0 - EPISTEMICA DELL'INTRODUZIONE
Introduzione
1. … delle cose stesse, ovvero scienza del mondo sensibile
Tutti i cavalli sono diversi tra loro, ma i cavalli tutti insieme sono diversi dagli uccelli, dai pesci, dai gatti, dalle scimmie, dagli elefanti, dai serpenti. Tutti i cigni, bianchi o neri, sono diversi dalle aquile. Quando guarda, quando fala prima esperienza diretta con il mondo, l’uomo percepisce due cose precise: da un lato, che gli uomini si accoppiano con gli uomini e vivono insieme, i cani con i cani e vivono insieme e che tutti gli altri animali fanno lo stesso. Cioè, l’uomo scopre due principi collegati: il principio di similarità – un cane è simile ad un altro cane ma diverso da tutti gli altri animali - e il principio di contiguità - gli esseri viventi simili si raggruppano e sono collegati almeno per il concepimento e la nascita -. Sono due principi fondamentali della gestalt, della percezione diretta, empirica: la similitudine e la correlazione.
Forse l’empirismo è stato il primo approccio epistemologico e continua ancora nell’ultima versione della teoria della epistemologia naturalizzata del filosofo americano Willard van Orman Quine[1], anche se probabilmente Lui non sarebbe d’accordo.
L’empirismo è noto e demolito. Talvolta denigrato, ma non partecipo alla letteratura della condanna. Non ha alcun senso. Anzi, ritengo che, se ci ha accompagnato in una lunga epoca di emancipazione dell’umanità, dalla conquista della posizione retta fino alle prime verticalizzazioni dell’habitat e, dunque, alle prime forme razionali, in un lunghissimo e delicato periodo della nostra storia, il prezioso periodo della umanizzazione, dalla differenziazione funzionale della nostra specie fino alla affermazione delle prime comunità urbanizzate, se ci ha sorretto nel lungo periodo prezioso della nostra genesi, l’empirismo, o meglio la epistemologia naturale non può assolutamente essere banalizzata.
Certo sappiamo tutti che «le asserzioni empiriche – incluse tutte quelle che facciamo ordinariamente – sono tali che nessuna singola esperienza potrebbe dimostrare la verità in maniera decisiva; e si può dubitare che una qualunque esperienza ne dimostrerebbe in maniera conclusiva la falsità»[2]. E sappiamo anche, che poi è praticamente lo stesso problema del “Cigno Nero” rimesso in evidenza da Taleb[3]. Questo però non significa assolutamente nulla in generale e tantomeno in termini di epistemologia evoluzionistica.
In termini di epistemologia evoluzionistica o, meglio ancora, di evoluzione epistemologica, l’empirismo è servito a precisi riorientamenti gestaltici e riorganizzazioni mentali. La più importante l’abbiamo già indicata nei principi complementari di similarità e contiguità. Naturalmente il processo di accrescimento celebrale è stato lento, lentissimo, ma l’incorporazione dei principi complementari di similarità e di contiguità è stato il conduttore evolutivo della logica endofasica, due binari su cui il treno irrefrenabile della intelligenza umana è partito. Capire che alcuni esseri simili vivono insieme è stata una grande intuizione genetica. È stato il passaggio da una condizione emozionale ad una dimensione endofasica.
Elvio Ceci spiega bene, anche se troppo implicitamente, questo passaggio. Il pensiero precedente alla logica aristotelica di ordine formale, «concepiva il mondo come qualcosa di indifferenziato»[4]. Infatti, il principio di non contraddizione aristotelico «sottende il concetto di differenziazione, il quale permette di inserire o meno un oggetto in una classe, in modo tale da dare al mondo categorie distinte, utili per la sua comprensione»[5].
In termini letterari endofasia significa discorso interiore. Non si tratta dunque di psicologia o, come sosteneva Husserl, di psicologismo. Quella endofasica è una vera e propria logica, di carattere discorsivo, in cui «i connettivi logici non siano presenti, in cui tutto si presenti in modo immediato e indistinto»[6]: appunto, quelli vivono assieme, quelli sono simili. Nasce una prima distinzione, che non è differenziazione. Se è vero che «tale procedimento distintivo è condizione necessaria e sufficiente per conoscere»[7], con i principi complementari di contiguità e similarità nasce la prima forma di conoscenza umana, senza connettivi logici, senza giustificazione, distinguendo il sacro dal profano, senza la necessità del principio di non contraddizione, «quando gli eventi vengono sottratti alla casualità del loro accadere e iscritti in un disegno che li rende significanti al di là della loro pura eventualità»[8]. In altri termini, e in modo lineare, la logica umana, la logica che distingue l’umano da ogni altro essere vivente noto, nasce da tre processi simbiotici integrati: la mimesis, «Sembra che gli esseri umani tendano in maniera generale alla mimesis, ad identificare ad identificare il proprio comportamento con il comportamento degli altri»[9]; l’empatia, lo sviluppo di processi di accoglimento integrativo in generale verso gli altri per la collaborazione nel gruppo dei pari, che «funge da collante sociale anche tra sconosciuti»[10], che «accresce la cooperazione»[11] e si struttura in eu-socialità; l’analogia, la istintiva produzione di comportamenti stereotipati, non consapevoli perché derivano direttamente da connotati psicologici[12] (e quindi non logici), in cui si attiva «un processo mentale che ci porta a comportamenti simili a quelli che il soggetto di riferimento attua»[13] e che, in questo modo, apre un canale comunicativo identificabile e accettabile.
Michel Serres, che secondo Umberto Eco dovrebbe essere «la mente filosofica più fine che esista oggi in Francia»[14], inizia il suo libro contro il metodo sostenendo che «pensare vuol dire inventare»[15]. È un esordio decisamente sbagliato giacché, come ci ha insegnato Husserl, la conoscenza non è nemmeno una ideazione se non è sempre principalmente una relazione. La pura invenzione non è conoscenza, è un sogno, un incubo. Invece la conoscenza è relazione con la vita. Spesso, molto spesso, la conoscenza è una azione nel mondo, esserci laddove si esiste davvero, una scienza del mondo della vita:
Forse voleva dire la stessa cosa Jean Piaget quando affermava, nella sua epistemologia genetica, che «l’intelligenza organizza il mondo organizzando se stessa»[18].
Oggi noi la chiamiamo autopoiesi della relazione cognitiva, e significa che se non entriamo in relazione con il mondo, se non agiamo nel mondo, se non siamo «nelle cose stesse», totalmente dentro «la vita che si agita»[19], se non assorbiamo la linfa vitale della intersoggettività, se non ci immergiamo nel fiume eracliteo dei fenomeni realmente esistenti, dentro quel mare «immenso e anonimo»[20] della vita che plasma irreversibilmente la vita stessa, noi non sappiamo niente, non conosciamo nulla.
La conoscenza ridotta a una invenzione, a una visione immaginifica, a una qualsiasi inventiva, non è nulla. Se si è fortunati può essere lo scheletro di un corpo, come diceva Casanova[21] nelle sue memorie, soltanto i rami di un albero, ma non l’albero; solo le ossa del mondo ma non la fantastica fluidità delle sue forme. La conoscenza è una verità che produce ulteriore realtà, ma questa realtà non esiste senza la realtà. La conoscenza è la verità della realtà che può produrre altra realtà. La conoscenza è una relazione simbiotica tra verità e realtà.
Possiamo esercitare la conoscenza che ci è riservata come peculiarità umana soltanto perché, per caso o per necessità[22], abbiamo sviluppato una intelligenza, una capacità di apprendere e trasmettere le regole fenomenologiche dell’esistente, gli immanenti aristotelici, soltanto perché sappiamo teorizzare. L’epistemologia ci aiuta a fare in modo che questa teoria non sia una invenzione, soltanto un costrutto, un semplice artefatto, un banale artificio. L’epistemologia ci aiuta a fare in modo che le nostre verità siano più corrispondenti possibili alla realtà, che ci sia il più alto grado di simbiosi.
L’epistemologia è la garanzia che la nostra unica e preziosa intelligenza teorica sia comunque in sintonia, appunto in una certa simbiosi, con i fenomeni esistenti; in permanente e perenne relazione con la vita, non spersone, solo in quanto individui, ma anche in quanto soggetti, cittadini; insomma, animali eu-sociali[23], esseri, essenti non solo della vita, principalmente alla vita[24].
Pensare non vuol dire inventare. Al limite, vuol dire incontrare. Il punto è: di fronte alla consapevolezza che la sopravvivenza della nostra specie (il nostro essere nel mondo) è il prodotto della interconnessione, della interazione, della relazione; non – come diceva Husserl – dell’ «Io dei pronomi personali»[25], ma dal fatto che «necessariamente sono e siamo in una comunità egologica»[26], nemmeno con l’altro, piuttosto nell’altro, simbioticamente; insomma, di fronte a questa consapevolezza occorre una nuova consapevolezza?
Se la nostra «vita in una universale auto-responsabilità»[27], per cui soltanto «è possibile nell’inseparabile correlazione tra persone singole e persone comunitarie grazie alla loro intima unione, mediata e immediata, in ogni interesse – unite nella concordanza e nel conflitto – e nella necessità di favorire la realizzazione sempre più perfetta della ragione personale singola solo come ragione personale comunitaria, e viceversa»[28], allora abbiamo bisogno di un nuovo pensiero, di una concezione del mondo nuova, della «metodologia di un pensiero scientifico di nuovo genere?»[29]
Insomma, la simbiosi fenomenologica di nuovo tipo reclama o no una nuova epistemologia?
Per Husserl sicuramente si e, come tutti sanno, Egli sintetizza il concetto intero nella dizione «scienza del mondo della vita»[30]. Husserl, tuttavia, non ha mai avuto il tempo, perché è nel frattempo morto, di rendere chiaro ciò che alla fine aveva profondamente intuito.
Noi abbiamo questa possibilità partendo proprio da qui dal decodificare una interpretazione dell’ultimo capitolo dell’ultimo libro di Edmund Husserl. Egli scrive: «La filosofia allora altro non è che un razionalismo da parte a parte, ma un razionalismo in sé differenziato secondo i diversi gradi del movimento di intenzione e riempimento, la ratio nel costante movimento dell’auto-chiarificazione, iniziato con il primo irrompere della filosofia nell’umanità, la cui ragione connaturata, un tempo, era ancora allo stato del nascondimento, dell’oscurità notturna»[31].
Non perderemo l’occasione.
NOTE
[1] QUINE W., Epistemologia naturalizzata, in Relatività ontologica ed altri saggi, Armando Editore, Roma 1986.
[2] LEWIS C. I., Le basi della conoscenza empirica, in CALABI C., COLIVA A., SERENI A., VOLPE G. (a cura di), Teorie della conoscenza. Il dibattito contemporaneo, Raffaello Cortina Editore, Milano 2015
[3] TALEB N. N., Il cigno nero, Il Saggiatore, Milano 2014
[4] CECI E., cit. 2014
[5] CECI E., cit. 2014
[6] CECI E., cit. 2014
[7] CECI E., cit. 2014 “Necessaria perché senza di esso non ci sarebbe conoscenza: non saremmo in grado di distinguere la conoscenza da nescienza e non saremmo in grado di conoscere la conoscenza. Sufficiente perché se si dà questa distinzione, non c’è bisogno di altre: nel distinguere iniziamo a conoscere l’essenza di una cosa.”. vedi pure FLORENSKIJ P., L’infinito nella conoscenza, Edizioni Mimesis, Milano 2014
[8] GALIMBERTI U., Cristianesimo, Feltrinelli, Milano 2012
[9] CECI E., cit. 2014 “Fin dall’infanzia andiamo soggetti al cosiddetto effetto camaleonte. Questa imitazione aiuta alla collaborazione sociale senza la necessità di segnali espliciti che indicano alle altre persone cosa fare”.
[10] CECI E., cit. 2014
[11] CECI E., cit. 2014
[12] CECI E., cit. 2014 “Numerosi studi mostrano, infatti, come azioni e sensazioni fisiche attivano stati psicologici collegati metaforicamente a quegli stati”. Vedi la Teoria delle impalcature concettuali e anche la Teoria dell’embodiment. Per una trattazione esaustiva sul tema della analogia vedi principalmente MELANDRI E., Analogia, Quodlibet, Macerata 2004
[13] CECI E., cit. 2014
[14] ECO U., Lectio magistralis al Festival della Comunicazione di Camogli, settembre 2015
[15] SERRES M., Il macigno zoppo, Bollati Boringhieri, Torino 2016
[16] HUSSERL E., Fenomenologia e teoria della conoscenza, Bompiani, Milano 2015
[17] HUSSERL E., cit. 2015
[18] PIAGET J., Epistemologia genetica, Laterza, Bari
[19] HUSSERL E., La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Il Saggiatore, Milano 2015
[20] HUSSERL E., cit. 2015
[21] CASANOVA G., Memorie, Mondadori, Milano 1985
[22] MONOD J., Il caso e la necessità, Mondadori, Milano 2011
[23] WILSON O. E., La conquista sociale della terra, Raffaello Cortina, Milano 2015
[24] https://www.youtube.com/watch?v=6RIpi8onciM
[25] HUSSERL E. , cit. 2015
[26] HUSSERL E., cit. 2015
[27] HUSSERL E., cit. 2015
[28] HUSSERL E., cit. 2015
[29] HUSSERL E., cit. 2015
[30] HUSSERL E., cit. 2015
[31] HUSSERL E., cit. 2015
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