GEOPOLITICA DELLA PACE: Giustificazioni speculari

 


In generale l’onere della giustificazione è speculare per l’una parte e per l’altra di ogni conflitto: se uno giustifica la sua invasione sulla base di una identità storica, linguistica e nazionale, l’altro si difende contestando identità, lingua e nazionalità e giustifica la sua reazione con il diritto difendere il proprio territorio contro ogni invasione; se uno si sente minacciato, l’altro contesta la possibile minaccia; se uno accusa con l’offesa, l’altro risponde con la difesa. Due giustificazioni opposte e complementari.

Nel caso del conflitto israelo/palestinese, ad esempio, il peso di questa onerosa giustificazione, in modo assolutamente anomalo, è identico per entrambi: ciascuno afferma di proteggere il proprio territorio; ciascuno si sente occupato; ciascuno si sente offeso; ciascuno crede di doversi difendere dall’altro. La stessa giustificazione per entrambi. Questo rende difficile una soluzione del conflitto, perché i contendenti non possono mai essere minimamente accontentabili. Di fronte a qualsiasi progetto di pacificazione si sentono continuamente defraudati. Una insoddisfazione underground, come ho scritto una volta, che genera una situazione drammatica. Un dramma quotidianamente percepibile per ciascuno di noi.

Se un giorno vi dovesse capitare di ascoltare il dolore di un cittadino israeliano con un amico schierato dalla parte degli israeliani vedreste la commozione nei loro occhi e sentireste la loro triste partecipazione. Lo stesso accadrebbe ascoltando un palestinese con un amico schierato dalla parte dei palestinesi. Però se invertiste i soggetti e sentiste il dolore di un cittadino israeliano con un militante filopalestinese o, viceversa, il dolore di un cittadino palestinese con un militante filoisraeliano allora tutto cambierebbe e avvertireste feroce l’indifferenza, il cinismo e spesso l’odio. Sempre, quel dolore non passa, non penetra nello schieramento avverso. Resta confinato ad una rappresentazione telematica e giudicato con acerrima e tagliente durezza. Eppure, quel dolore è perfettamente lo stesso, identico.

Questo induce a due precise considerazioni.

La prima è semplicemente che l’ideologia è una barriera così potente da schermare il cervello e costruire nemici insuperabili. Si tratta di un elemento noto e ampiamente provato.

La seconda riguarda l’errore clamoroso e la litania della formazione di due stati per due popoli. Una soluzione impossibile, sia perché la frammentazione del territorio non permette la costituzione di uno Stato palestinese compatto ed omogeneo, sia perché, qualora fosse anche possibile, i due Stati rappresenterebbero una ulteriore radicalizzazione formale, istituzionale dell’odio escludente e ignaro del dolore degli altri.

L’evidenza delle esperienze concretamente vissute ci insegna, invece, che tutte le operazioni di recupero delle vittime dell’una e dell’altra parte sono relazioni di condivisione del reciproco dolore, sono tutte integrazioni sulla base di esperienze di lutto comunemente subìte. La lebenswelt della politica, il mondo della vita ci indica la strada per la soluzione di quel conflitto. La strada finora colpevolmente ostruita dal fondamentalismo speculare reciprocamente escludente. La strada da ricostruire è l’integrazione sociale interrotta dalle barriere immateriali che le parti hanno innalzato. Mura invisibili ma che producono un isolamento cognitivo di massa altrettanto, se non molto più escludente.

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