EPISTEMICA DELLO STUPRO

 

 

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ALESSANDRO CECI

In una analisi approfondita sullo stupro infantile, qualche anno fa, Dacia Maraini individuava la violenza più crudele di questo assoluto atto di sopraffazione, nel fatto che rende “il bambino nemico di se stesso”[1]. Vale per qualsiasi forma di stupro, verso chiunque sia rivolto, qualsiasi sia la vittima; perché lo stupro non è un desiderio sessuale estremo ed estremizzato, ma un’azione di dominio o un atto di dominazione. È un’azione di dominio, cioè un comportamento individuale di un individuo su un altro ritenuto più debole quando è uno stupro individuale. È un atto di dominazione quando è l’espressione di supremazia di un gruppo organizzato, sia esso, come accade più frequentemente, un gruppo di natura bullistica, sia esso una azione simbolica di supremazia e di disprezzo condotta da una organizzazione terroristica, come spesso accade nelle tattiche di provocazione.

In ogni caso “quasi sempre la vittima introietta il disprezzo dell’aguzzino e si giudica sporca, mostruosa”[2]. Tuttavia, è questo che resta dentro ogni vittima, un “perverso meccanismo mentale”[3], una colpa che si radica nel profondo emozionale di chi viene stuprato. La crudeltà non è nemmeno la devastazione del corpo, l’invadenza offensiva dell’appropriazione dell’altro, l’invasione che si trasforma in devastazione. La crudeltà è nell’accettazione silente di uno status finora tollerato, per quanto inammissibile; nel “destino già scritto[4] nell’habitat, nella storia, forse finanche nell’archetipo culturale dei luoghi. Una colpa ineliminabile, “un evento crudele ma inevitabile come un terremoto, un’alluvione”[5]. E se la colpa è trasmessa alla vittima, è sottratta all’artefice.

Il primo aspetto rilevante dello stupro è quello che possiamo denominare “stupro da condizione”. Si tratta della tipica percezione psicosociale che si riscontra in determinati habitat sociali; quelli che Pasolini considerava sottoproletariato. Lo stupro, in questo caso, rappresenta una condizione di emarginazione. Il sesso assume una funzione di rivalsa. Pasolini ha descritto questa sessualità imposta, violenta, rapace, come “consolazione della miseria”[6], espressione di un mondo estraneo, escluso, escludente, in cui domina la puttana che, in realtà, “è una regina”[7] e, proprio come una regina, siede sul suo trono, su un rudere di periferia; governa un territorio, “pezzo di merdoso prato”[8], avendo per scettro “una borsetta di vernice rossa”[9]. Non è classificata nelle statistiche criminologiche, ma la prostituzione è una forma di stupro. Lo stupro della vita, la sopraffazione della quotidianità a cui devi comunque legarti per sopravvivere, che ti piega, addirittura prona a quel “perverso meccanismo mentale”, al trasfert della colpa dal colpevole alla vittima, che ti fa abbaiare “nella notte, sporca e feroce come un’antica madre”[10]. Nella poesia di Pasolini, in cui questo stupro prodotto da una condizione sociale, questa nuova manifestazione dell’alienazione generato dalle sperequazioni dell’habitat, sono descritti anche i colpevoli, gli stupratori, “I magnaccia, attorno, a frotte, / gonfi e sbattuti, coi loro baffi / brindisini o slavi, sono / capi, reggenti: combinano / nel buio, i loro affari di cento lire / ammiccando in silenzio / scambiandosi parole d’ordine”[11]. Ed io li vedo, il gruppo di ragazzi che escono da un pub, ubriachi o anche soltanto brilli, che vedono una ragazza passare, che si guardano in silenzio, che ammiccano. Il loro sguardo è una parola d’ordine e la seguono, accelerano il passo, la inseguono, gonfi e sbattuti dall’alcool o da qualche ultima droga. Forse non hanno baffi. Forse non sono né brindisini, né slavi; ma si sentono capi, reggenti, considerano quella ragazza una puttana e loro sono i magnaccia che hanno potere totale sul suo corpo, di cui reclamano l’assoluto asservimento, la definitiva prostrazione. Si sentono capi, potenti dominatori del presente “puntellato”[12] della nostra epoca, ma, anche se sono ricchi o figli della borghesia urbana, restano comunque “silenziose carogne di rapaci”[13], che cercano la loro rivalsa perché, in realtà, “il mondo, escluso, tace / intorno a loro, che se ne sono esclusi”[14].

C’è un secondo aspetto dello stupro che riguarda quasi esclusivamente lo stupro collettivo. Si tratta di un atto violento indispensabile per assumere una connotazione identitaria nel gruppo dei pari. Possiamo denominarlo “stupro da identificazione”, poiché rappresenta un vero e proprio atto di adesione e di partecipazione alla identità ed alla identificazione di partecipanti a determinati gruppi di primario livello organizzativo. Si tratta di una funzione tipica anche delle organizzazioni criminali la cui aderenza ha il vincolo di un atto violento di affiliazione. Però, l’azione identitaria compiuta con una violenza sessuale ha un significato particolare. È un modo per rinascere “nei rifiuti del mondo”, per trovare una regola comune e una regolarità individuale nei comportamenti condannati dalla legge, per ottenere “un nuovo /onore dove onore è disonore”. Un modo per sentirsi potenti e feroci, feroci come i potenti, nascosti “dietro mareggiate di grattacieli / che coprono interi orizzonti”. La ricerca della identità del gruppo annulla l’identità della donna. La persona violata diventa strumento della violenza. Non è più persona. Non è vero che il maschio utilizza lo stupro per intimidire, per minacciare. O forse non è solo per questo. Principalmente i maschi stuprano le femmine per riconoscersi nella loro mascolinità. Scrive Brownmiller “la scoperta da parte dell’uomo che i suoi genitali potevano servire come arma per generare paura deve essere annoverata tra le più importanti scoperte dei tempi preistorici, insieme con l’uso del fuoco e le prime rozze asce di pietra”[15].

Se il sesso è un’arma, la sessualità ottenuta con una rapina o con una conquista, è la più primordiale espressione di un potere: la supremazia. Possiamo infatti denominare il terzo aspetto della violenza sessuale come “Stupro supremazia”. Non amore, ma prostrazione, sesso ottenuto con facilità per imposizione, senza compromissione, senza fatica, dove “il miserabile si sente uomo”. È difficile riconoscerlo, travolti da una narrazione che racchiude la colpa al comportamento individuale, ma il colpevole, sullo stupro, “fonda la fiducia nella vita”, nella sua vita, nella sua forza che si impone ad altri, la sua strafottenza che “disprezza chi ha altra vita”, il suo dominio che ha bisogno insuperabile di giustificazione. In questo senso il potere esclusivo del proprio sesso è, a sua volta, escludente. L’avventura della sopraffazione, della usurpazione, della dissacrazione è la spinta al potere, “sicuri di essere di un mondo / che di loro, del loro sesso, ha paura”. Lo fanno come se fosse un gioco, poiché hanno “loro forza nella leggerezza”. Lo fanno senza alcuna clemenza e comprensione per la vittima, perché “la loro pietà è nell’essere spietati”. Lo fanno incoscienti delle conseguenze e di ogni possibile danno, giacché sentono “la loro speranza nel non aver speranza”.

A terra resta lei, strumento di altri desideri, abbandonata all’insulto, sconquassata dalla sovrapposizione, calpestata letteralmente, in preda ad una sensazione di furto, invasa, sentirsi terra devastata dagli zoccoli duri di cavalli di conquista o dagli scarponi arcigni degli eserciti. Una sensazione che altrove[16] ho definito, come simbolo di sottrazione del potere della genesi, la sindrome d’Istefano.

Nel 1452, Niccolò Muffel “venne in Roma per l’incoronazione dell’imperatore Federico III, e ivi comperò, a buon mercato (così egli dice), una notabile indulgenza”[17]. Evidentemente colpito dalle ignote vicissitudini di Celestino V, gli cambia il nome in Istefano e racconta questa storia simbolica: “Quando il papa Stefano vide venire i diavoli in figura di corvi e di cornacchie innumerevoli, subito si confessò, e si fece tagliare a pezzi, e gli uccelli diabolici ne portarono via i lacerti e le viscere, meno il cuore che fu sepolto in San Giovanni in Laterano”[18].

Essere costretti a concedere il corpo per salvare l’anima. Lo stupratore non concede altra scelta alla vittima. È costretta a lasciare al corpo il dolore per ottenere il silenzio indispensabile per ogni possibilità di riappropriazione.

In un verso felice di Idea Vilariño[19] ci concede l’immagine precisa della vittima che si abbandona al carnefice per togliergli definitivamente il potere di offendere, quando è soffocata dal peso enorme della colpa di essere femmina, cercando la forza di resistere socchiudendo gli occhi per non sentire più l’ingiustizia atavica. Sente, invece, l’affanno di vivere in un fascio di spade. Cerca una soluzione e, forse, per avere comunque una soluzione, nel momento in cui il dolore immutabile, combattuto e senza clemenza di un coito interminabile, in attesa che tutto raggiunga il suo apice feroce, bestiale e si afflosci all’improvviso senza più alcun potere, aspetta, si abbandona ai corvi diabolici e alle innumerevoli cornacchie che la smembrano a pezzetti, che le strappano la carne a brandelli e le esportano l’utero, buttata per terra nella pura umiliazione e sporca di sperma. Marchiata. Quello sperma acido, acerrimo, addosso e dentro, brucia indelebile come “la lettera scarlatta” nel bellissimo romanzo di Nathaniel Hawthorne. Anche questo è un modo per non sentire più il dolore del mondo, un modo per scomparire. La sindrome di Istefano, una coscienza talmente estensiva del dolore che si annulla annullando l’oggetto del desiderio, il corpo, in modo che il carnefice sia definitivamente condannato a non poter ottenere mai più il suo godimento. In qualche modo donarsi al dolore di essere costretti ad essere sé stessi.

Alla fine di tutto, lo stupro, lo stupro di gruppo, come il femminicidio, nella forma della tortura e dell’assassinio, rappresenta questa ultima devastante complicità, questa lotta eterna, senza pace, autodistruttiva, questa vendetta definitiva, comoda, immediata, istintiva per annichilire ogni coscienza di morte.

Paradossalmente però proprio questo è morte, perché lo stupro e il femminicidio non sono altro che il riconoscimento della propria debolezza, il simbolo e il significato della impotenza assoluta; perché, per quanti sforzi fisici e cognitivi un maschio possa elaborare, ogni suo atto violento dimostra la impossibilità di strappare e perfino di usurpare il potere fisico della vita che solo una femmina, di ogni specie nota, può dare.






NOTE

[1] MARAINI D., La bambina e il sognatore, Rizzoli, Milano 2015
[2] MARAINI D., cit. 2015
[3] MARAINI D., cit. 2015
[4] MARAINI D., cit. 2015
[5] MARAINI D., cit. 2015
[6] PASOLINI P. P., “Sesso, consolazione della miseria”, in Religione del mio tempo, Garzanti, Milano 1961
[7] PASOLINI P. P., cit. 1961
[8] PASOLINI P. P., cit. 1961
[9] PASOLINI P. P., cit. 1961
[10] PASOLINI P. P., cit. 1961
[11] PASOLINI P. P., cit. 1961
[12] BAUMAN Z., Retrotopia, Laterza, Bari 2007, 132-133
[13] PASOLINI P. P., cit. 1961
[14] PASOLINI P. P., cit. 1961
[15] BROWNMILLER S., Contro la nostra volontà. Uomini, donne e violenza sessuale, Bompiani, Milano 1976, 13
[16] CECI A., Femminicidio: il crimine di Dio, relazione al Convegno “Sembrava amore tra bravi ragazzi. Il femminicidio tra normalità e devianza”, in Rivista Italiana della Sicurezza, Gennaio – Aprile 2018
[17] GRAF A., Miti, leggende e superstizioni nel Medio Evo, Bruno Mondadori, Milano 2006
[18] GRAF A., cit. 2006
[19]Se morissi questa notte / Se morissi questa notte / se potessi morire / se io morissi / se questo coito feroce / interminabile / combattuto e senza clemenza / raggiungesse il suo apice / e si afflosciasse / se proprio adesso / se adesso / morissi socchiudendo gli occhi / sentissi che è fatta / che ormai l’affanno è cessato / e la luce non fosse più un fascio di spade / e l'aria non fosse più un fascio di spade / e il dolore degli altri e l'amore e vivere / e tutto non fosse un fascio di spade / e finisse con me / per me / per sempre / e che non dolesse più / e che non dolesse più.

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