RIFORMARE LA GIUSTIZIA
Se qualcuno, domani mattina, dopo questa relazione, volesse inviarmi una mail, riceverebbe certamente una risposta. Sul bordo in basso, a destra per il lettore, troverebbe scritto la frase DILIGITE IUSTITIAM QUI IUDICATIS TERRAM, amate la giustizia voi che giudicate la terra.
Il testo è tratto dal XVIII canto del Paradiso, quando Dante, accompagnato e protetto dalla dolce Beatrice, “Vincendo me col lume d’un sorriso”, passando dal rosso cielo di Marte, dove incontra Cacciaguida, dentro il bianco cielo di Giove, vede tante fiammelle, tante anime che continuamente, “volitando cantavano, e faciensi / or D, or I, or L in sue figure”, cantando in volo formano la figura di determinate lettere. Finchè, lettera dopo lettera, “Mostrarsi dunque in cinque volte sette / vocali e consonanti; e io notai / le parti sì, come mi parver dette.”, Dante legge la frase intera; “"DILIGITE IUSTITIAM", primai / fur verbo e nome di tutto 'l dipinto; /"QUI IUDICATIS TERRAM", fur sezzai”.
AMATE LA GIUSTIZIA O VOI CHE GOVERNATE LA TERRA.
Il sommo poeta poi ci regala un’immagine stupenda: la m finale di TERRAM, “l'emme del vocabol quinto”, evidentemente scritta in forma gotica, si muove, “E vidi scendere altre luci dove / era il colmo de l'emme, e lì quetarsi”, la parte centrale diventa testa, le parti laterali diventano ali, “resurger parver quindi più di mille / luci e salir, qual assai e qual poco,”, finché tutte insieme, ferme e calme, come deve essere la giustizia, “quïetata ciascuna in suo loco,”, non formano il simbolo per antonomasia del potere politico terreno, “la testa e 'l collo d'un'aguglia vidi / rappresentare a quel distinto foco.”, l’aquila imperiale.
Che cosa significa tutta questa stupenda costruzione letteraria?
Significa che la giustizia va data in vita, agli uomini che sono sulla terra dagli stessi uomini che sono sulla terra.
La libertà ci è naturale, è nostra da quando nasciamo, è insita nell’umano, la libertà è la nostra natura, ma è la giustizia che la governa, la giustizia spetta agli umani, è il prodotto delle regole sociali che si danno e questa produzione di regole non compete ai giudici, compete all’aquila imperiale, al potere politico.
Se e quando la politica deroga a questo suo compito, l’ingiustizia primeggia e svanisce anche la libertà. Dante conosceva Omero e, dunque, sapeva perfettamente che Achille, il semidio sprezzante di ogni ordine, totalmente libero da sfuggire di continuo alla organizzazione di Agamennone, Achille, l’emblema greco della libertà, muore per un qualsiasi accidente quando ammazza con ira la giustizia di Ettore.
La libertà muore quando muore la giustizia.
È quello che succede continuamente in Italia.
La libertà muore ogni giorno perché ogni giorno muore la giustizia; e questo assassinio che la ingiustizia compie contro la libertà si chiama arresto preventivo o, peggio ancora, come si diceva una volta, detenuto in attesa di giudizio. Nessuno può essere detenuto se non è stato prima giudicato. Questo è un assassinio di libertà, una offesa alla democrazia e alla dignità umana irreversibile, che, una volta compiuta, non potrà mai più essere recuperata, in alcun modo potrà essere risarcita.
Per evitare il rimbrotto dei giuristi presenti dichiaro immediatamente la conoscenza delle distinzioni tra “arresto preventivo”, che è una disposizione di uno Stato di Polizia tipico dello Reich Nazista e del Fascismo, e le “misure di costrizione cautelare” previste dal nostro codice di procedura penale di cui l’arresto è solo una delle modalità indicate. Qualcuno mi spiegherà con dovizia di particolari, che per arrivare ad una restrizione di questo genere occorrono indizi fondati e il giudizio di un certo numero di ordini giuridici, una forte oggettivazione degli indizi.
Tuttavia per me, sul piano politico, non c’è alcuna differenza perché entrambe fondano la loro legittimazione su un pregiudizio. Più discrezionale il primo, più documentato il secondo: ma sempre di un pregiudizio, sempre di una ipotesi, sempre di un teorema si tratta.
In una democrazia non può esistere il “presumibilmente colpevole”. Uno o è colpevole o è innocente. Anzi, in una democrazia un cittadino è innocente sempre, fino a prova contraria. In una democrazia l’inversione dell’onere della prova non esiste. L’onere della prova spetta sempre a chi accusa. Già non è concepibile che un cittadino venga arrestato perché sospettato di essere colpevole; ma è totalmente assurdo che poi tocchi a quel cittadino provare di essere innocente. E intanto, in attesa dell’interrogatorio, nemmeno del giudizio, ti chiudo in galera. Così la ingiustizia uccide la libertà e derubrica, come fosse una semplice procedura burocratica e non un sistema di vita, la democrazia.
Per non rubare spazio ai colleghi giuristi non voglio entrare nel groviglio di norme che consentono e che gestiscono questa misura cautelare assurda. Voglio soltanto concentrare l’attenzione sulla sentenza n. 4614 del 5 febbraio 2007 in cui le Sezioni Unite della Cassazione hanno stabilito che il limite massimo della carcerazione preventiva non è un limite perentorio. Significa che quando la carcerazione preventiva è finita non è detto che sia finita. Potrebbe continuare. È derogabile infatti sulla base di un provvedimento del giudice che naturalmente sia consentito dalla legge. La cosa sembra banale: se il giudice scopre un’altra presunzione di reato ti ri-arresta. Significa che rimani comunque in carcere. O, peggio ancora, ti fa uscire per un poco e poi ti arresta di nuovo, con uno stillicidio ossessionante, costruendo per te uno stigma sociale sempre più pesante e sempre più insopportabile. Uno stigma sociale traumatico anche perché si estende inevitabilmente a familiari, amici e conoscenti. Fino a che l’uso non diviene un abuso e quello stigma sociale non si trasforma in uno status symbol: tutti quelli che hanno potere sono arrestati, se non sono arrestati vuol dire che non hanno potere.
In realtà, quindi, quella cosa che appare banale – ti arresto ogni volta che ho un fondato elemento di colpevolezza – non lo è affatto. In questo modo, è possibile tenere in carcere fino all’ergastolo un presunto innocente – visto che in democrazia il presunto colpevole non dovrebbe esistere - senza nessun processo. Allo scadere della carcerazione preventiva compare inatteso un altro reato probabile (o si centellinano i capi di accusa) e, poiché il limite massimo non è mai perentorio, ti tengo in galera in attesa di un giudizio che non potrebbe avvenire mai in vita. L’Italia ha realizzato il paradosso sofista: la freccia della giustizia scoccata dall’arco del giudice, non è mai partita se si frammenta in segmenti regolari la sua percorrenza. E una volta entrato in galera in attesa di giudizio potresti non uscirne più restando in attesa di giudizio.
La carcerazione preventiva è una dismisura, cioè, oltre la palese ingiustizia, produce un disequilibrio generale nel sistema. Il più importante di questi è che determina una condizione, al tempo stesso, di impunità e di impunibilità.
Impunità, nel caso in cui l’arrestato risulti – come ormai nella minoranza dei casi – colpevole. L’arresto preventivo non è una condanna. Per questo è sempre una dichiarazione di debolezza delle indagini e della documentazione del magistrato. Non si riescono a trovare le prove e, cautelativamente, arresto l’indagato perché potrebbe fuggire o inquinare. Però, proprio perché lo si arresta il presunto colpevole sa di essere sotto indagine e quindi ha la possibilità di preparare una fuga futura e di inquinare le prove per interposta persona. Un avvocato scaltro blocca il procedimento del magistrato. Comincia la guerra cartacea della legittimità e della validità degli atti e delle azioni, e le indagini si interrompono o si disorientano. Il caso di Avetrana è emblematico: c’è un reo confesso in libertà e il pubblico ministero - che ormai viene chiamato correttamente ma impropriamente pubblica accusa - ha chiesto l’ergastolo per due persone incarcerate che si dichiarano innocenti. Se la confessione è vera, è una follia. Se è falsa, come indicano le investigazioni, si è permesso a dichiarazioni strumentali e calcolate di far girare come una giostra tutte le indagini, che ogni volta dovevano ricominciare per verificarne la attendibilità, per anni, a vantaggio e supporto degli utenti di un circo mediatico famelico.
L’impunibilità, nel caso in cui l’arrestato risultasse – come ormai per la maggior parte dei casi – innocente, deriva dalla distinzione tra “reo virtuale” e “reo reale”. Vuol dire che si è dibattuto contro una persona non colpevole dei reati ascritti, mentre il colpevole vero ha avuto tutto il tempo di glissarsi tranquillamente. Dopo tutti gli anni passati ad inseguire i tre gradi di giudizio, sarà impossibile ricominciare da capo e sapere chi commise molto tempo prima il crimine. Hai avuto un innocente impelagato con la giustizia e un colpevole in libertà, magari tranquillamente trasferito in un paese che non consente l’estradizione. Per permettere questa condizione di sostanziale impunibilità, l’investigazione stessa non viene specializzata, viene lasciata alla abilità empirica degli inquirenti, quando occorrerebbe – come sa chiunque si occupi minimamente di criminologia – di una competenza professionale specifica. Una competenza che effettivamente hanno le forze dell’ordine, poliziesche e militari, ma che troppo spesso non è funzionale al processo. In ogni caso l’azione investigativa resta in mano alla magistratura che, quando non riesce ad ottenere le informazioni necessarie per invalidare le sue ipotesi (appunto il teorema), le estorce. Eppure, ogni provetto criminologo, perfino quelli alla moda che vanno frequentemente in televisione a parlare di cose che non possono sapere perché non hanno svolto l’indagine e non hanno accesso agli atti, sa che, affinché l’investigazione funzioni minimamente, deve restare occulta. Quando si rende evidente, l’attività investigativa è conclusa, a meno che l’evidenza non serva ad indurre reazioni, cioè comportamenti calcolati per l’indagine. Basta imparare dal sistema di intelligence migliore del mondo: la confessione. Gli Stati moderni spendono milioni di dollari per ottenere le informazioni. La Chiesa Cattolica Apostolica Romana, con l’istituto indispensabile della confessione, riceve tutte le informazione che vuole, senza il minimo sforzo, portate direttamente da ogni fedele che lascia sempre, come offerta, un piccolo obolo. La procedura di investigazione è talmente mascherata dallo schema costi benefici (secondo il noto modello di Pascal), in cui si concede la salvezza eterna in cambio di informazioni e soldi, da non essere assolutamente percepita. Basterebbe imparare, senza presunzione, dalla organizzazione di potere più efficiente ed efficace degli ultimi duemila anni che, passando dentro ben più drammatiche e violente barbarie, ha specializzato il suo sistema di intelligence e di investigazione.
Dunque la giustizia italiana è in una condizione di totale squilibrio. E ho parlato soltanto dell’ambito penale. Immagino che in ambito civile, in termini di normativa e – peggio ancora – in termini di procedura, gli obbrobri siano assai peggiori, sebbene meno evidenti perché oggettivamente meno dolorosi.
A me spetta, in quanto politologo, cercare di capire perché.
Perché la giustizia italiana e non solo, è cosi squilibrata da produrre continuamente ingiustizia?
Mi accorgo poi, ovunque rivolga il mio sguardo, che in ogni ambito sociale, alla fine, c’è una situazione invertita, o almeno uno squilibrio conclamato se non addirittura una dismisura. Mi chiedo, allora, perché non si riesca a bilanciare la complessiva situazione italiana. Francamente non credo che tutti i politici che si sono susseguiti alla guida dello Stato siano animati da una perversione collegiale, e che tutti siano condotti da una volontà negativa, malvagia e maligna. Come non credo in un destino immutabile, cinico e baro.
Se nessuno è riuscito nei suoi pur buoni propositi, una ragione ci deve essere. Addirittura, se il ceto politico è così dequalificato da non essere in grado di produrre soluzioni funzionali, sempre qualche ragione deve esserci.
Per me la situazione è semplicissima, seppur non creduta.
Le comunità, le società, i sistemi – prima – ed ora i network, da sempre e in tutte le epoche storiche possono essere governate principalmente, anche se non esclusivamente, solo tarando 3, solo 3 fattori morfologici:
· Il fattore fiscale per il recupero delle risorse;
· Il fattore elettorale per la selezione delle persone;
· Il fattore comunicazione (complessivamente inteso) per la produzione delle idee.
Se non si riformano e non si adeguano gradatamente alle esigenze sociali questi tre fattori, tutto il resto è inutile, qualsiasi altra riforma insignificante se non addirittura dannosa.
Adeguati i tre fattori morfologici alle esigenze sociali condivise, il resto si adeguerà autonomamente, se non automaticamente, per effetto latente in una logica processuale, alle sue migliori condizioni di funzionalità. Non c’è Governo, non c’è salvatore della patria, non c’è risolutore di sistema, non c’è riforma di comparto, non c’è legge, sul lavoro, sulla pubblica istruzione, sulla pubblica amministrazione, sulla sicurezza, sulla sanità, sullo sviluppo e sulla giustizia, che funzioneranno se prima non si adeguano i tre fattori morfologici alle esigenze sociali. Senza una opportuna riforma dei tre fattori morfologici, tutti gli sforzi in tutti gli altri settori saranno perfettamente inutili e noi continueremo a vivere in un network sociale complessivamente squilibrato, in cui ogni decisione produce talmente tanta entropia da rendere la nostra vita quotidiana priva di strutture conservative e dunque totalmente insostenibile.
Questo però è un altro discorso, che ci allontana dal nostro tema principale. È tuttavia il discorso fondamentale, che non può essere eluso se si vuole davvero invertire il processo accelerato della degenerazione italiana.
Dal 1948 al 1951, Alvin Gouldner, descrive gli effetti latenti nelle organizzazioni complesse. Da allora moltissimi studiosi della sociologia, della scienza delle organizzazioni e delle scienze politiche si sono concentrati su questo aspetto fondamentale del processo decisionale. Da noi, questi discorsi, indispensabili per qualsiasi riforma, sono riservati ad una minoranza di esperti e anche ad una minoranza tra gli esperti. Se si vuole ridurre la disoccupazione, per esempio, si fa una legge sul lavoro. Nessuno pensa minimamente che l’alto tasso di disoccupazione possa essere un effetto latente del fattore fiscale e, quindi, che riformando il fattore fiscale si possono raggiungere più alti livelli di occupazione di quanti ne possa determinare una qualsiasi legge sul lavoro. Nessuno ci pensa perché il fattore comunicazione è bloccato e non produce idee; perché il fattore elettorale nomina un ceto politico acquiescente agli slogan autoreferenziali della propria dirigenza. Il fattore comunicazione enfatizza le soluzioni taumaturgiche di una legge sul lavoro variamente denominata per esigenze pubblicitarie, i politici si conformano e si trasformano in ripetitori degli slogan generalisti, il fattore fiscale viene ignorato, non riformato, e la disoccupazione aumenta inesorabilmente.
Così è per tutto.
Così è per la giustizia.
Volendo indicare il meccanismo autopoietico di riforma, Bauman disse una volta che la società più giusta è quella che pensa continuamente di essere ingiusta; perché, se sa di essere ingiusta, la società, si riformerà e tenderà a raggiungere sempre più alti livelli di giustizia.
L’Italia dimostra che questa ipotesi letteraria di Bauman non funziona.
L’Italia sa benissimo di essere ingiusta. Le viene anche spesso ripetuto da vari soggetti internazionali. Questa consapevolezza dichiarata di ingiustizia non riesce però ad arrivare a livelli di giustizia migliori. E qualsiasi riforma sulla giustizia non risolverà il problema. Se il fattore elettorale non elegge un ceto politico autonomo e competente, ma nomina un ceto politico per fedeltà e affiliazione al capo, quei politici, come effetto latente, faranno leggi di riforma indifferenti al funzionamento della giustizia, utili o alle esigenze di colui che li nomina o succubi di una magistratura libera da ogni forma di controllo reale. È il caso tipico della barbarie della carcerazione preventiva: per non inimicarsi il potere incontrollato della magistratura il fattore comunicazione non tratta il problema, per non essere impopolari i politici nominati non lo riformano, cause infinite e detenzioni improprie caricano di costi il sistema giuridico, i costi si scaricano sul bilancio dello Stato e bloccano il fattore fiscale. È un circuito autoreferenziale infernale. Vale in tutti i poli del nostro network sociale, anche se per la sanità e per la produzione di ingiustizia, è assai più doloroso.
Ciò che possiamo fare noi, poiché spetta solo a noi, è cominciare a sbloccare il fattore comunicazione da una omologazione e da una acquiescenza prodotta dal controllo del linguaggio per la riduzione del pensiero. Parlarne e fare network su media incontrollati e incontrollabili come quelli del web è già tanto. Ci vuole un impegno assolutamente prezioso perché, una volta sbloccato il fattore comunicazione anche gli altri si sbloccheranno.
Cosciente che questo è il vero terreno di un nuovo impegno civico, io cerco di comunicare le idee per sottoporle ad una selezione critica (falsificazione) con una certa costanza e insistenza. E questa occasione è stata per me un’altra fantastica opportunità.
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