GEOPOLITICA DELLA PACE: Il pacifismo relativo di Bertrand Russell
Per Bertrand Russell, il pacifismo non ha un valore assoluto. Non è una ideologia. È una scelta politica funzionale alle relative condizioni di guerra. Non esiste una guerra giusta. Pur tuttavia una guerra può essere giustificata. La Prima guerra mondiale non era né giusta né giustificata. E Russell fu, dunque, non-interventista. La Seconda guerra mondiale non era giusta, ma imbracciare le armi contro la violenza nazista era giustificata. Russell considerò necessario resistere attivamente, anche con lo scontro bellico, alla incontrollata e irrefrenabile alternativamente barbarie. Niente in Russell era radicale e tra il suo pacifismo e quello, ad esempio, gandhiano, cera un abisso. Per Ghandi, la non violenza assumeva un valore assoluto, era una metodologia di azione religiosa e comunque sempre applicabile. Per Ghandi, in ogni situazione, in qualsiasi situazione, bisognava trovare la strada per la risoluzione pacifica delle controversie. A Russell, invece, piuttosto che il metodo, interessavano i risultati. Egli riteneva che contro il nazismo, il pacifismo non potesse ottenere alcun risultato perché l’efficacia del pacifismo «dipende dalla presenza di alcune virtù in coloro contro i quali è usata». Sono le condizioni storiche a definire la strategia politica opportuna, se è opportuno o no essere pacifisti in determinate condizioni. Consideriamo Cicerone il primo teorico della filosofia pragmatica, che noi oggi denominiamo Scienze Sociali (sociologia, economia, giurisprudenza, politica). Russell è il teorico dell’etica pragmatica e quindi il suo è un pacifismo pragmatico, totalmente avulso dal misticismo di tante interpretazioni della non-violenza, come ad esempio Simone Weil.
Di fronte alla Prima guerra mondiale Russell fu assorbito dalle ragioni pacifiste: «Mi sembrava impossibile che le nazioni europee commettessero la pazzia di scatenare una guerra, ma non dubitavo che, se la guerra fosse davvero scoppiata, l’Inghilterra sarebbe stata trascinata a parteciparvi». Scelse l’azione politica del non-intervento: «Sentivo invece, con tutta l’anima, che il nostro paese doveva rimanere neutrale e così indussi molti professori e membri dei vari colleges a sottoscrivere una dichiarazione di principio che fu pubblicata sul Manchester Guardian. Il giorno della nostra entrata in guerra quasi tutti cambiarono idea» [Autobiografia, p. 11].
Tutto cambia di fronte all’estremo, a una violenza : «Ero riuscito a immaginare con acquiescenza, sia pure riluttante, la possibilità di una supremazia della Germania del Kaiser, ritenendo che, per quanto potesse essere un malanno, non sarebbe stato un male così grave come una guerra mondiale con tutte le sue conseguenze. Ben altra cosa era la Germania di Hitler. Provavo una indicibile ripugnanza per i nazisti: crudeli, fanatici e stupidi. Mi erano odiosi, non meno moralmente che intellettualmente. Benché mi aggrappassi ancora alle mie convinzioni pacifiste, lo facevo con sempre maggior difficoltà e, quando, nel 1940, la minaccia di una invasione pesò sull’Inghilterra, compresi che per tutta la prima guerra non avevo mai seriamente contemplato la possibilità di una disfatta totale. Questa idea mi era insopportabile e finalmente, in piena coscienza, decisi che era mio dovere appoggiare tutto ciò che pareva necessario per il conseguimento della vittoria, per quanto difficile si presentasse e per quanto fossero dolorose le conseguenze prevedibili della Seconda guerra mondiale» [Autobiografia, pp. 338-339].
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