PREMESSA

 

Socialism Life

Volume 1

Alessandro Ceci


 


Siamo stati piacevolmente accompagnati, da Dante in poi, dalla iscrizione nel XVIII canto del Paradiso: diligite iutitiam qui iudicatis terram[1].

Dante mostra la strada: «amatela giustizia o voi che governate la terra». La libertà, cioè, nasce con voi, in quanto esseri viventi, è il dono di Dio; ma la giustizia è la vostra responsabilità etica, il vostro perenne e permanente impegno politico.

 

 

Dante considera quello della giustizia un valore assoluto e lo dichiara nella sua numerologia:

·         la base è il numero 3, che rappresenta la trinità (3 cantiche con 33 canti ciascuna);

·         i canti politici sono sempre i numeri 6 (3x2 teorizzando Dante la ipotesi dei 2 soli: Re e Papa);

·         il canto sulla giustizia è il XVIII del paradiso (6x3).

 

Dante divide la Divina Commedia in 3 cantiche: Inferno, Purgatorio e Paradiso.

Ciascuna cantica è composta di 33 canti scritte in terzine incatenate.

Perché questo format rigidamente uniforme al numero 3?

Naturalmente perché il numero 3 indica la trinità.

Ma perché la trinità e non il numero 1, ad esempio, che forse sarebbe stato molto più rappresentativo di un solo Dio universale e assoluto?

Credo che il cattolicesimo abbia preso la simbologia numerica dalla tavola pitagorica.

Nella tavola pitagorica il numero 3 è perfetto perché è l’unico numero, come dico io, catalogo e contenitore contemporaneamente: catalogo perché viene ordinatamente dopo i precedenti (1, 2, 3); contenitore perché contiene i precedenti (1+2=3).

Quindi, Dante Alighieri utilizza la numerologia per mandarci un messaggio politico precisissimo: in ogni cantica il canto politico è sempre il numero 6 perché lui era fautore della teoria politica dei 2 soli: il potere Re e il potere Papa. Allora, poiché 3x2=6, il canto politico è sempre il sesto di ogni cantica.

Poi, improvvisamente, compare un altro canto politico, una volta sola, in Paradiso e, guarda caso il diciottesimo.

Perché?

6x3=18.

Il diciottesimo del Paradiso è il canto che sta sopra tutti i canti politici, che li moltiplica tutti, il canto metapolitico.   

 


 

Dante ci dice chiaramente che il metalivello della politica è il principio di giustizia.

È il socialismo prima del socialismo, l’equilibrio dello sviluppo contro l’irruenza della crescita indiscriminata, la forza piegata alla ragione contro la ragione prostrata alla forza, il potere come energia sociale contro il potere accumulazione individuale, il buon governo della città rinascimentale italiana che cerca ovunque la civiltà della convivenza, la sostanza della democrazia dentro la sua indispensabile forma o, infine, il principio universale dell’umanità che può sopravvivere soltanto se riesce a convivere. È socialismo di sempre: il socialismo per sempre.

 

Mostrarsi dunque in cinque volte sette

vocali e consonanti; e io nota

le parti, sì come mi parver dette.

 

‘DILIGITE IUSTITIAM’, primai

fur verbo e nome di tutto ‘l dipinto;

‘QUI IUDICATIS TERRAM’, fur sezzai.

 

Dante manda al mondo un messaggio molto chiaro: la giustizia è il valore assoluto di ogni politica, la giustizia è la metapolitica di tutti noi in ogni epoca storica. Questa giustizia, superiore ad ogni altro valore perché ogni valore raccoglie, la sua definizione e la sua esplicazione, la sua elaborazione e la sua applicazione, spetta a noi, è la responsabilità esclusiva degli umani.


Di fronte a questa consapevolezza, la questione non è se ha senso ancora essere socialisti.

La questione è che non ha mai avuto senso non esserlo.

Oltre le contingenze storiche, su cui si possono aprire infinite discussioni, il socialismo è la responsabilità etica dell’umanità, un preciso impegno, una scelta politica ancora oggi che i paesi fronteggiano le crisi politiche dettate da una ricchezza ristretta in un club esclusivo ed escludente, sempre più raramente con politiche di distribuzione dei redditi, quando si ha la coscienza che il mondo non può più essere circoscritto al privilegio della sua minoranza, che non si può più morire per fame o per sete per lenire il nostro incubo dell’aria condizionata, la nostra agiatezza colpevole, contro la mistificazione delle delocalizzazioni industriali che accusano il costo della manodopera ed escludono i diritti dei lavoratori. Nel confronto scientifico è occultato il fatto che i paesi più ricchi sono quelli che hanno tutelato più diritti dei lavoratori. Al contrario i paesi che meno diritti hanno tutelato sono quelli che hanno garantito meno crescita  e niente sviluppo. Le loro industrie dislocate hanno generato, non ricchezza, ma ulteriore povertà. È il socialismo durante il socialismo, quello del diritto al lavoro come fondamento delle società complesse.

 

Non ha mai avuto senso non essere socialisti e, dunque, ha ancora molto senso esserlo: perché il socialismo di sempre è il socialismo per sempre.

Diligite iustitiam qui iudicatis terram.

 

Sostenere che il socialismo di sempre è il socialismo per sempre significa attribuire una funzione antropologica al socialismo; affermare che non si tratta soltanto di redistribuzione di reddito  nemmeno soltanto, per quanto indispensabile e necessario, di welfare. Si tratta di attribuire una funzione, non ideologica, ma antropologica ad una organizzazione sociale costruita eticamente sull’equità e sull’equilibrio.

Per quanti orribili errori l’umano abbia compiuto in questa sua travagliata storia, senza la cooperazione e l’accoglienza, senza un pur minimo principio di giustizia, senza il sostegno dell’altro non sarebbe sopravvissuto. La risorsa principale che ha garantito la nostra fitness evolutiva, contro una miriade di animali notevolmente più forti di noi, è stata la cooperazione, la collaborazione; è stata una dimensione della relazione umana non individuale e concorrenziale, ma collettiva, comune, sociale.

Socialism life allora significa questo: che il socialismo è vita perché ha già garantito la vita, non solo ai più deboli, ma a tutti. Senza un principio di giustizia non ha alcun senso restare insieme. Se vale la sopravvivenza del più forte e non quella del più adattabile all’habitat sociale di riferimento, il più forte può restare pure da solo. Il fatto è che, per quanto si possa essere forti, restare soli significa morire, addirittura scomparire, poiché il peso della memoria lo deve portare qualcun altro. Le Urne dei forti sono costruite dai più deboli. Il superuomo, senza umanità, è super di niente. Se c’è qualcosa di superiore è l’umanità, la sua relazione sociale collettiva, colui che esaltava le aquile, perché vanno sole, contro i corvi, perché vanno in branco, ignorava totalmente che per gli uomini (e forse pure per i corvi) quel branco si chiama organizzazione sociale: comunità, società, sistema, network.

Wilson ci ha insegnato che tutti gli esseri viventi noti sono animali sociali[2]. Quel legame di socialità, quel principio di competizione temperata e di collaborazione accentuata, quel legame socialista è stato e sarà la connotazione tipica di ogni sopravvivenza.

Socialism Life, significa questo.



[1] «amate la giustizia o voi che governatela terra»

[2] WILSON O. E., La conquista sociale della terra, Raffaello Cortina Editore, Milano 2014

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