IL TREND MULTIPOLARE


APPUNTI DI GEOPOLITICA CONTEMPORANEA

DALL’APPRENZA INCOMPRENSIBILE

Alessandro Ceci

Mi sono sempre chiesto perché agli accordi di Yalta, nel febbraio 1945 e a quelli di Potsdam, luglio e agosto del 1945, per decidere l’assetto globale successivo alla II guerra mondiale, se l’obiettivo era – tra l’altro[1] - dividere il mondo in due sfere di influenza, i protagonisti fossero in realtà tre.

A Yalta, dal 4 all’11 febbraio del 1945 furono Wiston Churchill, Franklin Delano Roosvelt e Iosif Stalin.


A Potsdam, dal 17 luglio al 2 agosto 1945 furono Clement Attlee, Harry S. Truman e sempre Iosif Stalin.

Erano sempre tre.


In realtà si trattò sempre di due conferenze molto diverse.

Tra l’una e l’altra il mondo aveva vissuto una svolta, storicamente poco calcolata, addirittura occultata, ma fondamentale per la storia politica futura. Temo che se questo passaggio non viene considerato ed opportunamente valutato, il resto, anche quanto accade oggi, è complessivamente poco comprensibile. D’altronde la politica in generale e quella delle relazioni internazionali, va analizzata attraverso lunghi processi storici, è una politica di trend che, tuttavia, possono essere indirizzati, possono imboccare strane biforcazioni, deviare anche per minimi fatti occasionali incalcolabili, imprevedibili.

Che cosa era accaduto nel frattempo, tra Yalta e Potsdam?

Clement Attlee aveva sconfitto Wiston Churchill alle elezioni politiche del luglio del 1945, entrò in carica come Primo Ministro il 26 luglio 1945 e occupò la poltrona della Gran Bretagna a Potsdam.

Il 12 aprile del 1945, nell’ufficio della sua residenza a Warm Springs, nella Little White House, in Georgia, Franklin Delano Roosvelt, dopo 85 giorni del suo quarto mandato, a 63anni, si accasciò sulla sua scrivania mentre si preparava per un ritratto ufficiale, fulminato da un’emorragia celebrale, morì. E fu sostituito da Harry Truman, suo vicepresidente.

Fu una morte ed una sostituzione fatale per il mondo intero.

Resta comunque il quesito: perché erano in tre se dovevano spartire il mondo (una parte del mondo in realtà) in due?

Scrive Mario Del Piero: «Il grand design roosveltiano poggiava sulla fiducia nella spendibilità politica e diplomatica di questo [la egemonia economica e culturale americana. Nda] primato e rifletteva la consapevolezza che il conflitto aveva rappresentato uno spartiacque decisivo nella politica internazionale»[2].

Che cosa pensavano gli americani a Yalta?

Avevano la «convinzione che un “ordine internazionale liberale” potesse nascere e consolidarsi solo laddove gli USA fossero stati in grado di imporre consensualmente la propria leadership, cooptando altri soggetti – a partire dall’URSS – nella sua gestione.»[3] In pratica, il tentativo di Roosevelt era quello di costruire un mondo multipolare per aree di influenza. Roosevelt proponeva un paradigma di relazioni internazionali «fondato sul riconoscimento dell’interdipendenza e della necessità di una gestione multilaterale del sistema internazionale, sull’importanza dell’ONU, ma anche sull’individuazione di una precisa gerarchia di potenza che faceva degli USA l’unica potenza dal raggio globale e assegnava all’URSS, alla Gran Bretagna e alla Cina un ruolo rilevante, ancorché esclusivamente regionale, nella co-amministrazione degli affari mondiali»[4].

Roosevelt voleva un mondo multipolare con diversi player regionali, affermatisi consensualmente su un principio di egemonia, per evitare la supremazia di una sola potenza che avrebbe impedito la interdipendenza (che oggi definiremmo connettività) e che avrebbe ostruito «la diffusione degli scambi e lo sviluppo dei processi benefici d’interdipendenza commerciale e finanziaria»[5] . Roosevelt aveva una visione ottimistica e fiduciosa sugli equilibri nel mondo, basata sulla interconnessione globale grazie alle politiche di governance e alla presenza di player internazionali, non globali ma regionale, cioè continentali, per un equilibrio dinamico del mondo che arginasse i presupposti motivazionali di nuovi conflitti. Gli USA avrebbero dovuto supervisionare, tramite nuovi istituti internazionali, a questo equilibrio con il consenso complessivo grazie alla Egemonia politica conquistata con il contributo determinante alla vittoria della guerra.

Questa visione a Yalta, dal 4 all’11 febbraio del 1945, questa visione giustificava la presenza di Churchill come rappresentate della Gran Bretagna a cui doveva essere affidato il controllo sul continente politico europeo come player autonomo, non collocato in alcun schieramento.

Purtroppo, il 12 aprile del 1945 Roosevelt morì.

Lo sostituiti Truman, immediatamente.

Truman cambiò[6], forse perché non lo comprese o forse perché non lo condivise, l’idea di INTERNATIONAL NEW DEAL di Roosevelt.



Truman concluse a Potsdam, dal 17 luglio al 2 agosto 1945, un accordo costruito su una visione bipolare, basata sulla Supremazia dei più forti (cioè dei vincitori della guerra) e soffocò, di fatto, la visione multipolare di Roosevelt, basata sull’equilibrio retto dalla Egemonia dei più influenti[7].
La dottrina Truman, annunciata due anni dopo, nel 1947 riguardava una politica di contenimento dell’espansionismo sovietico.
Nella loro superficialità, gli analisti americani consideravano i movimenti rivoluzionari e comunisti cinesi come una estensione della politica di influenza sovietica. Mao Zedong si affermò soltanto nel 1949 e nel 1947 il governo americano sosteneva finanziariamente i nazionalisti cinesi al potere: «Prevalse, infatti, la convinzione che il comunismo fosse un movimento monolitico, le cui varie espressioni nazionali agivano in accordo con l’URSS, sotto la guida e la direzione della centrale moscovita»[8].
Il presidente Truman era ossessionato, sulla base dell’influenza nemica sulla Grecia e sulla Turchia, dal possibile espansionismo sovietico. Il 12 marzo del 1947, al Congresso USA, enunciò il paradigma fondamentale della Supremazia Americana, denominata appunto “dottrina del contenimento”.
Nella logica paradossale di Truman contenimento significa prevenzione; cioè, piuttosto che subire possibili catastrofi politiche avverse agli interessi occidentali, è preferibile prevenire che avvengano. Insomma, «meglio prevenire che curare».

  • Il primo paradosso è la dinamica autoavverantesi della prevenzione. Si previene solo ciò che percepisce come minaccia, indipendentemente dal fatto che questa minaccia sia effettiva ed effettivamente vera: oggettiva. Si prevengono sempre e soltanto i propri incubi e le proprie ossessioni. Ed è proprio questo incubo, questa ossessione a trasformare una minaccia in rischio. Scriveva Niklas Luhmann, a proposito proprio della sicurezza, «la minaccia che piova diventa un rischio per me se non porto gli ombrelli»[9]. Gli ombrelli americani sono state le armi, anche in considerazione del fatto che nel 1949 i sovietici fecero brillare, come esperimento bellico, la prima bomba atomica. Basta la minaccia percepita per indurre comportamenti reciproci di autotutela, indipendentemente se la minaccia esista effettivamente o no. Insomma, il primo paradosso della «teoria del contenimento» è che, sulla base di profezie soltanto percepite ed autoavverantesi, induce alla costruzione del nemico e alla demarcazione tra fronti contrapposti.
  • Il secondo paradosso della teoria del contenimento è che si cerca sicurezza producendo insicurezza, politica (per la minaccia comunista), fisica (per la perdita della libertà), economica (per la distruzione del libero mercato. Per contrastare questa endemica insicurezza delle relazioni internazionali occorre affermare la supremazia, la Supremazia Americana, a garanzia di protezione, rivolta principalmente contro gli alleati, ritenuti incapaci di difendersi. Soltanto gli USA possono farlo per loro e su loro. L’Europa usciva da una esperienza autodistruttiva; e si sarebbe autodistrutta se non fossero intervenuti gli statunitensi. L’Europa è uscita dalla II guerra mondiale come causa di dissoluzione per sé stessa e per gli equilibri internazionali globali.

Roosvelt pensava che la catastrofe fosse stata evitata grazie al concorso di diversi soggetti, che dovevano continuare a mantenere in equilibrio il mondo.

Truman pensava che ciò fosse avvenuto principalmente (se non esclusivamente) per l’intervento americano e che, dunque, spettasse all’America essere una potenza globale di supervisione di un equilibrio tenuto da tutte le altre potenze regionali. Se la spinta sovietica non consente la realizzazione di questo schema politico, bisogna bloccarla e, se non è possibile, almeno frenarla, contenerla dentro uno spazio, per quanto ampio, di sua competenza e disponibilità. Questa responsabilità di salvare la liberaldemocrazia contro il totalitarismo comunista spetta, secondo Truman, principalmente o addirittura esclusivamente, agli USA. E lo disse con chiarezza, il 12 marzo 1947, al congresso americano chiedendo l’approvazione di un finanziamento di 400 milioni di dollari per realizzare un primo step della sua dottrina, come sostegno all’Occidente, a partire dalla Grecia e dalla Turchia.

Non solo.
La dottrina del contenimento di Truman si solidificò in una legge che permetteva al Presidente di intervenire in aiuto a qualsiasi paese che ne avesse fatto domanda, purché fossero minacciati dalla espansione comunista sovietica, che però non fu mai chiaramente menzionata.

L’International New Deal di Roosvelt fu così totalmente abrogato dall’Alternative Global System di Truman (e la sua parziale applicazione ai paesi di ingerenza americana con l’ERP - European Recovery Program – più noto come Piano Marshall) e iniziò la Guerra Fredda: chi avesse accettato il controllo americano avrebbe ottenuto i soldi; chi lo avesse rifiutato, no.

Il mondo si divise di nuovo tra il bene della ricchezza e il male degli stenti. Scrisse John Lewis Gaddis: «Gli Stati Uniti si comprano un impero, l’URSS non avendone la possibilità impone un suo impero con la forza delle armi e dei servizi segreti»[10].

Senza entrare nella dettagliata narrazione dei fatti a comprova, facilmente identificabili sui testi classici di riferimento[11], leggiamo la dinamica dei trend per comprendere le evoluzioni politiche effettive nei tempi storici opportuni e non sulla base di eventi consecutivi più adeguati alla cronaca che alla storia.

                                                                                                                                                                                                                                                                      
Un evento simbolico di demarcazione è certamente stata la Guerra del Vietnam durata dal 1° novembre 1955 al 30 aprile 1975. È stato un evento di demarcazione perché è stato il primo conflitto preda della mediaticità occidentale. La televisione ha portato nelle case degli americani i morti e i martiri tornati in patria. La realtà del conflitto, il suo orrore, entrava nei salotti delle case americane; le carni dei corpi maciullati dalle bombe si mischiavano, indistinguibili, con le carni comprate per la cena, come nel bel romanzo di Alina Reyes[12]; o, anche la distruzione delle cose e delle case, la polvere da sparo e quella dei detriti che si mescola al pranzo o alla colazione come in una stupenda poesia di Dacia Maraini[13]. Questa visibilità della morte subita e procurata ha indotto proteste politiche pacifiste, un condizionamento mediatico della pubblica opinione cambiò il consenso e minacciò seriamente la legittimazione politica. Contro “Phan Thị Kim Phúc”, l’atroce rappresentazione della "bambina del napalm" procurarono agli americani la prima sconfitta mediatica e le proteste progressivamente estese di movimenti pacifisti e studenti che utilizzarono la guerra per cambiare i valori bellici americani.

Tutto questo eliminò definitivamente la copertura soffocante della «teoria del contenimento» per l’Alternative Global System di Truman sulla teoria delle aree di influenza per l’International New Deal di Roosvelt. Infatti, attorno agli settanta si diffuse costantemente la “teoria della stabilità egemonica”, formulata essenzialmente da Charles Kindelberg e da Robert Gilpin, due esperti di scienze politiche e sociali che, in America, unisce economia, giurisprudenza, sociologia, politologia e psicologia.


La crisi del Vietnam aveva messo in evidenza, clamorosamente, che nel mondo la politica estera americana non riusciva ad assumere una leadership per assenza della necessaria legittimazione, una leadership in grado di trasformare la Supremazia militare in Egemonia culturale. Kindelberger si rese conto di questa assenza e spiegò che per il buon funzionamento di «una economia liberale mondiale, ha bisogno di uno stabilizzatore; un solo paese stabilizzatore»[14]. Tuttavia, questo paese stabilizzatore non poteva basare la sua forza di attrazione sul potere della forza. Gli eserciti non reggono gli scambi, la multifunzionalità di alcuni “beni pubblici” indispensabili, una moneta internazionale e il libero commercio. Bisognava coordinare le politiche economiche e promuovere le politiche anti-cicliche di efficacia globale. Occorreva un International New Deal, ma per farlo era indispensabile una legittimità politica globale poiché, come scrisse Robert Gilpin, «l’esperienza storica suggerisce che in assenza di una potenza liberale dominante, la cooperazione economica internazionale si mostra estremamente difficile da raggiungere o da mantenere...»[15].


Qui ora a noi interessa capire che, a un certo punto delle crisi politiche internazionali e la elaborazione teorica sulle relazioni internazionali, hanno disvelato il limite profondo del modello di Truman, che ci lascia oggi ancora in una difficile transizione e, più che altro, in una transizione non governata, anarchica e dunque profondamente pericolosa. È quello che stiamo vivendo a distanza, ancora oggi, con gli evidenti rischi bellici che ancora ci circondano.

È successo anche in altre parti del mondo, in modo speculare.

La Cina non fu invitata a Yalta da Roosvelt sia perché non aveva partecipato alla guerra, sia perché era in pieno conflitto rivoluzionario interno. Era però contemplata, sebbene in riferimento al governo nazionalista precedente alla vittoria di Mao Zedong, nella visione di Roosevelt. Il desiderio era di coinvolgerla come referente di un’area geopolitica successivamente. Roosevelt purtroppo morì nell'aprile del 1975 e Truman concluse gli accordi con una visione bipolare, dividendo il mondo in due aree di controllo definite, lasciando il resto alla libera contesa, come hanno dimostrato diverse guerre svolte (dal Vietnam fino alla crisi di Cuba) in cui addirittura per la prima volta (Cuba) USA e URSS si trovarono direttamente coinvolti (si dice "allo stesso livello di conflittualità"). La guerra non scoppiò perché i Russi retrocessero.

Ciò che avvenne nel fronte occidentale avvenne anche nel fronte opposto, quello comunista. Più o meno nello stesso periodo, a ridosso degli anni ’70, ci fu la grande innovazione Krusciov come leader del potere sovietico. Alla prima occasione concreta possibile, nel 1969, al momento del cambio di regime e di sistema sovietico con il revisionismo di Krusciov, la Cina si differenziò cercando di liberarsi dalla influenza e spesso dalla ingerenza della politica estera sovietica di Stalin. E questo avvenne con la formazione di un apparato di intelligence autonomo, di formazione autoctona, fuori dal controllo del KGB sovietico.


Questo mostra che l’ipotesi Roosvelt non riguardava soltanto un momento storico occasionale e nemmeno era circoscritto esclusivamente il ruolo degli USA nel mondo.

Il trend multipolare di Roosevelt invece era una esigenza politica di allora che arriva fino a noi. A partire dalla caduta del muro di Berlino prima (1989) e dal crollo delle Twin Towers poi (2001), il trend multipolare ha accelerato il suo andamento ed oggi assistiamo all'avvento di nuovi player Continentali[16] nelle relazioni internazionali.

Il mondo multipolare ormai è una certezza con un ruolo significativo della Cina.

Sono evidenti già 4 soggetti continentali:
USA, che cercano il controllo dei territori limitrofi (Sudamerica e Groenlandia);
Russia (che cerca il controllo sui territori limitrofi (Ucraina);
Cina che cerca il controllo sui territori limitrofi (Taiwan);
e l’Europa che ha ottenuto e otterrà con la governance e l'eurozone il controllo dei territori limitrofi (Ucraina).

Altri soggetti arriveranno e sono in formazione come l'India, che cerca il controllo dei territori limitrofi (Pakistan); il mondo arabo, che cerca una integrazione tra territori limitrofi (Iran); il Sudamerica, che reagirà gradualmente all’azione americana in Venezuela integrandosi con politiche limitrofe; e poi resta da verificare l'evoluzione giapponese, australiana e centro-sud africana.

Sono nuovi player che definiranno le politiche e le relazioni internazionali di questo secolo.

In questo momento si stanno tutti posizionando nel miglior modo possibile, ciascuno in base al proprio interesse e questo genera instabilità complessiva.


L'intelligence dei vari continenti nel mondo è perfettamente consapevole della situazione.

Gli operativi di intelligence aiutano i governi a posizionarsi.

Gli analisti di intelligence sanno che posizionarsi significa relazionarsi con gli altri, specie in un mondo governato economicamente dalla propensione al consumo, in un mondo in cui popolazioni energia devono ancora consumare, in un mondo in cui la penetrazione economica ha favorito la più forte forma di integrazione senza guerra, come in Europa. In questo mondo gli analisti di intelligence sanno che confliggere significa disconnettere e basta bloccare gli approvvigionamenti venezuelani russi per indebolire la Russia senza fare una guerra.

Quindi gli analisti di intelligence sanno perfettamente che l'integrazione è la sola soluzione prossima.

CONCLUSIONE

Il secolo XXI non ha rimosso dal mondo quella che Jünger ha definito «l’esperienza interiore del combattimento»[17]. Anzi, tramite i mezzi di comunicazione di massa, ovunque sia il focus della belligeranza – in Sebia, a New York, in Iraq, in Libia, in Sudan, in Afghanistan, in Ucraina, a Gaza, in Venezuela, in Iran, in Asia e in Africa in generale – ovunque sia esplosa una guerra, chiunque fossero i protagonisti diretti, quella guerra è diventata interiore per tutti.

Grazie o per colpa di questa comunicazione globale invasiva ed invadente, l’esperienza interiore del combattimento «è tanto dilatata da superare l’irrapresentabilità della morte»[18].


NOTE

[1] E l’altro era molto rilevante perché bisognava decidere il futuro della Germania, dividendo il paese in quattro zone di occupazione, definire i piani di denazificazione e democratizzazione, i confini territoriali (come la linea Oder-Neisse per la Polonia) e l'inizio della spartizione dell'Europa in due sfere d'influenza (Guerra Fredda), oltre che le riparazioni
[2] DEL PIERO M., Libertà e impero. Gli Stati Uniti e il mondo 1776-2011, Laterza, Bari 2018, pag. 277-279
[3] DEL PIERO M., cit. 2018, p. 278
[4] DEL PIERO M., cit. 201 8, p.278
[5] DEL PIERO M., cit. 2018, p.278
[6] Per la trasformazione trumaniana delle relazioni internazionali si veda in TRUMAN H. S., Memorie. 1945 l'anno della decisione, New York, Sidney 1955, pp. 86-99
[7] il mondo nuovo immaginato da Roosevelt si veda Stephanson Anders, Quattordici note sul concetto di guerra fredda, in "Novecento", 2, 2000, 67-87
[8] DEL PIERO M., cit. 2018, p. 299. Anche SHENG M. M., Battling Western Imprialism: Mao, Stalin, and the United States, Princeton, Princeton University Press 1997.
[9] LUHMANN N., Sociologica del rischio, Bruno Mondadori, Milano 1991
[10] GADDIS J. L., La Guerra Fredda. Cinquant’anni di paura e speranza, Mondadori, Milano 2024
[11] Per tutti DI NOLFO E., Storia delle relazioni internazionali: vol.1, Dalla pace di Versailles alla conferenza di Potsdam (1919-1945); vol. 2, Gli anni della Guerra Fredda 1946-1990; vol.3, dalla fine della guerra fredda ad oggi, Laterza, Bari, vol.1 2015, vol.2 2015, vol.3 2016.
[12] REYES A., Il Macellaio, TEA, Milano 1997
[13] MARAINI D., Guerra dentro il piatto, in MARAINI D., Viaggiando con passo di volpe. Poesie 1983-1991, Rizzoli, Milano 1991. «Guerra dentro un piatto / ma solo per occhi curiosi: / una donna tira per un braccio una bambina morta / una casa va in pezzi / crollano le pareti di biscotto / quante volte abbiamo parlato di guerra / seduti pacifici /da una parte e l’altra della tavola? / salta in aria una macchina / sopra l’insalatiera / un uomo grida fissando il vuoto / di un pantalone / insanguinato / una guerra d’oltremare / fluttua sullo schermo gigante / esplode, si disfa, dilania / i nostri pensieri violati, / i fantasmi di dolori altrui / come li chiameremo, mio dio / se non propaggini, secrezioni / di un cuore in festa? / una guerra al di là del pane / si consuma nel tempo di una cena / bruciano i campi / brucia una scuola / brucia un bosco / bruciano le terrazze / di un albergo di lusso / mentre spolpiamo una lisca di pesce / un ragazzo ride trionfante / ha perduto tutti i denti, / una guerra d’oltremare / e noi che curiosiamo, guardinghi / al di là di un vetro perlato / beviamo birra / dentro una sera viola / e ascoltiamo sorpresi / il suono di un motore, / sarà fuori o dentro la guerra? / esploderà l’aereo /o scivolerà fra le nuvole? / una ragazza scappa, a piedi nudi / un bambino piange senza suono / non siamo noi a guardare la guerra / ma è lei che ci spia / al di là del doppio schermo rigato / un’altra granata / un casco che vola / un corpo di soldato / molle e inerte ricade / lievemente su se stesso / una guerra d’oltremare / ci casca dolcemente nel piatto / e noi ce la mangiamo con le patate / o è lei che mangia noi / come tanti figli spaiati / guastandoci per sempre / l’esperienza carnale del dolore?»
[14] KINDELBERGER C., The world in depression, 1929-1939, University of California Press, Los Angeles 1973
[15] GILPIN R., The politics of transnational economic relations, in R.O., 1972; o anche GILPIN R., Us Power and the Multinational Corporations, Basic Books, New York 1975
[16] Calvi M., Ceci A., Ceci E., Stateless. Piattaforme Continentali di Nazionalità, Ibiskos Empoli 2014
[17] JÜNGER E., Der Kampf als inners Erlebnis, in Sämtliche Werke, vol.7, Essays 1, Klett-Cotta, Stuttgart1980, 9-103.
[18] DAL LAGO A., Carnefici e spettatori. La nostra indifferenza verso la crudeltà, Raffaello Cortina Editore, Milano 2012, 140. È avvenuto che «eventi in cui l’orrore del microcosmo sta per quello insostenibile e irrappresentabile del macrocosmo», 141. Dal Lago afferma che Bierce, specie in Racconti di Guerra, Roma 2006, anticipa ciò che poi diventerà clamoroso con la comunicazione globale: che «la consapevolezza della battaglia tocca un punto di non ritorno. La guerra non è rappresentabile, come nei quadri colorati, più o meno convenzionali, della narrativa ottocentesca. Ma anche l’esperienza interiore non è che una rappresentazione fra le tante, l’illusione che il soggetto possa ritrovare, nelle sue vicissitudini, quella verità che gli eventi collettivi, esteriori hanno perduto agli occhi degli uomini. Né la storia, né la natura possono essere addotte – se non al prezzo della falsificazione ideologica – a giustificazione del male incarnato dalla guerra.», cit. 2012, 143-144. Insomma, con la rappresentazione storica o con la giustificazione naturale, nell’immagine e nella immaginazione mediatica, l’inganno inverte l’ordine logico di Borges: la morte senza alcuna possibile significativa oggettività riprende una sua soggettività sia nella storia che nella cronaca e ridiventa il morto, «ubiquamente estraneo». BORGES J.L.,

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