POSIZIONAMENTO DELLA DEMOCRAZIA ITALIANA
Alessandro Ceci
relazione al seminario di studi su:
DIRITTI DELLA PERSONA E DEMOCRAZIA OGGI IN ITALIA
Vogliamo davvero credere ad un destino cinico e baro?








Unical - Cosenza
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Vogliamo davvero credere ad un destino cinico e baro?
L’Italia, tra gli Stati democratici noti, è l’unica ad aver avuto (e ad avere ancora):
- 4 organizzazioni criminali strutturate, tra le più efferate nel mondo;
- una miriade di bande locali, condannate sul piano della volontà etica e morale, ma esaltate da atteggiamenti mediatici quotidiani;
- 40 anni di organizzazioni terroristiche di svariata tipologia e colore, che hanno prodotto una conflittualità politica diffusa, addirittura, una “vanteria”[1] di violenza come processo di identificazione e socializzazione adolescenziale, occultati nelle maglie della quotidianità, i primi terroristi grassrooth, appena nati, come la prima erba che risorge dopo la rasatura del terreno;
- lo Stato che metteva le bombe, con una strategia politica ben definita nella gestione elettorale della tensione sociale per autolegittimarsi ed eterodirigere il sentiment politico dei cittadini con una tattica stragistica tipica dei terroristi neri e di alcuni mafiosi di cui si serviva;
- eversione, nella forma dei Servizi di Sicurezza dello Stato deviati, dell’intelligence corrotto e colluso all’interesse delle correnti e talvolta di singoli capi;
- uno o due Golpe tentati e falliti; uno mimetizzato, occultato, mistificato e perfettamente riuscito;
- intere Regioni della nazioni come zona franca, dove potevano essere trasferiti i più efficienti e fastidiosi servitori dello Stato, per essere regolarmente e impunemente ammazzati, trasformati in martiri comodi alla propaganda retorica, comunque vittime conclamate di un potere immobile e muto;
- un livello altissimo di micro corruzione diffusa e di macrocorruzione finalizzata, come tarlo corrosivo del sistema economico, che ha proposto e imposto una politica economica di falsi investimenti per lo sviluppo, finalizzato quasi sempre a trasferire i fondi nelle mani delle organizzazioni criminali e di amministratori (politici, dirigenti, funzionari, dipendenti perfino uscieri) compiacenti che si sono serviti dello Stato per le loro personali fortune ed hanno dilapidato il patrimonio di tutti noi, obbligandoci ad un sistema di tassazione soffocante per contenere il baratro di un debito assordante;
- un livello di evasione incontrollabile perché frammentata in una miriade di comportamenti individuali e personali che riguardano tutti, aziende e cittadini, causato da un fattore fiscale appositamente reso incomprensibile, per alzare il tasso di discrezionalità del controllore e la possibilità di privilegiare il controllato, estensivo perché coinvolge tutti, ma più di tutti i grandi capitali occultati da capitalisti immaginari. Infatti, non sono stati i marxisti, in Italia, ad essere immaginari, come voleva Alberto Ronchey[2], ma lo sono stati i capitalisti, grandi imprenditori che non si sono mai davvero confrontati con il mercato, ma che sono sempre passati attraverso lo Stato, nella anticamera della politica – come diceva Schmitt -, per depredare i soldi pubblici in forma di incentivi e cassa integrazione e portare i soldi privati all’estero, nel silenzio e nella compiacenza collettiva;
- un ceto politico bloccato per circa 50 anni, espressione di un sistema politico altrettanto bloccato, eppure instabile per permettere la compartecipazione coinvolgente e omologante del potere, per favorire un turn over al governo, in modo che ciascuno potesse consumare la sua esperienza e il sua identificazione, come si dice nel mondo, che in Italia un buon sigaro, una libera docenza e un Ministero non si nega a nessuno. Ancora si sente l’eco retorico e la ipocrisia, direi la litania, di chi sostiene che in Italia il bene più prezioso è la governabilità, intesa come stabilità e non come capacità di governare. Noi abbiamo avuto la più lunga e duratura stabilità politica di governo di tutte le democrazie note, un apparato di potere autoproclamato che è durato quanto la Nomenklatura sovietica, e che si è palleggiata istituti e istituzioni come se fossero gli associati di un club privè. Siamo stati costretti, ed oggi ancora lo siamo, a cambiare le cose imbrogliando, con colpi di mano giuridici, norme comodamente utilizzate, legittimazioni equivoche, con interpretazioni costituzionali e legislative forzate e piegate a precodificati e predefiniti interessi personali spesso millantati come nazionali;
- i fondatori del partito che prevalentemente ha governato l’Italia negli ultimi 20 anni e che hanno deciso la politica economica, la sicurezza, la politica sociale, la politica estera e l’azione militare finiti in galera per favoreggiamento ed associazione mafiosa;
- una serie cospicua di ex premier condannati, regolarmente per ogni cambio di regime, anche solo per favorire il cambio di regime, come è accaduto nei periodi di transizione dalle tirannidi della ex Jugoslavia, nell’area balcanica in guerra. Nessuna democrazia conosciuta al mondo ha un numero così alto di ex premier che hanno ricevuto una condanna penale. Da noi è normale. Talmente normale che vecchi e nuovi Presidenti della Repubblica, capi della Magistratura, li hanno regolarmente invitati alle consultazioni politiche nel momento stesso in cui stavano scontando quel reato penale. Talmente normale che, nel nostro Paese è possibile che, durante gli arresti domiciliari, si concorra alla definizione della legge elettorale; cioè che un galeotto istruisca i cittadini sulla forma migliore (morfologia) della loro democrazia, sulla base del sacrosanto principio che le regole fondamentali bisogna condividerle e deciderle assieme, salvo poi qualche mese dopo approvarle da soli, con una maggioranza di corrente, nemmeno di partito;
- dulcis in fundo, a proposito di inamovibilità del ceto politico, di apparato servente e di nomenclature, di cambiamento trasformazione e rottamazione, da molti anni abbiamo un parlamento di nominati, che stanno decidendo come quando farsi rinominare, con Premier che non sono stati eletti in una consultazione elettorale, né direttamente né indirettamente, che verranno probabilmente nominati e non saranno mai eletti nemmeno con la prossima consultazione elettorale di cui sappiamo prima, per un trucco nel meccanismo elettorale, l’esito.
Mi fermo qui.
Sapete che potrei continuare ancora a lungo e superare tutto il tempo di questo seminario e occupare quello di molti altri.
Allora, a meno che non vogliamo credere al destino cinico e baro, dobbiamo pensare che oggettivamente c’è qualcosa che non ha mai funzionato e che ancora non funziona nella semi democrazia, nel democratismo[3] – democrazia e totalitarismo - italiano. E deve essere qualcosa che in tutti questi anni non è mai cambiata, non è stata mai modificata, perché altrimenti avremmo avuto esiti e situazioni decisamente diverse.
Invece no.
E allora: che cosa?
Che cosa non ha funzionato?
Che cosa non funziona?
Che cosa è che non è stato mai cambiato?
In una lezione tenuta all’università di Belgrado, qualche tempo fa, il giorno 8 maggio 2015, mentre riflettevo come rispondere ad una di quelle solite domande che in realtà non hanno mai davvero una risposta, alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Belgrado, in un minuto di interminabile silenzio, cercando di sbagliare il meno possibile, ad un Master, di fronte ad una platea adulta di laureati serbi, l’8 maggio 2015, tra il mio amico Dragan Simeunovic e uno studente curioso, all’università di Belgrado dove vado ormai regolarmente ogni anno da più di 10 anni, a quella domanda sul perché alcuni paesi fanno mafia ed altri no, molti altri no, a quella domanda a cui credevo non ci fosse alcuna risposta, io ho improvvisamente, come un lampo, con una fulminea intuizione, ho trovato una risposta e ho detto, istintivamente, quasi istintivamente, utilizzando la bisaccia della mia logica endofasica, ho detto che i paesi che “fanno mafia” sono quelli che, nella loro storia, ha subito un profondo e devastante vuoto politico.
La lezione è finita e me ne sono andato a cena, in silenzio, protetto dalla barriera di una lingua difficile e ubriaco di quella risposta. Da allora ho continuato a pensarci. Mi sono confrontato con alcuni amici. Ho fatto le mie solite ricerche, ho raccolto i dati, comparato le storie, confrontato gli eventi e le organizzazioni e mi sono convinto che il vuoto politico esiste e genera mostri.
Lo avevo studiato per molto tempo da Hobbes[4] a Guglielmo Ferrero[5], ma, sulla scorta di una considerazione di Ilvo Diamanti[6], secondo cui se esiste un vuoto in politica qualcun altro lo riempie, ho creduto che appunto il vuoto in politica non esistesse. Ma è un discorso stupido. Appunto, se lo occupa qualcun altro, e quell’altro non è un soggetto politico legittimato, quel vuoto è proprio, letteralmente, un vuoto politico. Dunque Ilvo Diamanti sbaglia clamorosamente e la letteratura classica della politica ha perfettamente ragione. Il vuoto politico esiste eccome in due precise forme, diciamo meglio, in due dimensioni:
- quella dell’assenza della politica nell’azione quotidiana di sua competenza, vuoto di assenza della funzione;
- quella della delegittimazione politica, ben descritta da Guglielmo Ferrero, e che consiste nella ingiusta o ingiustificata azione sui cittadini, vuoto di inefficacia della prestazione.
Secondo Niklas Luhmann[7], infatti, ogni ruolo sociale – e dunque anche quello politico – si esplica in due precise dimensioni: quello della funzione, verso l’interno del proprio sistema di riferimento; e quello della prestazione, verso l’esterno del proprio sistema di riferimento. Sicché, il vuoto politico è proprio questo, un vuoto da mancanza di ruolo, per incapacità o impossibilità di svolgere la propria funzione o la propria prestazione, o entrambe.
Noi abbiamo avuto un vuoto da mancanza di ruolo.
Certo sembra un paradosso che uno come me, che da anni va in giro a sostenere la iperdimensione della politica italiana, cioè che ha perfetta consapevolezza che nulla si svolge e si è svolto in Italia senza la politica: non un imprenditore si è affermato senza la politica, non un rettore nominato, non un primario designato, non un usciere assunto; uno profondamente convinto che l’Italia sia la democrazia al mondo con la dimensione politica più pervasiva e assorbente di tutte; venga ora a sostenere che la crisi della democrazia italiana sia il prodotto di un vuoto da mancanza di ruolo. Eppure è proprio così: poiché la iperdimensione è il tipico effetto di un ruolo mancante, come l’obesità è spesso l’effetto della mancanza di ruolo del metabolismo, sebbene per diversificate cause.
L’8 maggio 2015, all’università di Belgrado, a quella solita domanda che troppo spesso non ha risposte, che rende ogni parola evanescente per chi, non sapendo cosa dire, la sente come un insulto, al Master scientificamente diretto dal mio amico Dragan Simeunovic, ho risposto istintivamente, con un argomento presunto, riducendo tutto ad una sola causa, quando forse una sola causa non basta, per quanto risulti essere prevalente o scatenante. Prima ne ho colto inconsciamente il senso. Poi quel mistero mi ha affascinato e mi sono fatto coinvolgere volentieri, nei giorni successivi, da quell’argomento, confrontandomi con amici e colleghi, scienziati che non hanno cervelli asfaltati da pregiudizio e durante le altre lezioni o le conferenze che nel frattempo ho tenuto. Alla fine mi sono convinto che quella risposta era giusta, sebbene immediata e certamente istintiva.
I Paesi che “fanno mafia”, non solo, i Paesi che hanno i problemi che ha l’Italia, che quei problemi li ha avuti e ancora li ha tutti insieme, con una drammatica ironia, accatastati, ammassati uno sull’altro senza essere mai risolti, sono Paesi che hanno subito un vuoto politico traumatico.
Facciamo l’esempio più evidente.
La Mafia è nata in Sicilia attorno al 1820. Ė nata come sindacato che difendeva talvolta l’uno talvolta l’altro dei contendenti su commissione e pagamento. In un certo periodo storico difendevano i piccoli proprietari terrieri. Si trattava di effettive “guardie armate del latifondo”[8] che rispondevano ad un capo e che ostentavano continuamente il loro potere verso tutti, perfino verso i briganti di cui regolarmente si servivano quando questi mettevano in discussione la loro autorità. Erano i detentori effettivi di una equivoca giustizia sociale, senza alcuna democrazia e senza alcuna possibilità di opposizione. Il loro potere sociale è diventato estensivo rapidamente non appena capirono che, per governare il latifondo, avevano bisogno di controllare un certo numero di infrastrutture e i centri nevralgici del potere politico e dello Stato.
Ora, qualcuno sa cosa fosse la Sicilia allora?
La Sicilia fu unita al Regno d’Italia nel 1860, dopo la conquista dei mille garibaldini, con un referendum politico. I Garibaldini sbarcarono in Sicilia allo stesso modo con cui lo fecero gli anglo-americani circa 80 anni dopo.
Per tutto il secolo la Sicilia era stata combattuta come terra di conquista dell’uno e dell’altro, e sotto fortissime spinte di indipendenza. Il potere di Ferdinando III, che riportò la Sicilia sotto il dominio Borbone, era dispotico e indisponibile. Il 15 maggio 1815, nonostante fosse stato costretto dal rappresentante inglese a Palermo, Lord Bentinck, a concedere la Costituzione, abolì il Parlamento con decreto del 15 maggio del 1815 e, con un altro decreto, dell’8 dicembre 1816, formò l’unico Regno delle due Sicilie, abrogò le libertà e le franchigie, le leggi, gli ordinamenti, la zecca e le magistrature.
Naturalmente, in un momento storico di formazione degli Stati Nazionali, questa oppressione scatenò una serie di rivolte a partire dal luglio del 1820, e continuarono, senza entrare nel merito, prima durante e dopo la Restaurazione del 1830, nelle congiure di 1831, nelle rivoluzioni del 1837 a Catania e a Siracusa, durante il periodo della carestia e del colera. L’autonomia di Palermo rappresentava, fino alla rivoluzione del 12 gennaio 1848, un simbolo politico emblematico. La sua conquista fu anticipazione e causa della polveriera autonomista isolana esplosa in consecuzione progressiva in quell’intero anno. Non riuscendo comunque ad ottenere l’indipendenza, gli autonomisti forzarono la mano e si dotarono di una propria e separata costituzione, il 25 marzo del 1848. Il Parlamento siciliano, nel frattempo ricostituito dal Re con la speranza di calmierare le conflittualità, dichiarò decaduta la monarchia borbonica e si dotò di un Governo autonomo: si proclamò “Stato sovrano e indipendente” e, nella illusione che l’Italia si costituisse come una Confederazione di Liberi Stati, scelse il nuovo Re nella persona di Alberto Amedeo di Savoia, duca di Genova e figlio di Carlo Alberto. Naturalmente però una dichiarazione non basta per essere liberi, e nello stesso anno, a settembre, dopo aver raso al suolo con un doloroso bombardamento Messina, le truppe napoletane occuparono la costa orientale e riconquistarono ufficialmente la Sicilia entrando in Palermo, l’anno dopo. Era il 15 maggio 1849.
In tutto questo lungo periodo di incertezza dello Stato, di un qualsiasi Stato, il territorio siciliano fu controllato e dominato, nel suo sistema di relazioni sociali e politiche, da un ceto strutturato per la precisa gestione del potere e per stabilire un ordine sociale, sebbene, circoscritto, per molti versi assoluto. Come scrisse nel 1838, in un apposito report, un funzionario del Regno delle Due Sicilie, tal Pietro Calà Ulloa: “Ci sono in molti paesi delle fratellanze, specie di sette che diconsi partiti, senza riunione, senz'altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di fare esonerare un funzionario, ora di conquistarlo, ora di proteggerlo, ora d’incolpare un innocente....Molti alti magistrati coprono queste fratellanze di una protezione impenetrabile”[9].
Insomma, una bella e lunga condizione di vuoto politico.
La Mafia è nata subito con una funzione di supplenza, non dello Stato, mai dello Stato, ma della politica. Quando manca il governo, resta solo la governance.
Il vuoto della politica si evince proprio in questo: nella solitudine della governance.
Viceversa, la solitudine del governo comporta disaffezione, distanza tra cittadini e istituzioni.
L’equilibrio politico, la legittimità delle istituzioni politiche è data dalla reciproca coniugazione di governo e governance. Qualsiasi potere, anche quello della pura forza, è legittimato se governa con una politica di governance. Tanto più si restringono le politiche di governance, tanto più si restringe la legittimazione, tanta più forza, tanta più violenza occorre per mantenere il governo dei processi sociali.
Io ritengo che la mafia in Sicilia – e a ben guardare ovunque sono sorte organizzazioni criminali – approfittando del vuoto politico che si era determinato per le spinte autonomiste, si è appropriata della governance di alcuni territori e ha lasciato alle lotte intestine la competizione per il governo. Troppo alta era la conflittualità per il controllo dello Stato e troppo difficile esercitare il potere. La mafia è nata per esercitare un potere possibile, quello locale, quello limitrofo, quello delle relazioni sociali immateriali quotidiane: la gestione della governance territoriale.
Io sostengo che, a causa del vuoto politico post bellico, i partiti politici abbiano gestito involontariamente la governance italiana, in totale e assoluta discrezionalità, facendo dello Stato la succursale istituzionale del loro potere e degenerando la nostra democrazia che ancora non riusciamo a rigenerare. Tant’è che la descrizione riportata da Pietro Calà Ulloa al Regno delle Due Sicilie delle organizzazioni che controllavano il territorio nel 1838, può valere perfettamente come descrizione delle organizzazioni politiche che hanno controllato la governance sociale nella storia della democrazia italiana.
Se il Governo avesse esercitato la sua governance; se ci fosse stato un Potere istituzionale legittimo al posto di quelle “fratellanze” assassine a guardia del latifondo, cioè a regolare e a regolamentare i rapporti economici e di sicurezza tra contadini, grandi latifondisti e piccoli proprietari terrieri; se ci fosse stato il potere politico dello Stato a garantire che le tasse, “una cassa comune”, sovvenissero “ai bisogni”; se ci fosse stato un sovrano con un potere in grado “ora di fare esonerare un funzionario, ora di conquistarlo, ora di proteggerlo”; se ci fosse stato un apparato istituzionale, con il suo corpo di “molti alti magistrati” in grado di tutelare se stesso con “una protezione impenetrabile” per assicurare una funzione di giustizia, magari incolpando un delinquente invece che “un innocente”; probabilmente la Mafia non sarebbe mai nata. E laddove tutto questo c’è stato, nel bene e nel male, la mafia non è mai nata.
Questa scissione tra governo e governance, ben descritta dal magnifico affresco del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa[10], questo stesso vuoto politico, nel decennio successivo, ha favorito Cavour e Garibaldi che appunto furono aiutati dalla Mafia a portare la Sicilia nel Regno d’Italia.
Una identica condizione di vuoto politico si è verificata nel 1943, quando, con un’operazione denominata “Sicilia Connection”, gli angloamericani liberarono un mafioso, Lucky Luciano, e lo mandarono in Italia, appunto in Sicilia, in avanscoperta a proteggere il loro sbarco. Americani e Inglesi alla Mafia, che aveva il potere delle governance sociale, si rivolsero. D’altronde il governo non c’era più. Non c’era in generale una amministrazione dello Stato poiché la classe dirigente giolittiana era stata spazzata via dal fascismo, quella fascista dalla guerra, il Re era in fuga, la Repubblica non c’era ancora. Nel vuoto politico assoluto gli alleati affidarono i primi governi a chi deteneva il potere della governance. In una democrazia si sarebbe fatto perfettamente il contrario. I primi sindaci italiani in Sicilia, infatti, furono tutti mafiosi. D’altronde i mafiosi erano gli unici in grado di controllare il territorio. Dal 1943 al 1948, in quei 5 anni genetici della nostra Repubblica e della nostra democrazia, lo Stato Italiano non c’era più. I cittadini italiani vivevano in un vuoto politico totale, in un baratro infinito di assenza. Non sarà un caso allora se dal 1947 al 1949, la Sicilia, unica regione governata dai mafiosi nei comuni liberati, tenterà ancora una volta la strada della sua autonomia nazionale con i moti di Salvatore Giuliano. Tuttavia alla mafia non interessa il governo di una nazione e nemmeno quello di una Regione. Interessa la governance sociale, politica ed economica per imporre la propria supremazia. Lasciò il Governo dello Stato ai politici e tenne per sé la governace funzionale ai suoi affari.
In ogni caso, la nostra democrazia è nata nel vuoto politico, nella condizione di profondissima scissione tra governo e governance che sempre minaccia la legittimità del potere. In Italia non c’era più niente. Dopo la seconda guerra mondiale non c’era niente: non c’erano i comuni, non c’erano i segretari comunali, non c’erano i dipendenti, non c’erano naturalmente le Regioni, non c’erano i Ministeri, i magistrati, la polizia frammentata e frantumata dalla organizzazione degli apparati di controllo fascista, evaporata, i carabinieri assillati dal cruccio di dover giurare fedeltà alla Repubblica dopo averla giurata al Re e alla monarchia (annoso problema risolto con il giuramento allo Stato qualsivoglia), l’esercito affranto; non c’erano imprese, imprenditori, associazioni sindacali, organismi sociali, strutture industriali o aziende agricole. Non c’era niente. Non c’erano le case e le cose. C’erano, però, le chiese. C’erano i partiti politici, con i loro leader, nella forma del Comitato di Liberazione Nazionale. C’era un governo da solo, senza governance, nel corpo di Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio dei Ministri e dell’immarcescibile Giulio Andreotti, sottosegretario. Tutto ciò che è venuto dopo, tutto ciò che abbiamo avuto fino al 1993 e moltissimo di ciò che abbiamo ancora, è passato dentro i partiti politici, come veri unici genitori della nostra democrazia. I partiti si sono tenuti, stretta, strettissima, la governance politica italiana e non l’hanno mai trasferita allo Stato, nato e lasciato come succursale del loro enorme potere sociale. La formazione delle istituzioni italiane ha seguito una procedura formalmente corretta, ma la loro gestione è avvenuta come atto di banale formalizzazione istituzione del potere di governance discrezionale dei partiti politici.
L’Italia è rimasta nel vuoto politico avvenuto con la scissione tra governo e governance. In mezzo ci si sono infilati i partiti politici che hanno trattenuto il potere della governance ed hanno lasciato allo Stato Italiano il governo, come succursale, come organo successivo, come istituto derivato.
Lo Stato non è mai stato l’espressione del potere politico italiano. È sempre stato l’organo di gestione di un fortissimo potere di governance che risiedeva ed è sempre interamente rimasto nei partiti politici, liberi, anarchici, totalmente incontrollati nonostante il dettato costituzionale.
Il vulnus della democrazia italiana sta tutto qui: nel vuoto politico tra governo e governance post bellico su cui si è costituita e sulla permanente incontrollata e, per moltissimi versi incontrollabile, discrezionalità dei partiti politici come genitori delle istituzioni (governo) e come selezionatori del suo ceto politico (governance). È sempre stato così per tutto il periodo del proporzionale, del pluralismo polarizzato – come l’ha chiamato Giovanni Sartori[11] -, parzialmente mistificato con il mattarellum dopo la rivoluzione di Tangentopoli, e violentemente riproposto con il porcellum ed ora, sfacciatamente, con l’italicum, in cui tutto si può discutere, ma non del potere discrezionale dei partiti e addirittura dei loro capi nella selezione del ceto politico, sia esso nominato o eletto. Una discrezionalità che nella nostra storia ha indotto tranquillamente il segretario politico del maggior partito italiano di intimare il Parlamento, dicendo allo Stato che il suo partito non poteva essere processato. Una discrezionalità che porta oggi la nomina di un Premier mai eletto il cui diritto al governo gli viene direttamente da una norma dello statuto del suo partito. Una norma che, in una repubblica parlamentare, decide chi deve essere il Presidente del Consiglio prima del voto, indipendentemente dalla volontà dei parlamentari, indipendentemente dal risultato elettorale e addirittura indipendentemente dallo svolgimento delle elezioni. Il partito discrezionale, dal 1948 ad oggi, resta la fonte assoluta di un potere politico di governance che nel governo dello Stato si deve trasferire per essere esercitato. Un partito che nelle sue procedure democratiche interne e nelle sue dinamiche politiche non è mai stato controllato da nessun magistrato, nonostante ripeto il dettato costituzionale, e in cui si esercita una forza non regolamentata da alcun diritto, che permette a chi comanda di cacciare tranquillamente gli oppositori, di imbrogliare alle primarie, di cambiare senza problemi il programma politico con cui ci si è presentati sul proscenio della propria autorappresentazione. Un potere discrezionale che rappresenta il vuoto politico su cui è interamente costruita la nostra semi-democrazia e che ha prodotto la degenerazione che i cittadini hanno in questi anni sopportato.
Il vulnus della democrazia italiana sta tutto interamente qui, ed è un vulnus che si è approfondito con la restaurazione della discrezionalità dei capi degli ultimi 20 anni. I partiti politici sono stati i genitori del nostro Stato, non viceversa. Uno Stato che è risultato totalmente pervasivo al potere di governance dei partiti politici.
Non è stata la società a generare lo Stato.
È stato lo Stato a generare la società italiana.
Come tutti i genitori, che sono educatori per definizione, sulla base di un pregiudizio amorevole, quasi caritatevole e commettono incommensurabili catastrofi, anche i partiti, che sono i genitori delle istituzioni politiche italiane, hanno prodotto uno sfregio profondissimo sul volto della democrazia. Così come tutti i genitori non sono mai stati controllati dai figli, anche i partiti incontrollati dalle istituzioni hanno sempre preservato la propria discrezionalità, a dispetto di ogni regola e di ogni statuto; hanno generato un ceto politico, amministrativo, poliziesco, economico, sociale, perfino culturale, militare e militante per la maggior parte dipendente, sulla base di un vuoto politico strutturale, sistemico, in totale autonomia, in pieno arbitrio. Nessuno sa davvero come e perché uno arriva a dirigere un Ente o un Ministero in vece di un altro. Nessuno sa come e perché uno in vece di un altro viene chiamato in televisione. Con quale criterio viene selezionato al Parlamento l’uno rispetto all’altro per essere poi nominato? Siamo stati ed ancora siamo oltre la norma, nel vuoto politico da cui è derivata e deriva la forza e la sfrontatezza del potere dei partiti politici.
Diceva Ortega Y Gassett[12], ogni nostra epoca porta con sé la sua norma e la sua enormità, il suo decalogo e la sua falsificazione.
Così è stato per la democrazia italiana: norma ed enormità, decalogo e falsificazione.
La falsificazione più forte è avvenuta nel 1993, l’anno in cui abbiamo preso coscienza della nostra enormità.
Fino ad allora, dal 1948 al 1993, per 45 anni, abbiamo vissuto nell’epoca degli immutabili, degli immarcescibili, degli indispensabili, degli highlander politici nazionali. Un ceto politico totalmente autoreferenziale, permanente, immobile, privilegiato e corrotto, più vicino alla nomenclatura sovietica o ai mandarini cinesi che alla democrazia americani di cui pure tesseva enfaticamente le lodi. Un ceto politico bloccato che, per scambiarsi il privilegio del Governo, si è palleggiato le istituzioni politiche con un turn-over al potere eccessivo, ma assolutamente indispensabile per permettere a tutti di essere coinvolti e condizionati, condividendo privilegi e vantaggi. Le regole della democrazia formale normalmente piegate alle esigenze di una autoreferenzialità sostanziale. Potremmo dire: da Andreotti sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con De Gasperi (31 maggio 1947) ad Andreotti Presidente del Consiglio dei Ministri (28 giugno 1992)[13] una longevità politica che non ha eguali, unica ed inusuale per tutte le democrazie del mondo e della storia. Tanto da far ritenere che, appunto, quella non fosse una democrazia.
E forse non lo è ancora; sebbene io ritenga che, negli ultimi 22 anni, dal 1993 al 2015, nonostante tutto, le cose siano andate meglio, addirittura molto meglio.
Tuttavia l’Italia non è ancora una democrazia completa e nemmeno completata.
Vedete, le democrazie contemporanee, nell’epoca delle Piattaforme Continentali di Nazionalità e dei network relazionali mediatici, si formano, cioè assumono una loro forma, una morfologia e una connotazione sulla base di 3 fattori morfologici:
- il fattore fiscale, per il recupero dei soldi;
- il fattore elettorale, per la selezione delle persone;
- il fattore comunicativo, per la proliferazione delle idee.
Dal 1993 al 2015, il fattore fiscale non è stato riformato e nemmeno il fattore comunicativo, ma il fattore elettorale si e per ben 3 volte. La prima volta con il mattarellum, il 4 agosto 1993, che ha permesso l’alternanza politica. La seconda volta con il porcellum, il 21 dicembre 2005, che ha prodotto il pantano delle quasi vittorie. La terza volta ora, con l’italicum, approvato il 4 maggio 2015, nei confronti del quale personalmente ho molte titubanze ma i cui effetti sono ancora oggettivamente da verificare.
Con tutte queste modificazioni, alla fine di questi 22 anni, almeno, abbiamo acquisito la consapevolezza della rilevanza di uno dei 3 fattori morfologici delle democrazie contemporanee.
È sufficiente?
Ci basta?
Ci possiamo accontentare?
Siamo per questo diventati una democrazia compiuta?
Non credo.
Una volta c’erano le forme politiche del governo di aristotelica[14] memoria.
Erano 3 (o 6): il governo di uno (Monarchia che può degenerare in Tirannide); il governo di pochi (Aristocrazia che può degenerare in Oligarchia); il governo del popolo (Democrazia che può degenerare in Oclocrazia). Era l’epoca delle Costituzioni, quando i Greci discutevano di filosofia politica come un esercizio concreto, pratico, perché dovevano dare una forma a città Stato che non c’era prima e che spesso bisognava costruire ex novo. Non erano oziosi esercizi di erudizioni. Erano discussioni reali ed anche realistiche. Dovevano costruire città in territori incolti e si chiedevano quale forma politica dovessero assumere e quale poi urbanistica.
Prima, durante e dopo le due guerre mondiali del novecento, Hannah Arendt[15], sulla base della teoria dell’azione, ci ha insegnato che in realtà questa distinzione è insufficiente per capire il mondo e il potere. Il governo del popolo non è solo la democrazia e spesso si contrappone al governo dei molti che è il Totalitarismo. E lo ha drammaticamente insegnato apprendendolo dallo studio dei sistemi politici onnicomprensivi del Nazismo e del Comunismo.
Oggi viviamo nell’era della comunicazione, nella quarta, solo la quarta cosmogonia della intera storia dell’umanità. Il suo avvento lo datiamo convenzionalmente al 1989, anno della caduta del muro di Berlino come prima causa e al 2001, anno della caduta delle Twin Towers come secondo effetto diretto, entrambi major event della comunicazione globale[16].
La tripartizione delle forme di governo, almeno nella dizione aristotelica, non è più rappresentativa delle realtà politiche esistenti. I totalitarismi, almeno nella cognizione di Hannah Arendt, non ci sono più.
Che cosa li ha sostituiti?
Le tipologie del potere (governativo e non) si collocano all’interno di un doppio intervallo che va dalle dimensioni autocratiche alle dimensioni democratiche, con network che possono essere segregati o integrati.
Sono governi autocratici quelli in cui il leader trae i suoi poteri dalla sua stessa persona e non riconosce alcuna limitazione alla sua autorità. È una forma di governo in cui un singolo individuo detiene e rappresenta il potere di una intera organizzazione o di uno Stato. Il potere autocratico è privo di rappresentanza. È il potere della rappresentazione che torna prepotentemente nella nuova società della comunicazione. Torna in altre forme, molto più pervasive, invasive, grazie alla utilizzazione dei mass media e della tecnologia dei social network. Questa nuova disponibilità digitale diffusa offre nuovi margini al rapporto tra gli utenti/elettori e i attori/politici. Un potere che assorbe su di sé l’intera immagine dell’ologramma politico.
La democrazia, si sa, è la peggiore forma di governo, tranne tutte le altre. Anzi, non è nemmeno una forma di governo, è un sistema politico. Delle complesse configurazione, delle diversificate connotazioni che il sistema democratico ha assunto nelle varie epoche storiche e nei molteplici habitat sociali, la democrazia si struttura in tre dimensioni:
- il governo per il popolo,
- il governo del popolo
- il governo con il popolo,
in relazione ai livelli di partecipazione politica al processo decisionale.
Con l’avvento della società della comunicazione la connotazione della democrazia cambia perche cambia la connotazione dello scambio politico tra eletto ed elettore: si passa dal rapporto di rappresentanza, tipico delle democrazie liberali del novecento (io ti voto e tu mi rappresenti), alla relazione responsiva, tipico della nuova società dei media (introduco un input nel sistema della comunicazione e ricevo un output in termini elettorali)[17].
Nella politica contemporanea i singoli governi si collocano all’interno di un intervallo compreso tra i due estremi idealtipici di Autocrazia (A) e Democrazia (D). Ad ogni decisione assunta, ad ogni legge approvata il sistema politico si sposta verso una maggiora Autocrazia o verso una maggiore Democrazia. Il punto in cui ci si colloca non è mai certo, non è mai stabile, non è mai sicuro, non è mai assicurato.
I network con cui oggi ci si associa, come tipologia organizzativa prevalente[18], come luoghi di associazione anche politica, può essere segregato o integrato.
Sono network segregati quelle reti costruite attorno a un polo centrale, segmentati, che vengono governati e controllati da un centro in cui passano tutte le possibili connessioni.
Sono network integrati quelle reti i cui poli sono tutti reciprocamente interconnessi, in modo autonomo, senza alcun centro regolatore, il cui equilibrio è dato dalla complessiva sostenibilità delle relazioni.
Anche i network Segregati (nS) o Integrati (nI) si collocano, come tipologie idealtipiche, agli estremi di un intervallo che ne connota, di volta in volta, la identità e la identificazione.
L’Italia di oggi è un network segregato autocratico.
Non democratica, dunque.
Non del tutto, almeno.
Per me, nemmeno prevalentemente, perché i fattori morfologici sono statici e quando vengono modificati – senza essere riformati – lo si fa sempre tendenzialmente verso il rafforzamento di un decisore centrale, con diversificate giustificazioni, verso il rafforzamento di un potere ologrammatico di un autocrata mediatico di nuovo tipo.
Non un sistema di relazioni partecipate come si realizzerebbe, ad esempio, con il controllo della regolarità democratica degli statuti e dei comportamenti associativi di tutti i soggetti attivi a cominciare dai partiti – il governo con il popolo.
Non un sistema politico rappresentativo diretto, come era ad esempio, con il sistema uninominale, dove era rafforzato il rapporto di delega tra il collegio elettorale e l’eletto – il governo del popolo.
Sempre più, invece, meccanismi di controllo della volontà popolare, tentativi (spesso per fortuna non riusciti) di indurre il consenso con il condizionamento comunicativo della relazione responsiva da parte di decisori discrezionali, che prima erano almeno soggetti politici (i partiti), ora sono individui mediatici – governo per il popolo.
Un esempio solo sull’unico fattore morfologico modificato: il fattore elettorale.
Si dice, e molti lo credono anche tra i suoi contestatori, che questo nuovo meccanismo favorisca la mitica governabilità, che naturalmente in Italia è un bene prezioso dopo 45 anni di permanenza al potere dello stesso schieramento e dello stesso ceto politico, dopo 15 anni di governo di sempre lo stesso Premier, indiscusso e indiscutibile capo e fondatore di un partito che non lo ha mai votato, a cui si può aderire soltanto per obbedire. Tant’è che la governabilità è un mito e quindi deve necessariamente essere favorita dai meccanismi elettorali. Ricordo che il nostro sistema istituzionale disegna la forma di una democrazia parlamentare in cui il Premier e il suo intero Governo vengono eletti dal Parlamento non dal cittadino elettore. Il cittadino elettore decide soltanto, non chi deve governare, ma quale partito preferisce che abbia la maggioranza parlamentare. Il quesito elettorale è: chi vuoi che ti rappresenti in Parlamento? Non: chi vuoi che ti governi? La governabilità non c’entra nulla. Si risponde che questo avverrà per effetto indiretto, diciamo pure per servilismo, perché il 75% dei parlamentari saranno discrezionalmente nominati dai rispettivi capi-partito.
Ma anche questo è falso.
In realtà l’unico partito che avrà un numero di Parlamentari eletti direttamente dal popolo sarà il partito che vincerà la consultazione elettorale. Su circa 400 parlamentari, solo 100 saranno nominati, circa 300 saranno eletti. Per chi vince, dunque, il controllo del gruppo parlamentare è relativo e molto, ma molto più difficoltoso. I parlamentari nominati dal capo saranno una piccola minoranza rispetto al loro numero complessivo.
Chiedo: quando mai la instabilità politica è stata determinata da chi ha perso, dalla opposizione?
Quando c’è stata, l’instabilità politica, è sempre stata il prodotto di crisi di maggioranza. Aver eliminato le coalizioni è una pura illusione. Il Premier nominerà Ministri di sua preferenza, non selezionati dai parlamentari eletti. Avendo rapporti prevalenti con i nominati, chiederà al Parlamento sotto controllo un servilismo estremo. Gli eletti, detentori di propri sistemi di preferenze, preferiranno essere liberi in un cespuglio piuttosto che prigionieri in una foresta. Specie dopo le ultime esperienze vissute con la elezione dei Presidenti della Repubblica (caso Prodi) è evidente che l’essere partecipanti allo stesso partito non assicura una tenuta di stabilità. Aver riproposto un sistema a instabilità diffusa nella maggioranza partitica piuttosto che in quella di coalizione è una mera restaurazione di quanto è sempre avvenuto nella frammentata storia italiana. Tra l’altro, in un’epoca in cui il voto di fiducia sulle leggi di indirizzo governativo è una prassi regolare ed abitudinaria, le minacce alla governabilità sono infinite. La fragilità del voto di fiducia, infatti, è evidente: come per la roulette russa, basta che sbagli un colpo sei morto.
Quindi il tema della governabilità, che già in sé è un argomento autocratico, è falso.
Volete che non lo sappiano?
Lo sanno benissimo.
Solo che non è quella la principale motivazione della modificazione del fattore elettorale.
La principale motivazione è il controllo dell’esito elettorale prima ancora del voto. Quelli che immaginano di perdere la campagna elettorale saranno indotti a presentarsi in convenienti cespugli di micro-partiti personali controllabili. Quelli che immaginano di vincere saranno indotti a imprigionarsi in una foresta per comandare (salvo poi incendiarla quando si renderanno conto che, da eletti, non comanderanno niente contro un Premier nominato). E tutta questa immaginazione indurrà una proposta politica che favorirà la vittoria per chi si immagina vincitore e la sconfitta per chi si immaginava perdente. In questo modo, l’esito elettorale sarà sufficientemente controllato prima ancora del voto.
Il diavolo però fa le pentole e non i coperchi.
Credo che questa non sia la modificazione conclusiva della legge elettorale. Anzi ipotizzo che, tra qualche anno, ci troveremo ancora a discuterne. Allora però avremo perfettamente coscienza, spero, del fatto che la nostra azione favorirà una spinta del sistema politico italiano o verso l’autocrazia (probabile) o verso la democrazia (auspicabile). Per ora teniamoci questa restaurazione.
D’altronde, la cosa bella e brutta nella politica della società della comunicazione è che la nostra dimensione democratica va continuamente ridiscussa, ridefinita.
Ogni giorno si ricomincia.
Ogni volta possiamo diventare più segregati o più integrati, più autocratici o più democratici.
È brutto perché non viviamo più in un habitat di certezze. Ogni considerazione può essere ulteriore, aggiuntiva, distruttiva, più adatta e più adattabile. La comunicazione ci induce a vivere in una fortissima inflazione di ragioni, che spesso durano lo spazio e il tempo di un solo talk-show, senza sedimentazioni cognitive, istruttivi forse, ma non educativi, privi, privati di ogni valore rappresentativo, in favore di simboli identificativi, omologanti e raffigurativi.
La cosa bella è la responsabilità etica personale e collettiva a cui siamo costantemente richiamati per spingere il nostro sistema politico verso uno sbocco possibile e verso una soluzione accettabile. Ogni giorno siamo noi, per quel tanto che possiamo, a dover decidere se dire delle cose plaudenti o cose coerenti, con il vuoto o con il voto, se essere più autocrati o democratici. Siamo sempre noi a dover decidere, anche qui, ora, quale è il nostro decalogo e la nostra norma, quale enormità dobbiamo sfuggire con quale falsificazione. Siamo noi, ciascuno di noi, artefici e artefatti del potere nella società della comunicazione. E se non saremo democratici, se non saremo ancora sufficientemente democratici, è perché non lo siamo quotidianamente noi.
La scuola e l’università possono molto. Dal mio punto di vista, possono tutto.
Per controllare gli esiti elettorali e per rafforzare una autocrazia mediatica di nuovo tipo, negli ultimi 20 anni tutti gli istituti e le istituzioni di produzione della intelligenza individuale e collettiva sono stati progressivamente svuotati di senso e di significato. È stata programmata e realizzata una sistematica e costante azione alla disarticolazione dei pensieri critici e delle stesse forme di pensiero. Come denunciava Pasolini, un giorno tolgono un teatro e fanno un centro commerciale, poi una libreria diventa cartoleria, i luoghi di confronto chiudono, i dibattiti diventano noiosi, il rumore invade ogni sonorità. Una cosa alla volta, con calma, con metodo e costanza, senza che nessuno se ne accorga e dopo 10 anni sei totalmente cambiato, asservito, condizionato, omologato e non puoi fare più niente.
La cultura emarginata, la scuola e l’università estraniata, viene parcellizzata per essere prima o poi accantonata. Si pretende che la scuola e l’università siano centri di addestramento al lavoro, totalmente strutturati su una contabilità acquisitiva, su un budget banale, un equilibrio fatto di crediti e debiti formativi che non dicono niente e non servono a niente. Sono stati progettati apposta, per annullare ogni connotazione culturale allo studio, per favorire il conteggio delle esperienze, la contabilità della conoscenza.
Credete davvero che gli studenti imparino il contenuto?
Non sapete che gli studenti imparano il metodo?
I contenuti vanno e vengono.
Il metodo resta, per sempre, nella forma mentis di ciascuno di noi.
Quindi, alla fine di un lungo percorso di studio di circa 20 anni, le nostre nuove generazioni nell’infosfera, avranno in realtà imparato semplicemente a fare un bilancio e valuteranno la loro vita o le loro relazioni sulla base di una rigida contabilità di interessi.
Questa funzione di formattazione cognitiva e di livellamento del pensiero è totalmente ignorata da professori autoreferenziali, che credono di svelare in ogni parola il loro messaggio messianico educativo. Il potere, invece, lo sa e molto bene. Quindi, lascia ai professori l’oratoria dei contenuti e decide sulla struttura del metodo.
Il potere forma le menti delle nuove generazioni non la scuola o l’università.
Se uno studente deve vivere imparando a formulare un budget formativo, integrando debiti e crediti; se la scuola e l’università sono stati trasformati in succursali aziendali per preparare ad un mondo di lavoro che non c’è; vuol dire che lo studente è preparato al niente e noi tutti siamo i sacerdoti della inutilità che vivono in monasteri abbandonati e trasformati in diplomifici prodotti in serie.
Le scuole e le università vivono in uno stato di liminalità in cui il pensiero è abrogato, decervellato, il know how è diventato know out e non sta più nel mondo istituzionale della istruzione; più nemmeno in altri agenti educativi tradizionali, come ad esempio, la famiglia.
Non era così nel dettato costituzionale della nostra Repubblica.
Nella Carta Costituzionale è riportato interamente lo spirito complessivo di una nazione in ricostruzione post bellica, con la voglia disperata e la tenacia di uscire da una ignoranza umiliante, con la determinata consapevolezza che la cultura fosse effettivamente il terreno del riscatto e dello sviluppo nazionale, con la orgogliosa volontà di dotarsi della necessaria istruzione per competere a livelli internazionali. La strada del riscatto italiano era chiaramente indicata nella duplice esigenza di crescere dal punto di vista economico e di svilupparsi rispetto alla qualità della vita sociale.
L'Italia aveva l’esigenza imprescindibile di emanciparsi. E come sempre questa emancipazione era ed è il prodotto di maggiore istruzione, maggiore conoscenza e maggiore cultura. Questa connotazione caratteristica della nostra costituzione, più che di altre; questo nesso che potremmo oggi chiamare il “vincolo formativo”, che lega l’istruzione con il processo sociale, il diritto al confronto tra identità e uguaglianza, è passato poi dentro il Trattato di Lisbona e la Convenzione Europea dei diritti dell'Uomo. Non è un caso la “Carta Europea della Scuola” abbia come obiettivo primario del sistema scolastico il motore dello sviluppo sociale, della competitività economica, della democrazia diffusa e della cittadinanza fondata sulla solidarietà.
È un vincolo che riconosciamo oggi nelle facce rugose degli immigrati, naufraghi della ignoranza, costretti ad emigrare perché privi e, per certi versi privati, dalle competenze necessarie per far crescere e sviluppare i territori di loro provenienza. Uno dei drammi del sottosviluppo è proprio nell’assenza delle competenze necessarie per il sostegno della economia interna e per la creazione di quelle innovazioni sociali indispensabili alla estensione della qualità della vita nel mondo.
Era anche la condizione storica di quella Italia post bellica a cui la costituzione ha permesso di emanciparsi garantendo la formazione delle competenze, delle capabilities come si dice oggi, necessarie per trasformarsi da nazione semi agricola a grande nazione postindustriale moderna.
Proprio noi, che viviamo immersi nel bacino mediterraneo per il novanta per cento del nostro territorio, ai popoli del nord Africa in subbuglio possiamo rappresentare la testimonianza vivente di quanto, una Costituzione animata dalla espansione della conoscenza, possa essere strumento della propria complessiva emancipazione sociale.
Ci è voluto impegno. Come diceva Piero Calamandrei “la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé”[19].
Ci vuole impegno e costanza.
Ci vuole lavoro.
Per Calamandrei “La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova ha bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l'impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità”[20].
La forza della nostra costituzione dunque sta nel senso di responsabilità civica di cui ciascuno si dota. Il senso profondo della nostra Costituzione, per come ce lo ha trasmesso Calamandrei, non è nella sacralità della carta, del documento, dell'oggetto. È nella sacralità dei principi, che richiedono attenzione, partecipazione, volontà. Richiedono un senso di responsabilità verso i contenuti reali, vero lo spirito delle leggi, che è il reale, unico, sentimento politico che il documento fondativo della nostra Repubblica conserva prezioso nella sua intimità.
“Per questo – concludeva Calamandrei – una delle offese che si fanno alla Costituzione è l'indifferenza alla politica”[21]. Perché questa indifferenza, questa inerzia, la nostra pervicace nemica, distrugge il sentimento etico, la responsabilità che ciascuno deve mantenere per non fare di quel documento un semplice pezzo di carta. Chi ha la responsabilità degli studi, della offerta universitaria pubblica e/o privata, come recita l'art.33 della nostra Costituzione, sente su di sé questo impegno, l’esigenza di fare strutture che, come le norme, non devono essere soltanto funzionanti, ma devono essere principalmente vive.
Facciamo strutture vive, non soltanto efficienti.
Rispettiamo lo spirito etico della costituzione in modo che le norme non restino carta poggiata nelle librerie, ma che rappresentino l’esigenza viva di una nazione che tende continuamente a livelli di emancipazione maggiore. E per l’università questi livelli sono di due tipi: la competenza nella qualità degli studi e la solidarietà nel sistema delle relazioni umane.
In questo la similitudine tra Costituzione e Università, dal mio punto di vista, assume il suo più profondo significato: permettere l’emancipazione di una generazione grazie alla competenza ed alla solidarietà.
Dunque, io credo che nella scuola e nella università si annidano le risorse per il futuro; che nella scuola e nella università si possa e si debba fare molto.
Non è una speranza.
È una coscienza.
So che il rapporto, la relazione tra docente e discente è unica, irripetibile, insuperabile.
Nessun potere potrà mai eliminare il discorso, spesso frammentario come diceva Roland Barthes[22], della conoscenza dell’altro. È una forma d’amore che viene depositata nella nicchia dell’aula, in cui l’uno conosce l’altro e l’uno e l’altro costruiscono e costituiscono un sistema di senso che da vita a tutta un’altra vita. Lacan teneva lezioni private affollatissime. Per ascoltare Jodoroski dovevi prenotare mesi prima. Bertrand Russell, nei periodi del suo disaggio economico, girava il mondo tenendo conferenze, più preziose per chi le ascoltava che per chi le teneva.
Nella scuola, nelle università risiede una plus valenza relazionale che nessun potere potrà mai spezzare e che è il presupposto di ogni democrazia dell’apprendimento e di ogni apprendimento democratico. Questa relazione, che nella storia dei gruppi eu-sociali che hanno conquistato la terra di cui gli umani sono la più alta e sviluppata espressione – come insegna Wilson[23] -, questo infra – come diceva Hannah Arendt[24] – da cui nasce ogni politica, è una connotazione ineliminabile dell’università e della scuola. È nostro, soggettivamente e individualmente, direi, personalmente nostro, se smetteremo di utilizzare l’università e la scuola come uffici per altri affari e se preserveremo l’aula come nicchia di amore condiviso e partecipato, come luogo di confronto e anche di affronto, come bolla di comprensione e conoscenza; se confideremo nell’aula, non solo simbolicamente, ma principalmente come dimensione fisica, emozionale e logica dello scambio comunicativo, del fascino insuperabile della reciproca conoscenza.
Il mio motto, preso non so dove, è: la vita è una produzione di significati.
Questa responsabilità spetta esclusivamente a noi, in queste aule, se saremo sempre più democratici e sempre meno autocratici; se favoriremo sempre più, con coraggio e passione, l’intelligenza, questo mix di logica ed emozione, di razionalità e ragionevolezza, che continua e continuerà, come voleva Piaget[25], ad organizzare il mondo organizzando se stessa.
In ogni angolo e in ogni momento della società della comunicazione il potere, appositamente definito da me epipower - il potere epistemologico della conoscenza - tenta di espropriare e di appropriarsi questa funzione sociale genetica, con scenari di verità sostitutivi della realtà dell’Homo Sacer e della sua vita nuda[26].
Non c’è dubbio, però, che la cultura, in generale, e l’istruzione, in particolare, hanno il compito, in ogni loro istante, di organizzare quell’intelligenza che organizza, continuamente e comunque, il nostro mondo.
Ripeto: è una responsabilità che spetta interamente a noi.
NOTE
[1] Come avrebbe detto Borges che ha scritto una bellissima poesia che si intitola “Vanteria di Quiete”
[2] RONCHEY A., Figlioli miei, marxisti immaginari, Rizzoli, Milano 1975
[3] So bene che l’on. Pierluigi Bersani ha denominato democratura – democrazia e dittatura -la politica condotta da Matteo Renzi. Il termine tuttavia è improprio perché le dittature sono finite con Mussolini. Le nuove forme di oppressione, come vedremo, sono i totalitarismi, che non sono riferibili alla voltà di uno ma di una intera nomenclatura. E da noi come ovunque, anche quando il leader sembra totalmente autoreferenziale, come in questo caso, copre, rappresenta e genera in realtà una intera nomenclatura che non può sentirsi immune e irresponsabile delle decisioni che prende solo perché ci sia un unico capro espiatoria sotto il mitico e mistico nome di leader. Le decisioni sono di apparato e la responsabilità all’intero apparato va ricondotta. Preferisco dunque democratismo – democrazia e totalitarismo – termine più adatto a rappresentare un lungo periodo storico ed un trend omogeneo, ben superiore all’ultimo periodo.
[4] HOBBES T,, Opere, Utet, Torino, 1998
[5] FERRERO G., Il potere, Marco Edizioni, Roma 2005
[6] DIAMANTI I., Un salto nel vuoto, Laterza, Bari 2013
[7]LUHMANN N., Illuminismo Sociologico, Il Saggiatore, Milano 1995
[8] Si trattava di un vero e proprio ceto politico spregiudicato e violento denominato massari, campieri ("guardie armate" del latifondo) e gabelloti (gestori dei fondi a gabella, cioè in fitto) che governava con il terrore regolando i rapporti tra contadini e proprietari, briganti.
[9] SCARPINO S., Storia della mafiaTomasi di Lampedusa Giuseppe, Il Gattopardoltrinelli, Milano 1958
[11] SARTORI G., La teoria dei partiti e il caso italiano, Sugarco, Milano 1985
[12] Ortega Y Gassett Josè, LA RIBELLIONE DELLE MASSE, Il Mulino, Bologna
[13] È stato 7 volte Presidente del Consiglio dei Ministri; 8 volte Ministro della difesa; 5 volte Ministro degli Esteri; 3 volte Ministro delle Partecipazioni Statali; 2 volte Ministro del Bilancio, Ministro delle Finanze e Ministro dell’Industria; 1 volta Ministro del Tesoro, Ministro dell’Interno, Ministro dei Beni Culturali, Ministro delle Politiche Comunitarie; sempre Parlamentare e infine Senatore a vita.
[14] Aristotele, OPERE, Utet, Torino 1989
[15] Arendt Hannah, LE ORIGINI DEL TOTALITARISMO, Einaudi, Torino 2008
[16] Ceci Alessandro, COSMOGONIE DEL POTERE, Ibiskos, Empoli 2013
[17] Ceci Alessandro, INTELLIGENCE E DEMOCRAZIA, Rubettino, Soveria Mannelli, 2006
[18] Tutti gli esseri eusociali vivono in strutture sociali adattate agli habitat di riferimento. Gli umani, in particolare, hanno avuto 4 tipologie di strutture associative prevalenti corrispondentemente alle 4 diverse cosmogonie in cui sono vissuti: dalla conquista della posizione eretta all’antico Egitto la tipologia strutturale prevalente della comunità erano gli organismi; con l’avvento della società agricola egiziana registriamo la realizzazione di organizzazioni piramidali gerarchico-burocratiche; con la società industriale invece ci associamo dentro sistemi differenziati; oggi, nell’epoca della società della comunicazione, sopravanzano network integrati o segregati. Vedi Ceci Alessandro, COSMOGONIE DEL POTERE, Ibiskos, Empoli 2013.
[19] Calamandrei Piero, CHIAREZZA NELLA COSTITUZIONE, Edizioni 24 ore, Storia e Letteratura, Milano 2012
[20] Calamandrei P., cit., Milano 2012
[21] Calamandrei P., cit., Milano 2012
[22] Barthes Roland, FRAMMENTI DI UN DISCORSO AMOROSO, Einaudi, Torino 1995
[23] Wilson O. Edward, LA CONQUISTA SOCIALE DELLA TERRA, Raffaello Cortina Editore, Milano 2014
[24] ARENDT H., Che cosa è la politica, Einaudi, Torino 2006
[25] PIAGET J., Epistemologia Genetica, Laterza, Bari 1985
[26] AGAMBEN G., L’Homo Sacer: il potere sovrano e la vita nuda, Einaudi, Torino 2005
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