10 - EPISTEMICA DELLA CURA 3: in oltre il setting
Una Ipotesi Epistemologica
Alessandro Ceci[1]
“Una volta che si sia costruito nella propria testa uno di quei che richiedono di essere verificati mediante l’esperienza, non si deve né attaccarsi ad esso con ostinazione, né abbandonarlo con leggerezza. [...] L’ostinazione presenta minori inconvenienti dell’eccesso opposto. A forza di moltiplicare i tentativi, se non si trova quello che si cerca, può sempre capitare di trovare qualcosa di meglio.”
Diderot 1753
1. Introduzione
Esistono paradigmi epistemologici e problemi scientifici.
Non sono la stessa cosa.
Il concetto di paradigma è stato introdotto da Thomas H. Kuhn con cui ha “voluto far presente il fatto che alcuni esempi di effettiva prassi scientifica riconosciuti come validi… forniscono modelli che dànno origine a particolari tradizioni di ricerca scientifica con una loro coerenza”(Kuhn 1978). Secondo Nicola Abbagnano (Abbagnano 1980), il termine paradigma ha essenzialmente 2 significati: uno platonico ed uno aristotelico.
La concezione platonica considera il paradigma come un modello. Platone, infatti, considerava come paradigma il mondo degli esseri esterni, di cui è immagine il mondo sensibile.
La concezione aristotelica, invece, considera il paradigma come esempio. Per Aristotele, il termine paradigma significa una induzione apparente o retorica, che muove da un enunciato particolare, passando attraverso un enunciato generale in cui la prima premessa viene generalizzata.
Kuhn spiega bene la funzione del paradigma nella evoluzione della conoscenza scientifica che non necessariamente significa progresso: “la storia indica anche però alcune ragioni che spiegano le difficoltà incontrate su quel cammino. In assenza di un paradigma o di un qualcosa che possa aspirare a diventare tale, può succedere che tutti i fatti che in qualche modo possono interessare lo sviluppo di una data scienza sembrino egualmente rilevanti” (Kuhn 1978). Invece il paradigma gerarchizza, distingue ciò che è rilevante da cioè che non lo è. Il paradigma è il regolatore, ciò che compone le informazioni e i contenuti di una scoperta scientifica. Pertanto, “nell’uso corrente, per paradigma si intende un modello o uno schema accettato, e questo aspetto del suo significato mi ha permesso qui, in mancanza di uno migliore, di appropriarmi del termine di paradigma.” (Kuhn 1978).
Popper contesta il concetto di paradigma e quello di disciplina. Si picca piuttosto di essere quel tipico docente di epistemologia che inizia le sue “lezioni sul metodo scientifico dicendo ai miei studenti che il metodo scientifico, non esiste.”(Popper 1984).
Popper considera il paradigma una teoria chiusa in una cornice: alcuni epistemologi ritengono infatti che “alcuni scienziati sono di norma impegnati in una cooperazione e discussioni serrate, e sostengono quindi che tale stato di cose è reso possibile dal fatto che essi lavorano in genere all’interno di una cornice comune, la cornice a cui hanno aderito” (Popper 1985). Al contrario, perfettamente al contrario, gli scienziati procedono discutendo di problemi, giacché, in generale “non ci sono discipline; né rami del sapere – o, piuttosto, d’indagine: ci sono soltanto problemi e l’esigenza di risolverli”(Popper 1984). Anzi, la conoscenza procede rompendo le rigide cornici in cui sono contenuti paradigmi o teorie scientifiche, per verificarne con la falsificazione razionalista, la verosimiglianza rispetto alla realtà. Non importa se sia un paradigma, una teoria o una congettura. L’importante è che nessun paradigma, teoria o congettura sia mai incommensurabile. Noi dobbiamo sempre avere la possibilità di fare in modo che “a qualunque teoria migliore, cioè, a qualunque teoria che si possa considerare come un progresso rispetto ad una teoria meno buona, che essa sia oggetto di comparazione con la teoria esistente”(Popper 1985). La comparazione è il presupposto di ogni oggettivazione, perché è il presupposto della falsificazione. Sono scientifici soltanto i paradigmi, le teorie o le congetture oggettivabili, cioè sottoposte a una procedura di falsificazione; non le congetture falsificate, ma quelle falsificabili, quelle che superano la prova della discussione critica. “In altre parole, dobbiamo chiedere che le due teorie non siano «incommensurabili», per usare un termine introdotto in questo contesto da Thomas Kuhn e che adesso è molto in voga”(Popper 1985).
Paradigmi contro problemi, dunque.
C’è un plausibile accordo?
C’è!
I paradigmi in concorrenza, allorché siano commensurabili, restano il migliore dei modi noti per risolvere i problemi.
Se il paradigma è il metodo, il setting è il luogo; dove i problemi si risolvono. Un luogo aperto; talmente aperto da saper annullare se stesso all’occorrenza. Il setting è trivalente: serve alla cura; serve al controllo; e serve anche alla sperimentazione.
Il Dizionario di Psicologia spiega che il setting è un “contenitore di ricerca” (Galimberti 1994). Una considerazione riduttiva che inevitabilmente si applica ai due ambiti della psicologia sperimentale e della psicanalisi.
2. In
Nel setting. La mia proposta è che il setting sia riformulato – in – e inserito – out – in un programma catallattico che integri i 3 diversi approcci del recupero: quello filosofico - epistemologico; quello psicologico - psicanalitico; quello pedagogico – didattico
2.1. Experimental setting
In psicologia sperimentale il setting è una garanzia di oggettività, perché dovrebbe garantire la “consistenza scientifica”(Galimberti 1994). Con il setting vorremmo determinare “la sequenza di presentazione delle singole prove, il tipo di comunicazione verbale, le modalità di un eventuale incoraggiamento in caso di reazione ansiosa o di insuccesso” (Galimberti 1994). Tutto questo è possibile soltanto perché con il setting “ci si garantisce della neutralità di chi somministra il test nei confronti del soggetto, per evitare contaminazione tra i livelli di valutazione professionale o affettiva, il tutto per non inficiare il processo di conoscenza e l’attendibilità dei dati”(Glimberti 1994).
È ancora possibile questa neutralità?
La distanza tra osservatore e soggetto osservato è davvero garanzia di oggettivazione?
Per la teoria della complessità assolutamente no.
In un certo momento della vita, mi sono trovato a dover praticare delle visite mediche. Nell’ambito delle analisi previste dal setting precauzionale di un uomo maturo, mi sono sdraiato su un lettino. Ero in una stanza appositamente attrezzata per permettere al mio osservatore di essere saldamente oggettivo per una opportuna diagnosi. Sottoposto il mio cuore ai recettori di una macchina di decodificazione, l’osservatore medico che controllava il mio stato cambiò espressione e si accorse di una fibrillazione in corso. A quel punto bisognava capire se quella fibrillazione fosse occasionale o permanente. Uscito da quella stanza appositamente predisposta, fuori da quel setting, mi sono chiesto se la fibrillazione fosse: il prodotto di un mio stato anatomico strutturale; o dettata dall’ansia di essere sottoposto ad un controllo il cui esito poteva benissimo essere drammatico; o l’effetto diretto della espressione preoccupata del medico; o, infine, tutte queste cose insieme. Era il mio corpo o il setting analitico a generare la fibrillazione cardiaca? Ora un medico che legga questo esempio può facilmente obiettare che, sapere se si tratta di uno stato provvisorio o ricorrente, se occasionale o strutturale, è facilissimo e nella risposta stessa degli strumenti che aiutano l’analista alla diagnosi. Certo per la medicina, che ha variabili anatomiche poco equivoche e dove il problema del condizionamento epistemologico del medico ha un ridotto grado di significatività. Ma per la psicoanalisi? Fino a che punto possiamo stabilire che lo stato mentale del paziente non sia condizionato dalla presenza del terapeuta? Di quello specifico specialista? Lo stato mentale di una persona, anche con una definita patologia, è sempre il prodotto di una osservazione che cambia il soggetto osservato. Anzi, la psicanalisi funziona proprio perché quella “contaminazione tra i livelli di valutazione professionale o affettiva” (Galimberti 1994) viene gestita, governata, condotta. La “neutralità di chi somministra il test nei confronti del soggetto” (Galimberti 1994) non può essere mai garantita e questo non significa “inficiare il processo di conoscenza e l’attendibilità dei dati”(Galimberti 1994). La psicanalisi ha senso soltanto se il setting è decostruibile sulla base della esigenza del paziente. Non è un problema tecnico. È un problema epistemologico.
Più di 30 anni fa, Bocchi e Ceruti, hanno raccolto una serie abbastanza cospicua di autori qualificati per lanciare alla comunità scientifica la sfida della complessità. La prima più importante sfida è proprio di ordine epistemologico, lanciata contro quella scienza che “si è prodotta nei solchi della eredità cartesiana decostruendo ed eliminando progressivamente l’euristica del luogo fondamentale di osservazione” (Ceruti 1985).
Eliminare “progressivamente l’euristica” (Ceruti 1985) significa evitare progressivamente tutte le strade nuove, alternative che sviluppano la scoperta scientifica. Le euristiche sono quelle regole che praticamente aiutano a risolvere problemi, codificazioni formulate sulla base della esperienza necessarie per risolvere problemi. Particolarmente in psicologia, le euristiche sono le regole di organizzazione di setting necessari definiti o validati dalla comunità scientifica. Con il setting, l’euristica, cioè la possibilità di trovare nuovi modi, nuove strade e possibilità, innovazioni che possono essere approfondite, viene man a mano decostruita ed eliminata; circoscrivendo il rapporto medico - paziente alle definite e rigide metodiche della terapia riconosciuta. Con il setting viene definitivamente stabilita la “inattingibilità di fatto di questo luogo fondamentale” (Ceruti 1985) di osservazione. Il setting è il luogo “di un dio o di un demone onnisciente collocato in tale luogo”(Ceruti 1985).
Invece la scienza moderna contesta decisamente questa impostazione, “ciò che viene messo in discussione, più radicalmente, è l’idea stessa che la scienza si costituisca secondo un processo asintotico di avvicinamento ad un luogo fondamentale di spiegazione e di osservazione”(Ceruti 1985). Con i nuovi approcci scientifici “si delinea un itinerario che attraverso le incrinature della presunta necessità dei confini ‘cartesiani’ della scienza produce quella che dobbiamo definire come sfida della complessità.”(Ceruti 1985).
2.2. Psychotherapeutic setting
Il problema scientifico della psicologia, il suo statuto epistemologico, è stato ampiamente discusso e spesso contestato. Il setting psicoanalitico è l’espressione più indicativa del deficit epistemologico della psicologia. Potrei meglio dire che il deficit epistemologico della psicologia è, a sua volta, psicoterapeutizzato; cioè, condizionato dal concetto ottocentesco di scienza interamente costruito sul principio illuminista di oggettività. Per una oggettività teorica, mai realmente raggiungibile, piuttosto che formulare un proprio statuto epistemologico sul principio della soggettività, la psicologia ha acquisito le forme terapeutiche di approcci scientifici totalmente diversi dai suoi. E questa esigenza auto-identificativa ha portato la psicologia, per conquistare la legittimazione di disciplina autonoma, a liberarsi sempre più e definitivamente della filosofia (da cui sapeva di provenire) e a imitare la concezione naturalistica vigente. Una epistemologia che doveva permettere ai fenomeni osservabili di essere anche osservati, cioè visibili, empiricamente percepibili, misurabili quantitativamente, con un rigore efficiente che, nelle sue rigide procedure, garantisse soluzioni oggettive. Nella psicologia l’uomo è un oggetto di studio e non un soggetto in vita. La vita, alla fine, conta poco rispetto alla patologia. Contano gli effetti relazionali dei comportamenti, indagabili allo stesso modo delle scienze naturali, della fisica, della chimica, della biologia. E come la fisica, la chimica e la biologia, anche la psicologia ha ottenuto i suoi laboratori; uno studio, una stanza da medico dove circoscrivere tempi e spazi della terapia, le regole e gli attori, i canali comunicativi: il setting.
La vita dei soggetti, che è stata sezionata in impatti rilevanti, in fatti impressionanti. La vita, liberata dai suoi significati filosofici, è stata ricondotta alla sua fisiologia.
Lo studio della fisiologia della mente, necessita di un posto e di una procedura medica di analisi. L’uomo diventa un paziente e va curato in un luogo appositamente arredato, con una terapia, con una definita procedura.
Il setting è canonico.
È composto da cinque elementi fondamentali: il medico, il paziente, uno spazio, il tempo ed una procedura diagnostica e/o terapeutica.
Il setting è la rigorosa metodica psicofisica, cioè neurofisiologica e psichica, che lega tutti questi elementi.
Ora proprio il rigore della metodica, viene messo in discussione. Discusso proprio perché rigoroso. Discusso proprio perché metodico. Discusso perché dal secondo novecento in poi l’intero approccio epistemologico è cambiato e questa trasformazione ha riguardato anche la psicologia, gli strumenti e i luoghi della psicanalisi.
Siamo nell’epoca della logica quantistica, successivamente all’avvento dell’insiemistica di Russell e Whitehead, dopo la relatività di Einstein, dopo i frattali e il principio di indeterminazione di Heisemberg. Siamo nella logica quantistica e molte cose, un enorme numero di cognizioni, cambiano. Cambia la situazione, la vita degli individui; ma più di tutto cambia la loro epistemologia.
Cadono i due principi fondamentali della conoscenza scientifica: demarcare è sempre meno necessario perché è sempre più insufficiente oggettivare. Di fronte alle molteplici, multiformi e multidimensionali fenomenologie dell’esistente, di fronte alla enorme vita, la piccola scienza della oggettivazione, con tutto il suo armamentario di strumenti e strumentazioni, si perde, si disperde. L’osservatore non è più esterno dall’oggetto (o dal soggetto) osservato. È interno piuttosto, lo cambia con la sua stessa osservazione e lo interpreta non per quello che è, ma in base al paradigma che lo orienta. Nelle scienze sociali, in cui ogni azione produce società, è chiaro che l’oggetto osservato diventa ciò che l’osservatore soggettivamente interpreta. Vale sempre di più anche per la medicina, per la chimica, per la biologia e per la fisica, perfino; cioè per le scienze naturali.
Il primo a trattare il passaggio dalla oggettività alla soggettività scientifica, cioè dalla “epoché delle scienze obiettive”(Hsserl 2015) alla scienza “del mondo della vita”(Husserl 2015), è stato Edmund Husserl. Totalmente inascoltato e dimenticato. Torna la sua epistemologia potente oggi. “Il mondo della vita è il mondo spazio-temporale delle cose così come noi le sperimentiamo nella vita pre- ed extra-scientifica e così come noi le sappiamo esperibili al di là dell’esperienza attuale”(Husserl 2015). In questo mondo tutto “è soggettivo-relativo anche se normalmente, nella nostra esperienza e nella cerchia sociale che è legata a noi in una comunità di vita”(Husserl 2015). In questa vita, da questa vita, “noi perveniamo a fatti «sicuri» e, in certi ambiti, del tutto spontaneamente, senza essere disturbati da circostanze di rilievo” (Husserl 2015). Al mondo della vita non basta l’oggettività scientifica, anzi, proprio quella oggettività è un limite: “ponendo come fine questa obiettività (una «verità in sé») assumiamo una specie di ipotesi che travalica il puro mondo-della-vita” (Husserl 2015). Quando analizziamo quante cose appartengono alla scienza e come sono infinitesimali rispetto alle enormi dinamiche della vita, “riguardo a ciò che può essere preso in considerazione scientificamente come un che di constatabile una volta per tutte e da parte di tutti”(Husserl 2015), ci troviamo di fronte a questa oggettività riconosciuta e “ora siamo in imbarazzo” (Husserl 2015). Tuttavia, grazie agli strumenti che abbiamo acquisito, anche con il significativo contributo della logica quantistica, “quest’imbarazzo scompare appena consideriamo il fatto che il mondo della vita, malgrado la sua relatività, ha una propria struttura generale” (Husserl 2015).
Esiste dunque una epistemologia soggettiva, processuale, relativa, variabile, ciononostante con una struttura generale e “questa struttura generale, a cui è legato tutto ciò che è relativo, non è sua volta relativa” (Husserl 2015).
Più di tutti, la psicologia, ha l’esigenza fondamentale di affidarsi ad una epistemologia e ad una metodologia soggettiva.
Lo strumento metodologico della psicologia è il setting, sia nella dimensione ermeneutica, che ne fa una disciplina di tipo umanistico, sia nella dimensione clinica, che si trasforma in sedute terapeutiche per curare psicopatologie. Resta sempre il setting lo strumento essenziale di applicazione, il punto archimedico con cui sollevare il mondo dell’inconscio.
Il setting però non può essere individuato come luogo esclusivo di oggettivazione e di applicazione di una terapia. Il setting ha valore soltanto se resta uno dei luoghi in cui si sviluppa un approccio epistemologico di tipo soggettivo. Non una regola standardizzata per realizzare la ripetibilità nella sperimentazione scientifica naturale e galileiana, ma uno dei luoghi di confronto tra la soggettività del terapeuta e quella del terapeutizzato.
Freud pensò al setting come luogo vergineo, come uno stato di liminalità, come isolamento del paziente dalle ansie che lo travolgono nella società e nel dominio delle sue relazioni. Oggi sappiamo che la soluzione della terapia non è soltanto nella relazione analitica isolata al fine di favorire il manifestarsi del transfert. Quello spazio estraneo può costituire un vuoto da cui il paziente non emerge più. Un vuoto in cui la clinica, la routine terapeutica soffoca i problemi da risolvere. Nelle esperienze vissute con soggetti tossicodipendenti, diventa evidente che la soluzione di problemi psicologici si risolve dentro e non fuori il dominio delle relazioni. È comune infatti l’esperienza di soggetti che sospendono la loro dipendenza tossica quando vengono isolati in comunità terapeutiche o quando vengono trasferiti in un’altra città. Evitano la droga per lunghi periodi estraneazione dalla rete relazionale di provenienza. Quando vengono re-immessi nel dominio delle relazioni tradizionali, allora ricominciano a far uso di droghe. L’isolamento non li ha curati, li ha protetti. La cura può avvenire soltanto dentro l’esterno, non nell’isolamento interno del setting. Solo dentro il proprio dominio relazionale. Andarsene non serve a niente. Serve ad isolarsi ma non a risolvere. Come diceva Pasolini, è con i cittadini e non contro di essi che si cambia la vita. Il setting, così come è, rischia di essere il luogo di isolamento in cui si concettualizzano e si radicano, atteggiamenti reattivi e devianti.
La cura, chiamiamola così, non si risolve nel rapporto esclusivo paziente/terapeuta. Magari un terapeuta che crede, come un medico (entrambi sbagliando), di essere distinto e distante dalla cognizione del paziente, osservatore esterno del proprio oggetto osservato. Il setting non è un’area pneumatica di isolamento con i suoi riti e suoi costumi: come è seduto il paziente e dove il terapeuta, gli appuntamenti calcolati, gli orari definiti e i soldi pagati. Ogni paziente avrebbe invece bisogno del suo setting in base alle sue esigenze terapeutiche. L’osservatore cambia l’oggetto osservato e, nessuno più del terapeuta all’interno di una relazione psicoterapeutica, cambia il suo soggettivo interlocutore e il suo mondo intero
3. Oltre
Fuori dal setting. La mia proposta è che il setting sia riformulato – in – e inserito – out – in un programma catallattico che integri i 3 diversi approcci del recupero: quello filosofico - epistemologico; quello psicologico - psicanalitico; quello pedagogico – didattico.
3.1. Ipotesi Catallattica
Friedrich von Hayek (Hayek 1998, 2008) ha denominato “catallassi” l’ordine sociale basato sulla cooperazione volontaria, indicando con questo verbo il doppio significato di scambiare e di “ammettere nella comunità” (Hayek 2010), cioè il processo per cui scambiando si può “diventare, da nemici, amici” (Hayek 2010).
Diventare da nemici amici, significa ricostruire la sociazione, sbloccare la relazione sociale. E la relazione sociale è il solo modo che conosciamo di semantizzare la vita senza prostrarla al condizionamento o al dominio assoluto della vacuità, della insipienza e della insignificanza. È la più grande conquista che l’umano ha compiuto, al di là di ogni altro vivente, e la conquista che ancora deve compiere, quella che non compierà mai definitivamente: trovare i significati della vita, conoscere l’essenza della propria esistenza.
3.2 Progetto catalattico
Per alcuni soggetti in difficoltà noi abbiamo bisogno di definire un progetto catallattico, cioè un processo di desacralizzazione di sé basato sullo scambio, di ordine quotidiano. Senza dirlo, il disagio sociale cerca una platea indispensabile alla propria divinizzazione: i sacerdoti che sono i genitori e i parenti più prossimi; coloro che, come in ogni fondamentalismo ascetico, rendono collettive, ma non sociali, relazioni disarticolate costruite sul dono senza scopo.
Si tratta di un progetto quotidiano assolutamente indispensabile per il recupero di diverse forme di devianza con il ripristino della sociazione. È necessario che il progetto catallattico venga definito e condotto, analizzando caso per caso; finché, dopo aver individuato le regolarità statistiche e le ricorrenze comportamentali (strutture conservative), non siamo in grado di evidenziare i fattori di un programma catallattico generale.
La proposta di applicare un progetto catallattico al tema della distruttività, ad esempio, ci viene presentata, per primo, da Renos Papadopulos (Papadopulos 2000). È dunque con lui che dobbiamo fare i conti, partendo dalla considerazione che il progetto catallattico può essere esteso ad ogni comportamento deviante e ad alcune leggere patologie come attività preventiva alla terapia. È indispensabile specificare che il progetto catallattico, specie nella fase di de-patologizzazione di alcuni comportamenti, non è contro il setting. Va oltre. Sebbene il concetto non sia perfettamente congruente, rende l’idea affermare che si tratta di una terapia che supera la terapia fino ad annullarla.
In ogni caso, Papadopulos, partendo dalla considerazione restrittiva della distruttività come “fenomeno poliedrico e pluridimensionale che non può e non deve essere limitato nell’ambito di una singola disciplina”( Papadopulos 2000), propone di “riflettere sull’epistemologia che impercettibilmente applichiamo nell’affrontare il tema della distruttività” (Papadopulos 2000).
Il nucleo centrale di questo nuovo approccio epistemologico, sia per la distruttività che per altri ambiti psicologici e psicoterapeutici, consiste nell’evitare di patologizzare la distruttività e ogni altra devianza. Non curare una malattia. Ciascuno è portatore di “narrazioni di polarità” (Papadopulos 2000), gestalt, “narrazioni dicotomiche” (Papadopulos 2000) come pre-concettualizzazioni, consapevoli o meno, del problema scientifico. La psicoanalisi, ad esempio, “sembra essersi accostata alla distruttività attraverso il concetto di «impulsi aggressivi», pulsioni o istinti, mentre la psicologia analitica sembra aver posto l’accento sul concetto di «ombra» e sul «problema del male» nell’approccio allo stesso tema.” (Papadopulos 2000).
Tutti questi approcci hanno la tendenza a giudicare la distruttività o altri aspetti della psicologia della persona, come comportamento inevitabilmente patologico. Però la loro complessità e maggiormente la loro ampiezza non giustificano questi orientamenti. Molte dimensioni della psicologia, infatti, sono come la distruttività: un fenomeno “che riguarda la maggior parte di noi, nelle sue varie forme ed ombre, eppure tendono a trovare difficile comprenderla nel modo appropriato” (Papadopulos 2000). Accade spesso come fu per il divorzio, la cui diffusione (ampiezza) ha evitato che fosse patologizzato, sebbene i vincoli morali iniziali ebbero questa tendenza. Doveva esserci (e ancora si pensa così talvolta) qualcosa “che non andava dal punto di vista psicologico nelle persone che divorziavano” (Papadopulos 2000).
Invece, per molte altre caratteristiche psicologiche generali, nonostante la stessa o addirittura maggiore ampiezza comune tra noi, non accade: perché le deviazioni psicologiche normali di ciascuno di noi, vengono regolarmente dimenticate se non addirittura rimosse; perché siamo abituati a curare la psicosi di ogni genere nel mentre siamo i più arroganti portatori del genere della psicosi. Per questo ciò che è accaduto per il divorzio non accade per i comportamenti distruttivi e non accade per altri comportamenti devianti dalla normalità. “La società sembra non essere riuscita a mettere in atto qualcosa di simile nei confronti della distruttività e della violenza” (Papadopulos 2000). Anche perché la maggior parte delle volte, a causa della complessità multidimensionale dei comportamenti devianti, non ne conosciamo – come voleva Sofsky (Sofsky 2001) per i comportamenti violenti – la causa. Alla fine ogni causa si dimostra parziale o insignificante, ogni interpretazione equivoca. Comportamenti che sono comprensibili soltanto in una dimensione logica quantistica (Ceci 2014).
Nel profondo della vita, spiega la proprietà quantistica della granularità, il tempo lineare e continuo non esiste. Esistono contemporaneamente diverse dimensioni che definiscono un intorno quantizzato di un tempo non divisibile. “Tutto un blocco” dicono i soggetti intervistati. In questo intorno i problemi, le motivazioni, le cause dei comportamenti, dei modelli culturali di orientamento all’azione, sono indeterminati, si esprimono senza ragione, senza razionalità, per sovrapposizione di stati mentali. Si tratta di clusterizzazioni di 4 dimensioni logiche. I soggetti sviluppano una radicalizzazione involontaria di comportamenti devianti. In molti casi vengono giudicati – ingiustamente – malati, mentre sono solo parzialmente sconnessi dalla realtà. Quando invece entrano in una dinamica di interazione relazionale, quando ricostruiscono una sociazione, hanno la possibilità di misurarsi e quindi di riequilibrarsi rispetto alle dinamiche del reale condiviso. In questo processo di ricostruzione della sociazione non sapremo mai quale sarà effettivamente il loro posizionamento. Come diceva Bauman, tutto è liquido, tutto è un processo fluttuante, e “anche la distinzione fra presente, passato e futuro diventa quindi fluttuante, indeterminata. Come una particella può essere diffusa nello spazio, così la differenza fra passato e futuro può fluttuare: un avvenimento può essere insieme prima e dopo un altro” (Bauman 2005).
È la relazione sociale gradualmente estesa dal conduttore al network delle amicizie che posiziona il soggetto scisso, in qualche modo lo localizza perché lui gradualmente si localizza ascoltando la musica, leggendo poesie, racconti, in internet, recuperando – principalmente tramite la cultura – una semantica della sua vita. Ogni individuo si posiziona soltanto relativamente a ciò con cui ha interagito. È inevitabile. È quel che Papadopulos ha chiamato, mutuandolo da Jung, la “radiazione dell’ombra”. Se interagisce soltanto con la sintattica della vita (regole e desideri) tende a conformarsi, o a contestarle, o a ritirarsi. Se, viceversa, interagisce anche con la semantica della vita a quella dell’ombra si aggiunge una “radiazione della luce” che produce i significati necessari al proprio posizionamento. L’ombra archetipica di Jung non è nient’altro che una sovrapposizione di stati storici, tramandati nell’inconscio collettivo della socialità, stati indeterminati e pur sempre esistenti che vengono di volta in volta clusterizzati in configurazioni separtite. Le interazioni dei soggetti devianti sono per questo sempre specifiche e definite, nei confronti di altri significanti.
Ciascuno vive sempre, contemporaneamente in un punto di intersezione di una moltitudine di intervalli multidimensionali. Si capisce allora che restare “in una narrazione dicotomica che contrappone patologia e salute” (Papadopulos 2000) significa restare intrappolati. In questa situazione abbiamo una sola possibilità per comprendere e ridurre la devianza. Non guardarla dall’esterno come farebbe un qualsiasi terapeuta. Non come osservatori esterni al fenomeno osservato, ma entrare dentro la devianza e la deviazione che è di ciascuno di noi, “cercare di collocarci come individui in modo significativo all’interno di essa invece di tentare di fornire una spiegazione esauriente” (Papadopulos 2000).
I soggetti che adottano comportamenti devianti, mostrano di avere una disintegrazione del substrato si identità. Per ricostruire la propria narrazione identitaria bisogna uscire dalla “polarità patologica” (Papadopulos 2000) evitare di “descrivere l’esperienza come patologica” (Papadopulos 2000). Ciò di cui si ha una insuperabile necessità è di gestire il dolore esistenziale (Jung 1981, Papadopulos 1998) che disintegra la identità. Per raggiungere questo obiettivo bisogna semantizzare l’estremo, trovare il significato che da solo e da soli non si trova, “non emerge da solo al di fuori dei parametri delle narrazioni che uniscono la sfera personale e quella collettiva” (Papadopulos 2000).
La semantica della vita non emerge senza la sociazione. È soltanto dentro questa sociazione, questa semantica della relazione sociale e della connessione tra privato e collettivo, che i soggetti autonomamente hanno la possibilità “di venire «riportati alla normalità» senza ignorare la natura malvagia delle azioni che erano state perpetrate contro di loro” (Papadopulos 2000).
L’obiettivo di un progetto catallattico è nella produzione autopoietica di narrazioni normalizzanti che siano in grado di generare significati di vita. Rispetto ai comportamenti devianti, dunque, “la soluzione consiste nel creare una nuova narrazione all’interno della quale l’accento viene posto sulla ordinaria età della distruttività più che sulla sua classificazione come «normale» o «patologica»” (Papadopulos 2000). Bisogna assolutamente evitare di offrire loro una verità, cioè una interpretazione del reale. È importante invece che li si metta in condizione di affrontare la loro realtà; cioè di “fornire loro gli strumenti per elaborare delle narrazioni nuove entro le quali esperienze avrebbero assunto un significato differente” (Papadopulos 2000). Questo è possibile soltanto uscendo dall’intervallo unidimensionale normalità/patologia tramite “un testimone umano reale in grado di facilitare con interventi minimi il processo di disgelo e di riconnessione delle varie parti delle loro narrazioni personali e collettive” (Papadopulos 2000). Non solo un terapeuta, ma anche un educatore. “Ciò di cui avevano bisogno era la presenza di una persona disponibile che fosse anche pienamente consapevole della molteplicità di trappole e possibilità insite nelle interazioni terapeutiche (della varietà della matrice trasfert/controtransfert)” (Papadopulos 2000).
3.3. Programma catalattico
Il programma catallàttico, che non abbiamo qui possibilità di trattare, si fonda su una formula tridimensionale:
S1 : S = S2 : A
Dove
· S1 sta per significato, agente significante e conoscenza;
· S sta per soggetto, verità e realtà;
· S2 sta per sapere, altro soggettivo e sociazione;
· A sta per godimento, semantica e falsificazione.
La formula è tridimensione perché si può leggere secondo 3 dimensioni interpretative:
- Psicanaliticamente si può leggere: “il sapere sta al desiderio come il significante sta al godimento”, la voglia di sapere genera in noi un godimento se si traduce in un significato.
- Sociologicamente si può leggere: “l’agente significante sta alla sociazione come l’altro soggettivo sta alla sua semantica”, i significati sono prodotti dalla relazione con l’altro quando questo altro ha una valenza comunicativa percepibile.
- Filosoficamente si può leggere: “la conoscenza sta alla realtà come la verità sta alla sua falsificazione”, tra verità ipotetica e realtà fenomenologica c’è una distanza che si cerca infinitamente di colmare.
Il programma catallattico è un processo che si svolge secondo i criteri indicati e principalmente sulla base del fattore di de-patologizzazione della relazione di sociazione, sostenuta da un conduttore o un testimone in grado di favorire narrazioni autopoietiche di normalizzazione.
Affinché questo avvenga, tuttavia, occorre passare per alcuni step fondamentali e irrinunciabili.
- Il primo riguarda il posizionamento dei soggetti in un determinato scenario. Normalmente i comportamenti devianti tentano di soddisfare bisogni centrici, cioè bisogni concentrati attorno ai protagonisti della deviazione dalla presunta normalità. In entrambi i casi, sia per comportamenti aggressivi che regressivi, si tratta di un conflitto con altri e con se stessi. Per questo motivo è necessario, anche se non sufficiente, formulare subito una mappa connettografica del dominio relazionale dei soggetti devianti. In questo dominio relazionale deve essere individuato, o appositamente collocato, il “conduttore”, cioè colui che intende costruire una relazione semantica con il “disturbato”. “La regola fondamentale – racconta Papadopulos – è stata quella di trovare dei modi per legittimare una connessione con i sopravvissuti che non si basasse sul tradizionale contatto paziente-terapeuta” (Papadopulos 2000). La relazione viene costruita aggirando il “contatto terapeutico”, “trascorrendo con loro un tempo non strutturato” (Papadopulos 2000), perché “gli uomini non desideravano incontrare un terapeuta dal momento che non sentivano di avere alcun problema o disturbo nella sfera della salute mentale” (Papadopulos 2000).
- Il secondo step riguarda l’azione di normalizzazione di tutti i comportamenti del soggetto che il comportamento deviante ha inevitabilmente squilibrato. Si tratta di ridurre il più possibile la liminalità in cui il soggetto si è rinchiuso, il vuoto utile a sostenere le motivazioni della sua aggressività o della sua regressività. Nella narrazione polarizzata della sua vita, il soggetto deve poter sostituire la patologia con il dramma, lo stato mentale con una situazione relazionale tipica. È importante sottolineare che il conduttore deve essere in grado di seguire, senza imporre, il ritmo della discussione e i suoi argomenti. Si deve poter parlare di tutti nei tempi e nei ritmi del soggetto. “Rispettando il fatto che erano loro a «comandare», non diressi in alcun modo i colloqui, ma consentii loro di parlarmi di qualsiasi cosa, desiderassero seguendo il loro ritmo” (Papadopulos 2000).
- il terzo step consiste dalle strutturazione dei metalivelli e della circoscrizione delle semantiche della vita. I primi due metalivelli sono naturalmente quelli di spazio e di tempo. Affinché possano essere riorientati i metalivelli, è necessario che, almeno in fase iniziale, si sia molto flessibili sui tempi e molto disponibili sugli spazi in cui gestire lo scambio (catallassi) relazionale prima e sociale poi. Man a mano che il processo di stratificazione dei limiti comportamentali procede è fondamentale irrigidire i tempi e ridurre gli spazi. Fino ad arrivare alla eliminazione del conduttore senza eliminare la relazione di accoglienza e di amicizia. A quel punto, il programma è concluso e il soggetto è perfettamente in grado di gestire l’autopoiesi della sua stessa identità.
4. In/Oltre
Avere un setting che ci permetta di andare anche oltre il setting: questo è il nostro obiettivo.
La mia proposta è che il setting sia riformulato – in – e inserito – out – in un programma catallattico che integri i 3 diversi approcci del recupero:
- quello filosofico – epistemologico, visto che la consulenza filosofica sui significati della vita è molto importante e rapida;
- quello psicologico – psicanalitico, poiché la terapia non va esclusa ma gestita con una epistemologia soggettiva;
- quello pedagogico – didattico, poiché l’aspetto educativo ha come fondamento la costruzione della sociazione nell’ambito di un patrimonio culturale aperto che favorisca la propria identità e la propria identificazione.
In conclusione, ciò di cui abbiamo assolutamente bisogno è di gestire l’asimmetria della vita, entro cui siamo nati e in cui ci siamo formati, con la nostra connotazione di umani, evoluta grazie alla relazione comunicativa che ha definito il dominio di sociazione che, a sua volta, ha definito e definisce continuamente noi che lo definiamo.
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