FILOSOFIA POLITICA: LA VIA FEMMIILE AL POTERE
il ruolo delle donne nella democrazia della comunicazione
DICEMBRE duemilaventicinque
Ricostruzione della polis
Non nego che fino a qualche tempo fa ho pensato e scritto, in fondo come tutti, che al fondo della questione femminile vi fosse il senso di una ingiustizia atavica, una sopraffazione antropologica del maschio.
Ad una conferenza svolta al Parlamento Italiano il 1° dicembre 2017 ho presentato una relazione, poi pubblicata su La Rivista Italiana della Sicurezza, che attribuiva il femminicidio a una espropriazione del potere della genesi da parte del maschio nei confronti della femmina. Una relazione scritta sulla base degli studi di Marija Gimbutas[1] e di Heide Goettner-Abendroth[2]. Ho sostenuto cioè che «La violenza che ci portiamo dentro, nel chiuso labirinto degli specchi della storia, appartiene alla lotta antropologica per la conquista del potere sulla genesi e rimbalza fino a noi nella forma del femminicidio». L’ho chiamato «il crimine di Dio non nel senso che Dio lo abbia commesso, ma perché Dio è stato inventato per la legittimazione del potere del maschio»[3].
Il tema principale riguardava, dunque, l’espropriazione antropologica del potere della genesi.
Marija Gimbutas sosteneva che prima, agli albori della evoluzione umana, «era la forza femminile che pervadeva l’esistenza»[4]. Il maschio non aveva coscienza procreativa. Quando la vita durava 24 anni in media, un atto compiuto nove mesi prima non era collegabile a un parto che avveniva molto in là nel tempo. Per questo motivo la donna aveva assunto una dimensione sacro-magica: «la fede in una divinità femminile come creatrice della vita rispecchia il sistema matrilineare e matrilocale, che molto probabilmente esisteva in quelle epoche»[5]. L’incoscienza procreativa determinava il fatto che «il corpo della donna veniva considerato partenogenetico, cioè si pensava che creasse da sé la vita, una caratteristica che veniva celebrata nella religione»[6]. In quelle epoche «preistoriche del paleolitico e del neolitico […] l’immagine del padre, così prevalente nelle epoche più tarde, è del tutto assente»[7]. István Zӑlai-Gaál[8] e Irme Lengyel hanno studiato il gruppo sanguigno, tratto da reperti di ossa, dei cimiteri della civiltà Lengyel in Ungheria[9], circa nel V millennio a.C.. I gruppi familiari sono risultati composti da femmine e bambini imparentati tra loro, mentre i maschi adulti no. Significa che questa «fede in una divinità femminile come creatrice rispecchia il sistema matrilineare, o matrilocale, che molto probabilmente esisteva in quelle epoche»[10] in cui, sostiene Gimbutas, le madri e le figlie «conservano la residenza e il diritto di proprietà» mentre i giovani maschi «partono per entrare in un’altra famiglia e maschi di altro ceppo si sposano all’interno della famiglia matrilineare.»[11]. Cioè, il principio del matriarcato aveva un «effetto sulla struttura sociale, perché se il padre biologico non può essere determinato, la madre e il suo ceppo sono automaticamente il punto focale della famiglia, e la struttura familiare è matrilineare»[12].
Più recentemente, precisamente nel 2023, Heide Goettner-Abendroth ha pubblicato per le edizioni Mimesis, un voluminoso testo sul passaggio dalle società matriarcali alla nascita del patriarcato. Heide Goettner-Abendroth conferma che «le donne, come madri e responsabili della sopravvivenza della specie, sono state dunque la forza trainante della prima evoluzione umana»[13]. E conferma «la credenza secondo cui i bambini non provenivano dall’uomo, ma dagli spiriti degli antenati che trovavano vita attraverso una giovane donna dello stesso clan»[14]. Conferma dunque che «il meccanismo della creazione era perciò a loro ignoto»[15], come ignoto era per tutti il termine “padre” e «il concetto di paternità biologica»[16]. Afferma che i maschi hanno assunto coscienza procreativa dalla osservazione degli animali e i primi simboli fallici sono espressione della potenza sessuale del toro. Non a caso il simbolo di Creta, dove c’è stata una commistione di potere maschile e femminile, era il minotauro, con la testa del toro e il corpo dell’uomo. Afferma, inoltre, Heide Goettner-Abendroth che, «a livello sociale»[17], sono state le «culture guerriere della steppa» che «svilupparono i modelli caratteristici del primo patriarcato»[18], imposero una cultura di dominio sulla base del dualismo gerarchico «che deriva dal diritto del più forte»[19]. Conferma infine che «la stessa gerarchia duale si manifesta nelle divinità: gli dei degli uomini erano padri divini del cielo e dei della guerra considerati superiori»[20]. Era soltanto circa 5.000 anni fa.
Negli anni successivi, qualche dubbio di non essere stato completo nell’analisi mi è venuto e mi torna quando vengo invitato a manifestazioni di associazioni di donne. Accade talvolta, andando in giro per lezioni e conferenze, in attesa delle lente coincidenze del trasporto ferroviario, che uno si trovi a trascorrere l’interstizio di tempo tra un arrivo ed una partenza, in libreria, alla ricerca di una pubblicazione che giustifichi le proprie intuizioni. È accaduto anche a me che, in attesa della coincidenza per Torino, mi sia imbattuto in un libro magistrale del noto archeologo italiano Giorgio Buccellati, dal titolo “All’origine della politica”.
Da tanto tempo noi sosteniamo che la fitness evolutiva degli umani si sia differenziata da quella degli animali a causa di 4 mutazioni sociali fondamentali che hanno sviluppato 4 dimensioni logiche indispensabili per la produzione dell’intelligenza. Giorgio Buccellati, senza mai esserci conosciuti né mai parlati, è arrivato sostanzialmente alle stesse conclusioni. Dimostra, infatti, che il passaggio dalla logica endofasica alla logica formale avviene con il passaggio dal paleolitico al neolitico e specificamente con la costruzione del villaggio, del primo habitat umano che, con la indispensabile definizione di un confine, ha scatenato una serie di processi cognitivi o – come dice Lui – “meta-percettivi”. Queste nuove competenze hanno indotto gli esseri umani alla gestione della complessità, alla capacità di distanziarsi dalla natura, alla capacità di progettare. Si verifica, cioè, una vera e propria modificazione della «morfologia concettuale»[21] che si avvale di «un supporto concreto e ben specifico, un prodotto assolutamente innovativo che poteva avere origine solo nelle facoltà intellettuali che erano arrivate a costruire queste categorie. Questo prodotto è il linguaggio articolato.»[22] Pertanto «i confini del villaggio avviano un dinamismo per cui il senso della proprietà comune sfocia nel concetto di proprietà pubblica.» All’interno dei confini gli individui si accomunano, si integrano, preservano e mantengono il proprio spazio. Si sviluppa il senso della collettività tra chi convive in un’area definita, a chi ha un proprio concetto di organizzazione, a chi ha una particolare concezione di sé rispetto agli altri, a chi vuole una propria identità. In questo senso, allora, «l’affermarsi del villaggio come nuova forma di insediamento umano ha delle forti ripercussioni sul sistema percettivo. La mola principale sta nel fatto che il sistema non è dato in natura, ma è messo in atto dall’uomo, e dipende quindi a priori da “manipolazioni” percettive; l’orizzonte del villaggio non è solo definito da limite di specifiche costruzioni (i confini fisici), ma anche da una visione, dal modo cioè con cui ogni individuo concepisce l’universo particolare del proprio gruppo sociale (i confini percettivi). Questi confini sono presenti anche nell’assenza: il che vale a dire, che anche se lontani fisicamente al villaggio, questo rimane presente nella percezione del singolo. Si sviluppa un senso di appartenenza al territorio che avrà un impatto sempre più marcato sulla psiche umana.»[23]
La prima era stata la conquista della posizione eretta che ha fornito l’uomo di ontopower, del potere ontologico della sopravvivenza e la dimensione logia endofasica, la logica basata sulla analogia. La seconda è stata ancora una verticalizzazione della società, della architettura e del potere, l’egopower con cui l’uomo si è imposto al mondo con la logica formale, costruita su principio di non contraddizione, sul sillogismo. L’invenzione della geometria ha permesso la costituzione del villaggio, da cui scaturisce questa seconda grande mutazione umana, della rivoluzione agricola. La terza grande mutazione consiste nel controllo e nella tutela della nostra fisicità, con sistemi di sicurezza e sostegno del biopower, dalla culla alla bara, l’avvento dei computer e l’acquisizione della logica computazionale costituita sulla dialettica tra vero e falso.
Il resto saranno piccoli mutamenti integrativi che ci hanno portato, migliorando continuamente il nostro habitat, alla terza grande mutazione della storia umana: la rivoluzione industriale e l’acquisizione della logica computazionale che ha generato i computers.
Oggi?
Il filosofo Slavoj Žižek racconta che i cinesi, quando vogliono lanciarti un malaugurio, augurano di vivere «in tempi interessanti», perché i tempi interessanti sono quelli turbolenti, quelli travolgenti, disordinati e spesso conflittuali. Noi viviamo in tempi interessanti, nella quarta mutazione della storia dell’umanità, l’avvento della società della comunicazione.
Oggi viviamo nei «tempi interessanti»[24] della quarta mutazione umana: la rivoluzione della comunicazione e l’acquisizione della logica quantistica. Di questa ultima mutazione sentiamo la innovazione e abbiamo paura.
Direi giustamente.
Demonizziamo la tecnologia perché temiamo che la minaccia derivi da lì.
È un clamoroso errore.
La vera, profonda minaccia che abbiamo è quella della perdita del nostro posizionamento.
C’è una differenza essenziale tra le prime 3 mutazioni e questa quarta.
Tutta le precedenti mutazioni erano costruite sul nostro posizionamento, sul villaggio, sulla polis, sulla città anche metropolitana. Questo spazio fisico e cognitivo, nell’era della globalizzazione, si è perduto, si è dissolto e noi non abbiamo più un posto.
Da una parte è un bene, perché con la polis perdiamo anche il nostro provincialismo identitario, che ci schiaccia in un dialetto, in un ristretto numero di relazioni, in un localismo che ci imprigiona in ruoli archetipici che erano mura invalicabili da cui era praticamente impossibile uscire.
Da una parte è un male, perché con la dissoluzione della polis, si è vanificata, è evaporata anche la politica. Donatella Di Cesare, in diverse sue pubblicazioni, spiega che i greci distinguevano tra OIKOS, lo spazio privato della casa, e POLIS, lo spazio pubblico della cittadinanza e della politica. Con l'avvento della società della comunicazione e le nuove tecnologie, l'OIKOS ha assorbito la POLIS: «una concezione proprietaria dell'abitare, dominante nella sfera privata dell'OIKOS, ha finito per imporsi anche nella POLIS».
Oggi, che viviamo in tempi interessanti, quale è il ruolo delle donne?
Dovremmo ricostruire la nuova polis per ri-posizionarci in una nuova dimensione politica nella società della comunicazione; in una dimensione politica planetaria.
Chi può farlo?
Coloro che erano stranieri nella vecchia polis e coloro che erano estranei.
Donne e immigrati sono sempre stati considerati stranieri ed estranei nella polis: gli immigrati erano estranei perché provenivano dall'esterno della città; le donne erano straniere perché erano riservate alla casa e, dunque, senza alcun ruolo pubblico all'interno della città.
Allora, a quella cena ho capito, che lo spazio pubblico della POLIS, la cui sottrazione ha comportato la distruzione della politica, può esserci restituito solo da chi era straniero prima, cioè da chi è stato estraneo alla trasformazione del pubblico in privato. Di chi, cioè, era costretto alla carcerazione del privato e reclama oggi il legittimo diritto di essere pubblico.
Ho sentito che il neo-eletto sindaco di New York ha rivendicato una nuova forma di modernità politica per una città costruita dagli immigrati. Gli immigrati non c'erano proprio e oggi potrebbero essere soggetti innovatori per un nuovo posizionamento. Non ha torto.
Il biologo Ugo Tristra Engelhardt[25] ha chiamato «stranieri morali» i partecipanti ad un gruppo o a una comunità che «non condividono principi e visioni in ambito biologico e medico»[26].
Milena Santerini ha esteso ha esteso questa denominazione alla psicologia collettiva che orienta la vita anche in altre situazioni dirompenti, giacché «La vita dei corpi sociali fatti di persone non è mai governata da meccanismi strutturali (pure molto importanti), ma sempre intrecciata a come gli esseri umani vivono i cambiamenti.»[27] Per le società democratiche questi stranieri morali sono una minaccia. I reati commessi da loro o su di loro e proiettati sugli schermi della comunicazione mediatica, trasmettono la percezione di un incremento di conflitti a bassa intensità. I conflitti ad alta intensità sono le guerre, quei conflitti che impattano complessivamente sul network sociale. I conflitti a bassa intensità sono quelli che si verificano dentro i network sociali della nostra vita. La microcriminalità è forse l’emblema di questi conflitti a bassa intensità; una criminalità che è rappresentata, anche per nascondere il suo volto reale, iconicamente dalla presenza degli immigrati e dai reati sulle donne. Raffigurati dagli stranieri morali.
Noi, però, per capire fino in fondo il pregiudizio e che tipo di rispetto si deve alle donne, noi dobbiamo distinguere meglio tra stranieri morali ed estranei sociali. Nella lunga storia dell’umanità i viandanti, gli immigrati sono sempre stati stranieri morali. Le donne invece sono state, in gran parte di questa storia, estranee sociali. E sono state socialmente estraniate in tre diverse condizioni, che pure spesso coincidono:
1. Sono state escluse. Le donne sono state escluse quando il maschio ha assunto la coscienza procreativa. Prima le donne erano considerate, come scrisse Marija Gimbutas, erano considerate “dee viventi”, partogenetiche , cioè in grado di assicurare la sopravvivenza della specie da sole, generando il figlio o la figlia dal suo stesso corpo. Per questo parto di sopravvivenza collettiva le donne venivano divinizzate e considerate madri, come la terra, la madre terra, così come perfettamente rappresentate dal pessimo film intitolato il XIII cavaliere.
2. Sono state emarginate. Lo stesso pessimo film mostra tuttavia come e perché le donne sono state emarginate quando l’uomo ha acquisito la coscienza procreativa, probabilmente osservando l’accoppiamento tra animali, tra il più sessualmente potente: il toro che per questo ha assunto uno specifico simbolismo. Alla fine di quel film, lo scontro finale arriva tra uomini che pregavano una donna che abitava in una grotta, appunto dentro la terra, e gli eroi che pregavano un Dio nell’alto dei cieli. Questa scena mostra meglio di altre l’avvento dell’egopower, del potere verticale del faraone, dio e uomo, portato da Mosè in Palestina, dove, non a caso, sono sorti i tre monoteismi che conosciamo, quello ebraico, quello cristiano e quello islamico. Non mostra tuttavia l’altro elemento della filosofia politica egiziana, la regola di seppellire i propri genitori e sé stessi, nel luogo in cui erano nati. È il presupposto dell’avvento delle città, delle polis. Le donne greche e quasi ovunque fino al 1800, erano imprigionate nel privato della casa o della famiglia.
3. Sono state alienate, a partire dal 1800 e specificamente con la Rivoluzione Industriale. Il concetto di alienazione si deve a Karl Marx, che lo ha proposto per la prima volta nei Manoscritti Economico-Filosofici del 1844 che a sua volta, come quasi tutto il resto, lo aveva preso da Hegel. Hegel considerava l’uomo una ragione autocontemplativa, una entità fornita di pensiero che non faceva altro che contemplare sé stesso. In questo senso, l’alienazione è il nostro modo di estraniarci dalla coscienza di noi stessi. Tra i tanti e disparati significati del termine alienazione questo hegeliano credo che sia il più attinente di quanto avvenuto alle donne durante la rivoluzione industriale: le donne sono state estraniate dalla coscienza di sé stesse. Sono state considerate a supporto del processo di proletarizzazione della prima fase di avvento della dirompenza capitalistica. Ricordo le feroci immagini di Rioux[28] sulle donne che lavavano i vestiti in catini pieni di acido che logoravano e corrodevano le loro mani e i loro polmoni. Poi, con l’avvento del welfare che ha decisamente attenuato la violenta «forza di distruzione creatrice»[29] del capitalismo, come l’ha definita Schumpeter, le donne sono state estraniate dalla coscienza di sé stesse e confinate in un ruolo casalingo di tutela familiare, come nelle tipiche organizzazioni criminali italiane. La prigionia della dimensione familiare è durata fino al 1968, fino al femminismo che, per Norberto Bobbio, è stata la più potente e radicale rivoluzione della modernità.
In questa nostra nuova società, il rispetto delle donne non deve essere, non può essere una concessione maschile.
La società della comunicazione è una mutazione profonda del nostro modo di vivere. Le vecchie strutture, le istituzioni, gli istituti, le forme di socializzazione sono tutte cambiate e ci inducono a vivere in un habitat totalmente nuovo, in cui perfino il concetto di pubblico e privato su cui sono stati costruiti tutti i codici giuridici occidentali, assumono altri significati. Le forme gerarchico piramidali, verticali del potere, nell’epoca dei network sono obsolete. La stessa democrazia deve essere ridefinita e riconcettualizzata. La polis deve essere riformulata.
Confermo: in quanto estranee e/o stranieri nella struttura gerarchica del potere delle nostre città, solo le donne e gli immigrati possono salvare le democrazie nella società della comunicazione.
La responsabilità di questa salvezza politica grava solo sulle spalle delle donne.
Gli immigrati sono ancora portatori di una concezione maschile del potere, una idea del potere escludente, quello che Michela Murgia[30] attribuiva a «un'autorità di natura sottrattiva»: un potere che «se sta in mano a qualcuno è solo perché questo qualcuno lo ha avuto a spese di qualcun altro, che invece dal canto suo l'ha perduto»[31]. Si tratta di un potere di natura quantitativa, di una concezione economicistica del potere, di un potere capitale: «L'idea di fondo è che il potere sia una sorta di oggetto che viaggia sulle mani del più forte e che frustra e marginalizza il più debole»[32].
Per salvare le nostre democrazie abbiamo invece bisogno di seguire una «via femminile al potere»[33], di un potere qualitativo, inclusivo, quel potere sociale che Bertrand Russell eguagliava alla energia, che cioè sta alle scienze sociali come l'energia alla fisica, un potere al femminile, di chi ha dato antropologicamente all'umanità l'energia vitale della propria sopravvivenza, il potere della genesi che consiste nell'aggiungere non nel sottrarre, nell'immettere non nel sottomettere, un potere pedagogico di logiche reticolare, di network espansivi, di entità aggiuntive anche come prodotto di «una filiera di fragilità paritarie»[34] in cui «se ci si salva lo si fa insieme». Un potere empowerment, fatto della «consapevolezza acquisita non solo di quel che possono essere, ma anche di quello che non vogliono essere mai»[35].
Non dobbiamo considerare le femmine diverse dai maschi. Le dobbiamo considerare differenti, così come i figli sono tutti simili eppure tutti differenti. Ogni diversità è una forma di emarginazione. Ogni differenza è una esaltazione dell’umano. La differenza è una creativa e personale combinazione della uguaglianza. Nella socialità dei viventi che ha conquistato la terra, vige il principio di similarità: i can consiglio di Milena Santerini, quello di «adottare una visione del mondo basata su somiglianze e differenze, e non solo sulla diversità»[36].
Le donne devono compiere un salto nel pubblico, che talvolta tanto dolore comporta, e che consiste nella effettiva restituzione della polis, della cittadinanza opportunamente rivendicata, dello spazio del confronto politico pubblico. Noi possiamo affermare l’esigenza di ricostruire una polis planetaria tramite il ruolo delle donne che devono superare la rivendicazione privatistica e vittimistica indotta da un qualsiasi sopruso e assumere su di sé il peso, la responsabilità della nuova polis, della politica e della democrazia.
Però non devono farla, come abbiamo fatto noi, a proprio uso e consumo.
Devono essere in grado di andare oltre sé stesse.
Lo possono fare grazie alla funzione antropologica della genesi.
Lo devono fare per una nuova democrazia della complessità relazionale e dell’accoglienza, per una democrazia conviviale, rispettando profondamente la regola esistenziale proposta da Ivan Illich: «la società è conviviale quando lo strumento non supera l’umano.»[37]
Confido nelle donne perché loro sono state estranee alle erezioni verticali del potere, estranee alla costruzione di una società fallica in cui chi è più in alto è più forte e che, quindi, demanda la propria genesi ad una qualsivoglia divinità, che più alto non si può, nel più remoto dei cieli.
Nella società della comunicazione, nella società del potere orizzontale dei network a morfologia variabile, queste donne, proprio perché sono state estranee, proprio perché sono state strumento della «via maschile al potere», con la propria «via femminile al potere», possono restituirci una nuova democrazia.
Una democrazia nuova che fondi le sue radici sulla articolata complessità degli universi culturali: «Solo ricostruendo questa complessità, soprattutto storica, è possibile parlare di universi culturali. A patto che non siano usati per irrigidire, ma ci servano da guida e orientamento per capire le differenze individuali, dinamiche e sempre in trasformazione al loro interno.»[38]
Sono, quindi, insuperabilmente convinto che, non solo le donne in verità, ma tutti coloro che sono in grado di seguire «via femminile al potere», possono restituirci una democrazia nuova, non più autoreferenziale, ma autopoietica, che sia capace cioè di migliorare continuamente rigenerandosi.
In questo senso, la «via femminile al potere», questa capacità politica partogenetica, questa competenza autopoietica di migliorare rigenerandosi, è la salvezza delle nostre democrazie.
Lo stupro: un caso estremo di sopraffazione del potere
In una analisi approfondita sullo stupro infantile, qualche anno fa, Dacia Maraini individuava la violenza più crudele di questo assoluto atto di sopraffazione, nel fatto che rende «il bambino nemico di se stesso»[39]. Vale per qualsiasi forma di stupro, verso chiunque sia rivolto, qualsiasi sia la vittima; perché lo stupro non è un desiderio sessuale estremo ed estremizzato, ma un’azione di dominio o un atto di dominazione. È un’azione di dominio, cioè un comportamento individuale di un individuo su un altro ritenuto più debole quando è uno stupro individuale. È un atto di dominazione quando è l’espressione di supremazia di un gruppo organizzato, sia esso, come accade più frequentemente, un gruppo di natura bullistica, sia esso una azione simbolica di supremazia e di disprezzo condotta da una organizzazione terroristica, come spesso accade nelle tattiche di provocazione.
In ogni caso «quasi sempre la vittima introietta il disprezzo dell’aguzzino e si giudica sporca, mostruosa»[40]. Tuttavia, è questo che resta dentro ogni vittima, un «perverso meccanismo mentale»[41], una colpa che si radica nel profondo emozionale di chi viene stuprato. La crudeltà non è nemmeno la devastazione del corpo, l’invadenza offensiva dell’appropriazione dell’altro, l’invasione che si trasforma in devastazione. La crudeltà è nell’accettazione silente di uno status finora tollerato, per quanto inammissibile, nel «destino già scritto»[42] nell’habitat, nella storia, forse finanche nell’archetipo culturale dei luoghi. Una colpa ineliminabile, «un evento crudele ma inevitabile come un terremoto, un’alluvione»[43]. E se la colpa è trasmessa alla vittima, è sottratta all’artefice.
Il primo aspetto rilevante dello stupro è quello che possiamo denominare «stupro da condizione». Si tratta della tipica percezione psicosociale che si riscontra in determinati habitat sociali; quelli che Pasolini considerava sottoproletariato. Lo stupro, in questo caso, rappresenta una condizione di emarginazione. Il sesso assume una funzione di rivalsa. Pasolini ha descritto questa sessualità imposta, violenta, rapace, come «consolazione della miseria»[44], espressione di un mondo estraneo, escluso, escludente, in cui domina la puttana che, in realtà, «è una regina»[45] e, proprio come una regina, siede sul suo trono, su un rudere di periferia; governa un territorio, «pezzo di merdoso prato»[46], avendo per scettro «una borsetta di vernice rossa»[47]. Non è classificata nelle statistiche criminologiche, ma la prostituzione è una forma di stupro. Lo stupro della vita, la sopraffazione della quotidianità a cui devi comunque legarti per sopravvivere, che ti piega, addirittura prona a quel «perverso meccanismo mentale», al transfert della colpa dal colpevole alla vittima, che ti fa abbaiare «nella notte, sporca e feroce come un’antica madre»[48]. Nella poesia di Pasolini, in cui questo stupro prodotto da una condizione sociale, questa nuova manifestazione dell’alienazione generato dalle sperequazioni dell’habitat, sono descritti anche i colpevoli, gli stupratori, «I magnaccia, attorno, a frotte, / gonfi e sbattuti, coi loro baffi / brindisini o slavi, sono / capi, reggenti: combinano / nel buio, i loro affari di cento lire / ammiccando in silenzio / scambiandosi parole d’ordine[49].» Ed io li vedo, il gruppo di ragazzi che escono da un pub, ubriachi o anche soltanto brilli, che vedono una ragazza passare, che si guardano in silenzio, che ammiccano. Il loro sguardo è una parola d’ordine e la seguono, accelerano il passo, la inseguono, gonfi e sbattuti dall’alcool o da qualche ultima droga. Forse non hanno baffi. Forse non sono né brindisini, né slavi; ma si sentono capi, reggenti, considerano quella ragazza una puttana e loro sono i magnaccia che hanno potere totale sul suo corpo, di cui reclamano l’assoluto asservimento, la definitiva prostrazione. Si sentono capi, potenti dominatori del presente «puntellato»[50] della nostra epoca, ma, anche se sono ricchi o figli della borghesia urbana, restano comunque «silenziose carogne di rapaci»[51], che cercano la loro rivalsa perché, in realtà, «il mondo, escluso, tace / intorno a loro, che se ne sono esclusi»[52].
C’è un secondo aspetto dello stupro che riguarda quasi esclusivamente lo stupro collettivo. Si tratta di un atto violento indispensabile per assumere una connotazione identitaria nel gruppo dei pari. Possiamo denominarlo «Stupro da identificazione», poiché rappresenta un vero e proprio atto di adesione e di partecipazione alla identità ed alla identificazione di partecipanti a determinati gruppi di primario livello organizzativo. Si tratta di una funzione tipica anche delle organizzazioni criminali la cui aderenza ha il vincolo di un atto violento di affiliazione. Però, l’azione identitaria compiuta con una violenza sessuale ha un significato particolare. È un modo per rinascere “nei rifiuti del mondo”, per trovare una regola comune e una regolarità individuale nei comportamenti condannati dalla legge, per ottenere «un nuovo /onore dove onore è disonore». Un modo per sentirsi potenti e feroci, feroci come i potenti, nascosti «dietro mareggiate di grattacieli / che coprono interi orizzonti». La ricerca della identità del gruppo annulla l’identità della donna. La persona violata diventa strumento della violenza. Non è più persona. Non è vero che il maschio utilizza lo stupro per intimidire, per minacciare. O forse non è solo per questo. Principalmente i maschi stuprano le femmine per riconoscersi nella loro mascolinità. Scrive Brownmiller «la scoperta da parte dell’uomo che i suoi genitali potevano servire come arma per generare paura deve essere annoverata tra le più importanti scoperte dei tempi preistorici, insieme con l’uso del fuoco e le prime rozze asce di pietra»[53].
Se il sesso è un’arma, la sessualità ottenuta con una rapina o con una conquista, è la più primordiale espressione di un potere: la supremazia. Possiamo infatti denominare il terzo aspetto della violenza sessuale come «Stupro supremazia». Non amore, ma prostrazione, sesso ottenuto con facilità per imposizione, senza compromissione, senza fatica, dove «il miserabile si sente uomo». È difficile riconoscerlo, travolti da una narrazione che racchiude la colpa al comportamento individuale, ma il colpevole, sullo stupro, «fonda la fiducia nella vita», nella sua vita, nella sua forza che si impone ad altri, la sua strafottenza che «disprezza chi ha altra vita», il suo dominio che ha bisogno insuperabile di giustificazione. In questo senso il potere esclusivo del proprio sesso è, a sua volta, escludente. L’avventura della sopraffazione, della usurpazione, della dissacrazione è la spinta al potere, «sicuri di essere di un mondo / che di loro, del loro sesso, ha paura». Lo fanno come se fosse un gioco, poiché hanno «loro forza nella leggerezza». Lo fanno senza alcuna clemenza e comprensione per la vittima, perché «la loro pietà è nell’essere spietati». Lo fanno incoscienti delle conseguenze e di ogni possibile danno, giacché sentono «la loro speranza nel non aver speranza».
A terra resta lei, strumento di altri desideri, abbandonata all’insulto, sconquassata dalla sovrapposizione, calpestata letteralmente, in preda ad una sensazione di furto, invasa, sentirsi terra devastata dagli zoccoli duri di cavalli di conquista o dagli scarponi arcigni degli eserciti. Una sensazione che altrove[54] ho definito, come simbolo di sottrazione del potere della genesi, la sindrome d’Istefano.
Nel 1452, Niccolò Muffel «venne in Roma per l’incoronazione dell’imperatore Federico III, e ivi comperò, a buon mercato (così egli dice), una notabile indulgenza»[55]. Evidentemente colpito dalle ignote vicissitudini di Celestino V, gli cambia il nome in Istefano e racconta questa storia simbolica: «Quando il papa Stefano vide venire i diavoli in figura di corvi e di cornacchie innumerevoli, subito si confessò, e si fece tagliare a pezzi, e gli uccelli diabolici ne portarono via i lacerti e le viscere, meno il cuore che fu sepolto in San Giovanni in Laterano»[56].
Essere costretti a concedere il corpo per salvare l’anima. Lo stupratore non concede altra scelta alla vittima. È costretta a lasciare al corpo il dolore per ottenere il silenzio indispensabile per ogni possibilità di riappropriazione.
In un verso felice di Idea Vilariño[57] ci concede l’immagine precisa della vittima che si abbandona al carnefice per togliergli definitivamente il potere di offendere, quando è soffocata dal peso enorme della colpa di essere femmina, cercando la forza di resistere socchiudendo gli occhi per non sentire più l’ingiustizia atavica. Sente, invece, l’affanno di vivere in un fascio di spade. Cerca una soluzione e, forse, per avere comunque una soluzione, nel momento in cui il dolore immutabile, combattuto e senza clemenza di un coito interminabile, in attesa che tutto raggiunga il suo apice feroce, bestiale e si afflosci all’improvviso senza più alcun potere, aspetta, si abbandona ai corvi diabolici e alle innumerevoli cornacchie che la smembrano a pezzetti, che le strappano la carne a brandelli e le esportano l’utero, buttata per terra nella pura umiliazione e sporca di sperma. Marchiata. Quello sperma acido, acerrimo, addosso e dentro, brucia indelebile come “la lettera scarlatta” nel bellissimo romanzo di Nathaniel Hawthorne. Anche questo è un modo per non sentire più il dolore del mondo, un modo per scomparire. La sindrome di Istefano, una coscienza talmente estensiva del dolore che si annulla annullando l’oggetto del desiderio, il corpo, in modo che il carnefice sia definitivamente condannato a non poter ottenere mai più il suo godimento. In qualche modo donarsi al dolore di essere costretti ad essere sé stessi.
Alla fine di tutto, lo stupro, lo stupro di gruppo, come il femminicidio, nella forma della tortura e dell’assassinio, rappresenta questa ultima devastante complicità, questa lotta eterna, senza pace, autodistruttiva, questa vendetta definitiva, comoda, immediata, istintiva per annichilire ogni coscienza di morte.
Paradossalmente però proprio questo è morte, perché lo stupro e il femminicidio non sono altro che il riconoscimento della propria debolezza, il simbolo e il significato della impotenza assoluta; perché, per quanti sforzi fisici e cognitivi un maschio possa elaborare, ogni suo atto violento dimostra la impossibilità di strappare e perfino di usurpare il potere fisico della vita che solo una femmina, di ogni specie nota, può dare.
Conclusione: Ipazia simbolica
Per noi Ipazia è un simbolo. Non la persona che effettivamente è vissuta. Non la figlia del filosofo Teone, nata forse nell’anno 355 (comunque tra il 355 e il 370) e assassinata il 415, fiorita «durante il regno di Arcadio»[58], ad Alessandria d’Egitto, filosofa neo-platonica, matematica e astronoma, che scoprì l’orbita ellittica dei pianeti attorno al sole esclusivamente con la sua intelligenza, prima che Keplero lo dimostrasse con un errore matematico; prima, molto prima, 1200 anni prima.
Sebbene sia ancora notevolmente degna di attenzione, non ci interessa qui la persona, la figura storica che. Istruita dal padre alla matematica «divenne migliore del maestro, particolarmente nell’astronomia e che infine sia stata ella stessa maestra di molti nelle scienze matematiche”[59] o che fu “di natura più nobile del padre, non si accontentò del sapere che viene dalle scienze matematiche alle quali lui l'aveva introdotta, ma non senza altezza d'animo si dedicò anche alle altre scienze filosofiche»[60]; che già nel 393 era a capo della nobile scuola di Alessandria, la scuola dell’antico prestigio mantenuto integro negli anni[61], e che «a buon diritto presiede ai misteri della filosofia»[62].
A noi qui interessa la donna che fu assassinata per la sua conoscenza e la sua fama, per l’invidia della sua intelligenza, forse per la bellezza non concessa, certamente per il potere assoluto che il maschio, nella veste dei monaci infermieri parabolani[63], “guardia del corpo”[64] del coinvolto[65] vescovo di Alessandria Cirillo, la donna che fu uccisa per il fatto di essere donna e che, per noi, è un simbolo, il miglior simbolo, di ogni donna colpevole della sua emancipazione.
Ipazia per noi è il simbolo di ogni violenza, di ogni genere di violenza, che ha assunto la sua forma radicale nella assoluta subordinazione al potere, che si esprime, come già scritto, nell’esproprio della genesi, del potere universale sulla vita, nell’aspetto della violenza di genere. Per noi Ipazia è il simbolo di ogni singolo sopruso, che è sempre un sopruso singolare e che resta inevitabilmente iscritto nella storia come uno sfregio per la intera umanità.
Non è un quadro, è una scultura, con cui Beverly Edmier trasforma sua madre nella madre della umanità che è detentrice del potere della genesi, è in grado cioè di partorire il futuro.
Note
[1] GIMBUTAS M., Le dee viventi, Medusa, Milano 2005
[2] GOETTNER-ABENDROTH H., Le società matriarcali del passato e la nascita del patriarcato, Mimesis, Milano 2022
[3] CECI A., Femminicidio: il crimine di Dio. Sulla espropriazione antropologica della genesi, in Rivista Italiana della Sicurezza, Teasis Engineering Edizioni, Priverno 2018
[4] GIMBUTAS M., cit. 2005 [5] GIMBUTAS M., cit. 2005
[6] GIMBUTAS M., cit. 2005
[7] GIMBUTAS M., cit. 2005
[8] ZĀLAI-GAÀL I., Közép-Europai neolitikus temetök social-archeologiai elemzése, Bi Balogh Ádam Múzeum Ėvkönyve, 14, 1988
[9] Si tratta di piccoli nuclei di popolazione in forte espansione demografica che dalla penisola balcanica vanno a occupare nuovi territori, scegliendo quelli più adatti allo svolgimento delle forme di produzione del cibo. Le testimonianze archeologiche mostrano estensioni molto vaste, che arrivano a superare i 50 ha nel caso di Olszanica, in Polonia con una forte stabilità nel tempo dell'insediamento legati dall'allevamento del bestiame.
[10] GIMBUTAS M., cit. 2005 [11] GIMBUTAS M., cit. 2005
[12] GIMBUTAS M., cit. 2005
[13] GOETTNER-ABENDROTH H., Le società matriarcali del passato e la nascita del patriarcato. Asia Occidentale e Europa, Mimesis, Milano 2023
[14] GOETTNER-ABENDROTH H., cit. 2023 [15] GOETTNER-ABENDROTH H., cit. 2023
[16] GOETTNER-ABENDROTH H., cit. 2023
[17] GOETTNER-ABENDROTH H., cit. 2023
[18] GOETTNER-ABENDROTH H., cit. 2023
[19] GOETTNER-ABENDROTH H., cit. 2023
[20] GOETTNER-ABENDROTH H., cit. 2023
[21] BUCCELLATI G., Alle origini della politica, la formazione e la crescita dello stato in Siro-Mesopotamia, Jaca Book, Milano 2013, 9
[22] BUCCELLATI G., cit. 2013, 9 [23] BUCCELLATI G., cit. 2013, 18
[24] ŽIŽEK S., Benvenuti in tempi interessanti, Ponte delle Grazie, Milano 2012
[25] ENGELHARDT U. T., Manuale di bioetica, Il Saggiatore, Milano 1999
[26] SANTERINI M., cit. 2025, 9
[27] SANTERINI M., cit. 2025, 10
[28] RIOUX J-P., La rivoluzione industriale, Garzanti, Milano 1976
[29] SCHUMPETER J., Capitalismo, Socialismo e Democrazia, Meltemi, Milano 2023
[30] MURGIA M., Futuro anteriore, Einaudi, Torino 2015
[31] MURGIA M., cit. 2015, 68/69
[32] MURGIA M .,cit. 2015, 69
[33] MURGIA M .,cit. 2015, 70
[34] MURGIA M .,cit. 2015, 70
[35] MURGIA M .,cit. 2015, 71/72
[36] SANTERINI M., cit. 2025, 43
[37] ILLICH I., La convivialità. Una prospettiva libertaria per una politica dei limiti allo sviluppo, Red Edizioni, Milano 2013
[38] SANTERINI M., cit. 2025, 45 [39] MARAINI D., La bambina e il sognatore, Rizzoli, Milano 2015
[40] MARAINI D., cit. 2015
[41] MARAINI D., cit. 2015
[42] MARAINI D., cit. 2015
[43] MARAINI D., cit. 2015
[44] PASOLINI P. P., “Sesso, consolazione della miseria”, in Religione del mio tempo, Garzanti, Milano 1961
[45] PASOLINI P. P., cit. 1961
[46] PASOLINI P. P., cit. 1961
[47] PASOLINI P. P., cit. 1961
[48] PASOLINI P. P., cit. 1961
[49] PASOLINI P. P., cit. 1961
[50] BAUMAN Z., Retrotopia, Laterza, Bari 2007, 132-133
[51] PASOLINI P. P., cit. 1961
[52] PASOLINI P. P., cit. 1961
[53] BROWMILLER S., Contro la nostra volontà. Uomini, donne e violenza sessuale, Bompiani, Milano 1976, 13
[54] CECI A., Femminicidio: il crimine di Dio, relazione al Convegno “Sembrava amore tra bravi ragazzi. Il femminicidio tra normalità e devianza”, in Rivista Italiana della Sicurezza, Gennaio – Aprile 2018
[55] GRAF A., Miti, leggende e superstizioni nel Medio Evo, Bruno Mondadori, Milano 2006
[56] GRAF A., cit. 2006 [57] “Se morissi questa notte / Se morissi questa notte / se potessi morire / se io morissi / se questo coito feroce / interminabile / combattuto e senza clemenza / raggiungesse il suo apice / e si afflosciasse / se proprio adesso / se adesso / morissi socchiudendo gli occhi / sentissi che è fatta / che ormai l’affanno è cessato / e la luce non fosse più un fascio di spade / e l'aria non fosse più un fascio di spade / e il dolore degli altri e l'amore e vivere / e tutto non fosse un fascio di spade / e finisse con me / per me / per sempre / e che non dolesse più / e che non dolesse più.”
[58] SUDA, IV 644, 3. [59] FILOSTORGIO, Historia Ecclesiastica, VIII, 9; Fozio, Ex Ecclesiasticis Historis Philostorgi Epitome, in MIGNE J. P., Patrologia Graeca, vol. LXV.
[60] DAMASCIO, Vita Isidori, 77, 1-4. [61] AMMIANO M., Res gestae XXII, 16.
[62] SINESIO, Lettera 137, scritta nell’anno 393
[63] RIES J., Opera Omnia vol. 1 p. 176 Milano, Jaca Book, 2006; o anche ROMANO F., Porfirio di Tiro: filosofia e cultura nel III secolo Parte 3. p. 52 Università di Catania 1979.
[64] PRICOCO S., Da Costantino a Gregorio Magno, in Storia del cristianesimo. Vol. I a cura di FILORAMO G. e MENOZZI D., Laterza, Bari 2008, pp. 346-347
[65] LACARRIÉRE J., (Die Gott-Trunkenen, 1967, p. 151); notano comunque Heinrich Fries e Georg Kretschmar che: «Socrate [Scolastico, 440 d.C., ndA ], che sulla vita di Isidoro era meglio informato di Damascio, non tira in ballo Cirillo nell'assassinio della filosofa neoplatonica Ipazia nel marzo 415, che i cristiani sospettavano di essere forse la consulente astrologica del prefetto. Tuttavia, anche se l'arcivescovo era un politico troppo avveduto per lasciarsi compromettere da una impresa tanto esecrabile, resta però il fatto che l'organizzazione del delitto fu, non di meno, l'opera di un suo chierico.» (FRIES H. e KRETSCHMAR G., I classici della teologia Volume 1. Milano, Jaca Book, 1996 p. 178)
Bibliografia
AMMIANO M., Res gestae XXII
BAUMAN Z., Retrotopia, Laterza, Bari 2007
BROWMILLER S., Contro la nostra volontà. Uomini, donne e violenza sessuale, Bompiani, Milano 1976
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CECI A., Femminicidio: il crimine di Dio. Sulla espropriazione antropologica della genesi, in Rivista Italiana della Sicurezza, Teasis Engineering Edizioni, Priverno 2018DAMASCIO, Vita Isidori, 77, 1-4.
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GIMBUTAS M., Le dee viventi, Medusa, Milano 2005
MARAINI D., La bambina e il sognatore, Rizzoli, Milano 2015
MURGIA M., Futuro anteriore, Einaudi, Torino 2015
FRIES H. e KRETSCHMAR G., I classici della teologia Volume 1. Milano, Jaca Book, 1996
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GRAF A., Miti, leggende e superstizioni nel Medio Evo, Bruno Mondadori, Milano 2006ILLICH I., La convivialità. Una prospettiva libertaria per una politica dei limiti allo sviluppo, Red Edizioni, Milano 2013
LACARRIÉ J. (Die Gott-Trunkenen, 1967, p. 151); notano comunqueMARAINI D., La bambina e il sognatore, Rizzoli, Milano 2015
MURGIA M., Futuro anteriore, Einaudi, Torino 2015
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RIOUX J-P., La rivoluzione industriale, Garzanti, Milano 1976SCHUMPETER J., Capitalismo, Socialismo e Democrazia, Meltemi, Milano 2023
SINESIO, Lettera 137, scritta nell’anno 393
SUDA, IV 644, 3.
SINESIO, Lettera 137, scritta nell’anno 393
SUDA, IV 644, 3.
ZĀLAI-GAÀL I., Közép-Europai neolitikus temetök social-archeologiai elemzése, Bi Balogh Ádam Múzeum Ėvkönyve, 14, 1988
ŽIŽEK S., Benvenuti in tempi interessanti, Ponte delle Grazie, Milano 2012
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