EPISTEMICA DEI TREND
…gli uomini amano l’indomabile
Interpretiamo quotidianamente la dinamica degli habitat glocali con un clamoroso equivoco che purtroppo condiziona le decisioni politiche.
L’errore fondamentale sta nella comune idea, espressa anche da vari autorevoli autori, che i nostri habitat glocali passino da una situazione semplice a una complessa a una caotica (trend Tr – retroattivo).
Se cambiamo approccio epistemologico e a questa percezione banale dell’andamento dei fenomeni esistenti, di tutti i fenomeni esistenti, applichiamo i criteri della lebenswelt, della scienza della vita - come l’ha chiamata Husserl[1] -, ci accorgiamo che più frequentemente accade perfettamente il contrario: passiamo da una situazione caotica a una complessa a una semplice (trend Ta – attivo).
La vita, nella sua complessità appunto, è il prodotto di una moltitudine automatica di trend attivi (Ta). I trend retroattivi (Tr) sono un’eccezione tuttavia rilevante, per il fatto che pesano di più, essendo indice di una crisi o di uno stato di degenerazione. Il loro valore ponderale ovviamente attrae maggiormente l’attenzione e induce all’illusione ottica della loro principale esistenza. In realtà, invece, ciò che esiste davvero e principalmente è il quotidiano in cui viviamo e che è costituito in modo assolutamente rilevante da trend attivi (Ta), come l’aria senza la quale non sopravviveremmo, ma di cui non abbiamo percezione per la sua enorme disponibilità.
1. La decostruzione
“In linea teorica – scrive Herbert Simon – possiamo aspettarci che i sistemi complessi siano gerarchici in un mondo dove la complessità dovette svilupparsi dalla semplicità. Nella loro dinamica le gerarchie hanno una caratteristica, la semi-scomponibilità che ne semplifica enormemente il comportamento. La semi-scomponibilità semplifica anche la descrizione di un sistema complesso e così è più facile capire come le informazioni necessarie per lo sviluppo o la riproduzione del sistema possano essere immagazzinate entro un perimetro ragionevole”[2].
Non vorremmo offendere il noto economista e matematico, premio Nobel per la sua teoria della “Razionalità Olimpica”[3], ma questa affermazione è imprecisa se non totalmente sbagliata.
Intanto il concetto di semi-scomponibilità era già noto all’epistemologia moderna, meglio definito da Jacques Derrida, con il concetto di decostruzione[4].
Poi, non è detto che scomponendo, o meglio decostruendo, si semplifica. Tutt’altro. Vige il principio ologrammatico della logica quantistica in cui scomponendo un fenomeno fino ad uno stadio infinitamente piccolo troviamo identiche se non superiori complessità di quelle presenti nel fenomeno generale. Secondo Edgar Morin, infatti, il principio ologrammatico è proprio la sesta strada che ci conduce alla complessità. Un principio che vige sia per la fisica che per la biologia, ma “le cose stanno in questo modo – pur se in maniera completamente differente – anche per le nostre società”[5]. La dinamica dell’universo non è necessariamente più complessa della dinamica delle sue parti, di una galassia, di una stella, di un pianeta o di un buco nero. E non è affatto detto che scomponendo l’universo in galassie, stelle, pianeti o buchi neri, si semplifica. Le politiche di sviluppo europee o nazionali non sono necessariamente più complesse delle politiche di sviluppo del nostro distretto tanto meno possiamo affermare che scomponendo l’Europa o una nazione in distretti si semplifichi. Tutt’altro.
2. La complessità
Inoltre e principalmente, il nostro paradigma è viziato dall’idea di un mondo in cui “la complessità dovette svilupparsi dalla semplicità”. Molto più frequentemente è vero perfettamente il contrario, come diceva Nietzsche, che dal caos nascono le stelle. In realtà, infatti, noi passiamo, con un processo che Niklas Luhmann ha chiamato “di differenziazione funzionale”[6], dal caotico al complesso e dal complesso al semplice, grazie alla istituzione di uno o più intervalli di sostenibilità, una o più strutture conservative di energia[7]; energia che in termini sociali si chiama potere[8].
Il nostro problema di partenza allora è: individuare le informazioni necessarie per comprendere la tendenza di un fenomeno sociale, valutare le possibilità e le probabilità, le alterazioni e gli andamenti che fanno di un evento un avvenimento. Si tratta, in altri termini di cogliere la tendenza della complessità, se procede verso una semplificazione (Ta) o se invece tende a scaturire in un caos (Tr).
3. Dow Theory
S’intende per trend semplicemente la tendenza o, come vuole il suo significato letterale, l’inclinazione.
Nel linguaggio scientifico, e specificamente nella scienza economica, s’intende la tendenza fondamentale di un movimento di medio/lungo periodo rispetto ad un determinato obiettivo. Il trend non è un percorso occasionale. Si tratta di movimenti ad “onda lunga” che indicano gli andamenti evidenziati dall’analisi statistica graficamente rappresentabile. Ad esempio, il noto “indice Dow Jones” è la più chiara espressione di una teoria dei Trend applicati all’economia finanziaria ed alle fluttuazioni di borsa.
La “Dow Theory”, che consiste nell’utilizzazione dei trend per le analisi statistiche, è ancora la più esplicativa. Noi abbiamo implementato la sua primaria formulazione, circoscritta all’analisi finanziaria, per renderla applicabile ai fenomeni sociali.
La “Dow Theory” distingue 8 caratteristiche principale dei trend:
- l’indice è l’indicatore del trend: cioè nell’indice c’è tutto il significato del trend e questo indice deve essere continuamente aggiornato dalle informazioni aggiuntive;
- ogni trend è caratterizzato da almeno 3 tendenze fondamentali: quella primaria, di lungo periodo e contenuta in un intervallo compreso tra un minimo e un massimo (intervallo di sostenibilità); secondaria, che è una reazione correttiva (pullback di ampiezza compresa tra il 33% e il 66% della distanza dalla curva della tendenza primaria) di accelerazione o rallentamento della tendenza primaria con spinte verso il valore minimo dell’intervallo (ribassi in un up-trend) o verso il valore massimo (rialzi in un down-trend); minore, sono movimenti di breve e brevissimo periodo che possono essere considerati trascurabili ma non insignificanti.
- i trend primari sono spinti dal sentiment collettivo in tre fasi: la prima fase del movimento primario è caratterizzata da un “sentiment delle aspettative decrescenti”, di sfiducia e di apatia che favorisce un radicamento conservativo in favore di gruppi di interesse che si posizionano in modo aggressivo contro un habitat stressato o contro i pochi fiduciosi; la seconda fase è caratterizzata un “sentiment delle aspettative crescenti” in cui aumenta la pressione sociale che favorisce innovazioni sperimentali ed estende l’area della fiducia; nella terza la fase, di “sentiment delle aspettative impetuose”, si scatenano movimenti collettivi con relazioni a ritmi vertiginosi e una frenesia all’azione con predominante euforia.
- Il dato medio deve confermare la tendenza del trend: la “Dow Theory” utilizza due medie, integrate e comparate. Nell’ambito delle nostre analisi, gli indicatori di riferimento devono essere di volta in volta definiti dall’intensità delle connessioni di una rete neurale o, nel caso in cui non si disponga della tecnologia, dalla competenza degli analisti. Uno dei più importanti concetti della teoria è che i due indici del trend (integrazione e comparazione) devono sempre essere analizzati simultaneamente. Entrambi devono poter confermare il trend.
- I volumi seguono il trend: per la “Dow Theory” il dato quantitativo serve solo per confermare situazioni dubbie e deve espandersi nella direzione del trend primario: ad esempio, in un mercato ricco, di pochi prodotti di alta qualità e in una promozione turistica riservata a piccoli numeri di turisti per carenza di strutture di accoglienza si ottimizza lo sviluppo quando i prezzi salgono per una offerta qualificata; se i prezzi diminuiscono troppo si perde il target. Viceversa, in un mercato standardizzato ed orientato al basso costo della permanenza, l'attrattività aumenta quando i prezzi calano e si riduce quando salgono. Il volume serve quindi a conferma della direzione del trend.
- La traiettoria laterale del trend indica l’equilibrio dell’habitat: si intende per traiettoria laterale del trend un’azione definita in un certo periodo che si mantenga all’interno dell’intervallo di sostenibilità, meglio ancora se in un ambito relativamente ristretto. La formazione di una traiettoria laterale indica il bilanciamento dell’habitat sostanzialmente prossimo all’equilibrio. Una traiettoria laterale del trend può svilupparsi sia dopo elevati tassi di crescita e di sviluppo (area di distribuzione), sia dopo periodi di deficit o di crisi (area di accumulazione).
- Un trend resta integro fino al definitivo “Reversal Signal”: un up-trend è definito da una serie di massimi e minimi ascendenti. Affinché si possa parlare d'inversione di tendenza, si deve verificare almeno un massimo e un minimo in calo. Quando un’inversione nel trend primario è segnalata dal dato medio degli indicatori di riferimento, le possibilità di un’altra tendenza, sono elevatissime. Comunque, più a lungo un trend permane, più bassa è la possibilità che il trend rimanga integro. In altri termini, la permanenza di un trend ne modifica la tendenza. Un trend cioè non può essere costante ed identico. Per essere costante necessariamente deve modificare la tendenza.
- Contano solo gli obiettivi raggiunti: la “Dow Theory” non tiene in alcuna considerazione i top e i bottom intermedi di breve periodo, ma utilizza solo i valori relativi agli obiettivi raggiunti.
4. ipotesi prima
Denominiamo trend attivo (Ta) il trend prevalente che dal caos ci conduce alla semplicità attraverso la complessità e retroattivo (Tr) il trend inverso che dal semplice arriva al complesso, si ferma o procede verso il caos in modo non lineare. La nostra prima ipotesi è: non possono esistere trend retroattivi (Tr) senza trend attivi (Ta); cioè Tr f(Ta). Significa che un trend può andare dal semplice al caotico soltanto se prima è andato dal caotico al semplice. E questo è inevitabile perché se un trend non parte dal caotico, il trend semplicemente non esiste. Esiste soltanto se genera almeno una struttura conservativa di energia (complessità e dunque tendenza alla semplificazione).
Dunque: esiste una dinamica, in questo caso sociale ma non solo, quando da trend di azione possono derivare trend di retroazione:
Ds = Tr f(Ta).
Invece, purtroppo, molte politiche di sviluppo glocale ragionano soltanto sui trend di retroazione, perché sono i più evidenti. Sono più evidenti perché sono un’eccezione. La regola, che garantisce la vita sulla terra e la formazione di habitat sociali, è la presenza in innumerevoli trend di azione. Nelle scienze sociali le eccezioni vanno ricondotte al loro stato di eccezionalità; ciò che conta sono le frequenze, le ricorrenze. La dinamica ricorrente degli habitat è quella del trend di azione, che va da situazioni caotiche, a complesse a semplici. Sono talmente ricorrenti da non essere evidenti e da lasciare all’osservazione sempre e soltanto i trend di retroazione. È il caso della sicurezza. Il trend della nostra sicurezza crescente non lo percepiamo. Ci concentriamo soltanto sui più rari, ma più pesanti, trend di retroazione che determinano la nostra percezione d’insicurezza. Fino a che una pandemia non travolge e sconvolge la nostra vita quotidiana con un trend di retroazione che cresce in maniera esponenziale in funzione dei nostri quotidiani trend di azione, su cui siamo costretti appunto ad intervenire.
È un equivoco contro cui ci scontriamo ogni giorno e che induce a notevoli, fatali errori, talvolta ad orrori, come ad esempio la industrializzazione di Venezia, del golfo napoletano o la distruzione di Taranto.
Per evitare questi errori fondamentali, il nostro approccio epistemologico intende rispettare le condizioni generali dei trend di azione Ta e quindi:
- acquisire informazioni caotiche, cioè prive di connessioni relazionali tra loro;
- assemblare comunicazioni complesse, cioè in gruppi similari sulla base di connessioni relazionali e feedback;
- elaborare soluzioni semplici.
Il nostro approccio epistemologico, poiché finalizzato al supporto scientifico delle attività progettuali, è costruito su trend attivi applicati alla gestione di flussi informativi endogeni ed esogeni.
Studiamo i trend perché sono i soli indicatori che ci permettono di individuare:
- Le identità dei territori. Quando si studiano le identità dei territori, si analizzano proprio le dinamiche di questi trend di azione e/o di retroazione. Altrimenti l’identità è definita soltanto da connotati non controllabili, da immaginazioni individuali, che possono essere anche attendibili, ma non hanno alcuna attinenza con la complessa realtà di un territorio. Ad esempio, la differenza tra luoghi identificati e spazi organizzati, già in altro modo indicati da Max Augè con il concetto di “non luogo”, mostrano molto chiaramente l’andamento di un trend di politica turistica. Solo analizzando le frequenze comportamentali e le decisioni politiche (Ta) per l’utilizzazione di un’area possiamo sapere se la valenza turistica di un sito si trasformerà in vocazione o se abbiamo bisogno di una inversione del processo decisionale (Tr). Inizialmente la decisione politica disarticolerà le aspettative dei cittadini (aspettative decrescenti), creerà qualche malumore in coloro che stavano immaginando economie personali (strutture dissipative) e, con comportamenti pratici e decisionali integrati, lo spazio organizzato si convertirà in luogo identificato (strutture conservative). Il fatto che un luogo acquisisca una sua forte connotazione identitaria, significa che assorbe, in qualità di struttura conservativa (la narrazione individuale e collettiva dei luoghi) energia entropica in dispersione. Viceversa, trasformare un luogo identificato in spazio organizzato significa perdere identificazioni automatiche ed autonome con i siti dei territori, quindi produrre strutture dissipative di energia[9].
- I meccanismi ricorsivi in situazioni stocastiche (traiettorie). Se l’analogia è la condizione fondamentale della logica endofasica e la coerenza è quella della logica formale, la ricorsività è il fondamento della logica computazionale. Si ha una situazione ricorsiva quando il trend di una successione o di un insieme di azioni si applica a se stesso. Possiamo distinguere tra:
- ricorsività parziale quando si possono ottenere nuove azioni dalle azioni iniziali mediante un numero finito di applicazione delle regole di sostituzione[10] e di induzione[11];
- ricorsività generale l’insieme delle azioni che si possono ottenere dalle azioni iniziali mediante un numero finito di applicazioni delle regole di sostituzione, induzione e minimalizzazione limitata normale.
Giovanni Di Cesare, “imitando Bateson”[12], distingue tra ricorsività orizzontale, quando “c’è l’idea di retroazione, di ritorno per cui parti più o meno consistenti di qualsiasi processo ritornano al processo stesso modificandolo, perpetuandolo ecc.”, e ricorsività verticale, che “implica il concetto di gerarchia, di totalità, di retroazione negativa, di sistema inclusivo che governa e condiziona i propri sottosistemi”. La distinzione è imprecisa, ma non troppo. È vero che nella dinamica sociale possiamo distinguere tra una ricorsività positiva e una ricorsività negativa; ma i connotati di distinzione non sono la gerarchia o il potere su sottosistemi subalterni condizionati. Nella epistemica dei trend la ricorsività è data dalla ossessiva ripetizione della tendenza, quindi dalla moltiplicazione d’identiche connessioni che determinano una eccedenza. Pertanto:
- è negativa la ricorsività autoreferenziale, cioè riferita totalmente a se stessa e incurante delle relazioni con altri poli connettivi del network, in cui la realtà si relaziona con la realtà e le verità con altre verità;
- è positiva la ricorsività autopoietica, cioè quella forma particolare di riferimento a se stesso in grado di interconnettersi con l’habitat circostante, come il caso della complessiva interazione dei sistemi viventi, in cui le verità si interconnettono con la realtà ed hanno un valore oggettivo in funzione della estensione della loro simbiosi.
3. Le strutture conservative in situazioni stocastiche (traiettorie). I migliori interpreti di strutture conservative e funzioni ricorsive (autoreferenziale o autopoietiche) sono certamente due. Niklas Luhmann, anche se non accenna mai alle strutture conservative tuttavia considera la particolarità dell’auto-riferimento nel trasformare “la complessità indeterminabile in complessità determinabile”[13]. Egli definisce i meccanismi ricorsivi come “una prestazione specifica in termini funzionali, la cui realizzazione possa essere ripetuta in caso di necessità e possa essere oggetto di aspettativa entro un determinato sistema in modo che le altre istanze siano in grado di regolarsi di conseguenza.”[14]. I meccanismi diventano riflessivi semplicemente “quando vengono applicati a se stessi”[15]. Luhmann li descrive: “impariamo l’apprendimento, regoliamo la formazione, finanziamo il nostro consumo monetario, anzi ogni acquisto rappresenta per il venditore, attraverso lo scambio, un’acquisizione di nuove possibilità di scambio per mezzo del denaro. Programmiamo la programmazione e compiamo ricerche sulla ricerca. Le nostre burocrazie decidono se, quando e come intendono decidere”[16]. A che cosa servono? “Sappiamo che in questo modo è possibile potenziare l’efficienza e controllare le condizioni di rendimento più complesse”[17]. In altri termini, il network si stabilizza proprio perché, attraverso i meccanismi ricorsivi, è in condizione di osservare se stesso. Un network che osserva se stesso, che si auto-osserva, è autoreferenziale. Se continuiamo ad osservare noi stessi in un loop chiuso, perdiamo tempo, la nostra energia si disperde, i meccanismi riflessivi si trasformano in strutture dissipative. Un’altra descrizione delle funzioni ricorsive e delle strutture conservative è data, involontariamente, da Carl Gustav Jung. La psicologia di Jung è dinamica perché alla base del percorso psichico colloca un intervallo circoscritto da due concetti estremi, opposti e complementari, di: progressione, quando l’Io si adatta all’ambiente esterno e ai bisogni dell’inconscio (Ta); regressione, quando gli eventi frustranti sospendono il movimento progressivo e la libido regredisce verso l’inconscio (Tr). Oggi possiamo riqualificare la teorie di Jung introducendo il concetto di intervallo di sostenibilità psichico. La dinamica psicologica si sviluppa all’interno di un intervallo che rende sostenibile all’individuo la sua condizione esistenziale sulla base dei due principi fondamentali già individuati da Jung (ancora una volta fortemente presenti nella fisica moderna): il principio di entropia e il principio di equivalenza. Secondo il principio di entropia, la distribuzione di energia nell’intervallo di sostenibilità della psiche tende sempre a una concordanza (simbiosi), ad un equilibrio, anche se non necessariamente ad una stabilità. Quando questo non accade e l’entropia cresce o decresce eccessivamente, l’intervallo di sostenibilità psichica esplode o implode e l’individuo passa velocemente alla vera e propria malattia o al disagio depressivo. Il principio di equivalenza riguarda invece la sostituzione dei valori, cioè i mutamenti all’interno dell’intervallo di sostenibilità psichico. Quando un valore implode perché s’indebolisce troppo o addirittura scompare, la quantità di energia che lo sosteneva non andrà perduta per la psiche, resta nella psiche. Se resta libera, incrementa l’entropia complessiva o il caos cerebrale che induce la psicosi o si scarica in ossessioni; comunque produce un problema psicologico la cui dimensione è relativa alla energia liberata.
Come Jung[18] noi crediamo che ogni fenomeno possieda una sua energia all’interno del proprio intervallo di sostenibilità. In ambito psicologico le prevalenti strutture conservative di energia all’interno dell’intervallo di sostenibilità, già individuate da Jung, sono:
- Il Mito: “Oggi noi pensiamo di poter nascere e vivere senza il mito, senza la storia, tuttavia è solo un morbo, è assolutamente innaturale perché l’uomo non nasce tutti i giorni, nasce una volta sola e in uno specifico contesto storico con qualità storiche specifiche, di conseguenza è completo solo se instaura una relazione con questi elementi, altrimenti è come nascere senza occhi ed orecchie quando si cresce senza conservare alcun contatto con il passato”[19]. Il mito è una struttura conservativa di energia perché è il fondamento psichico dell’anima inconscia. L’anima si fonda sul mito e non sulla religione proprio perché il mito è in condizione di conservare energia mentre la religione non necessariamente. L’anima attraversa il mito. L’uomo conserva energia psichica e tende all’equilibrio quando è in simbiosi con il mito; quando rinforza cioè le strutture conservative dell'energia psichica riconnettendosi alle sue radici ancestrali, presenti e vive da sempre nell’inconscio collettivo[20].
- L'Archetipo è forse la più importante struttura conservativa di energia dell’intervallo di sostenibilità psichica. Un archetipo descrive la condotta che un uomo dovrebbe seguire. Alcuni suoi meccanismi ricorsivi sono costituiti dalle storie raccontate dai primitivi. Altri sono rappresentati dall’istruzione, che pure viene impartita mediante la narrazione di storie. Altri meccanismi ricorsivi sono ancora i racconti mitologici oggi addirittura mediatici e non più soltanto riferiti al passato, ma anche al futuro e principalmente alla mitologia del presente che la comunicazione di massa comunque produce. Nei miti troviamo i modelli di uomini distinti, di eroi leggendari e di valore i quali ci insegnano come comportarci: sono archetipi, archetipi di comportamento. Solo quando si è vissuti in condizioni estreme, primitive, moderne o future, nella foresta primordiale, nella giungla urbana o negli spazi intergalattici oscuri, tra le popolazioni ignote e persone minacciose, si è catturati da una specie d’incantesimo e si agisce in maniera inaspettata. L’archetipo è una potenza, ha una sua autonomia e può impadronirsi di noi all’improvviso[21]. La struttura è conservativa perché conserva l’energia. L’archetipo, come ogni struttura conservativa, ha sempre rappresentato la sedimentazione, la cristallizzazione dell’energia trasmessa. Oggi quella stessa energia è senza tempo, prodotta mediaticamente in un presente infinito. Ora come allora questa energia che conserviamo in strutture interne, non è l’esperienza in sé che ci viene trasmessa, ma le categorie logiche, aprioristiche, che rendono possibili le esperienze individuali. “Io concepisco come archetipo ... una qualità strutturale o condizione che è caratteristica della psiche legata in qualche modo con il cervello”[22]. L’equilibrio nell’intervallo di sostenibilità è il presupposto della salute psichica, ed è garantito dalla funzione regolativa delle strutture conservative psichiche, che Jung chiama “compensazione”. Quando nell’organizzazione della psiche saltano le strutture conservative l’energia liberata incrementa l’entropia e un elemento prevale sull’altro (un eccesso di razionalità, di introversione, di estroversione, etc.).
- Il Rito invece è una funzione ricorsiva che riferendosi a se stessa trasferisce energia sociale nelle strutture conservative del mito e dell’archetipo. Il rito che conferisce un’alta tonalità affettiva di sacralità al gesto, al luogo e alle persone; a condizione di una grande fede in una causa divina, magica o spirituale. “Non posso tornare alla chiesa cattolica, non posso sperimentare il miracolo della messa; so troppo al riguardo. So che è la verità, ma la verità in una forma che non posso più accettare”[23]. Il rito rappresenta una sorta di dramma esistenziale in forma ridotta. Al suo interno non c’è alcun concetto di tempo. È una condizione senza tempo in cui l’inizio, la fase mediana e la conclusione sono la stessa cosa, sono tutte comprese in una singola unità. L’uomo nasce con uno specifico modello operativo, una specifica modalità operativa, uno specifico modello di comportamento che si esprime mediante immagini o forme archetipiche.
Un altro elemento che accomuna le analisi fisiche applicate alla psicologia di Jung è che le strutture conservative e le funzioni ricorsive sono Sincroniche (o il quarto escluso oltre il tempo, lo spazio e la causalità). Nel 1952 Carl Gustav Jung introdusse il concetto di sincronicità, studiato e discusso insieme al fisico Wolfgang Pauli, premio nobel per il “principio di esclusione”. L’influenza della fisica teorica in questo caso è dichiarata. Alcune “coincidenze” significative (fenomeni psichici e fatti reali) avevano incuriosito Jung. Egli aveva notato che alcuni eventi identici possono accadere nello stesso tempo in spazi diversi o nello stesso spazio in tempi diversi, senza che ci fosse una ragione spiegabile per la loro esistenza. Pensò che fosse possibile l’esistenza di una situazione al di fuori dello spazio e del tempo noti, in cui gli eventi accadevano senza un nesso di causalità. E senza il nesso di casualità. Uno spazio/tempo, non vuoto, ma collocato in un altrove indefinito. “La sincronicità è un tentativo di porre i termini del problema in modo che, se non tutti, almeno molti dei suoi aspetti e rapporti diventino visibili e, almeno spero, si apra una strada verso una regione ancora oscura, ma di grande importanza per quanto riguarda la nostra concezione del mondo”[24]. Nei suoi scritti sulla “Teoria della Sincronicità”[25] Jung collega il concetto di sincronicità richiama due argomenti psicologicamente rilevanti. In primo luogo, il tempo soggettivo, che ci permette di comprendere gli eventi sia su categorie logico-razionali della coscienza costruite in uno spazio-temporale coerente e precisi nessi causali, sia fuori dal tempo e dallo spazio, senza logica formale e senza principio di non contraddizione, secondo le leggi dell’inconscio, nelle modalità simboliche, affettive e non razionali di funzionamento della mente umana. In secondo luogo, i paradigmi costruttivisti, o come diremmo oggi la logica quantistica, che rifiuta la linearità causa-effetto, per i quali gli eventi sono percepiti gestalticamente, privi di oggettività epistemologica ma oggettivabili sulla base del confronto critico tra punti di osservazione diversi della realtà[26]. Tuttavia è altrettanto plausibile considerare la sincronicità come una meta-comunicazione. Per Watzlawick[27] esiste una ridondanza comunicativa che noi percepiamo molto parzialmente. Alcuni animali hanno percezioni comunicative a frequenze molto superiori e più alte delle nostre. È altrettanto plausibile dunque ritenere che, nella evoluzione della sua logica, l’uomo possa raggiungere una nuova dimensione. Finora siamo passati da una logica endofasica, basata sull'analogia, alla dimensione logica formale, basata sul principio di non contraddizione, alla logica computazionale, basata sulla relazione vero/falso, alla logica quantistica, basata sugli intervalli cognitivi[28]. Potrebbe esserci una quinta dimensione logica, ancora a noi ignota che consenta una meta-comunicazione a frequenze superiori e che assuma la forma della sincronicità. Anche questo approccio è plausibile. O sono plausibili, più di tutti, entrambi gli approcci integrati. Tuttavia lo spazio oscuro della sincronicità di Jung e Pauli è stato svelato proprio dalla logica quantistica. È l’ipotesi entanglement, presentato nel numero precedente di questa rivista da Danila Spinacara[29]. Un lavoro ancora da continuare. L’ipotesi entanglement ci sembra la più plausibile, direi la più probabile perché scientificamente ed epistemologicamente valida e perfettamente corrispondente nelle analisi di Jung e Pauli: è proprio la sincronicità che oggi riscontriamo nell’entanglement e nella logica quantistica.
4. Le strutture conservative in situazioni stocastiche (traiettorie).
Per evitare che una organizzazione resti bloccata in un vuoto autoriferimento (un rito senza funzione di riferimento della struttura conservativa del mito) è indispensabile una connessione di rete che apra e differenzi la morfologia del network sociale di riferimento. In ogni caso, l’autoreferenzialità è definita come auto-osservazione: ogni volta che un network sociale osserva se stesso, cioè ogni volta che definisce la sua identità, non fa altro che demarcare le sue differenze rispetto agli altri e tanto più rischia[30] di chiudersi dentro un permanente auto-riferimento. Sulla base di una teoria scientifica applicata, noi riteniamo che la soluzione consista nel passaggio da autoreferenzialità ad autopoiesi, transizione garantita esclusivamente dalla funzione del potere[31], cioè dalla decisione politica, cioè – in questo caso – dalla progettazione dello sviluppo.
L’autopoiesi, invece, è stata proposta alla conoscenza scientifica da Maturana e Varela e si riferisce ai sistemi aperti. Nella loro impostazione “l’organizzazione autopoietica sarebbe l’elemento che distingue i sistemi viventi da quelli che viventi non sono”[32]. Ciò che affascina nella realizzazione autopoietica del vivente è la presenza di strutture conservative di energia indispensabili per definire il passaggio dal caos alla complessità: “ciò che caratterizza il vivente è il desiderio di permanere, durare il più possibile, il desiderio di essere, divenire”[33]. Questo vuol dire che, per adattarsi, ogni sistema vivente deve dotarsi di una organizzazione che si strutturi attorno alla “configurazione invariante di relazioni”[34]. Ogni sistema vivente, dunque, sia esso biologico o sociale, o entrambi contemporaneamente, per sopravvivere deve depositare la propria energia (relazioni) in configurazioni (strutture) che non siano varianti (conservative). E questo è possibile perché le relazioni sociali selezionino da sole i propri “cambiamenti strutturali”[35]. In altri termini ogni sistema autopoietico ha una “storia di interazioni”[36], che “sono tipiche del sistema stesso”[37]. La questione è che questo “insieme delle relazioni tra gli elementi”[38] che compongono una organizzazione “rimanda cioè a ciò che rimane invariato nel processo di continua trasformazione”[39]. Cambiando le strutture conservative “il sistema non è più quel sistema, ma si trasforma in qualcos’altro”[40]: quindi, l’auotopiesi altro non è che “la capacità di rispondere alle perturbazioni che vengono dall’esterno con adattamenti di tipo strutturale.”[41].
Ora il punto centrale che a noi interessa relativamente al nostro modello e al progetto proposto, chi soltanto accenno schematicamente per riservarlo al prossimo articolo, è quello di considerare le strutture conservative e i meccanismi ricorsivi come fondamentali per la struttura generale del network:
- in termini di relazione simbiotica: cioè di fare in modo che l’habitat non sia in contrapposizione con l’ambiente circostante, e che, in funzione di questa relazione simbiotica, sia in grado di auto-crearsi, di organizzare sé stessa, la sua intelligenza, delle sue esigenze interne e della sua adattabilità esterna (“l’intelligenza organizza il mondo organizzando se stessa” – Piaget);
- in termini di gestione dell’entropia: cioè come funzioni fondamentali per costruire strutture conservative di energia, sia differenziandosi in altre realtà (autopoiesi) sia circoscrivendosi come contenitore di se stesso (autoreferenziale).
NOTE
[1] HUSSERL E., La crisi delle scienze occidentali e la fenomenologia trascendentale, Il Saggiatore, Milano 2015
[2] SIMON A. H., Casualità, razionalità, organizzazione, Bologna, Il Mulino, 1985
[3] SIMON A. H., Bounded rationality e razionalità giuridica, Adriatica, Bari, 2007.
[4] D’ALESSANDRO P. e POTESTIO A. (a cura di), Su Jacques Derrida. Scrittura filosofica e pratica di decostruzione, Edizioni LED, Milano 2008
[5] MORIN E., Le vie della complessità, in BOCCHI G. e CERUTI M. (a cura di), La sfida della complessità, Feltrinelli, Milano 1985. “L’ologramma è un’immagine fisica le cui qualità (prospettiche, di colore, ecc…) dipendono dal fatto che ogni suo punto contiene quasi tutta l’informazione dell’insieme che l’immagine rappresenta. E nei nostri organismi biologici noi possediamo un’organizzazione di questo genere: ognuna delle sue cellule, anche la cellula più modesta come può essere una cellula dell’epidermide, contiene l’informazione genetica di tutto il nostro essere nel suo insieme. Naturalmente solo una piccola pare di questa informazione è espressa in questa cellula, mentre il resto è inibito. In questo senso possiamo dire non soltanto che una parte è nel tutto, ma anche che il tutto è nella parte”.
[6] LUHMANN N., Illuminismo sociologico, Il Saggiatore, Milano 1985
[7] In complementarietà con Ilya Prigogine che invece parla soltanto di “strutture dissipative”
[8] RUSSELL B., cit. 1981.
[9] Il concetto è perfettamente rappresentato nella nota canzone “Il vecchio e il Bambino” del cantautore italiano Francesco Guccini
[10] regola di sostituzione: date due funzioni f(x) e g(x), si può costruire la nuova funzione F(x) = f[g(x)]
[11] regola di induzione: data la costante k e la funzione h(x,y), si può ottenere la funzione f(x) mediante il sistema di equazioni funzionali.
[12] DI CESARE G., Di specchio in specchio: “riflessioni” sulla costruzione relazionale del sé, in COTUGNO A. e DI CESARE G. (a cura di), Territorio Bateson, Meltemi, Roma 2001
[13] LUHMANN N., Illuminismo sociologico, Il Saggiatore, Milano 1985
[14] LUHMANN N., cit. 1985
[15] LUHMANN N., cit. 1985
[16] LUHMANN N., cit. 1985
[17] LUHMANN N., cit. 1985
[18] A differenza di Jung non crediamo che questa energia possa essere divisa in strutturale, quella che viene concretamente utilizzata per i due obiettivi istintivi del mantenimento della vita e della propagazione della specie, e sovrastrutturale, quella in eccedenza che invece viene utilizzata per obiettivi spirituali e culturali. La nostra ipotesi è che, sulla base della tendenza alla soddisfazione dei bisogni di Maslow, l’intervallo di sostenibilità sia governato, per mantenere il proprio equilibrio, da strutture conservative di energia; strutture cioè che siano in grado di ridurre il caos individuale conservando, con meccanismi ricorsivi (procedure e procedimenti ricorrenti e acquisiti), energia. La ricorsività abitudinaria di comportamenti, azioni, scelte e decisioni, compiuti senza alcuno sforzo, permette infatti di tendere all’equilibrio perché contiene gran parte di energia prodotta dalla psiche e lascia in dispersione soltanto quella indispensabile per le innovazioni e la trasformazione dei valori.
[19] JUNG C. G., Ricordi, sogni, riflessioni, Rizzoli , Milano 2012, p. 45
[20] Il meccanismo ricorsivo che trasferisce energia psichica nella struttura conservativa del mito è il fantasticare, tipico della mitologia, dunque passivo, associativo e immaginifico. Jung ha postulato l’esistenza, all’interno dell’inconscio, di uno strato filogenetico, presente in ciascun essere umano, costituito proprio dalle immagini mitologiche che ha denominato immagini primordiali. Questo strato filogenetico, questa traduzione del mito in archetipo e dell’archetipo in mito è possibile soltanto perché il mito è una struttura conservativa di energia. Soltanto così è possibile considerare la manifestazione psichica della rivelazione dell’essenza dell’anima, al tempo stesso, unica e propria del tempo e del luogo che la crea, eppure mai del tutto soggettiva, giacché influenzata dall’innatismo di elementi universali. Questo è possibile soltanto perché l’energia conservata nella struttura del mito è sia quella trasmessa dall’archetipo sia quella acquisita dal posizionamento e dall’esperienza. Per questo motivo Jung poteva pensare che l’archetipo fosse in grado di produrre novità nell’inconscio, oltre che configurarsi come fondamento originario della mitologia. Nell’esprimere e nell’interpretare il bisogno tutto umano di vivere la propria mitologia, andando alla ricerca del proprio mito per diventarne consapevole, Jung aveva intuito una concezione psichica che soltanto oggi noi possiamo giustificare epistemologicamente con il concetto generale di intervallo di sostenibilità. Se per Freud il disagio psichico è riconducibile al mito, in Jung la logica deterministica di quest’ultimo arretra dinanzi alla sua tendenza finalistica. La concezione del mito nel maestro e nell’allievo ha assunto pertanto la connotazione propria di un famoso racconto secondo il quale, al viandante in cui si è imbattuto, il freudiano domanda: “da dove vieni?”, mentre lo junghiano: “dove vai?” “Così, nel modo più naturale, nacque in me il proposito di fare la conoscenza del mio mito e considerai ciò come mio compito precipuo, giacché – mi dicevo – come potevo di fronte ai miei pazienti fare il debito conto del mio fattore personale, della mia equazione personale, pur tanto necessario per la conoscenza degli altri, se io stesso non ne ero consapevole?” JUNG C. G., Simboli della trasformazione, in Opere, vol.5, Bollati Boringhieri, Torino 1970, p.13
[21] È come una crisi epilettica, come ad esempio, innamorarsi a prima vista: si ha una certa immagine di se stessi e la si proietta, senza saperlo, in una donna in particolare. Dove è contenuta quella immagine inattesa di sé, quell’anima che si proietta su di Lei?
[22] JUNG C. G., Ueber die Psychologie des Unbewussten, Zurigo 1916/1917.
[23] JUNG C. G., La vita simbolica, in Opere, vol.15, Bollati Boringhieri, Torino 1991, p.197
[24] JUNG C. G., La sincronicità, Bollati Boringhieri, Torino 1980
[25] JUNG C. G., cit. 1980
[26] La nostra percezione gestaltica sostituisce il nesso causa/effetto con il nesso interiorità/esteriorità, lo stato psicologico con il fatto reale. La semantica di un evento, cioè il significato “extrasensoriale” attribuibile, è comunque frutto della coloritura emotiva con cui lo viviamo, cioè dei significati attribuiti soggettivamente e inconsapevolmente. Nel nostro mondo ormai mente e corpo sono solo artificiosamente separati[26]. Poiché l’osservatore è sempre interno e influente rispetto all’oggetto osservato, noi non possiamo mai stabilire, come vorrebbe davvero Popper, un principio di demarcazione tra fatti oggettivi ed eventi vissuti. Possiamo soltanto avere, nella complessità cognitiva del mondo moderno, “sistemi osservanti”[26], nella consapevolezza di essere irriducibilmente interni all’oggetto osservato e soggetti che inevitabilmente contribuiscono a definirlo. Non esiste, dunque, una “coloritura neutra”, ma sempre e soltanto “vissuti soggettivi”, un personale sistema di significati. Pertanto ciò che ci accade racconta inevitabilmente qualcosa di noi stessi e di ciò che stiamo vivendo. “Il tempo è un fanciullo ― che gioca a dadi ― il regno (è) del fanciullo. Questi è Telesforo, che vaga per le oscure regioni del cosmo, e dal profondo risplende come una stella. ― Indica la via alle porte del sole e alla terra dei sogni”. Alla fine, la sincronicità di Jung è una struttura conservativa di energia oltre il tempo e la ragione, oltre ogni causalità. Il rapporto tempo/causalità è interrotto dal fatto che il presente non è soltanto una funzione del passato, ma anche del futuro (teleologia). Una logica lineare di ordine causale è senza futuro e conduce l’uomo alla disperazione. In una logica causale l’uomo è irrimediabilmente imprigionato nel passato. Il finalismo teleologico, invece, offre all’uomo una speranza ed uno scopo per vivere. “Quanto più domina la ragione critica, tanto più la vita si impoverisce; ma quanto più dell'inconscio e del mito siamo capaci di portare alla coscienza, tanto più rendiamo completa la nostra vita”. L’ipotesi di Jung sulla sincronicità è plausibile.
[27] Watzlawick P., Beavin J. H., Jackson D. D., Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma 1971
[28] CECI E., cit. 2018
[29] SPINACARA D., L’entanglement nelle mappe connettografiche, in RISE – Rivista Internazionale di Studi Europei, I, Anno VI, gennaio luglio 2020
[30] Il concetto di rischio dell’autoreferenzialità di produrre strutture dissipative di energia è parte della nostra elaborazione, considerando Lhumann molto spesso l’autoreferenzialità come una risorsa sistemica.
[31] CECI A., Cosmogonie del potere, Ibiskos, Empoli 2012 e, prossima pubblicazione CECI A., Teoria delle muatzioni politiche.
[32] MATURANA H. e VARELA F., Autopoiesi e cognizione, Marsilio, Venezia 2001
[33] MATURANA H. e VARELA F., cit. 2001
[34] MATURANA H. e VARELA F., cit. 2001
[35] MATURANA H. e VARELA F., cit. 2001
[36] MATURANA H. e VARELA F., cit. 2001
[37] MATURANA H. e VARELA F., cit. 2001
[38] MATURANA H. e VARELA F., cit. 2001
[39] MATURANA H. e VARELA F., cit. 2001
[40] MATURANA H. e VARELA F., cit. 2001
[41] MATURANA H. e VARELA F., cit. 2001
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