11 - EPISTEMICA DI KEPLERO: La Sinfonia dell'Universo
"chiunque altro
è tutt'altro"
Jacques Derrida[1]
uno studio ...forse
...altro di altri. L'occasione sorta dalla moltitudine degli eventi è condannata a cercarsi.
A Francesco Bruno
per quel suo compleanno
Nel 1613 Johannes Kepler - tradotto senza alcun rigore scientifico in Keplero -, il grande astronomo e matematico, l'astrologo, il mistico dei numeri, letterato ed anche filosofo, attento alle regole bizzarre della natura, "impegnato in una dinamica planetaria"[2], che è l’analisi delle forze che producono il movimento dei corpi celesti, concentrato sulle cause fisiche dei fenomeni universali, tenace confutatore dei dogmi cinematici, aveva la certa età di quarantadue anni.
Lo era anche allora, quando con incertezza si attribuiva la genia e con incertezza il concepimento, talvolta incerto era perfino il parto.
Perché quell’era era l’era del pressappoco e dell’imponderabile, del mistero quotidiano, l’epoca delle spavalde affermazioni, l’epoca in cui le spavalde affermazioni spesso si trasformavano in inutili azzardi. Ma per un esteta della razionalizzazione matematica, per un logico delle cause, moderno, portatore dei principi della necessità cosmologica, orgoglioso di aver svelato il "rapporto diretto fra numero, grandezza e disposizione delle orbite planetarie da un lato e l'esistenza di cinque (solo cinque) solidi geometrici regolari dall'altro"[3], questa certezza era un vincolo professionale.
Per professione faceva calendari.
E fare calendari, costruire e comporre calendari, in mezzo alle date ed alle ricorrenze, tra natalità, festività e commemorazioni, elaborare calendari, in un magico colloquio, quasi un soliloquio, con le stelle ed i simboli misteriosi dello zodiaco, per quanto non desiderato, sebbene mai auspicato, può infine diventare un bel mestiere.
Talvolta un mestiere anche remunerativo.
D‘altronde ognuno ambisce, per sé, ad una vita diversa. Ognuno trasporta quotidianamente, con sé, dentro di sé, nello scrigno segreto della intimità e della speranza, un’ambizione: la presunzione che quell’idea, la sua idea, valga una vita intera.
Le idee colorano le strade e illuminano i nostri tragitti.
Anche se soltanto le immaginiamo; anche se le sfioriamo; anche se non ci porteranno mai a casa; anche se non c’è casa; anche se la strada è ignota e ignorata e deve essere percorsa, ugualmente percorsa: le idee ci accompagnano, amiche, a dare scopo alla nostra esistenza; alla nostra essenza...
... fantastiche e fantasiose, le idee colorano la nostra presenza, la nostra umana testimonianza.
Ma accompagnarsi è un privilegio esclusivo, forse soltanto una giustificazione, tenerezza del pensiero bianco latte, sogno di un giorno e di una meta...
... che ...
...possa...
... forse...
...quell'idea...
...una volta...
...sia, “una speranza di fanciulla sui balconi”, ciò che ognuno porta con sé, dentro di sé; la sua illusione e la sua delusione; il suo decalogo e la sua falsificazione; la sua certezza e la sua titubanza; la sua saldezza e la sua frammentazione; la sua colpa e la sua assoluzione; perché ognuno porta con sé, dentro di sé, la sua essenza, la sua stessa esistenza, la sua fraudolenza.
E' tutto questo a generare nell'animo umano una costante insoddisfazione?
A tutto questo dobbiamo quella malinconia permanente dei tempi migliori?
Non so.
Certo è che nel fare calendari, nel costruire e nel comporre calendari, in mezzo alle date ed alle ricorrenze, tra natalità, festività e commemorazioni; nell’elaborare calendari, in un magico colloquio, quasi un soliloquio, con le stelle ed i simboli misteriosi dello zodiaco, per quanto non desiderato, sebbene mai auspicato, mentre si cifra il tempo, si vede volare la vita, trasportata da un vento senza intenzione in giorni, mesi ed anni, eterea, imprendibile; si vede scivolare la vita nella routine solita e un po’ logora della storia; la si vede, questa vita che finisce in tutti i nuovi calendari, trasportata da ogni altra esperienza. Poiché il calendario scandisce la nostra presenza e la nostra obsolescenza.
E il tempo, intanto, accorcia il fiato.
Il tempo.
Il tempo del calendario in cui insieme, tutti, re e imperatori, stalle e stallieri, dame e cavalieri, eserciti e soldati, dominatori e dominati, tutti, insieme, voliamo, comunque, prestabiliti e spesso rimossi. Con un po’ di fortuna e molta, molta professionalità ti può gratificare un evento, puoi subire un accadimento, puoi stigmatizzare una situazione, l’azione e la consecutiva reazione, le sue cause, i suoi effetti, i difetti, gli ulteriori concatenamenti.
Ma nulla è mai definito.
Nulla.
Mai!
Non ci può essere niente di definito in una vita, nemmeno in una vita che il calendario vorrebbe perfettamente e totalmente definita.
“La vita ha orrore della assoluta esattezza”, dirà un giorno Thomas Mann.
Così, alla fine, pian piano, parola dopo parola, seguendo i pensieri che s’inseguono, nel fare calendari, ti accorgi che fare i calendari è soltanto l’inconfutabile dimostrazione della nostra presenza nel mondo.
Fare calendari, costruirli, comporli, crearli e prim’ancora, se del caso, inventarli, è come mettere i puntelli, come far singhiozzare la vita, legarsi alla propria permanenza, alle tracce di noi sull’immenso fluire del tempo, alle nostre orme impresse sui giorni. Nel calendario c’è quell’attimo, quel ricordo, quel fatto, quel sorriso da sempre inseguito, il cadenzato respiro degli anni, l’appuntamento generazionale, l’incontro con il gruppo bastardo dei pari.
Dunque fare i calendari è come mettere i puntelli.
E fare i calendari, allora, nel 1613, senza gli automatismi tecnologici di oggi, doveva essere un’attività preziosa. Non c’era ancora, infatti, nel computo complessivo di ore e minuti, non c’era ancora il movimento terrestre a cui il calendario è ormai indissolubilmente legato.
O almeno ufficialmente ancora non c’era.
Ufficiosamente, qualche neofita, rapito dalla intuizione di un attimo, tentava.
Tuttavia quel moto, il nostro moto, il ritmo che oggi fornisce tutte le misure dell’esistente, i suoi spazi, la struttura dei suoi ambienti suddivisi entro i limiti del giorno e dell’anno, scandito nelle fasi intermedie settimanali e mensili; quel moto che scansiona le nostre successioni e si arroga il diritto di suddividerci artificiosamente in un passato, un presente ed un futuro; quel moto non aveva ancora, allora, la legittimazione scientifica per imporsi, non aveva il riconoscimento di verità ufficiale, non aveva alcun certificato di nascita.
Il giorno se ne andava da sé.
Ogni giorno si presentava da solo di fronte all’universo, solo e solitario, solo e presuntuoso come tutte le solitudini, illuso di essere perennemente corteggiato dal sole e da tutti gli infiniti astri, per il fatto di essere il signore della luce e delle tenebre di questa terra.
Il cielo stellato, credevamo, ci lusingasse in eterno con un inchino.
Nel frattempo erano state accumulate le conoscenze antiche. Anche se, con la solita boria dei modernisti e con l’infantile egocentrismo della religione, erano poi state messe da parte, catalogate ed archiviate in una scaffalatura documentarista.
Il Medioevo aveva molto spesso utilizzato la conoscenza astronomica dell’età bizantina, che datava l’esordio del mondo a circa 5.508 anni prima di Cristo. Si conoscevano i sistemi di calcolo o le formule per il conteggio del tempo in età consolare o in quella romana. Note erano anche l’induzione, la vecchia usanza spagnola e l’egira, che contabilizzava i giorni dell’umanità a partire dalla fuga di Maometto dalla Mecca.
Ma nel mondo intero, la civilizzazione culturale cristiana aveva ormai definitivamente imposto il suo paradigma e, da allora, per sempre, l’umanità è stata costretta ad invecchiare dalla morte di Cristo. Comodo ed efficace quel sistema contabile si dimostrò più preciso e fu fatto passare come assolutamente corrispondente al ritmo del tempo.
O quasi.
Molti ancora ignorano che invece uno sfasamento c’è, c’è sempre stato.
Fu comunque facile accordarsi. Fu un accordo evidente, più semplice ad essere concluso, più comodo ad essere tacitamente condiviso. La convenzionalità delle date fu accolta dalla società senza risentimento.
Oltre erano le questioni che invadevano la mente degli uomini, altri i problemi che attanagliavano ogni pensiero.
Tutti: astronomi, astrologi, matematici, ottici, i grandi spiriti religiosi e scientifici, religiosi o scientifici, che vagavano allora, ed ancora vagano oggi, per le strade del mondo... ...ed anche i poeti: l'eccezione...
...tutti interamente assorbiti da concetti altri.
Fra tutti naturalmente anche Lui, cui la magra statura sembrava oppressa da un invisibile peso; Lui pure, fra i tanti, Johannes Kepler - irrimediabilmente bollato in Keplero.
Cosicché fu copernicano, dichiaratamente copernicano e disperatamente copernicano. Benché essere copernicano per uno scienziato d’indubbia fama, versatile anche nelle lettere e nella filosofia, a cavallo tra il XVI e il XVII secolo, non fosse troppo opportuno.
Nel 1613 si trattava sempre, si trattava ancora, di fare calendari; con il solito lavoro meticoloso ed impegnativo. Si richiedeva una particolare attitudine ed un po’ d’improntitudine. Si richiedeva, in primis, una competenza specifica nel saper pensare in termini astronomici pensieri astrologici.
O anche il contrario.
Occorreva una preparazione tecnico-specialistica nell’assumere ben definite cognizioni astrologiche e, tramite queste, risalire alla comprensione del sistema astronomico circostante. Questi rudimenti di logica planetaria, questi brevi cenni sulla esplorazione universale, assorbivano totalmente l’interesse di ogni osservatore attento, di ogni copernicano dotto. Ci voleva comunque del coraggio, in un momento in cui si riteneva, con provinciale egocentrismo, che il sole ci girasse intorno, a sostenere perfettamente il contrario.
Per giustificare il movimento della Terra, occorreva, senza scampo, almeno un totale riorientamento gestaltico.
Se poi ti succede, in questa magica commistione di astrologia ed astronomia, in questo prezioso miscuglio d’intuizioni e sensazioni, di indovinare sul tuo personale almanacco una duplice previsione, come accadde a Keplero, nel 1595, quando “ricevette un segno, se non direttamente da Dio, quantomeno da una delle divinità minori...” ed azzeccò il rigido inverno e l’invasione dei Turchi, allora le tue convinzioni diventano improvvisamente certezze e le tue ambizioni protese si trasformano d’un colpo in pretese.
Per Johannes Kepler - tradotto senza disciplina in Keplero - tutto questo assumeva un valore in più.
“L’universo è una gran sinfonia - pensò - e i pianeti girano attorno al sole, danzano come ballerini intorno al loro sole”..
E già si sentiva avvolto nell’aria, si sentiva coinvolto da una sinfonia celeste che penetrava in ogni vuoto ed ovunque andava diffondendosi.
Era fatta di suoni-guida, messaggi musicali, simboli sonori che indicavano, senza sbagliare, senza mai fallire, il tracciato ai pianeti, il loro percorso quotidiano, il loro ritmo interstellare, una sorta di sound intergalattico.
Non aveva torto Abetti, dunque, il professore, il decano degli studiosi nostri contemporanei, ad affermare che, se questo fantastico fondatore dell’astronomia moderna e dell’ottica fosse con noi, ora, qui, oggi, a scrutare il suo stesso pensiero ed in qualche modo il suo ritorno epistemologico, “pensando al suo spirito religioso-scientifico e, si può ben dire anche poetico, rivolto sempre alla grandezza della creazione",
egli avrebbe donato...
"...egli Le avrebbe donato le stesse parole che Lorenzo offrì a Jessica ne Il Mercante di Venezia: "Siediti, Jessica, osserva come la volta brillante dei cieli è fittamente costellata con patene di oro brillante. Fra tutti i globi che tu vedi non ve ne è uno, fino al più piccolo, che canti nel suo moto con un Angelo con i cherubini dagli occhi acuti. Tale armonia è propria delle anime immortali, ma noi non possiamo udirla fino a che non fosse rinchiusa, in questo imperituro involucro d'argilla.”
L‘armonia si diffonde negli spazi infiniti dell’universo da millenni e nell’universo per millenni, negli spazi infiniti, ancora si diffonderà.
Senza sbagliare un tono, si diffonderà, senza perdere una nota, nel magico equilibrio della scienza e dell’arte.
Fino in fondo, si diffonderà, nel profondo, fino ai confini dell’infinito, questa sinfonia senza orchestra, questa eccellenza celeste che governa ogni suono.
Dunque viaggiano, sulle invisibili strade dell’etere, sulle onde magnetiche del suono, le regole dell’universo. Tutte le immutabili leggi dell’astronomia potrebbero, infatti, essere scritte su un pentagramma infinito.
E allora, di fronte a questi corpi celesti, che danzano dentro la loro stessa armonia, celeste, in questa galassia celeste, nel celeste concavo spazio di energia e vuoto, il minuscolo umano, la polvere, il microbo umano, l’uomo più che lo scienziato, o il filosofo, si decise per le teorie copernicane.
E lo decise sebbene allora non fosse affatto comodo e forse proprio perché non era comodo...
... all’improvviso decise di essere esclusivamente e totalmente copernicano.
Fu talmente copernicano da dimenticarlo:
“perché anche l'oblio,
è una parte della memoria, il suo luogo sotterraneo,
l'altra faccia segreta della moneta...”.
L‘interessa Johannes Kepler - cambiato senza accademia in Keplero - per la sua “geniale e complessa personalità”. C’interessa per essere stato il “grande riformatore dell'astronomia”.
C’interessa per la sua esuberante fantasia, per la sua alchimia, per la sua epistemologia.
C’interessa per la sua vita, per la sua fede incrollabile, per la sua pazienza, per la sua puntigliosa, dispettosa precisione, per la sua stizzosa preclusione, per la sua ambizione, la speranza, l’illusione, il dileggio, il dissenso, il dissidio. C’interessano gli errori e i rimedi, la sua laicità e il suo misticismo, per essere stato uno scienziato a cavallo della modernità, propedeutico alla secolarizzazione ed oggi ancora attuale in quella insuperabile capacità di risucchiare da ogni esperienza, per quanto minimale, per quanto futile, la linfa della conoscenza.
C’interessa per aver fatto di questa ricerca infinita, di questa conoscenza, l’essenza della sua esistenza.
C’interessa per la moglie che ha avuto, per la madre che ha avuto, per il padre, per i suoi maestri, per gli amici e per i nemici, per gli avversari, perché è stato avversato, spesso vilipeso ed insultato, più volte scacciato.
C’interessa perché era povero in canna nonostante la scienza, anzi, povero in canna proprio per la sua scienza, per quella sorta d’incoscienza che accompagna ogni conoscenza, per l’esaltazione dell’apprendimento.
C’interessa perché scoprì, con una particolare sensibilità, l’orbita ellittica, perché spazzò via cicli ed epicicli, perché cancellò quelle strade che, in cielo, fino ad allora, gli uomini avevano tracciato per raggiungere i pianeti.
C’interessa perché osservò Marte andare. Forse ne ignorò il dettaglio, ma ne comprese il tragitto e dichiarò che “l’orbita non è un circolo, ma un ovale".
Marte rappresentava, allora, un grande problema. Irrisolto, apparentemente irrisolvibile. Se i pianeti si muovono, come la terra si muove, bisogna che abbiano un percorso, un tracciato, un tragitto. Ma per definire questa orbita occorreva, allora, un fuoco, un punto fisso in cui un osservatore, un ipotetico osservatore, potesse collocarsi per definirne, con un margine molto probabile di approssimazione, l’itinerario. Così si faceva con le mappe. Il fuoco era il metalivello inviolato, il luogo da cui scrutare il movimento dei pianeti “come potrebbe apparire ad un osservatore posto sulla stella fissa più vicina”.
Il fuoco doveva essere il Motore Immobile dell’osservazione. Per Johannes quel fuoco fu dunque il sole. Anzi, il sole fu il primo fuoco, perché appunto uno solo non bastava, ne occorrevano almeno due. Uno da cui guardare. L’altro per tracciare le misure angolari, le distanze, i riferimenti utili per delineare il tragitto di tutti i pianeti, uno per volta, Terra compresa. Un punto di riferimento comparativo, che si muovesse con sufficiente precisione, era decisamente necessario, indispensabile. D’altronde l’anno marziano era già noto allora, se ne conosceva il periodo e la costanza. “È plausibile che alla fine di ogni anno marziano Marte si trovi nello stesso punto nello spazio (planetario)”. In questo modo Johannes Kepler - ormai noto come Keplero - poté stabilire che l’orbita terrestre è un’orbita chiusa, non circolare, ma ellittica. In questo modo egli pose le fondamenta delle sue tre leggi.
C’interessa inoltre perché per la prima volta ha cercato l’unità che congiunge l’universo, i fissi rapporti numerici che regolano l’ordine cosmico.
C’interessa perché Egli per primo, prim’ancora di Albert Einstein, sosterrà che “sottile è il Signore, ma non perverso” e che quindi dovesse esservi, necessariamente esservi “una spiegazione ultima della complessità del reale”.
D’altronde Einstein stesso capiva, al cospetto di quella figura storica e scientifica, di trovarsi difronte “a una personalità sensibile, dedita alla ricerca di una visione più profonda del carattere dei processi naturali, a un uomo che raggiunse l'alta meta che si era prefisso nonostante tutte le difficoltà interne ed esterne”.
E c’interessa l’ordine dei poliedri: il cubo, il tetraedro, il dodecaedro, l’ottaedro, l’icosaedro. Perché, come suggeriscono esaustive argomentazioni astrologiche, la realtà, la stupefacente realtà fisica si regge in equilibrio su “semplici legami geometrici”; le semplici connessioni di una geometria che “è eterna” e che “esisteva prima del mondo nell'intelligenza del Creatore”.
C’interessa per la debolezza e la sofferenza.
Ma più di tutto c’interessa perché egli, appunto, sapeva pensare, nel 1613, mentre faceva calendari, in termini astronomici, pensieri astrologici.
A testa bassa, contro il sole, abbagliante, logico, premonitore, contro il sole e contro Dio, giacché amare Dio è anche contrapporvisi, curvo come chi si ritira dalle angherie, abituato a non cedere nulla, a testa bassa, tolto dal mondo intero e senza più un intero mondo, accucciato nei suoi solitari pensieri, Johannes Kepler entrava, nel 1594, silenzioso, in quell’assolato giorno di Pasqua, a Graz.
Un ingresso che sembrava più un’uscita.
Entrava in un’altra vita, portando con sé pochi bagagli, sua moglie Barbara, Regina la figliastra e l’incommensurabile patrimonio di pensieri e dignità. Entrava in un’altra vita e per tutti, per tutti gli altri, lasciava quella dimora, o quel posto che dimora fino ad allora aveva chiamato. Svanivano, dinanzi alla porta di Graz, le sue ambizioni di diventare pastore.
In quell’assoluta domenica di Pasqua, a Graz, dove egli era stato inviato da Michele Maestlin il suo maestro e per molto tempo il suo protettore, il suo angelo buono, a Graz, in quell’assoluta domenica di Pasqua, si dissolsero le speranze teologiche per far posto ai rigori della scienza.
Quando svaniscono le speranze, le proprie speranze, le proprie speranze gelosamente conservate contro qualsiasi invadenza, contro la violenza irriverente di qualsiasi realismo; quando le nostre private e personali speranze, intimamente trattenute, svaniscono, evaporano al primo sole primaverile; quando le miti illusioni degli uomini finiscono, è come quando muore un amore. È come quando un timore, appena appena sospettato, diventa il simbolo indelebile di un destino, legato ad ogni accadimento, alla possibilità unica che accada quella, proprio quella, soltanto quella ipotetica ipotesi, quella esclusiva, concreta, imprevista soluzione, quel fatto che ci raggiunge pian piano e ci sorpassa.
Quando accade che svaniscono le speranze bisogna riordinare la stanza in cui, dentro me, il dentro me alberga.
Si sta con sé, tra sé, nella dilectatio amorosa di sé.
Peregrinare era parte della condizione dell’epoca. In ogni caso era gran parte della sua condizione.
Peregrinò negli anni di studio, seguendo l’imperverso tracciato di variegate discipline, condotto dalla mappa imprecisa di argomenti e materie, indirizzato dalla bussola problematica di ogni quesito e di ogni meraviglia.
Peregrinò anche quando s’impossessò del latino, la lingua colta, contro il volgare; e se ne impossessò definitivamente a Loenberg.
Peregrinò quando dovette trasferirsi alla scuola conventuale di Adelberg, quando cambiò l'indirizzo di ogni questione e il numero civico di ogni cognizione.
Ancora successivamente peregrinò con il passaggio a Maulbrunn, modificando un’altra volta la planimetria delle sue competenze, strumento con cui tuttavia, di passaggio in passaggio, riuscì ad edificare un piccolo approdo. Stazionò per qualche tempo a Tubingen, quando concluse, nel settembre del 1568, con l’esame di baccalaureato, il corso di Magister all’università. A Tubingen stazionò per qualche tempo, poiché Tubingen era la dimora di Maestlin, il maestro.
Quasi fosse da sempre lì ad attenderlo, il cauto maestro, il cauto copernicano, protestante cauto, il cauto astronomo, Maestlin, quest’uomo cauto, aveva forse capito, modestamente aveva intuito, le dimensioni, i livelli, la profondità, gli anfratti, le esigenze di quella prorompente genialità. E la sua esplosiva, nevrotica, pericolosità. Perché Johannes Kepler turbava l’ordine delle cose quotidiane. Sinceramente e semplicemente, quindi, Maestlin era preoccupato: era preoccupato e stanco di quel giovane inquieto, troppo giovane per essere compromesso, troppo inquieto per essere frequentato e troppo affezionato...
...talmente affezionato da esserne coinvolti. Temeva Maestlin, un po’ sapiente e un po’ vile come ogni cauto maestro, di essere in qualche modo condizionato, o peggio ancora accomunato, cioè di restare assolutamente invischiato, nelle asprezze polemiche che quel suo allievo, quel suo anomalo discente, era avvezzo tenere con i suoi colleghi, normali studiosi contemporanei. Temeva Maestlin di perdere i privilegi negli anni con fatica conquistati, meschini certo, ma assai utili per vivere decentemente.
Ad è dunque possibile, è molto probabile, che il cauto insegnante non volesse, ormai non volesse più...
... è concretamente ipotizzabile che mal sopportasse con sé, al suo fianco, l’acceso sostenitore della sua stessa confessione, così come accade a coloro che non hanno la forza e la voglia di giungere alle logiche conseguenze delle loro profonde convinzioni. E lasciano ai discepoli frequentare le estremità razionali di ogni affermazione. Oggi possiamo noi legittimamente sospettare che fu solo per un caso, per compassione, per affetto, a causa di qualche imprevisto o per quella inconfessabile stima che infine alberga negli anfratti di un’anima cauta ma sincera...
...possiamo oggi noi legittimamente sospettare che tutto questo spingesse allora Maestlin, il maestro, ad aiutare nonostante tutto quel suo spigoloso compagno, evitandogli le violenze e le vendette che discussioni focose hanno sempre procurato. Cosicché, quando la scuola protestante di Graz, in Austria, chiese un giovane in grado di sostituire un professore di matematica morto di vecchiaia e di numeri, Maestlin l’amico provvido e rispettato, il maestro cauto ed ammirato, il modello affezionato, per amore o per calcolo, per amore e per calcolo, decise di spedirvi un giovane, quel giovane: l’incomodo.
Avevano richiesto un matematico ed un astronomo, mandarono Lui che era un teologo.
Fu in questo modo che Johannes Kepler ricominciò a peregrinare.
Senza nemmeno poter concludere il corso di teologia, a cui più di ogni altra cosa teneva, dovette ripartire per l’Austria; evitato ormai al tempo dei fermenti e delle idee che facevano ricca, allora, la sua terra di Svezia.
In qualche modo lo puniva un’inquietudine, quella negletta inquietudine che fin da bambino ansimava dentro di sé, oltre una famiglia complicata e volgare, nonostante la sua stessa visibile fragilità fisica e la sua instabile psiche. Quella inquietudine lo costrinse ad atteggiamenti dispettosi, pose aggressive ed arroganti, utili soltanto a mistificare una vulnerabilità che sempre corrisponde al disperato bisogno di approvazione degli altri. Quando invece, paradossalmente, questo intimo desiderio di comprendersi resta insoddisfatto per colpa di quell’arroganza difensiva, per colpa dell’irruenza che ci isola, che c’imprigiona in un profondo ed incommensurabile silenzio.
Costretto da sé stesso e dagli eventi, dunque, Johannes Kepler giunse, anzi raggiunse, atteso, in un assolata domenica di Pasqua, nell’anno 1594, l’Austria, Graz.
Un teologo con ambizioni ecclesiastiche, trasformato dalla necessità e dalla ingiuria degli uomini in matematico puro, con il compito di tutelare e compilare, anno dopo anno, i calendari con cui altri avrebbero scadenzato, i propri incontri, i propri lavori, i propri affari.
In questo andirivieni lungo le strade del mondo, sembrava che Johannes Kepler cambiasse continuamente...
... continuamente cambiasse vita.
Ma noi sappiamo che non cambiò, che mai effettivamente si trasformò, che lasciò integra la sua essenza. Egli aggiunse, invece, semplicemente, praticamente, quotidianamente aggiunse, al teologo il matematico, al filosofo l’astronomo, lo scienziato al letterato. Continuando ogni giorno, pian piano, in una ricerca senza tregua, Johannes Kepler - creduto appassionatamente Keplero - depositò in sé, dentro di sé, nella propria bisaccia interna, le cognizioni, le argute considerazioni, le convinzioni sottratte all’analisi dei fenomeni fisici e cinematici.
Note che presto, ben presto, divennero argomentazioni compiute che costituiscono ancor oggi la struttura logica generale del suo sistema teorico.
Costruì Johannes Kepler il suo deposito di scienza. Raccolse in una bisaccia di pensiero gli assiomi più importanti, le regole che son giunte fino a noi, i concetti che negli anni hanno camminato di cervello in cervello, un po’ cambiando, un po’ crescendo, ma che ci hanno comunque raggiunti: i passi di danza di questa meravigliosa Sinfonia dell'Universo.
L’uno afferma il cortese principio della rivoluzione che la terra compie attorno al sole; l’altro è l’intimo criterio della rotazione della terra attorno a sé stessa.
“Così i moti dei corpi celesti costituiscono un eterno concerto”, scrisse. Mentre pensava che, forse, in quel concerto, proprio Lui stonava, l’uomo, ognuno di noi, chiunque altro che è tutt’altro, noi assieme stoniamo.
Il nostro dolore è una nota sfuggita allo spartito, l’imbarazzo della perfezione inseguita, la delusione che disturba il sogno. L’uomo è l’arte e l’artificio, l’imperfezione innaturale, una protesi tecnologica che simula i sincronismi naturali del divino. In quell’eterno concerto universale, nella sacra sinfonia degli spazi, l’uomo è il tono sbagliato. Con la sua coscienza, proprio perché né ha conoscenza, l’uomo stona.
A coloro, a quei pochi folli e disperati, che consumano la loro vita nella ansiosa frenesia della scoperta, a quei piccoli sognatori che passano i giorni a scrutar le stelle, è riservata la disgrazia e la delizia di poter ascoltare le note della Sinfonia, di questa Celeste Armonia.
Costoro, soltanto costoro, sacrificati ad una illusione, possono essere avvolti, travolti, dalla cascata musicale di questa esistenziale, lacerante, misteriosa, primordiale, totalizzante Sinfonia dell’Universo: l’eterno concerto della scienza, “che si può meglio percepire mediante l’intelletto che attraverso l’udito”.
Questa è la novità; questa è la grande intuizione epistemologica di Johannes Kepler: nella Sinfonia di vita e morte che è l’universo; l’arte è il reale e la conoscenza è uno strumento di fruizione estetica.
Tuttavia ogni intuizione ha bisogno di una sua giustificazione, che è un po’ l’atto di espiazione degli innovatori. L’idea nuova di un mondo nuovo è un veleno acerrimo, è una sensazione peccaminosa che brucia l’anima dei suoi adepti. La giustificazione è il suo logico antidoto; è la composizione sistematica di codici razionali, automatici, meccanici, fisici, tecnici, esplicativi ed esaustivi, più completi, più complessi, più complicati. Indispensabili per sostenere oggettivamente una fede: “perché i corpi celesti si muovono in tensione e in dissonanze della natura. Infatti i corpi celesti assumono con sicurezza le loro cadenze prestabilite, ciascuna delle quali consta di sei pianeti esattamente come un accordo di sei note. E con loro i moti articolano e scandiscono l'incommensurabilità del tempo.”
E dunque a Johannes Kepler, il grande cosmologo ed astrologo, morto nel 1630, cioè nel dodicesimo anno della guerra dei trent’anni, che costruì una sua teoria del moto dei corpi celesti, la scienza da sola non bastava. Occorreva qualcosa in più. Doveva essere sostenuta, accompagnata, riempita, percorsa come un brivido e come il sangue dall’eterno, dall’ascetico, dall’universale, dal mistico e dall’infinito. La scienza di Johannes Kepler era protetta dalla inespugnabile fortezza della religione. Poiché Egli oltretutto era un teologo, avrebbe voluto essere un teologo piuttosto che un matematico, decise di concludere la sua opera, il suo lavoro doloroso e sudato, con un canto in lode alla musica, alla creazione, alla polifonia dell’umano e di Dio. “Perché non esiste miracolo più grande e più alto di quelle leggi che nel canto regolano l’armonia delle voci; leggi che erano ignote agli antichi, ma che furono alla fine scoperte dall’uomo, da colui che imita il proprio creatore. Così può l’uomo, nel breve spazio di un’ora, evocare la consonanza piena d’arte di mille voci, come per magia, una visione dell’eternità e del mondo; e così raggiunge, nel più dolce sentimento di gioia e felicità, per mezzo della musica – l’eco divino - quasi l’identico appagamento che Dio stesso, il Creatore, trova nella sua opera”.
Quando svaniscono le speranze, quando si diradano; quando la volontà diventa, pian piano, possibilità e poi, lentamente, ancora, gradatamente, casualità, per finire in ricordo, archiviata nelle violacee emozioni della memoria o anche ambizione derisa dalle ingiurie degli anni e più frequentemente lasciata allo scherno...
...quando tutto questo accade ed all’improvviso ci si ritrova ad interrogare il presente; a chiedere il conto di un passato che non riesce a passare perché è un fatto artefatto, perché è stato fatto o perché non è stato fatto, o anche perché è stato disfatto, cioè perché è stato comunque vissuto e perché, in ogni caso, passato e presente, sono il vivente...
...e quando accade che le speranze evaporano sotto i gialli raggi della vita, sotto un’assolata verità, così come la si è concepita, per come la si è frequentata, senza amore e con quella irrefrenabile, invincibile sensazione di rivalsa, o forse anche di vendetta, per quel sentimento di aristocratico dissenso, per quella negletta intelligenza critica, estranea che ti estranea, per quella malefica capacità di saper leggere dentro le cose e di sbatterle in faccia all’ipocrisia, eterodiretti e replicanti, pensatori banali, assertori occasionali ed untori personali, affannosi e stupefatti divulgatori del luogo comune, professionisti nella esplicitazione dell’ovvio, ma più di tutto imbecilli, imbecilli, imbecilli, imbecilli visibili che si tagliano a fette, ma che ti dissolvono per invidia, per timore e per ignoranza le speranze...
...quando tutto questo si verifica ed improvvisamente ti trovi ad essere protagonista marginale del marginale, del periferico...
...quando ti ritrovi nella periferia delle idee...
...quando non ci sei nelle argomentazioni legittimate al convincimento, nei codici, nei simboli, nelle immagini e nemmeno nelle parole o nei linguaggi, spesso non sei nella lingua del mondo, non partecipi agli slogan, non ti scorgi nelle annotazioni, negli appunti per viaggiatori solitari, per quei viandanti del pensiero condotti a fortuna dalla luce della luna, in quelle note utili che si usano per memorizzare i concetti e per affrontare il mattino, considerazioni contrarie a te e che ti contrariano perché vengono confuse senza essere diffuse, perché vengono recepite senza essere percepite, distribuite senza essere attribuite, apprese senza essere comprese; e per questi motivi, per questi motivi che ti si scaricano addosso, per tutti questi motivi che ti si scaricano addosso assieme; e ricorri alla più tenace tenacia di opposizione, puntuale, minuziosa, frammentata, meticolosa, puntigliosa contestazione del detto, del trito e del ritrito...
...quando poi lanci uno sguardo alle stelle per respirare e senti l’infinito...
...quando cerchi, lontano, la libertà...
...e l’amore, assente...
...quando invece ti scontri con le cose, con tutte le cose che ti circondano, perché sai di non essere normale, un uomo anomalo, schivo e schiavo di un carattere bellicoso, indomito, fragile fisicamente ma aggressivo, arrogante ma sincero, pervicace ed onesto, ansioso e creativo, instabile ma operoso, depresso ad intervalli irregolari, emotivo, con un forte, prepotente, irrefrenabile bisogno di essere condiviso e, se del caso, apprezzato, talvolta sostenuto...
...quando, come se fosse facile, cerchi un sorriso ed invece affoghi nell’oceano delle anime perse, tra gli zingari dei colori e degli sguardi...
...quando sei come sei perché vieni da una famiglia degenerata, madre strega, figlia di streghe, e fattucchiera, padre miserabile ubriacone...
...quando tutto accade, e si sussegue, perché su di te grava, pesante, grigio, un “coelo calamitoso”, triste presagio di ogni infelicità, preallarme d’ogni angoscia, totale e totalizzante sventura del genio, una sorta di maledizione biblica che cancella dal magico racconto della vita due dei tuoi figli, i primi due figli, e ti lascia invece una moglie “confusionaria e di mente molto limitata”...
...e quando, per beffa, tutto quello che avviene lo puoi prevedere, lo devi prevedere, per dignità professionale, cioè nel rispetto della propria quotidiana attività, lo sai prevedere e, di fatto, lo prevedi pure perché mostri una certa attitudine nel preannunciare disastri, una particolare sensibilità nella percezione delle catastrofi...
...quando tutto questo universo di sventura ti precipita addosso...
...allora, proprio allora, solo allora, c’è qualcuno, un amico o un nemico che, per amore o per calcolo, t’aiuta, ti allontana, ti esclude, ti scaccia, ma ti salva. E quindi saluti la bella università di Tubingen e te ne vai, a Graz, in Austria, per cambiare, per ricominciare dove cercano un giovane matematico; te ne vai, condotto dal respiro del tempo, spinto dal futuro e dalla vita; vai via, dove cercano un giovane matematico con attitudini astrologiche; parti, con un sorso di nostalgia per attraversare il deserto, aperto al vento, offerto al vitreo freddo dell’inverno, viaggiando per Graz, dove cercano un giovano matematico con attitudini astrologiche capace e disponibile a sostituire l’amato defunto professore.
E te ne vai a fare calendari, perché in qualche modo bisogna pur sopravvivere.
Gli errori circolano a piede libero dentro i teoremi. Talvolta non danno fastidio nessuno. Stanno soli, senza pretese, senza conseguenze determinanti. Tal altra annullano invece una intera teoria, vanificano, con la loro presenza, la fatica di ogni concetto, distruggono il costrutto di una completa teorizzazione. Succede anche che complessi sistemi di pensiero s’infrangano sul grande scoglio di un solo errore, o su tanti piccoli errori che come un frangiflutti arginano la costante erosione di ondate logiche. Gli errori si collocano prima delle biforcazione, agli svincoli, precedono il crocevia, nei punti nevralgici d’ogni processo di apprendimento. Ed indirizzano le traiettorie del pensiero, disegnano la mappatura del cervello umano, c’invitano ad attraversare strade illusorie, ci fanno sostare in piazze che son miraggi, fantasticherie, falsità, sogni senza sonno e sonni senza ragione, di cui si dice che genera dei mostri. Stanno lì, gli errori, fermi, perfettamente mimetizzati, immobili. A prima vista sembrano addirittura incredibili. Eppure stanno lì. Ci sono. Tranquilli. E noi riusciamo a scoprirli, quasi increduli, nella loro serenità che è anche la loro debolezza. Ignari della tenacia e della meticolosità della scienza, gli errori si accomodano, perfettamente adattati all’ambiente. Sono pronti ad essere colti, non appena scorti. Come ogni animale mimetizzato naturalmente nel suo habitat, l’errore si mostra all’improvviso, improvvisamente banale.
Subito dopo una prima lettura, quell’errore ci appare nella sua reale portata, non necessariamente solvibile, ma chiaro, lucente, sempre più evidente, come una favola, presente all’appuntamento con ogni spirito di pura osservazione. Lo si mostra. Lo si dimostra. Lo si controlla, lo si analizza e lo si risolve, talvolta. Talvolta lo si assolve.
Senza andarli a cercare gli errori compaiono in mezzo alla folla dei numeri, perché, come diceva Picasso, non tanto si cerca quanto si trova e si finisce sempre per andare incontro a quello che più ci sembra necessario. Così accadde a Johannes Kepler di trovare un grave errore matematico nei calcoli delle più rappresentative teorie sugli emisferi celesti. Un errore, e finalmente un errore serio. E fu a questo errore, a questa illuminazione, a questa folgorazione, che, in fin dei conti, “dovette una delle sue massime scoperte astronomiche”.
La solitudine per uno scienziato è una mortificazione. Per uno scienziato che sia versatile in lettere ed in filosofia, impegnato a decifrare le cause dei fenomeni celesti, astronomo e matematico, mistico dei numeri ma laico di dogmi cinematici, osservatore del movimento dei corpi, primo teorico della dinamica planetaria, astrologo, stranamente astrologo, astrologo sui generis - costretto a divenire Keplero quando invece voleva restare Johannes Kepler -, poi, questa solitudine è una condizione esistenziale.
Torna ancora la maledizione biblica.
S’avverte una certa distanza dagli altri.
C’è uno spazio lunare che non si riesce a colmare. Nessuno sa, nessuno può, nessuno vuole.
C’è un buco nero di solitudine e silenzio che nelle società contemporanee si amplia ogni giorno. E ti ritrovi a confutare mille e cinquecento anni di errori e di orrori, una storia fatta di fanatismo e presunzione. Sei immerso in una profonda civilizzazione culturale, quieta, che pretende di definire un fantomatico “luogo naturale dei corpi”.
C’è sopra di te un’inquietudine, l’inquietudine viva del movimento di differenziazione funzionale con cui si espande l’universo.
C’è dentro di te il tarlo corrosivo dell’autoreferenzialità che genera tutte le tipologie.
C’è, tra il fuori e il dentro di te, un linguaggio nuovo con cui scrivere, nuovi termini con cui tradurre i pensieri, più adatti ad una Sinfonia, com’è - appunto il caso del termine “pianeta”.
Se c’è, quando c’è, tutto questo, s’allunga la distanza dalle cose della vita e gli altri ti sembrano più lontani, sempre meno visibili, imprendibili, incomprensibili.
Cresce... la solitudine cresce disperatamente. E nell’ingenuo tentativo di parlarne, scopri le cornici insuperabili: quei confini che definiscono la certezza in territori di idee conquistate e che non devono essere discusse. Il virus della critica minaccia la stabilità e la sicurezza della tradizione accademica. La scienza rintana dentro paradigmi ufficiosi ed ufficiali la propria debolezza.
La dottrina aristotelica anche era ben protetta, era fermamente assicurata. A tutela vi era stata eretta una rigida muraglia disciplinare, che non tollerava alcuna effervescenza, non una contestazione, nemmeno un po’ di contesa, non cedeva ad alcuna vaghezza.
Le torri che davano lustro al pensiero ufficiale erano interrogativi empiricamente inoppugnabili:
- - come mai, se la terra fugge, come mai gli uccelli e tutte le altre cose che non vi sono attaccate, non si disperdono nel tempo e nello spazio?
- - come mai un sasso caduto da una rupe, caduto verticalmente da una qualsiasi torre, non ci appare, se appunto sotto la terra si muove, caduto obliquamente?
Tanta evidenza, tanta empiria, poteva, doveva, meritava di essere confutata!
E Johannes Kepler - in qualche modo ridotto in Keplero – s’assunse l’onere e... oggi possiamo ben dire... anche l’onore.
Johannes Kepler, versatile in lettere, in filosofia, ma esperto astronomo e matematico, stranamente astrologo, astrologo senza tanta apprensione, astrologo per ironia della sorte, scioccò un universo intero di certezze, sfidò l’inflessibile mondo accademico con un titolo già alquanto arcano: AITOOTHTOL.
Voleva dire ASTRONOMIA NOVA e venne scritto in greco, per onorare l’animo sensibile dell’autore, che disdegnava il Latino per essere “una lingua che non ha articoli ed è priva della grazia del greco”.
Correva l'anno 1609.
NOTE
1 DERRIDA J., Morire - Aspettarsi ai "limiti della verità'", in Vattimo Gianni (a cura di), FILOSOFIA '93, Laterza, Bari, Febbraio 1994, pag.4.
[2]Cohen J. Bernard, LA RIVOLUZIONE NELLA SCIENZA, Longanesi, Milano, 1985.
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