10 EPISTEMICA DELLA CURA 4: il potere della cura

Una relazione di dominio impuro

Alessandro Ceci[1]

benché tu sia separato dalla Chiesa e dalla compagnia dei Sani, tuttavia non sei separato dalla grazia di Dio”.
Amico mio, Nostro Signore vuole che tu sia infetto da questa malattia, e ti fa una grande grazia, quando ti vuole punire dei peccati che hai commesso in questo mondo”.
Per la qual cosa abbi pazienza della sua misericordia; perché Nostro Signore non ti disprezza affatto a causa della tua malattia, non ti separa affatto della Sua compagnia; ma se hai pazienza sarai salvo, come lo fu il lebbroso che morì davanti al castello del nuovo ricco e che fu portato diritto in paradiso"

Rituale della Diocesi di Vienna, stampato sotto 
l’Arcivescovo Gui De Poissies verso il 1478.





1. Introduzione

Per il potere, nessuna relazione di cura è innocente.

Tutte determinano una condizione di subordinazione del paziente rispetto al medico. Il potere professionalizzato della cura è il più sofisticato dei poteri. Uno che sa tutto dell’altro e l’altro non sa nulla di sé. Uno può tutto dell’altro e l’altro non può nulla per sé. Uno che fa tutto sull’altro e l’altro non può far nulla per sé. Una volta patologizzati si può soltanto cambiare despota, ma non si esce più dalla subordinazione dispotica. Possiamo concettualizzare questa situazione con una parafrasi: il potere della cura è la cura del potere.

2. Il potere della segregazione

Secondo Michel Foucault è a causa della lebbra che furono costruiti i primi ospedali, le prime istituzioni totali. I malati venivano segregati e riuniti in luoghi collettivi per spezzare i focolai di infezione. E “la lebbra si ritira, lasciando senza occupazione quei luoghi miserabili e quei riti che non erano affatto destinati a sopprimerla, ma a mantenere in una distanza consacrata, a fissarla in una esaltazione inversa” (Foucault 1998).

Ottenuti risultati positivi con la concentrazione degli infettati, la segregazione dei malati e la loro esclusione dal contatto con gli altri, cioè dalla relazione sociale, la cura è diventata un fattore escludente e limitante. La malattia sostituisce l’identità. La malattia diventa la connotazione del malato. E porta con sé la cura, una precisa struttura di potere: “se il lebbroso viene ritirato dal mondo e dalla comunità della Chiesa visibile, la sua esistenza manifesta pur sempre Dio, poiché al tempo stesso induce la sua collera e mostra la sua bontà”(Foucault 1998).

Nascono gli internati, coloro che vengono rinchiusi per essere esclusi, quelli che cominciano il percorso di disumanizzazione, chi, per qualsiasi violazione alla normalità, vive nella “condizione del diseredato, cui è stato negato il diritto di essere uomo, accumunando in uno stesso destino colpa, malattia e ogni deviazione della norma” (Basaglia e Basaglia 1968).

La letteratura è nota. Ruota tutta attorno al libro di Goffman sulle istituzioni totali di segregazione. Goffman intende per Istituzione totale “il luogo di residenza e di lavoro di gruppi di persone che – tagliate fuori dalla società per un considerevole periodo di tempo – si trovano a dividere una situazione comune, trascorrendo parte della loro vita in un regime chiuso e formalmente amministrato” (Goffman 1968). Egli distingue 5 diverse categorie:

  1. quelle a “tutela di incapaci non pericolosi” (Goffman 1968), come gli istituti per ciechi, per portatori di handicap, di orfani o le case di riposo per anziani;
  2. quelle a “tutela di coloro che, incapaci di badare a se stessi rappresentano un pericolo – anche se non intenzionale – per la comunità” (Goffman 1968), è il caso dei lebbrosi, dei reparti per malati di tubercolosi, gli infetti o gli infettati da una ultima zanzara killer, ogni posto in cui l’internato è anche untore;
  3. quelle che segregano per “proteggere la società da ciò che si rivela come un pericolo intenzionale” (Goffman 1968), come le carceri, le prigioni, gli istituti penitenziari o i campi di raccolta di immigrati, prigioni, di etnie disturbanti fino ai campi di concentramento;
  4. 4. quelle specializzate, cioè “create al solo scopo di svolgervi una certa attività” (Goffman 1968), come le caserme, le navi, i collegi;
  5. quelle liminali, fuori dallo spazio e dal tempo, staccate e “che però hanno anche la funzione di servire come luoghi di preparazione per religiosi” (Goffman 1968), come i seminari, le abbazie o i monasteri, i conventi per le suore e specialmente per suore di clausura.
Il minimo comun denominatore di tutte queste istituzioni totali è la cura, una procedura di legittimazione della struttura del potere e della supremazia gerarchica. La cura è la reale metodologia di separazione. Una metodologia di demarcazione tra me e il mondo, l’unica che possa a ragione indicare chi è mio pari e perché e chi non mi sarà mai pari.

La cura, con qualsiasi nome venga connotata, esercita, in primis, il potere attraente di segregazione.
Questa reciproca coniugazione della segregazione e della cura fa del medico il missionario che realizza la volontà di Dio nel mondo, il suo discepolo più intimo, il suo ultimo, definitivo interprete, perché l’unico in grado di resuscitare i morti.

3. Il potere della demarcazione

La cura è dunque il principio di demarcazione, il criterio con cui si stabilisce chi merita di essere malato e chi no, chi è nel male e chi è nel bene.
Qualche anno fa, in regimi post bellici, nel totalitarismo comunista russo e cinese, i dissidenti venivano internati in manicomi psichiatrici e giudicati pazzi.

Perché?
Perché non semplicemente in carcere?

Venivano internati per essere curati dalla pazzia del loro dissenso. La critica al totalitarismo è il sintomo di una malattia mentale. Nella rivoluzione culturale cinese, come nel film “Arancia Meccanica”, era indispensabile una rieducazione, una vera e propria cura in cui il paziente, malato di dissenso, doveva essere riformattato e soltanto dopo poteva essere re-immesso nel tessuto sociale. Il potere del partito consisteva nella demarcazione tra chi era considerato sano e normale, chi meritava di essere governato, e tra chi era malato e anormale, chi bisognava che fosse curato. La cura tracciava la demarcazione tra chi stava di qua e chi stava di là. La cura stabiliva chi ne aveva bisogno e chi l’aveva ottenuta. Vale, anche se in forma attenuata, nei sistemi politici democratici, dove il comportamento anomalo e non conformista viene giudicato espressione di una malattia o più semplicemente di un disagio. Il potere è pervasivo, ovunque, e la cura consiste nell’essere internato, altrove.

Vaclav Havel racconta che, quando andava al mercato in epoca sovietica, trovava scritto sulla frutta lo slogan “il comunismo è bello”. Come mai? Accade spesso anche da noi rispetto alla bontà di Dio. Come mai? In un totalitarismo, specie se teocratico, non c’è pace, la presenza del comunismo (o di Dio) è ovunque, in ogni angolo del reale. È chiaro allora che chi lo contesta è fuori della realtà, è pazzo e deve essere internato per essere curato. La cura serve a purificare il dissenziente inquinato, infettato e infetto, il pazzo che introduce il conflitto e il dubbio, il male nella bontà e nel bene di Dio (o del comunismo). La cura permette di demarcare gli ambiti e la “riplasmazione dell’uomo” (Infantino 2013).

La conversione è la cura, l’unica possibilità di uscire dalle istituzioni totali di internamento, la fine della patologizzazione del dissenziente, il ritorno del figliuol prodigo sotto il dominio e la regola inamovibile e inflessibile del padre. Il medico ha il potere di provvedere alla cura, decide l’internamento o la reintegrazione, il tutore del controllo sociale. La cura è la fine del male. La promessa salvifica dell’umano.
Nella cura siritrovano le 3 caratteristiche che per Simona Forti (Forti 2007) sono connotative del totalitarismo:
  1. relazione complementare tra vita e morte che cura controlla. La morte e la vita sono due opposti complementari, l’uno non può definirsi senza definire contemporaneamente l’altro. “Ci siamo spartiti come due ladroni il capitale delle notti e dei giorni”(Borges 1981). La morte, “ubiquamente estranea” (Borges 1981), condiziona la vita. La cura ci illude di poter evitare di superare il confine. O sarà sempre una cura quella che ci condurrà nel nulla. Senza la cura si afferma, infatti, l’assoluto potere di uccidere. O di uccidersi. Far morire, aiutare a scomparire, richiede un potere esclusivamente riservato alla cura. Una mia amica, malata di cancro, trasferita in una clinica per malati terminali, è diventata preda della morte e la cura si è trasformata in un palliativo dell’attesa. Prima, quella stessa cura era una terapia della speranza. Nell’un caso e nell’altro la cura ha mantenuto il suo potere di governare il passaggio, il potere della demarcazione a cui dobbiamo affidarci; perché la cura controlla la vita e la morte. Quale vita e quale morte. Il controllo della vita è la più devastante forma di totalitarismo.
  2. relazione gerarchica tra realtà della malattia e verità della cura è una relazione di potere precedente all’avvento della professione del medico. Addirittura, prima dell’avvento del medico la relazione di potere era più forte e devastante. La verità della cura in Occidente è nata il 1707, con i decreti di Marly che regolavano per la prima volta “la pratica della medicina e la formazione dei medici” (Foucault 2004). Una verità scientifica istituzionalizzata, ufficiale. Prima la verità della cura era un rito, anche peggio, affidato ai segni, alle intuizioni e alle alchimie di sciamani tradizionali o improvvisati. La malattia era una colpa. La cura una purificazione. La verità incontrollata e fideistica aveva un potere assoluto e devastante, priva della legittimità tecnocratica della scienza. La psichiatria o la psicologia erano totalmente inesistenti. C’era il sacerdote, lo stregone, il santone e, nelle culture più emancipate come quella egiziana, greca o orientale, esisteva una figura (diversamente denominata) molto simile al nostro cerusico, un mix di medicina alchimistica e di chirurgia a bassa intensità sui vivi e ad alta intensità sui cadaveri. La verità si costruiva, o si intuiva, sulla esperienza e sul pregiudizio. La distanza con la realtà dell’ammalato era abissale. La verità era la cura e la cura era la verità. La verità era falsamente terapeutica scissa dalla realtà dei malati che lottano da soli nel tentativo disperato di combattere la morte. Il potere della cura è decrescente rispetto alla specializzazione scientifica della medicina. Il potere era molto più definito e molto più definitivo. Chi detiene il possesso della verità ha sempre una posizione gerarchica rispetto a chi subisce la realtà. Chi ha la verità, troverà sempre una cura per somministrarla. Molto spesso il malato, o il presunto tale, riceve una cura che non riguarda la sua malattia, ma la tutela del gruppo o della comunità. E subisce terapie di sperimentazione. La cura ha trasformato la realtà in verità gradualmente e gradualmente trasformando il paziente in cavia sociale. Il malato è la cavia che permette alla verità di sperimentarsi, la cavia del processo di falsificazione che rende teorica la fede e verosimile la verità, una cavia indispensabile alla affermazione del potere della conoscenza.
  3. relazione connettiva di passaggio dalla malattia al benessere. Il potere della cura è essenzialmente nella connessione, nel collegamento tra la malattia e la salute. Un potere che scarica la oggettività degli strumenti e della terapia sulla soggettività della patologia. Il potere connettivo della cura consiste nell’accoglienza e nella congiunzione tra lo spavaldo sguardo del medico sulla timorosa occhiata del paziente; una relazione che unisce due percezioni diverse, quella della ricerca e quella della esperienza, quella della specializzazione e quella della vita quotidiana. “Lo spazio dell’esperienza sembra identificarsi col dominio dello sguardo attento, della vigilanza empirica aperta all’evidenza dei soli contenuti visibili. L’occhio diventa il depositario e la fonte della chiarezza; ha il potere di portare alla luce una verità che accoglie solo nella misura in cui le ha dato vita” (Foucault 2004). È la solita lotta del bene contro il male. La lotta che connette il bene con il male. La cura è un intermedio, come la politica, è una relazione che nasce nell’infra (Arendt 2006) di due assoluti, l’intervallo di sostenibilità della salute. Il paziente viene trasportato dentro la presunta e presuntuosa oggettività della cura. Si denuda della vita. Si ammutolisce. Sebbene provi a prendere coscienza di sintattiche professionali, sebbene tenti di diventare un “professionista di se stesso”, sebbene cerchi di possedere i significati della malattia, non riesce. La verità è sempre un’altra. Il potere è giustificato dal bene, seleziona e controlla le informazioni e le trasforma nella procedura della cura e in comunicazioni controllate con il paziente che cambia linguaggio. La cura determina una civilizzazione culturale del paziente che impara nuove parole, nuovi paradigmi cognitivi, nuove regole morali con cui può soltanto immaginare ciò che il medico crede (o finge) di capire. Entrambi partecipano ad una narrazione di status in cui non si ritrova “il ricordo del dolore e dello star bene” (Moruzzi 2017). Senza dolore e senza benessere, nel limbo della cura. Nella connessione morale assoluta, il paziente è solo ma il medico no. Il medico partecipa ad un sistema autoreferenziale di accreditamento della giustizia e della bontà, è il nemico del male. La cura isola il male, isola il paziente che diventa facile preda di un dominio talmente assorbente da essere condiviso, addirittura ricercato. Tanto più si esprime in un lessico incomprensibile e incontrollabile, tanto più reclama la fede per un percorso salvifico precodificato. Il bene necessita di uno sforzo cognitivo. La cura sottomette il male al potere indiscriminato e discrezionale del bene. La connessione tra il benessere e gli strumenti della malattia è una competenza tecnico-sociale, una specializzazione indispensabile per il riconoscimento delle terapia. Il ruolo della cura nella produzione di benessere, per essere garanzia di oggettività, deve essere anonimo. Infatti una relazione estremamente emozionale, come quella tra familiari e parenti, è esclusa ai medici, può diventare emotiva e quindi pericolosa. L’uomo, per svolgere una attività tipicamente umana, deve tendere alla freddezza della macchina. Il medico deve essere un tecnologo gelido, come spiega Sournia in logica e morale della diagnosi: “Per poter proporre a ciascuno dei nostri malati un trattamento perfettamente adeguato alla malattia e a lui stesso, noi cerchiamo di farci sul suo caso una idea oggettiva e completa, raccogliamo in una pratica che gli è personale (la sua “osservazione”) la totalità delle informazioni di cui disponiamo su di Lui. Lo osserviamo allo stesso modo in cui osserviamo gli atri e le stelle” (Sournia 1962).
4. Il potere della parola

Il linguaggio che domina, naturalmente, è quello del medico. Nella psicanalisi e nella psicoterapia questo linguaggio è addirittura incontrollato e incontrollabile (Popper 2010). Nella comunicazione specializzata della medicina, tra medico e paziente si costruisce “una separazione che va colmata con una nuova semantica tecnico-sociale e poi socio-tecnica” (Moruzzi 2017). È emblematico. Con il potere epistemologico la cura passa da terapia di salvezza a struttura della razionalità.

Una struttura di razionalità si esprime con un linguaggio.

Il linguaggio è sempre una barriera protettiva. Se vi capita di essere visitati da un medico vedrete che avrà due atteggiamenti, o spiegherà con parole semplici ed esempi comuni la malattia e i suoi sintomi, o piegherà lo sguardo sul ricettario e prescriverà, direttamente, muto, la medicina necessaria. Non siamo comunque in condizioni di capire ciò che sta accadendo. Nella teoria dei sistemi è proprio il linguaggio specialistico che protegge politicamente il potere della cura da una possibile obiezione, da qualsiasi dissenso. I sistemi sono sempre parzialmente chiusi e parzialmente aperti. Una parte è chiusa da un linguaggio eccessivamente specialistico. Il paziente-cittadino non conosce i termini specialistici, non può controllarli e quindi è escluso dal processo decisionale. Negli ultimi anni l’economia è stata sempre più preda di parole simbolo che non hanno permettono di decodificare le decisioni politiche. Prima delle scienze sociali ed economiche, il vuoto comunicativo dei linguaggi specializzati era iniziato con la medicina e la giurisprudenza. L’unica connessione comunicativa tra cittadino paziente e decisore medico è la cura, che deve essere accettata per fede perché è la “Rilevazione che dà la conoscenza di Dio”(Cauvin 2005). Soltanto la cura è la conoscenza della malattia, non il contrario. Spesso si pensa infatti che la conoscenza della malattia stabilisca la cura. Invece non è sempre così. Molte volte si imposta una cura per sapere se la diagnosi è effettivamente corrispondente, se è stata scoperta. Dagli effetti si riconoscono le cause. In psicoterapia e in psicoanalisi questa metodologia invertita è molto più frequente: la terapia disvela il male, la cura descrive la malattia.

Solo ed isolato dalla sua individualità, distaccato dalla esperienza quotidiana della sua vita, il paziente è prostrato al potere della conoscenza oggettiva e alla sua applicazione; il paziente è schiavo della cura. I suoi tempi vengono ristrutturati e la sua vita riprogrammata. Rispetterà gli orari delle medicine e delle visite, i giorni prestabiliti della analisi, i ritmi economici dei ricoveri.

5. Il potere della eteronomia

I contestatori della medicina, ed io non sono tra questi, disegnano un sistema sottoposto alla geometria dei poteri (Illich 2005) o alla burocrazia amministrativa (Focchi 2007). Qui si rappresenta una nuova versione della medicina basata essenzialmente sulla cura. È la rivelazione che offre la conoscenza di Dio. È la cura che induce la conoscenza della patologia. La cura ha sempre una sua dimensione sperimentale che fa del paziente anche e comunque una cavia. Su di lui la cura si impone, si specializza, si testa, migliora. La cura è eteronoma. Non è autonoma. E nell’epoca dei network, essere eteronomi, cioè saper integrare diversità, dipendere dall’alimentazione, dai ritmi quotidiani della vita, dalle medicine, dalle visite, dalle operazioni, dagli incontri e dallo stress, non è una debolezza, ma una forza, la forza congiunta di un complesso ordito di fattori. La cura non è soltanto una prestazione che il sistema sanitario offre al paziente. È anche una funzione del sistema sanitario, per dare sbocco ad una serie di procedure interne. In quanto prestazione favorisce la terapia del paziente, ma in quanto funzione, verifica se una la correttezza della diagnosi per guarire la patologia. In quanto prestazione è un costo del servizio sanitario pubblico, ma, in quanto funzione, migliora la produzione del farmaco per le case farmaceutiche e ne verifica gli impatti con dati statistici. In quanto prestazione regolamenta i comportamenti dei pazienti secondo un programma definito, per, in quanto funzione di burocrazia amministrativa, la distribuzione efficiente dei farmaci. In quanto prestazione, migliora gli standard medi della salute sul territorio, ma, in quanto funzione, reclama un intervento politico di miglioramento del servizio. Se non ci fosse la cura, tutto questo non avrebbe senso. La cura ha un potere eteronomo, cioè fa della sua dipendenza ad una notevole serie di variabili esterne, una forza di rappresentanza (funzione) e di rappresentazione (prestazione).

Non è autonoma. Non può agire per sé. È legata alla patologia, alla terapia, alla organizzazione sanitaria, al sistema di distribuzione territoriale, alle lobbies farmaceutiche e assicurative, al sistema giuridico, alla tutela del malato, alla competenza infermieristica, alle disponibilità economiche del paziente, alle disponibilità amministrative e alla decisioni politiche. Ma proprio questa eteronomia, in questa assenza di autonomia, è l’essenza del suo potere. Il terminale sintetico del tutto è la cura. La cura è il cluster dell’intera somma di poteri del complessivo sistema sanitario.

La cura ha un potere eteronomo perché dipende da tutte queste variabili esterne alla sua procedura, ma è anche vero che senza la cura, tutte le variabili esterne perderebbero la loro funzione e il loro significato. L’eteronomia è la forza della cura. E la loro copertura. Se la cura non funziona, nonostante gli ampi e molteplici condizionamenti, la colpa è sempre e soltanto del medico. Questa è la vera competenza politica della cura, che rappresenta una moltitudine di soggetti che concorrono alla sua formulazione, ma che, se dovessero fallire, assolve l’intero sistema trasferendo la responsabilità di se stessa e, in definitiva, la colpa, soltanto sul medico.

6. Il potere pubblico

La cura si riferisce sempre a un male pubblico. Anche quando è privato, in qualche modo lo pubblicizza. Un male della società che per le scienze sociali è “invisibile”. Un male che “ha le sue radici nelle vite e nelle coscienze delle persone”(De Monticelli 2015). Si tratta di un male occulto, oscuro, che gli amici rifuggono per non esserne contaminati, nemmeno idealmente; che comunque ti allontana dalla salute esaltata, enfatizzata, pubblicizzata per pubblicizzare, per enfatizzare, esaltare, il bene sociale che rappresenta.

Pur tuttavia, anche se passa in ombra (Di Lascia 2016), quel male c’è e si trasporta nei secoli dei secoli. La malattia è quel male che ti cambia, gradualmente, impercettibilmente, ma definitivamente, nelle tue ore quotidiane, nei pensieri che attraversano i minuti, nelle ansie che genera l’impossibilità di governare la propria esistenza. La malattia da fisica diventa, pian piano, psicologica, passa dal corpo alla mente. La cura è la terapia di consolazione. Cediamo la nostra totale autonomia ad un potere che non controlliamo, che ci supera e ci opprime.

Anche Dio è una cura pubblica o almeno collettiva. Pubblica quando si rivolge alle sue istituzioni, come la Chiesa. Collettiva quando si rivolge alla comunità dei fedeli. A Lui cediamo, alla speranza che il suo potere sia accogliente e benigno, non malato, non malvagio. Al suo potere cediamo la speranza di superare il male estremo: la morte. La cura è divina: il potere ontologico sui corpi si trasforma nel potere epistemologico sulle menti.

Per questo l’eredità della lebbra non è stata raccolta dalla malattia venerea, che pure ha introdotto nella cura un valore morale (o a-morale) (Foucault 1998), ma dalla follia che, al pari della lebbra, susciterà “reazioni tendenti alla separazione, all’esclusione, alla purificazione” (Foucault 1998). Perché sia la follia che la lebbra sono due mali pubblici, due malattie che per essere curate hanno bisogno di istituti pubblici di segregazione. La cura cerca un suo riconoscimento pubblico per orientare le decisioni politiche nella organizzazione della malattia nella società.

In quanto pubblica, infatti, la cura è la procedura di legittimazione politica del potere di vita o di morte del medico. Allo stesso modo la cura morale, la preghiera, è la legittimazione politica del potere di superamento della morte e della vita da parte del prete. In ogni caso il paziente è un suddito. In nessun caso il paziente può avere mai alcuna libertà, alcuna autonomia: o si cura o si suicida.

7. Il potere della divinazione

Il sogno della immortalità che la cura blandisce è un sogno totalitario.

Il totalitarismo considera la morte “la maggiore di tutte le possibili sconfitte” (Orwell 1989). Solo la sottomissione alla cura, la completa, totale sottomissione e rinuncia che la cura pretende, proprio perché “riesce ad evadere dalla sua stessa identità” (Orwell 1989), illude sia il medico che il paziente di essere “onnipotente e immortale” (Orwell 1989).

Naturalmente, la morte è sempre la sconfitta della cura.

Allora, la cura è l’espressione diretta della volontà di Dio, il suo potere di decidere per ciascuno di noi, per ogni vita singolare, la sua condanna o la sua salvezza, o, addirittura, la sua salvezza nella condanna e la sua condanna nella salvezza. Ci affidiamo alle cure del medico perché lui è il solo angelo che possa sconfiggere la nostra probabile morte: è il messia della nostra rigenerazione. Il medico si cura del male in quanto cura; e questo male sottratto a noi “è diventato molto presto una questione medica e spetta interamente al medico” (Foucault 1998).

È così che ci divinizziamo. Avere una procedura di salvezza e un angelo che ci tutela da ogni degenerazione, significa essere Dio. La malattia, la terapia e il medico, concentrando la loro vita sulla nostra salute, sulla nostra salvezza e sulla nostra immortalità, ci sacralizzano e, alla fine, ci divinizzano. E, illusi di essere Dio, per illuderci, seguiamo pedissequamente i loro voleri e rispettiamo disciplinatamente i loro ordini. Non c’è più forte prigionia della bontà di Dio. Se c’è un momento in cui sentiamo di essere immortali, è quando siamo sotto la sua cura, quando pensiamo di controllare, di governare, l’unico rischio che veramente ci attanaglia: la malattia come premessa alla morte. Siamo noi il Dio che il demonio cerca di sconfiggere. Un Dio che non perderà la sua potenza perché ha un’arma, la cura, e un esercito, i medici, per sconfiggere Satana. Nella battaglia sentiamo la nostra forza. Nella malattia sentiamo la nostra salute. Con una attestazione della potenza, nessuno ci può sopraffare. Gli angeli della metodologia salvifica concedono la loro applicazione, la loro competenza e la loro forza a noi, come a Dio che concede agli umani il governo della terra. Se loro è tutto il potere di decidere, a noi è riservata esclusivamente la potenza (Altini 2012) di agire, quella di reagire, quella di recuperare e al limite, quella di cambiare terapia (ma mai la cura).

La nostra azione di santificazione non è l’obbedienza (che è un obbligo della cura). La nostra azione di divinizzazione è realizzare la volontà di Dio che si cura assolutamente di noi. Dio ha una sola cura per far combaciare la potenza della nostra anima, con il potere del corpo: la fede. La fede in Dio e nella medicina è la sola via della salvezza. La potenza di Dio, che è la quintessenza dell’anima, consiste nel far risorgere i corpi integri e quindi curati. La potenza di Dio si dimostra nel potere del figlio che cura con i suoi miracoli il corpo dei malati. Il figlio di Dio è il medico dell’umanità. Il corpo di Dio è distribuito ai fedeli come cura dei loro peccati. L’anima impalpabile ed eterea può avere ragioni, può esalare in cielo, ma soltanto per essere re-immessa successivamente, al Giudizio Universale, nel corpo. Saremo purificati e salvi dalla dannazione solo quando anima e corpo saranno simbioticamente assieme. La cura del corpo è pure la cura dell’anima. È il corpo, la sua integrità e la certezza della sua ricomposizione che santifica. Il potere è affidato a chi ha la potenza della genesi dei corpi e della loro cura.

8. Il potere della conclusione

La cura è la maggiore espressione del potere totalitario perché annulla ogni nostra individualità e il significato della morte che inevitabilmente comporta. Al mio padre anziano, che lo interrogava sulla sua malattia e sui sintomi che non riusciva a comprendere, mio fratello, medico, tolse ogni individualità con una sentenza universale e oggettiva: “ma lo sai quanti anni hai?”. E mio padre, educato dalla guerra a sopravvivere sempre, a sopravvivere comunque, riaffermò testardo la sua unicità individuale: “allora devo morire?”. In questo caso le parti sono invertite: mio fratello medico afferma il limite e la inefficacia della cura di fronte al ciclo naturale della vita e della morte (rinunciando al mito divinizzante di super eroe); mio padre pretendeva che la cura gli rendesse ciò che aveva promesso, che restituisse l’immortalità con cui lo aveva illuso, che divinizzasse il paziente, che oggettivasse una procedura scientifica e che togliesse a lui la mortale ineludibile natura di individuo. I ruoli sono invertiti, ma il rapporto è lo stesso.

L’individuo raggiunge il potere – conclude l’O’Brien di Orwell – quando cessa di essere un individuo” (Orwell 1989). Il potere epistemologico della cura consiste proprio nella presunzione di oggettività che illude l’individuo di non essere più tale. La cura ci conclude per concludere se stessa.

Quando finiva la cura di mio padre?

Per mio padre e mio fratello la cura era comunque una conclusione: per mio padre una forma di conclusione della malattia, per mio fratello una forma di conclusione della terapia. Quando le due cose coincidono, con la salute ripristinata o con la malattia conclamata, con la vita o con la morte, la cura si annulla. Avviene la stessa cosa per i nostri Governi, che hanno un programma politico (una terapia per curare la società e lo Stato) e che sono destinati comunque a finire, o perché hanno pienamente realizzato il programma e quindi non ha senso che restino, o perché non lo hanno realizzato e allora ha ancora meno senso che resistano. La cura, nella doppia versione che la lingua inglese ci rende di “to cure” – curare fisicamente – e “to care” – avere cura delle cose -, è il governo della nostra vita. Se ci considera nella nostra soggettività, allora a un certo punto, come ogni governo democratico, deve finire. Se non finisce vuol dire che ci considera funzionalmente dipendenti alla sua oggettività. Allora ci domina definitivamente, come ogni totalitarismo. Il significato profondo della cura è tutto nella sua capacità di concludere.

Paolo Cozzaglio racconta di aver sentito, ad un convegno di psichiatria, un suo autorevole collega (dello staff che ha redatto il DSM V) dire: “I nostri clienti si lamentano dell’inefficacia delle nostre cure. In effetti, se ci paragoniamo ad altri settori della medicina, siamo ancora molto indietro. Dobbiamo individuare sempre più strumenti che sappiano curare i sintomi che i nostri pazienti lamentano o non saremo credibili” (Cozzaglio 2014). La cura che non conclude e non si conclude non è nemmeno una cura. Forse si cura di noi. Non in quanto soggetti viventi, ma in quanto malati oggettivi. Specie nella psichiatria o nella psicologia, invece, la cura deve avere la forza (potenza e potere) di concludere il suo percorso. Se non lo fa è perché “una cura oggettiva, che non tiene conto del Soggetto della malattia mentale, è una cura altamente inefficace”(Cozzaglio 2014). In psichiatria e in psicologia, nella pedagogia, nelle scienze sociali, ma anche in tutte le sezioni specializzate della medicina, “una cura è innanzitutto ridare senso al Soggetto nel suo contesto esistenziale” Cozzaglio 2014).

Il potere di concludere la cura con il ritorno alla Soggettività, mi pare un buon finale: “Martin Heidegger (1927) associa la cura all’esistenza e, in tal senso, la concepisce come essere-in-formazione col mondo. Cita la favola di Igino LA CURA quale metafora per caratterizzare la cura come rapporto tra effettività e possibilità, dove il fatto di essere-nel-mondo, essere quell’uomo li e non altro, rappresenta per l’uomo la condizione della sua stessa progettualità esistenziale, dell’essere già e del poter essere” (Cozzaglio 2014).

9. la cura della cura

Con l’avvento della società della comunicazione molte cose sembrano cambiate. Il potere epistemologico di oggettivazione della vita eterna, per quanto illusorio, non è più esclusivamente affidato alla cura. È diventato essenzialmente un potere ologrammatico della immagine, un potere della rappresentazione che garantisce, se vuole, l’immortalità. Nel network globale della comunicazione il morto non muore, resta sempre in vita. Sono già pronti algoritmi semantici in condizione di sintetizzare il pensiero espresso in codici cognitivi e rispondere alle future domande coerentemente in base a come abbiamo mostrato noi stessi nella immensa rappresentazione immaginifica della comunicazione. Non saranno più i medici ospedalieri e clinici a garantire la nostra vita eterna. Saranno tecnologi, informatici, psichiatri e psicologi, linguisti e filosofi, poeti, letterati, in ogni caso utenti, a prendersi cura di noi, per permetterci di parlare con le future generazioni anche quando non ci saremo. Chi si curerà di noi, di alcuni di noi, potrà programmare proiezioni del nostro pensiero, della sua essenza e riadattarlo alla condizione dell’esistenza presente. La cura si cura per permetterci di vivere per sempre come ologrammi in scenari di verità che cercano di essere i più corrispondenti possibili alla realtà.

La cura consisterà sempre nel segregare le nostre attitudini in una immagine, nel demarcare chi deve vivere nella luce e chi finire nell’ombra, selezionerà ancora i linguaggi opportunamente utilizzabili, determinerà come prima le connessioni eteronome con cui alimentare gli algoritmi semantici, definirà ugualmente la nostra visibilità pubblica in funzione dei criteri etici e morali di riferimento, continuerà a divinizzare se stessa esaltando un’anima che è anche un corpo di luce perennemente vigile, deciderà come al solito quando, come e perché concludere se stessa e concluderci.

Con l’avvento della società della comunicazione molte cose sembrano cambiate, ma la cura avrà mantenuto integro, perfettamente intatto, se non addirittura esponenzialmente aumentato, il suo potere.

Che cosa sarà cambiato?

Sarà cambiata la natura del potere.

Nella società della comunicazione il potere, come voleva Bertrand Russell, è e sarà, sempre più, energia; o meglio; il potere starà alle scienze sociali come l’energia alla fisica. “Il concetto fondamentale della scienza sociale è il potere, allo stesso modo che nella scienza fisica il concetto fondamentale è quello di energia”(Russell 1981). Abbiamo dunque un potere/energia con cui possiamo governare noi stessi e il mondo. Possiamo curarci di noi stessi oppure no. Possiamo costruire la nostra salvezza o programmare la nostra distruzione. La forza del potere, come quella dell’energia, è quella di costruite città e socialità, o armi di distruzione di massa. Sempre si tratta del combinato disposto tra potere ed energia.

Se il potere diventa energia, la cura recupera intera i suoi significati di gestione per “ridare senso al Soggetto nel suo contesto esistenziale” (Cozzaglio 2014). La cura diventa la costante attenzione alla vita dalla culla alla bara. La cura si giustifica soltanto nell’ambito di una complessiva scienza della vita, nell’ambito della lebenswelt.

Allora, per avere una cura, nella logica quantistica della società della comunicazione, abbiamo un indispensabile bisogno di un riorientamento epistemologico.

Un riorientamento epistemologico formulato attorno alla progettualità esistenziale della soggettività.

Torniamo li: un riorientamento epistemologico della cura verso la lebenswelt, come l’ha chiamata Husserl (Husserl 2015), la scienza della vita.

Per Husserl esistono “enigmatiche e a prima viste inestricabili oscurità delle scienze moderne” (Husserl 2015). Tutte le scienze, sia la psicologia che la matematica, rivelano “un enigma del mondo di un genere che era completamente estraneo alle epoche passate” (Husserl 2015). Si tratta dell’enigma della soggettività che richiede un riorientamento epistemologico, cioè un metodo e una logica che riguardi ciò che “le scienze in generale, hanno significato e possono significare per l’esistenza umana” (Husserl 2015).

Finora, “le mere scienze di fatti creano meri uomini di fatto” (Husserl 2015).

Sul proscenio della propria oggettività la cura si mostra e si dimostra. Quanti sono i testi scientifici, i paper, i libri che fanno di una esperienza un esperimento, di una regolarità una regola?

Abbiamo curato questi umani indipendentemente dal loro mondo-della-vita, con terapie valide in sé, oggettive in sé. Proprio questa oggettività in sé va ri-orientrata, orientata di nuovo. Se finora siamo stati condotti da 3 dimensioni logiche (endofasica, formale, computazionale) (Ceci 2014), oggi, di fronte alla quarta mutazione della logica quantistica, abbiamo bisogno di un nuovo orientamento epistemologico per una nuova cura di noi stessi. Chi ha la soluzione curativa di tutte le cose farebbe oggettivamente qualsiasi cosa, qualsiasi barbarie pur di somministrarla. In questo senso la cura va oltre il bene e il male. Un ri-orientamento epistemologico deve fare in modo che nessuno abbia la soluzione curativa per tutti i mali. Deve fare in modo che soggettivamente le cure siano adatte ed adattate, possibilmente siano condivise nella relatività spazio/temporale della nostra vita sociale e fisica. Deve fare in modo che soggettivamente, per una miglior vita e per una miglior morte, nessuna cura sia somministrata barbaramente e a qualsiasi costo. C’è un costo, che riguarda la dignità umana, che nessuna cura potrà mai superare. Nel mondo quantico del potere/energia, la cura è sempre soltanto uno strumento. E, come diceva Ivan Illich, “la società è conviviale quando lo strumento non supera l’umano” (Illich 1974).



Bibliografia

ALTINI C., Potere come potenza, Edizioni ETS, Pisa 2012
ARENDT H., Che cos’è la politica, Einaudi, Torino 2006
BASAGLIA F. e BASAGLIA F., Introduzione, a GOFFMAN E. Asilums, le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza, Einaudi, Torino 1968
BORGES J. L., Rimorso per qualsiasi morte, in Fervore di Bueno Aires, in Opere, Mondadori, Milano 1981
CAUVIN J., La carne, lo spirito e l’amore , Rizzoli, Milano 2005
CECI E., Quattro dimensioni di logica, in Schegge di filosofia moderna, XIV, Edizioni deComporre, Gaeta 2014
COZZAGLIO P., Psichiatria intersoggettiva, dalla cura del soggetto al soggetto della cura, Franco Angeli, Milano 2014
DE MONTICELLI R., Al di qua del bene e del male, Einaudi, Torino 2015
DI LASCIA M. T., Passaggio in ombra, Feltrinelli, Milano 2016
FOCCHI M.. La totalizzazione della salute e l’imperialismo del positivo, in Recalcati M. (a cura di), Forme contemporanee di totalitarismo, Bollati Boringhieri, Torino 2007
FORTI S.. Il grande corpo della totalità. Immagini e concetti per pensare il totalitarismo, in RECALCATI M. (a cura di), Forme contemporanee di totalitarismo, Bollati Boringhieri, Torino 2007
FOUCAULT M., Nascita della clinica, Einaudi, Torino 2004
––– Storia della follia nell’età classica, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1998
GOFFEMAN E., Asiliums, le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza, Einaudi, Torino 1968
HUSSERL E., La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Il Saggiatore, Milano 2015
ILLICH I., Nemesi medica. L’espropriazione della salute, Boroli Editore, Milano 2005
––– La società Conviviale, Mondadori, Milano 1974
INFANTINO L., Potere, Rubettino, Soveria Mannelli, 2013
MORUZZI M., Smarth Health – matrici, road map e altri attrezzi per ri-progettare la sanità, Franco Angeli, Milano 2017
ORWELL G., 1984, Mondadori, Milano 1989
POPPER R. K., La logica della scoperta scientifica, Einaudi, Torino 2010
RUSSELL B., Il potere, Feltrinelli, Milano 1981
SOURNIA J. C., Logique et moral du diagnostic, Paris 1962



[1] Alessandro Ceci è epistemologo ed esperto in scienze sociali, con particolare specializzazione in Scienze Politiche. Ha insegnato e insegna in varie università italiane ed estere. Ha diretto Consorzi Universitari e Centri di Ricerca. Ha realizzato molteplici pubblicazioni. Attualmente è Direttore Scientifico del CeAS – Centro Alti Studi – e della società di epistemologia Teasis Engennerinig tramite la quale dirige diversi gruppi scientifici in diversi ambiti della ricerca e della formazione. È possibile contattare Alessandro Ceci via mail: ale@alessandroceci.eu

O seguire la sua produzione scientifica al sito www.alessandroceci.eu.

 


Commenti

Post popolari in questo blog

9 - EPISTEMICA DI JUNG

GEOPOLITICA DEI PAZZI

GENEALOGIA DELLA DEMOCRAZIA: 2 - Clistene