paradossalmente, il limite profondo delle teorie evoluzionistiche è che sono paradigmi statici, con soluzioni esaustive e troppo spesso esclusive.
La differenza tra l’elemento evoluzionistico, presente in ogni paradigma presentato, e l’elemento evolutivo assente è che il primo è un modello, il secondo è un processo. Il modello evoluzionistico è una narrazione, mentre il processo evolutivo è una azione globale fatta di relazioni locali. Il modello evoluzionistico riguarda esclusivamente la metodologia di propagazione della vita sulla terra. Il processo evolutivo riguarda la dinamica di ogni fenomeno esistente, astronomia complessa.
L’elemento mancante è il processo di differenziazione funzionale.
L’autore che ci ha proposto, per primo e in modo più compiuto, il processo di differenziazione funzionale, è Niklas Lhumann, scomparso pochi anni fa. Professore di sociologia in Westfalia (Università di Bielefeld) Lhumann si occupa e si preoccupa subito del problema scientifico evoluzione, sebbene quella che riguarda la società moderna. E con la stessa immediatezza Luhmann contesta l’accezione rigida di una evoluzione deterministica, così come è stata espressa anche dai paradigmi evoluzionistici. Egli infatti considera ogni fenomeno interpretabile soltanto con un approccio interdisciplinare o, come affermerà Popper, sulla base della soluzione (riduzione di complessità) di problemi scientifici. Chiama la struttura fenomenologica fondamentale “differenziazione funzionale”[72]. Lhumann pone il problema del processo, un processo totalmente caratterizzante l’evoluzione in quanto divide l’ambiente dai sistemi e i sistemi in sottosistemi autonomi che tendono gradualmente a differenziarsi in nuovi sistemi.
I sistemi in generale e i sistemi sociali in particolare tendono a governare la propria anomalia strutturale e la loro entropia tramite la differenziazione di funzioni e la loro riorganizzazione graduale in nuovi sistemi. Se ciò non avvenisse l’evoluzione si perderebbe a causa della troppo alta entropia, che genererebbe una esplosione; o della troppo bassa entropia che viceversa genererebbe una implosione.
In ogni caso, se la fenomenologia esistente non viene descritta con un processo di differenziazione funzionale, l’evoluzionismo resta senza evoluzione.
Indicare l’assenza del processo evolutivo nei modelli evoluzionistici, sembra un paradosso. La sensazione si perde immediatamente non appena analizziamo le assenze consecutive, fondamentali, che comporta la primaria assenza del processo di differenziazione funzionale.
- La prima cosa che manca nei modelli evoluzionistici che abbiamo presentato è la comunicazione. La comunicazione non è informazione, non è mero trasferimento dei dati. Come è noto, la differenza tra informazione e comunicazione è la stessa differenza che c’è tra televisione e telefono, o tra cinema e teatro: la presenza del destinatario. Nell’informazione c’è solo il ricevente, il messaggio già costruito passa, attraverso i media, dalla fonte al ricevente. Nella comunicazione il messaggio è costruito dalla relazione biunivoca tra diverse fonti che sono anche i diversi destinatari. Per Lhumann, la comunicazione è un fondamentale fattore evolutivo, sia un attrattore che un moltiplicatore delle relazioni tra sistemi e un produttore di sistemi viventi nuovi. Più di tutto, però, la comunicazione ha una funzione selettiva determinante. È il ricevente, infatti, che detiene il potere di decodificare il senso e il significato di un messaggio, non la fonte. L’interpretazione dei messaggi che l’ambiente invia al sistema, diventa così un elemento strategico per passare dal modello evoluzionistico al processo evolutivo. In questo senso, ciascuno dei viventi mantiene una certa capacità di apprendere e mantenere conoscenze, che consentono la circolazione di messaggi, anche se a dimensioni diverse, e la selezione dei sistemi in relazione alla loro competenza interpretativa.
- Il secondo elemento che si perde se non si considera il processo evolutivo e ci si ferma al modello evoluzionistico, è quello di complessità. Anche qui, l’ausilio della teorizzazione luhmanniana ci è di conforto: la complessità non è una caratteristica strutturale del nostro sistema vivente, ma un momento di una precisa dinamica evolutiva che dal caos ci porta alla semplicità, passando per la complessità. O viceversa. La complessità non è il prodotto di una mera condizione quantitativa permanente. È una situazione variabile in funzione dell’incremento o della riduzione dell’entropia – tramite strutture conservative o dissipative di energia – all’interno del proprio intervallo di sostenibilità. Non è una condizione stabile. È una situazione dinamica, che può essere governata soltanto a condizione di conoscerne le variabili strutturali, a partire dai limiti e dai confini in cui si sviluppa la progressione evolutiva. La complessità assume diverse configurazioni, sia rispetto alle variabili interne ai sistemi viventi, sia rispetto al trend del processo evolutivo. La selezione naturale diventa, pertanto, essenziale per frenare una crescita che, se assume una progressione geometrica, rischia di esplodere. In questo senso, le specie viventi non vengono selezionate da una regola, o da una entità esterna e spesso estranea. Piuttosto si selezionano, in base alla capacità che hanno di sostenere se stesse e di trasformare in connotazioni le opzioni o le opportuni che vengono loro offerte.
- Il discorso sulla complessità ci porta direttamente al terzo elemento fondamentale del processo evolutivo e della differenziazione funzionale è l’intervallo di sostenibilità. Senza capire il concetto di intervallo di sostenibile non si capisce come a ad esistere e a resistere un processo evolutivo ad entropia crescente. Ogni organizzazione ha un intervallo che ne permette la sopravvivenza, che le permette di essere sostenibile a se stessa. Le variazioni dell’ambiente determinano destrutturazioni di contenitori di energia e una espansione della entropia. Se l’organismo o l’organizzazione sono in grado di costruire strutture conservative nuove, allora l’entropia viene governata, equilibrata, e le organizzazioni o gli organismi sopravvivono. Altrimenti muoiono per esplosione. Può verificarsi però anche il caso che alcuni organismi o alcune organizzazioni costruiscano un numero eccessivo di strutture conservative che blocchino la indispensabile dissipazione controllata di energia e quindi di entropia. Queste organizzazioni depauperano lentamente e muoiono ugualmente, ma per implosione. L’intervallo di sostenibilità regge in equilibrio ogni fenomeno esistente. Senza un intervallo di sostenibilità saremmo di nuovo in una condizione caotica. Con troppe strutture conservative saremmo in una condizione di semplicità. Siamo in una situazione complessa solo quando, nonostante la presenza di un numero controllato o bilanciato di strutture conservative, esiste una permanente generazione di entropia che spinga l’organizzazione vivente a verso nuove (non necessariamente migliori) dimensioni.
- Le dimensioni possibili sono molte. La multidimensionalità non è considerata dai modelli evoluzionistici e non può essere trascurata nel processo evolutivo. Quando comincia un processo, le dimensioni che investe non sono conteggiabili. Possiamo pero trovare una formula matematica esplicativa di tutte le dimensioni probabilistiche possibili. Se contengo tutti gli eventi possibili tra 1 e n, la loro sommatoria è la variabile simbiotica nel senso che sono tutti gli eventi possibili i considerando la relazione tra ambiente ed habitat ed habitat ed individuo. Secondo la teoria genealogica c’è, per questi eventi, una costante di sviluppo W relativa al loro processo di adattamento. Dunque, tutti gli eventi possibili posso moltiplicarli per una costante di adattamento che però, secondo il paradigma ecologico ha diverse accelerazioni in tempi e spazi diversi. Queste accelerazioni non si possono sapere, sono una incognita di trasformazione X degli eventi possibili i potenziati di un valore incostante P. Se vale il paradigma eu-sociale, l’habitat è una condizione complessiva di ulteriore potenziamento ugualmente incostante ma globale 1/p. In questo modo, possiamo individuare diversi livelli dimensionali: la prima dimensione è quella del rapporto simbiotico tra ambiente e habitat, tra habitat e individuo; una dimensione selettiva che riguarda il processo di adattamento tra individuo e habitat; un terzo livello dimensionale che riguarda i ritmi di adattamento di individui e specie; un quarto livello dimensionale che riguarda il network delle relazioni di sopravvivenza. Potrebbero esserci anche altre dimensioni che ignoriamo ora. In ogni caso la multidimensionalità va considerata nel processo evolutivo.
- Naturalmente, come ha spiegato Popper, un conto sono le possibilità, un conto sono le propensioni. Non tutte le possibilità possono essere tradotte in realtà. Quali possibilità sono opzioni per evolutive? Quelle che l’habitat o gli individui riescono a trasformare dall’ambiente. Sono per definizioni opportunità di numero limitato e circoscritte agli input che si riescono a percepire e interpretare in un determinato moneto. È la contingenza evolutiva, che anche i modelli paradigmatici prendono notevolmente in considerazione. Il punto è che un individuo o una specie hanno possibilità di sopravvivere al processo di adattamento. Sia organismi che organizzazioni hanno tante più probabilità di sopravvivere in un ambiente difficile ed ostile, quanto più differenziate riescono ad essere le sue capacità di rispondere adeguatamente agli stimoli esterni. La contingenza riesce a tracciare i limiti delle risorse disponibili. Pertanto, anche se i modelli paradigmatici evoluzionistici trattano il problema della contingenza, non sono in grado di individuare il limiti evolutivi se non a posteriori. La contingenza costringe gli individui di diverse specie alla necessità di soluzioni funzionalmente equivalenti per favorire il loro adattamento all’ambiente grazie alla differenziazione in sottosistemi specializzati a risolvere ciascuno un problema specifico. Per farlo, ciascun individuo in fase di riadattamento deve interagire ed inter-relazionarsi in nessi dotati di senso, di azioni e relazioni che possono essere delimitate e devono essere scambiate.
- C’è un meccanismo con cui si producono strutture conservative, con cui cioè l’energia in libertà, o meglio in dissipazione, viene inserita dentro strutture che aiutano a rafforzare l’intervallo di sostenibilità degli habitat in cui gli individui si proteggono per sopravvivere alle variazioni ambientali. È ricorsivo ciò che si rinnova o si ripete a ritmi regolari e costanti. In genere la ricorsività è una funzione matematica e una regolazione logica, non un procedimento, ma una procedura di una successione, funzioni che si ripetono e che si esprimono in formule ricorrenti. Si tratta comunque di una riduzione di complessità fondamentale per gestire l’equilibrio di un individuo o di una specie. I meccanismi ricorsivi servono a ridurre o a estendere l’entropia di un organismo o di una organizzazione. In una situazione complessa la ricorsività è un meccanismo tipico e sempre presente, perché sono i meccanismi reali con cui si elaborano le informazioni. Si ripetono i messaggi sinergici per fare in modo che siano elaborati il più rapidamente possibile. L’energia utile a comprendere gli input e a classificarli viene organizzata in una struttura conservativa in modo che un piccolo segnale possa essere rapidamente connessa ad una insieme di eventi complementari e similari in modo che la risposta (output) sia la più immediata e congruente possibile. Infine, i meccanismi ricorsivi aiutano a prevedere i passaggi evolutivi successivi con logica endofasica e tramite analogie, anche in precarietà di informazioni e difficoltà decisionale. È grazie ai meccanismi ricorsivi che Charles Darwin ha potuto constatare come una piccola variazione possa produrre un grandissimo cambiamento. Perché, con la loro ripetibilità, viene ripetuta e moltiplicata anche la variazione. Una variazione minima di un parametro fisico necessario per l’adattamento, infatti, origina una serie consecutiva di variazione che, appunto, ricorsivamente si ripetono moltissime volte. È soltanto grazie alla ricorsività che svilupparsi il famoso “effetto farfalla, secondo cui, un piccolo spiffero di vento in una parte del mondo può diventare rapidamente un tifone altrove. I modelli paradigmatici evoluzionistici, comunque, non considerano questi elementi fondamentali per qualsiasi processo evolutivo.
- L’autopoiesi è ciò che davvero manca ai modelli evoluzionistici: per dirla con Maturana e Varela, la realizzazione del vivente[73]. La realizzazione del vivente, spiegano, avviene solo grazie a un certo tipo di struttura organizzazionale, multidimensionale. Questa tipica organizzazione si chiama autopoietica, cioè quel tipo di organizzazione costruita da relazione tra componenti che siano in grado di riprodursi attraverso se stesse; relazioni che producono relazioni che servono a produrre relazioni. L’autopoiesi permette a individui e specie di comunicare con l’ambiente e di tenere insieme la composizione dell’organismo e dell’organizzazione. L’autopoiesi è un sistema di produzione della vita tramite relazioni che producono funzioni in grado di generare relazioni. Funzioni e relazioni riproducono costantemente funzioni e relazioni, che si articolano in: una dimensione di primo grado, semplice e inseparabile, simile alle cellule o agli organismi unicellulari; una dimensione di II grado, complessi e divisibili perché sono organizzazioni, cioè composizioni di funzioni e relazioni autopoietiche di primo grado, come ad esempio il copro umano che è composto di cellule integrate e interagenti. La storia evolutiva degli esseri viventi è originata da strutture auto poietiche della prima dimensione, come le cellule eucariote, sistemi semplici che, con il tempo, si sono organizzate in strutture autopoietiche complesse, come tutti gli organismi viventi. L’autopoiesi mostra che la crescita della vita sulla terra non è avvenuta essenzialmente grazie a proprietà intrinseche di individui e specie, alle loro componenti fisiche o biologiche, ma alle relazioni funzionali invarianti che individui e specie riescono ad avere dentro l’habitat che loro stessi hanno realizzato. Diventano così essenziali per la sopravvivenza e per l’evoluzione la topologia, ad esempio, cioè il ruolo che gli individui svolgono e la forma che, non loro, ma le loro interazioni identificazione rispetto alla identità del loro habitat.
Il grande pregio del paradigma evoluzionista è di aver rotto l’isolamento della creazione, che avveniva a prescindere del posizionamento in un habitat di riferimento. Gli esseri viventi non sono il prodotto di uno stato ideale o di una riproduzione approssimativa della perfezione. Piuttosto sono un adattamento alla imperfezione dei fenomeni esistenti di dimensione superiore, come ad esempio le variazioni climatiche o ambientali. La vita nasce dalla interazione complessiva tra individui, specie, habitat e ambiente. Una interazione trasformativa, cioè che trasforma il mondo mentre trasforma se stessa o, per ripetere la illuminante affermazione di Piaget, la vita è il prodotto evolutivo di una intelligenza che organizza il mondo organizzando se stessa. Solo che questa intelligenza e l’autorganizzazione che la genera non avviene sulla base di un modello di interpretazione statica. Avviene con un processo fatto di funzioni e prestazioni che cambiano a ritmi variabili e che vivono contemporaneamente in diverse dimensioni. Il processo di differenziazione funzionale non si sviluppa su un piano, come erano i modelli evoluzionistici, ma in una profondità quantistica multidimensionale.
Il salto quantico che il processo di differenziazione funzionale induce alla logica della evoluzione elimina l’assurda concezione di un “dogma centrale”, di una particolare proprietà denotativa di un singolo componente dello sviluppo. Si cerca infatti disperatamente il fattore scatenante, nella fitness evolutiva, della nostra intelligenza. Ma la nostra intelligenza è il prodotto di un insieme di fattori relazionali variabili che, per fronteggiare la complessità fenomenologica e per ridurla a semplicità governabile, deve dotarsi di strutture conservative invarianti di controllo dell’habitat. La funzione politica del processo di differenziazione, cioè la capacità di governarsi aut organizzando la propria dimensione cognitiva, manca alle teorie evoluzionistiche. In questo senso, ciascuno dei paradigmi interpretativi indicati, quello genealogico, quello ecologico, quello sociologico e quello simbiotico, costruisce la sua articolazione descrittiva sul grado di dipendenza della vita dall’ambiente. Il processo di differenziazione funzionale ci mostra come sia, invece, l’autonomia, cioè la capacità di agire per adattarsi e la capacità di governarsi riducendo la complessità fenomenologica del proprio posizionamento (funzione politica), a garantire la sopravvivenza degli organismi viventi. L’essere umano, proprio per il fatto di saper costruire – tramite la tecnologia - habitat multidimensionali indipendenti da qualsiasi condizione ambientale, ha sviluppato il maggior grado di autonomia auto-organizzazionale, e dunque una maggiore intelligenza. Proprio perché era più debole l’uomo è diventato più forte; proprio perché aveva meno arti ha dovuto utilizzare maggiori artefatti, strumenti di sopravvivenza, tecniche e tecnologie che hanno favorito l’adattamento della specie e la sua evoluzione. E la tecnologia è stata per noi una delle strutture conservative in grado di contenere l’entropia della complessità fenomenologica nell’intervallo di sostenibilità del nostro processo di differenziazione funziona. Altre ce ne sono state. Il gruppo, poi comunità, poi società, poi sistema ed ora network, è un’altra di queste.
Il processo di differenziazione funzionale, pertanto, garantisce ai viventi l’autonomia necessaria per l’automantenimento e la loro evoluzione.
Una bella e giovane ragazza affacciata ai balconi, dal “cuore anelante con limpidezza di lacrima”, osservava un pover’uomo che passava sulla strada per lavoro. Guadagnava pochi soldi con paga giornaliera. Ogni giorno trasportava a mano da una parte all’altra secchioni di acqua sporca e, per poter sopravvivere veniva pagato ogni giorno a fine giornata. Il giorno dopo puntualmente ripassava con il secchione d’acqua sporca in una mano, un filone di pane e un fiore. Così un giorno… due giorni… tre giorni e via via per un intero mese. Alla fine del mese il pover’uomo ripassò con il suo secchione d’acqua porca il filone di pane e il solito fiore. La ragazza allora decise di affrontarlo, scese dal balcone, lo chiamò e chiese: “Buon’uomo, scusate, capisco che dovete lavorare e il vostro compenso non è molto ma, proprio perché non è molto, perché spendete i soldi per quel fiore e non comprate invece altro cibo almeno per variare il pasto?”
Il pover’uomo si fermò un attimo, la guardò dritta negli occhi e rispose: “dolce fanciulla, questo pane mi fa vivere, ma il fiore mi ricorda ogni giorno perché vivo”. E proseguì.
Questa è la fruizione estetica; la bellezza che ci ricorda l’essenza della nostra esistenza.
C’è un altro punto che ci conduce, per comprendere un evento, al suo habitat sociale. Le propensioni – dice Popper – “non dovrebbero venir considerate come proprietà inerenti a un oggetto, come un dato o una moneta da un penny, bensì come inerenti a una situazione (della quale naturalmente l’oggetto fa parte). Io ho sostenuto che l’aspetto situazionale della teoria della propensione era importante, e decisamente importante per una interpretazione realistica della teoria dei quanti”[74].
Contro il tempo della funzione, che abbiamo vissuto, “sorge così un tempo della prestazione che non appare nel quadrante dell’orologio appeso alla parete, che non può essere misurato solo in durata di secondi, minuti e ore”[75].
La psicologia e la sociologia ci aiutano a coprire questa distanza, questa “discrepanza con l’unità di misura tempo/orario”[76], tra la propensione indicata dal marcatori e le probabilità del comportamento individuale e /o dell’azione soggettiva.
Ogni evoluzione è il prodotto di una perturbazione del campo da pesi soggettivi e/o individuali, veri (cioè percepiti) o reali (cioè strutturali). C’è anche per il nostro concetto di evoluzione uno spazio concavo ed onde magnetiche di carattere relazionale, come Einstein ci ha disegnato per l’universo e la teoria ecologica ha implicitamente dichiarato.
Il simbolo dell’orologio è stato sempre presente alla concezione del mondo deterministico della scienza. L’orologio è la rappresentazione delle dinamiche meccaniche e deterministiche, basata su rapporti di causa ed effetto. Non era un mondo di probabilità ma di previsioni.
In altri termini, nel network delle relazioni individuale nell’habitat sociale si genera un tempo altro, che ci conduce, senza essere riconosciuto, in un altrove, in uno spazio distinto in cui non è detto che la propensione si converta in probabilità. In un altrove, in uno spazio diversamente concavo, piegato dal peso dei problemi psicologici e sociali, non è detto che il marcatore resista. Anzi, sulla base delle scoperte ottenute sui gemelly Kelly, è molto possibile che quel marcatore scompaia.
Utilizzando il paradosso dei gemelli di Einstein possiamo dire che: se un individuo, marcato con tracce di depressione tendente al suicidio, dovesse vivere in un tempo e in uno spazio statico, si troverebbe ad un alto tasso di probabilità. In un sistema lineare della individuo-ambiente, il risultato della ricerca costituirebbe un dato oggettivo permanente. Invece in un sistema complesso, a diverse dimensioni e a cause variabili, l’oggettività del dato è un effetto del peso dei problemi individuali che determinano la inclinazione o curvatura delle linee delle “linee di Universo” nello spazio\tempo sociale. Se cambia il peso dei problemi reali e/o percepiti cambia la curvatura e l’oggettività previsionale del dato decade:
- sia perché il marcatore non si attiva, cioè non dovrebbe determinare la formulazione di un valore stabile; cioè, potrebbe indicare un comportamento oggettivo, ma non stabile;
- sia perché, in una condizione di diversi pesi relazionali e sociali, il marcatore dovrebbe cambiare, modificarsi, scomparire su alcuni soggetti e forse comparire in altri.
Pertanto, se non è stata sufficientemente trattata la questione relativa agli impatti ondulatori dell’habitat sociale nel profilo particellare della ricerca fisica e/o biologica, allora la questione affascinante consiste nel sapere se – secondo le nuove teorie epistemologiche della simbiosi eu-sociale – il marcatore è assoluto o, come intuitivamente sospetto, relativo.
L’esperienza e l’esperimento dei gemelli Kelly è emblematica, anche se nota. Spero che ormai non ci sia nessuno che, con inopportuna supponenza, faccia una gerarchia o addirittura una graduatoria delle discipline scientifiche, magari relegando in una posizione residuale le scienze sociali. Anche perché, come ci ha insegnato abbondantemente Popper, le discipline scientifiche non esistono. Esistono soltanto i problemi scientifici.
In ogni caso, nella logica della epistemologia simbiotica, lo studio dell’ospite, cioè dell’habitat sociale, è fondamentale per capire la connotazione generale del simbionte, cioè l’uomo nella sua condizione cognitiva, relazionale e fisica.
Non vorrei insistere oltre.
Verrà il momento!
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82. Schimper AFW, ÜBER DIE ENTWICKLUNG DER CHLOROPHYLLKӦRNER UND FARBKӦRPER, Bot. Zeitung 41, 1883
83. Selosse M.A., LA SYMBIOSE: STRUCTURES ET FONCTIONS, rôle écologique et évolutif. Vuibert, Paris 2000.
84. Taleb Nassim Nicholas, IL CIGNO NERO, Il Saggiatore, Milano 2014
85. Tomasello Michael, STORIA NATURALE DELLA MORALE UMANA, Raffaello Cortina Editore, Milano 2016
86. Van Forester Heinz, NON SAPERE DI NON SAPERE, in Ceruti Mauro e Petra Lorena (a cura di), CHE COSA E’ LA CONOSCENZA, Laterza, Bari 1990
87. Varela F., Thompson E., Rosch E., La via di mezzo della conoscenza, Feltrinelli, Milano 1992;
88. Varela Francisco, Piaget: una conduzione orchestrale per la scienza cognitiva moderna,
89. Varela Francisco, Un know-how per l'etica, Laterza, Roma-Bari 1992.
90. Wallin IE, THE MITOCHONDRIA PTOBLEM, The American Naturalist 57:650 1923.
91. Weisz P.B., ZOOLOGIA, Zanichelli, Bologna 1981.
92. William James, LA VOLONTA’ DI CREDERE, Principato, Milano 1969
93. Wilson O. Eduard, LA CONQUISTA SOCIALE DELLA TERRA, Raffaello Cortina, Milano 2013
94. Zolo Danilo, IL PRINCIPATO DEMOCRATICO: UNA TEORIA REALISTICA DELLA DEMOCRAZIA, Feltrinelli, Milano 1992
NOTE
[1] Popper R. Karl, VERSO UNA TEORIA EVOLUZIONISTICA DELLA CONOSCENZA, Armando Editore, Roma 1994
[2] Popper R. K., cit. 1994
[3] Popper R. K., cit. 1994
[4] Ceci Alessandrop, COSMOGONIE DEL POTERE, Ibiskos, Empoli 2011
[5] Russell Bertrand, IL POTERE, Feltrinelli, Milano 1981
[6] Gershon D. Michael, IL SECONDO CERVELLO, Utet, Torino 2013
[7] Wilson O. Eduard, LA CONQUISTA SOCIALE DELLA TERRA, Raffaello Cortina, Milano 2013
[8] Malthus Robert Thomas, ESAY ON THE PRINCIPLE OF POPULATION, London , John Murray, C. Roworth 1826.
[9] Wilson Russell Alfred, CONTRIBUTIONS TO THE THEORY OF NATURAL SELECTION. A SRIES OF ESSAYS, Macmillian &Co., London & New York, 1870
[10] Darwin Charles, ON THE ORIGIN OF SPECIES BY MEANS OF NATURAL SELSCTION, OR THE PRESERVATION OF FAVOURED RACES IN THE STRUGGLE FOR LIFE, Tradotto in L’ORIGINE DELLE SPECIE, Bollati Boringhieri, Torino 2011
[11] Darwin C., cit. 2011
[12] Plessner Helmut, I GRADI DELL’ORGANICO E L’UOMO. Bollati Boringhieri, Torino 2006.
[13] Niles Eldredge e Gould J. Stephen, PUNTUAL EQUILIBRIA: AN ALTERNATIVE TO PHYLETIC GRADUALISM, in T.J.M., SCHOPF MODELS IN PALEOBIOLOGY, Freeman Cooper, San Francisco 1972
[14] Infatti Darwin, nel XV del suo famoso libro, sostenne per primo che il ritmo dell’evoluzione non fosse costante: “Molte specie, dopo essere state formate, non sono mai andate incontro a ulteriori mutamenti (...) ed i periodi, durante i quali le specie sono andate incontro a modificazioni, anche se lunghi misurati in anni, probabilmente sono stati brevi in confronto ai periodi in cui hanno mantenuto la stessa forma.” Darwin C., cit. 2011.
[15] I darwinisti classici restarono dell’idea che l’evoluzione fosse graduale, cioè lenta e costante. Sennonchè, a causa delle comiche rivalità che spesso competono nella scienza, i neodarwinisti (contro Darwin), per non accettare il modello ecologista, sostennero l’ipotesi della evoluzione graduale a velocità non costante. Vedi: Pievani Telmo, LA VARIABILE TEMPO NELLA TEORIA DELLA EVOLUZIONE, in www.videoscienza.it, 15 marzo 2010
[16] Gould J.Stephen, LA STRUTTURA DELLA TEORIA DELLA EVOLUZIONE, Codice Edizioni, Milano 2008
[17] Gould J. Stephen e Eldredge Niles, PUNTUAL EQUILIBRIA: THE TEMPO AND MODE OF EVOLUTION RECONSIDERED, in Paleobiology 3(2), pagg. 115-151, 1977.
[18] Quando si considera il “breve periodo” bisogna sempre aver come riferimento le scale geologiche, secondo cui questa brevità intercorre in un periodo pari o inferiore a 200.000/300.000 anni. Vedi: Dawkins R., IL PIU’ GRANDE SPETTACOLO DELLA TERRA, Mondadori, Milano 2010
[19] “Abbiamo inventato il termine «exaptation» per indicare dei caratteri che sorgono per una ragione particolare e che poi sono disponibili e vengono utilizzati dalla selezione naturale per tutt’altra ragione. Può darsi che in natura le correlazioni tra forma e funzione siano ubique, e può anche darsi che esse esprimano la buona progettazione degli organismi e delle altre entità, ma non è detto che esse derivino direttamente da ad-attamenti (ad-aptation) (…), cioè da una selezione diretta dell’unità presente. Abbiamo originariamente ristretto la nostra discussione dell’«ex-attamento» (exaptation) a caratteri che si producono in un determinato livello e che in seguito vengono utilizzati per una funzione differente al medesimo livello: è ad esempio il caso delle piume che si sono evolute per motivi di regolazione termica e che in seguito sono state utilizzate per il volo. Ma la portata della idea di «ex-attamento» si è allargata notevolmente in seguito alla prospettiva gerarchica, perché tutte le relazioni causali all’insù (upward) o all’ingiù (downward) che determinano nuovi caratteri possono essere leggibili come «ex-attamenti». Le mutazioni si producono per ragioni caratteristiche del proprio livello. Ma se esse influenzano i fenotipi in maniera tale che essi vengono favoriti dalla selezione che opera su organismi, allora questi fenotipi sono «ex-attamenti» al livello degli organsmi.” Vrba E. S. e Gould J.S., THE HIERARCHICAL EXPANSION OF SORTING AND SELECTION: SORTIN AND SELECTION CANNOT BE EQUATED, in Paleobiology,, 12 (2), 1986, pag. 225
[20] Gould J. Stephen, QUESTA IDEA DELLA VITA, Le Scienze, Torino 2015 Dawkins R., Il più grande spettacolo della terra, Mondadori, 2010
21] Whittaker H. Robert, CLASSIFICATION OF NATURAL COMMUNITIES (History of Ecology Ser), Ayer Co. Pub., N.Y., 1978
[22] Gould J. S., cit. 2015
[23] Gould J. S., cit. 2015
[24] Gould J. S., cit. 2015
[25] Gould J. S., cit. 2015
[26] Gould J. S., cit. 2015
[27] Gould J. S., cit. 2015
[28] Gould J. S., cit. 2015
[29] Gould J. S., cit. 2015
[30] Ceruti Mauro, EVOLUZIONE SENZA FONDAMENTI, Laterza, Bari 1995
[31] Ceruti M., cit. 1995
[32] Wilson O. Eduard, LA CONQUISTA SOCIALE DELLA TERRA, Raffaello Cortina, Milano 2013
[33] Wilson E., cit. 2013
[34] Wilson E., cit. 2013
[35] Wilson E., cit. 2013
[36] Wilson E., cit. 2013
[37] Wilson E., cit. 2013
[38] Wilson E., cit. 2013
[39] Wilson E., cit. 2013
[40] Wilson E., cit. 2013
[41] Wilson E., cit. 2013
[42] Wilson E., cit. 2013
[43] Wilson E., cit. 2013
[44] Wilson E., cit. 2013
[45] Wilson E., cit. 2013
[46] Wilson E., cit. 2013
[47] Wilson E., cit. 2013
[48] Lahoz-Beltra Rafael, TOURING, LA COMPUTAZIONE. PENSANDO A MACCHINE PENSANTI, National Geographic , Storica, n.9, dicembre 2016
[49] Lahoz-B., dicembre 2016
[50] Alan Touring, nel 1952, dichiarò al Times: “Io credo che fra una cinquantina d’anni sarà possibile programmare calcolatori con una capacità di memorizzazione di 10⁹, e farli giocare così bene al gioco dell’imitazione che un esaminatore medio non avrà più del 70 per cento di probabilità di compiere l’identificazione esatta dopo 5 minuti d’interrogazione. Credo che la domanda iniziale: «Possono pensare le macchine?» sia troppo priva di senso per meritare una discussione. Ciò nonostante credo che alla fine del secolo l’uso delle parole, e l’opinione corrente delle persone colte, saranno trasformate al punto che chiunque potrà parlare di macchine pensanti senza timore di essere contraddetto”. In Hodges Andrew, ALAN TOURING, Bollati Boringhieri, Torino 2003, pag.543
[51] Lahoz-Beltra R., cit. dicembre 2016
[52] Piaget Jean, EPISTEMOLOGIA GENETICA, Laterza, Bari
[53] Agostinelli Mario e Rizzuto Debora, IL MONDO AL TEMPO DEI QUANTI, Mimesis, Milano 2016
[54] Il termine naturalmente deriva dal greco e significa con-vivere, vivere insieme (σύν «con, insieme» e βιόω «vivere»). Intendiamo però quella interazione di lungo termine fra due o più organismi che posso sopravvivere solo connessi l’uno all’altro (simbionti) in un determinato habitat (ospite). In realtà, tuttavia, il termine fu coniato da Heinrich Anton de Bary nel 1879 per qualificare la natura dei licheni. Egli dimostrò che ci fosse un’associazione fra un’alga e un fungo e definì questa associazione con il termine simbiosi che significava “Zusammenleben ungleichnamiger Organismen” cioè “il vivere insieme di organismi con diverso nome”.
[55] In questo caso le modificazioni genomiche e funzionali sono talmente elevate che né il simbionte che né l’ospite possono più vivere al di fuori della simbiosi. L’evoluzione da un organismo che presenta una simbiosi permanente, può portare al facile riconoscimento di gruppi monofiletici (che hanno un'unica origine evolutiva), i quali presentano tutti o quasi tutti associazioni simbiotiche obbligate.
[56] La simbiosi in natura può essere ulteriormente divisa in due distinte categorie: in ectosimbiosi, il simbionte vive sulla superficie corporea dell’ospite; in endosimbiosi il simbionte vive nello spazio intracellulare o intercellulare dell’ospite.
[57] cioè se attribuisco a un dato un'informazione relativa alla sua dislocazione geografica. Per dirla con la Enciclopedia Treccani, con la “tecnica di attribuzione di coordinate geografiche a un oggetto grafico, usata nelle procedure di cartografia computerizzata e nella costruzione di basi cartografiche digitali.” http://www.treccani.it/enciclopedia/georeferenziazione
[58] Soltanto per chiarire: la teoria endosimbiotica o teoria endosimbiotica seriale di Lynn Margulis risolve il quesito del paradigma ecologico. Spiega, cioè, come alcune cellule procariote siano diventate eucariote. Questa trasformazione avrebbe avuto origine dalla loro connessione simbiotica. Alcune cellule procariote ancestrali, infatti, avrebbero sviluppato alcune particolari funzioni ( come ad esempio produrre energia, o attivare la fotosintesi, ecc…) nel rapporto con altre cellule. L’associazione simbiotica, nel corso del processo di adattamento evolutivo, si fece sempre più vincolante fino a determinare mutamenti strutturalidnel genoma e funzionali alla interdipendenza tra i vari partner. Il vincolo simbiotico costituì un vincolo della sopravvivenza e la cellula generò all’interno organelli sessuali specializzati (mitocondri e cloroplasti particolarmente) che generò le cellule eucariote. Il vincolo simbiotiche allora tra cellule eucariote divenne più stringente e permanente di quanto non lo fosse per le cellule procariote perché, nel primo caso, dei vari partner sessualmente differenziati poteva più sopravvivere senza l’altro. Gould ha spiegato che rapporto sessuale, a differenza della semplice riproduzione, è alla base base della comparsa delle cellule animali e vegetali. Margulis Lynn, EARLY LIFE, Science Books International, 1982; Margulis Lynn, ORIGIN OF EUKARYOTIC CELLS, Yale University Press, 1970; Wallin IE, THE MITOCHONDRIA PROBLEMS, The American Naturalist 57, 1923; Mereschkowsky C., ÜBER NATUR UND URSPRUNG DER CHROMATOTOPHOREN IM PFLANZENREICHE, Biol Centralbl 25, 1905; Schimper AFW, ÜBER DIE ENTWICKLUNG DER CHLOROPHYLLKӦRNER UND FARBKӦRPER, Bot Zeitung 41, 1883.
[59] Lynn Margulis and Dorion Sagan, MICROCOSMOS: FOUR BILION YEARS OF EVOLUTION FROM OUR MICROBIAL ANCESTORS, Summit Books, New York 1986.
[60] Anomalo perché si tratta di categorie mutanti, quelle categorie cioè che si connotano in funzione di sistema di interazioni che variano nel tempo e nello spazio. In questo caso, infatti, l’orientamento di una interazione simbiotica può cambiare durante il corso della vita dei simbionti a causa di variazioni nello sviluppo o anche per cambiamenti dell'ambiente nel quale l'interazione avviene.
[61] Douglae A. E., cit. 2003
[62] Ricordo che opportunamente Karl Popper contestò a Thomas Kuhn la incommensurabilità del suo paradigma, che trasformava una idea scientifica in una fede religiosa. Popper Karl, IL MITO DELLA CORNICE, in Pera M e Pitt J. ( a cura di), I MODI DEL PROGRESSO, Il Saggiatore, Milano 1985
[63] Cavalli Sforza Luigi Luca, L’EVOLUZIONE DELLA CULTURA, Le Scienze, Torino 2016
[64] Wilson O. Eduard, cit. 2013
[65] Husserl Edmund, LA CRISI DELLE SCIENZE EUROPEE E LA FENOMENOLOGIA TRASCENDENTALE, Il Saggiatore, Milano 2015
[66] Husserl E., cit. 2015, pag. 260
[67] Piaget Jean, L’EPISTEMOLOGIA GENETICA, Laterza, Bari 2000
[68] Gee Henry, LA SPECIE IMPREVISTA. FRAINTENDIMENTI SULL’EVOLUZIONE UMANA, Il Mulino, Bologna 2016
[69] Husserl E., cit. 2015, pag. 260
[70] Husserl E., cit. 2015, pag. 260
[71] Tomasello Michael, STORIA NATURALE DELLA MORALE UMANA, Raffaello Cortina Editore, Milano 2016
[72] Lhumann Niklas. ILLUMINISMO SOCIOLOGICO, Il Saggiatore, Milano 1983. La differenziazione funzionale si suddivide in: differenziazione segmentaria, in cui i sistemi differenziati sono simili (principio di similarietà) e mantengono relazioni stratificate co-localizzate laterali orizzontali con strutture parzialmente autonome, basata su criteri di compresenza dei propri membri; differenziazione gerarchica, in cui i sistemi differenziati sono gerarchizzati su stratificazioni verticali di superiorità, con funzioni, come il linguaggio, che hanno generato strutture conservative e/o dissipative che utilizzano sia energia fisica che il potere sociale.
[73] Maturana Humberto e Varela Francisco, AUTOPOIESI E COGNIZIONE. LA REALIZZAZIONE DEL VIVENTE, Marsilio,
[74] Popper, cit. 1944
[75] Agostinelli M. e Rizzuto D., cit. 2017
[76] Agostinelli M. e Rizzuto D., cit. 2017
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