GEOPOLITICA DELLA PACE: Ahabath Israel
Hannah Arendt
Se potessi chiedere un giudizio ad Hannah Arendt in merito all’ultimo conflitto israelo/palestinese, probabilmente mi risponderebbe soltanto: “L’avevo detto!”.
1 – appartenenza cosmopolita
Era il 23 giugno del 1963.
Hannah Arendt era, come al solito, sottoposta alla pressione fideistica della comunità ebraica dopo la pubblicazione del libro sulla “Banalità del male” e le sue considerazioni rispetto al processo Eichmann. Il testo era stato pubblicato nello stesso anno, ma gli articoli erano già noti perché pubblicati sul giornale “New Yorker”, a cominciare dal 1961, quando si celebrò, a Gerusalemme, il processo ad Adolf Eichmann, uno degli artefici dell’orrore. Naturalmente ciascuno vede ciò che vuol vedere e quel testo fu interpretato come una forma di giustificazione del comportamento devastante dei criminali nazisti, quando invece è ancora il più duro e radicale atto di accusa alla irresponsabilità politica ed esistenziale dell’intera umanità. Ma gli Ebrei non volevano un giudizio sulla natura del crimine ma una legittimazione della propria universale ed unica esclusività. Fu così che, appunto, il 23 giugno 1963 Gershom Scholem, sofisticato e riconosciuto studioso della Kabbalah, teologo e filosofo ebreo, colui che – secondo Borges - «servì come nume alla vasta creatura soprannominata Golem» e che esprimeva le sue verità «in un luogo dotto nel suo volume», Scholem scrisse alla ebrea Hannah Arendt accusandola di non avere «amore per il popolo ebraico». L’accusa pesava molto, era come una frustata etnica, perché Scholem era una autorità indiscussa del misticismo ebraico; aveva ricevuto il Premio Israele ed era Presidente dell’Accademia Israeliana delle scienze e degli studi umanistici; era tra i fondatori dello Stato Israeliano, riferimento dell’ideale sionista e del pensiero ebraico. Come Hannah Arendt era ebreo e tedesco, nato a Berlino nel 1897.
La lettera era parte di una corrispondenza abitudinaria, a partire dal 1939, in merito alla persecuzione nazista e specificamente alla scomparsa del comune amico Walter Benjamin i cui studi, «Tesi storico-filosofiche», furono pubblicati da loro due, postumi.
Hannah aspettò qualche tempo per riflettere bene. Era nata il 14 ottobre del 1906. Morì il 4 dicembre del 1975 a 69 anni. Nel 1963 aveva, dunque, la saggezza per esprimere un giudizio maturo, quasi definitivo. Sulla questione sionista, i due amici, Scholem e Arendt, avevano atteggiamenti estremi opposti. Scholem era favorevole allo Stato moderno di Israele inteso come terra promessa da Dio in cui si parla, come lingua ufficiale, un ebraico antico modernizzato. Arendt sosteneva invece che il cosmopolitismo ebraico era possibile proprio per l’assenza di uno Stato-nazione; cioè, l’assenza di una organizzazione statale che pretendeva di garantire ed esaltare la ricchezza storica e culturale del popolo ebraico.
Passò un mese e il 24 luglio successivo, Hannah Arendt che, ormai risiedeva a New York, rispose: «Hai perfettamente ragione – non sono animata da alcun amore di questo genere, e ciò per due ragioni: nella mia vita non ho mai ‘amato’ nessun popolo o collettività. […] In secondo luogo, questo ‘amore per gli ebrei’ mi sembrerebbe, essendo io stessa ebrea, qualcosa di piuttosto sospetto». E concluse: «Ebbene, è in questo senso che io non ‘amo’ gli ebrei, né ‘credo’ in loro; appartengo semplicemente a loro». In altri termini, se l’ebraismo è una religione, si può essere tedeschi ed ebrei, italiani ed ebrei, francesi ed ebrei, cinesi ed ebrei, russi ed ebrei, americani ed ebrei. Se l’ebraismo è una religione ed io costituisco uno Stato sulla base di una religione, costituisco per definizione una teocrazia. Una teocrazia non è mai una democrazia. Questo è uno dei motivi per cui Hannah Arendt era contraria alla creazione di uno Stato Ebraico, ovunque, in Palestina o in ogni altro luogo nel mondo. In questo senso, la Arendt abbandonò, senza rifiutare, il suo ebraismo dominante. Anche perché, cercare una identità nazionale è sempre un modo per fuggire dalla propria umanità, un tentativo che consiste sempre «in ultima analisi, nella fuga, ovvero nel mettersi in salvo in una patria»[1].
Qualche anno dopo, nel 1945, Hannah Arendt andò più diretta: «è un fatto provato che i sionisti non abbiano mai saputo veder chiaro nel futuro degli ebrei emancipati». Nel 1946, ancora: «Nell’Europa occidentale questa ambiguità divenne decisiva per il comportamento sociale degli ebrei assimilati ed emancipati. Essi non volevano e non potevano appartenere più al popolo ebraico […]». Il 30 giugno del 1947, in una lettera a Karl Jaspers, nel solito modo esplicito: «Vede, per noi e per molti altri oggi è divenuto del tutto ovvio che, se noi sfogliamo i giornali, veniamo a sapere soltanto ora che cosa succede in Palestina – benché io non abbia alcuna intenzione di andare mai laggiù, e benché io sia quasi fermamente convinta che là tutto andrà storto».
In molti pensano che questo atteggiamento fosse una considerazione derivante da un fatto storico se non, addirittura, da una cronaca. È un modo per svilire e una forma di riduzionismo del pensiero della Arendt, che invece è molto approfondito e, per certi versi, superiore e, per qualche verso, estraneo al problema ebraico. Il problema della propria nazionalità o della propria partecipazione, il problema esistenziale della sopravvivenza dell’umanità è politico e legato alla propria capacità di essere apolidi, un concetto inscindibile dal generale cosmopolitismo.
Il 24 marzo del 1930, alla sola età di 24 anni, Hannah Arendt era già piena della natura esistenziale della sopravvivenza dell’umanità grazie al cosmopolitismo e scrisse a Jaspers una considerazione che sembra ermetica ed è stata, nella molteplice analisi interpretativa del suo pensiero, troppo sottovalutata. Scrive Arendt, con linguaggio forse eccessivamente esplicativo di quegli anni: «Il testo della mia conferenza vuol essere soltanto un lavoro preliminare e deve dimostrare che sul terreno della ebraicità può crescere una determinata possibilità di esistenza, da me indicata in via del tutto provvisoria e approssimativa, come adesione al destino». I più banali interpreti potrebbero immaginare che l’adesione al destino, terminologia heideggeriana e molto nazista da cui certamente la Arendt era influenzata, consista nella realizzazione di un popolo in un determinato periodo storico, totalmente dentro la propria identità al fine di realizzare la propria missione storica espandendo il proprio territorio opportunamente e ipocritamente chiamato patria. Sennonché il territorio del mondo non è di nessuno e il concetto di patria è un inganno. Hannah Arendt lo chiarisce subito: «Questa adesione al destino cresce proprio sul fondamento di un’assenza di terreno, e trova compimento appunto, soltanto nel distacco dall’ebraismo». Allora, niente terreno o territorio: «Un’interpretazione autentica di questa capacità di possedere un proprio destino non dovrebbe trovar luogo qui» o altrove.[2]
Obbiettivo di umanizzazione esistenziale è, dunque, il distaccarsi dalla propria identità: «In vista di essa, comunque, il dato di fatto dell’ebraismo diverrebbe addirittura irrilevante». È insignificante, cioè, il dato di fatto della propria identità e addirittura limitante rispetto alla esigenza di sentirsi pienamente travolti dal destino intero dell’umanità. Con questa fuga nello Stato nazionale identitario, tutti coloro che cercano un ruolo storico primario per la propria patria, «larghi settori del popolo, e non solo coloro che vivono in Palestina, non solo i sionisti, rinunciano a considerare la sopravvivenza come lo scopo di tutta la propria vita, e sono pronti a morire». Aveva 24 anni, e già la pensava così. A 57 anni, quando rispose a Scholem, questo pensiero era profondamente radicato. Talmente radicato, forse, da far crescere delle antenne in grado di percepire prima degli altri i rischi di un’operazione illegittima, «Nessuna necessità economica costrinse gli ebrei ad andare in Palestina negli anni decisivi nei quali l’immigrazione in America era la naturale fuga dalla miseria e dalla persecuzione» (1950), e ingiustificata per «un popolo che per duemila anni aveva fatto della giustizia la pietra angolare della propria esistenza spirituale e comunitaria» ed ora l’aveva abbandonata. Un popolo che era passato dalla mentalità della diaspora alla mentalità del combattimento e «questa è la misura del nostro fallimento» (1948). La previsione è automatica: «l’edificio crollerà se le nostre menti e le nostre idee non si adatteranno a nuovi fatti e a nuovi sviluppi», se non cancelleremo dalle nostre menti la dominazione cognitiva del nazionalismo.
2 – modelli sociali alternativi
Tuttavia, c’è un aspetto (o forse due) dell’analisi di Arendt, pur pienamente condividendo l’impostazione generale sul cosmopolitismo e sulla erranza dell’apolide, che ritengo sbagliato. Crediamo davvero che il conflitto storico israelo/paletinese sia circoscritto alla occupazione del territorio, al reciproco alternativo, competitivo e, dunque, bellico posizionamento?
Non credo.
O, almeno, non principalmente.
Credo, piuttosto, che il problema centrale sia quello di aver proposto e, per molti versi imposto, da parte degli israeliani, un modello sociale occidentale.
In Palestina il potere certamente è sempre stato conteso e contestato tra arabi ed ebrei. Ma siamo sicuri che il modello sociale di vita fosse molto diverso?
Shlomo Sand, storico israeliano, basandosi su fonti e reperti archeologici mette in discussione le fondamenta identitarie dello Stato di Israele, affermando proprio che, alla fine, il modello sociale era lo stesso per tutti in quell’area geo-storica e che la fede ebraica è stata costruita accogliendo una moltitudine di convertiti provenienti da varie aree del Medio Oriente e dell’Europa orientale.
Per l’ebreo Shlomo Sand la storia ebraica è senza fondamenti. È una storia inventata, con un nemico oggettivo, indispensabile per esercitare la tattica di propria identificazione. «È ben noto che nelle guerre della storia moderna è sempre il nemico che ha dato inizio alle ostilità; è per questo che lo Stato ebraico, pacifico, afferma di non aver fatto altro che rispondere agli attacchi di cui è stato oggetto. Qual è la verità? È così che si scrive la storia? Non ci sono, nella recentissima tragedia, un inizio lontano nel tempo ed un altro recente del tutto diversi, e piuttosto imbarazzanti?» scrive il professore. La sua storia racconta di una minoranza sionista elitaria che ha deciso, invece di favorire il flusso di emigrati ebrei verso il Nord America, di invertirlo sulla base di motivazioni religiose, verso una sovranità autoproclamata nell’antica Canaan, invocando la Bibbia. Erano coloni che non avevano alcuna volontà di integrazione, ma che, fin dall’inizio, avevano come obiettivo la sostituzione delle popolazioni arabe nomadi, con la fondazione dello Stato Ebraico. E questo gruppo, alla fine, «ha terminato il proprio viaggio non a San Francisco, ma a Gerico, e invece di fondare Las Vegas ha fondato delle colonie nella valle del Giordano»[3].
Senza fondamenti, Israele ha realizzato politicamente una anomala teocrazia secolarizzata, che è la stessa tendenza forte presente oggi in Iran. La differenza è che questa teocrazia secolarizzata israeliana è sostenuta da un modello sociale occidentale, mentre quella iraniana è spinta da una occulta e occultata rivendicazione di diritti, sulla base di un modello sociale islamico. L’oggetto reale dello scontro tra israeliani e palestinesi, tra israeliani e mondo arabo, è la presenza di un modello sociale occidentale dentro la loro Piattaforma Continentale di Nazionalità[4]. È uno scontro tra modelli sociali diversi e talvolta alternativi.
Per Arendt la forza degli ebrei era quella di sentirsi uguali agli altri. «Mai nella storia degli ultimi cent’anni il popolo ebraico ha avuto una chance così grande di acquisire la libertà e di essere promosso al rango delle nazioni dell’umanità. Tutte le nazioni europee sono diventate popoli di paria, tutte sono costrette ad accettare di nuovo la battaglia per la libertà e per l’uguaglianza dei diritti. Il nostro destino, per la prima volta, non è un destino speciale, la nostra battaglia, per la prima volta, è identica alla battaglia per la libertà dell’Europa»[5].
Forse non è così. Forse nel mondo avremmo bisogno di qualcuno che sappia essere diverso; nel senso di non essere uguale a chi ha utilizzato stragi per affermarsi o per superare il senso di colpa collettivo di ciò che non si è saputo fare, della incapacità di reagire. Essere diversi dai guerrafondai ed essere finalmente costruttori di pace. Questa è la vera chance che Israele ha perduto: la possibilità, definitivamente abbandonata, di non impostare la propria presenza in Palestina sulla base di una rivendicazione storia, come tutti gli altri occupanti. La vera innovazione, la vera diversità, sarebbe stata quella di impostare la propria presenza in Palestina (o ovunque nel modo) sulla base di una integrazione culturale e politica. Proprio in Palestina, Israele avrebbe potuto farlo, perché il modello sociale ebraico storico non era troppo dissimile al modello sociale arabo. Invece è avvenuto meglio altrove, in altri paesi occidentali, dove, oltre alla religione, si condivide il modello sociale generale.
La verità è che Israele mira ad una «pulizia etnica di fedeltà religiosa» sui territori da loro governati, né più e né meno di quanto fanno gli stati islamici. È il modello sociale, non la condizione politica, ad essere diverso. E per gli arabi questo modello sociale occidentale è un insulto, perché è la prova che gli arabi pagheranno ingiustamente per le colpe storiche commesse dagli occidentali. I colpevoli hanno imposto agli innocenti la prigionia per i loro reati. Proprio perché riconosciamo ad Israele il diritto di essere sé stesso, dunque, noi occidentali dobbiamo sentirci colpevoli di ciò che è accaduto e che sta accadendo in Palestina. Naturalmente potremmo rimediare, se solo volessimo. Ma non lo vogliamo, perché siamo noi Israele; Israele è ciò che siamo sempre stati e ciò che ancora siamo.
Lo sa Marcello Pera, che considera Israele «la faglia che divide l’Occidente dai suoi nemici». La sa che «un viaggio in Israele è anche un viaggio di ritorno, verso casa. Lì c’è un brandello di Europa catapultato in mezzo al deserto, un pezzo di noi lontano da noi. Le radici del sionismo sono radici europee. L’Olocausto è una indelebile tragedia europea. De te fabula narratur. Per questo, andando in Israele, devi interrogarti, capire perché è diffidente di te, capire perché vuole parlare con te, e capire anche se tu sei in pace con te stesso». Lo sa Marcello Pera che «Torniamo a casa, andando in Israele»[6].
Arginare Israele significa arginare noi stessi. E questo non lo vogliamo semplicemente perché non ci interessa. Come tutti i potenti non vogliamo davvero che il mondo evolva nella sua complessità. Vogliamo soltanto che ci assomigli o altrimenti scompaia. Il massacro ci disturba ma non ci cambia. Sopportiamo con estrema comodità l’opportunità politica, senza capire che nel medio periodo, cioè nel mondo della società della comunicazione, proprio quel massacro distrugge definitivamente ogni nostra opportunità politica.
Ciò che Marcello Pera non sa e non dice è che quello è il problema: essere occidentali in un mondo arabo. È il modello sociale innaturale, astorico, che viene rifiutato, non la connotazione politica o l’occupazione territoriale, l’invadenza, non l’invasione. Ne è perfettamente cosciente Benyamin Netanyahu, che, per affermare il modello, auspica che ogni ebreo si compri una casa di campagna in “Giudea e Samaria”, in Cisgiordania. E per indicare la distanza del proprio modello sociale da quello arabo dichiara: «Hanno costruito dei tunnel contro di noi, invece di costruire scuole, ospedali e alberghi». La logica degli alberghi e della ricchezza turistica è la percezione logica del mercato occidentale. E proprio io che sono un forte sostenitore del modello sociale occidentale, comprendo il suo struggente paradosso: che il massacro guerrafondaio è la sua più ampia e definitiva autodistruzione.
3 – la risorsa delle associazioni miste
È chiaro che ci si ribella sempre contro l’invasione, ma l’invadenza induce il rifiuto. L’invasione produce il conflitto, che può trovare una forma di pacificazione; l’invadenza genera il rigetto, che non può essere arginato da alcuna mediazione, che non può essere normalizzato, non può essere evitato, né ridotto perché è una reazione patologica, irrefrenabile, irrazionale, fisica. Può essere soltanto curato, sanato, con una terapia metodica, paziente e costante. La cura non sarà uno slogan: «due popoli, due Stati». Questa può essere una comoda ed ipocrita risoluzione; ma non sarà mai una soluzione. La soluzione può essere soltanto la costruzione di un modello sociale integrato, proprio, autonomo; un modello sociale arabo/ebraico che le famiglie miste israelo/palestinesi, madre israeliana e padre palestinese, madre palestinese e padre israeliano, che si stavano espandendo nei territori di confine e che sono state colpevolmente distrutte, addirittura sterminare, separate con violenza, violate e violentate da bulldozer che ne hanno distrutto la casa per favorire una integrità etnica che scaturisce sempre ed inevitabilmente in uno sterminio. La strada della integrazione multietnica e multipolare, cosmopolita, in grado di costruire un modello sociale nuovo per diversi popoli in un solo Stato, è da realizzare nelle famiglie.
È la storia di Tzachi Halevi, 43 anni, ebreo, e Lucy Aharish, 37 anni, palestinese, musulmana, che, dopo essere stati innamorati per molti anni, hanno deciso di sposarsi, in Israele, sconvolgendo tutte le certezze puritane dei reciproci fondamentalismi fideistici. Hanno urlato, con il loro gesto rivoluzionario, che non c’è nulla di più puro dell’amore. Israele è rimasto profondamente turbato perché Israele, in preda ad una follia giuridica, vieta i matrimoni misti. Ma non ha potuto vietare quello tra Tzachi e Lucy, per la notorietà televisiva dei protagonisti. A riprova, se ce ne fosse ancora bisogno, che la società della comunicazione abroga ogni pregiudizio. Lui è un noto attore e lei una altrettanto nota giornalista televisiva. Si sono sposati in estremo segreto e, quando è arrivata la notizia, non c’era più niente da fare. Si sono alzate grida di protesta e condanne di eresia da parte del fanatismo religioso; ma non c’è stato altro da fare, nonostante che in Israele, dove vivono, non siano consentiti matrimoni misti, cioè tra persone di diversa religione. Loro, però, amanti clandestini, si sono sposati in gran segreto, contro l’ostruzionismo dei loro stessi genitori. Lucy e Tzachi si sono presentati in silenzio al municipio di Hadera e si sono sposati. Le grida di scandalo hanno raggiunto i vertici della politica nazionale e Aryeh Deri, leader del partito religioso Shas, ha minacciato che «con una madre musulmana e un padre ebreo, i futuri figli della coppia affronteranno seri problemi in Israele. Non dobbiamo incoraggiare questi matrimoni nonostante l’amore».
Perché?
Perché «l’assimilazione consuma il popolo ebraico».
Di questo hanno paura: che i matrimoni misti, cioè l’assimilazione, produca una sostituzione della propria paradossale, contraddittoria, medievale religiosità etnica. Hanno paura, come ha proclamato Oran Hazan, che l’assimilazione impedisca «alla progenie ebrea di continuare la dinastia» e che quindi non sia possibile, secondo Bentzi Gopstein, capo dell'organizzazione di Lehava, «preservare la dignità del popolo ebraico».
Invece è proprio l’assimilazione tramite matrimoni misti una delle più importanti soluzioni di questo infinito e infinitamente doloroso conflitto, nonostante che Israele continui a negarne la legittimità. Sono molti anni che in Israele, con la Legge sulla cittadinanza, ha trasformato il ricongiungimento familiare tra coppie miste, in un crimine: un divieto istituito nel 2003 come misura di sicurezza provvisoria ed è rimasto, sopravvissuto a diverse sfide legali.
4 – il Parent Circle familiare
Il Parent Circle è la soluzione.
Il Parent Circle-Families Forum è una associazione israelo-palestinese che riunisce circa 600 famiglie che hanno perso un familiare per colpa del conflitto e che, integrando le diversità, tentano di generare un processo di pacificazione, una riconciliazione, una pace definitiva e duratura.
Il concetto è significativo e può essere esteso alle famiglie miste tra israeliani e palestinesi. È un’area politica molto significativa per favorire la realizzazione di un modello sociale nuovo, che abbia nella integrazione il presupposto della pace.
Un Parent Circle esteso e costantemente estensivo, non solo come associazione, ma come integrazione genitoriale, familiare, per la costruzione comune di un modello sociale integrato e accogliente di due popoli in un solo Stato, in modo che le divisioni, il cleavages del confronto democratico, non siano etniche ma politiche. La soluzione per una definitiva pacificazione è il meticciato culturale e cognitivo, la nascita di nuove generazioni di mulatti etnici che siano in grado di creare un modello sociale nuovo, umano, inclusivo e definitivamente indifferente, totalmente ignaro delle appartenenze. Sarebbe un ottimo esempio per il mondo intero, per un cosmopolitismo umano di nuovo tipo, in cui non c’è l’altro, non c’è il nemico, ma, coscienti che, come diceva Derrida, «chiunque altro è tutt’altro», che nasciamo tutti diversi.
La politica sia l’artificio che ci rende tutti uguali, ugualmente umani.
NOTE
[1] Come scrisse Hannah Arendt nel commentare le idee di Theodor Herzl già nel luglio 1942. HERZL T., Lo Stato Ebraico, Il Nuovo Melangolo, Genova 2024
[2] Tratte da DAL LAGO A. (a cura di), Hannah Arendt – Karl Jaspers. Carteggio, Feltrinelli, Milano 1989
[3] SAND S., L’Invenzione del popolo ebraico, Rizzoli, Milano 2010 e SAND S., Come ho smesso di essere ebreo, Rizzoli, Milano 2013
[4] CALVI M., CECI A., CECI E., Stateless. Piattaforme Continentali di Nazionalità, Ibiskos, Empoli 2014
[5] ARENDT H., Antisemitismo e identità ebraica. Scritti 1941 -1945, Edizioni Comunità, Torino 2002, 15
[6] PERA M. e MACALUSO E. (a cura di), Perché Israele. Appuntamento a Gerusalemme, Belforte Editore, Livorno 2003, 11 - 13
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