Complessità: L’habitat epistemologico delle scienze sociali

 

Appunti che erano del 1987

                                                                                                                gli uomini sono agiti da idee di                                                                                                                   generalità, e tali idee generali                                                                                                                     sono presenti come fossero persone 
                                                                                                                 viventi

Alexis de Tocqueville

La cornice paradigmatica

La cornice separa l'immagine da tutto ciò che non è immagine. Definisce quanto da essa inquadrato come mondo significante, rispetto al fuori-cornice, che è il mondo del semplice vissuto. Dobbiamo tuttavia porci la domanda: a quale dei due mondi appartiene la cornice?
Victor Stoichita[1]

Uno dei paradossi più emblematici della complessità è che, per coglierla, bisogna spezzare la cornice paradigmatica con cui, invece, la riduciamo e la interpretiamo. In altri termini, la complessità che percepiamo non è per definizione complessa: è, per definizione, una riduzione della complessità. La complessità, cioè, può essere concepita, ma non può mai essere integralmente percepita.

Questo accade perché ciò che noi vediamo non è ciò in cui viviamo, è soltanto una nostra prospettiva, una nostra verità che non è mai corrispondente alla realtà. Il mondo in cui vive un’ape, ad esempio, o il nostro cane di casa affezionato, o anche quello in cui il nostro gatto scorrazza, o la mucca che rumina in campagna, è totalmente diverso dal nostro, fatto di immagini diverse e di colori diversi. L’occhio di un’ape, ad esempio, vede un oggetto scomposto in 5.000 frammenti o punti che ne deformano l’immagine. I cani vedono un mondo sfocato, sbiadito, con pochi colori (bianco, nero, blu, giallo forte) e tutti gli altri (il rosso, l'arancione, il giallo chiaro e le varie gradazioni del verde) li confonde. Anche i gatti hanno, nella zona centrale della retina, meno cellule specializzate alla percezione dei colori dell’uomo (detti coni) e quindi vedono meglio il blu, il giallo e il violetto e peggio, molto peggio, il rosso, l’arancione o il marrone. Le mucche, infine, temono l’uomo perché lo vedono molto più grande di loro. Figurarsi quanti altri esseri viventi differenziati vedono uno stesso mondo in modo totalmente differenziato. Ciascuno è chiuso nella sua verità, ma tutti fanno parte di una comune realtà. Li possiamo concepire, anche se non li possiamo percepire.

Viceversa, per cogliere il più possibile la complessità dell’ambiente in cui viviamo dobbiamo cambiare quella prospettiva, uscire dalla gestalt visiva a cui la nostra cultura, la nostra fede paradigmatica c’impone. La complessità resta naturalmente molto più ampia di quanto noi possiamo vedere da ogni punto di osservazione. Einstein lo aveva perfettamente capito, e lo dichiarò quando concordò con Popper che “una teoria non possa essere ottenuta dai risultati dell’osservazione, ma che essa possa soltanto essere inventata[2].

Naturalmente, per quanto possiamo estendere il nostro punto di osservazione, la complessità della realtà è molto di più, sempre, di quanto noi riusciamo empiricamente a vedere che le nostre verità ridefinite, con i nostri paradigmi riformulati. Possiamo concepirla meglio, la complessità, cambiando ottica, allargando l’angolazione della visuale a cui siamo normalmente abituati. È chiaro che più estendiamo, come avrebbe detto Gadamer, i nostri orizzonti cognitivi, più superiamo gli angusti limiti della prospettiva e maggiormente possiamo concepire o addirittura inventare migliori dimensioni della complessità. Se concepiamo nuove dimensioni della complessità fenomenologica dell’esistenza, anche senza percepirle, anche se le inventiamo, possiamo tuttavia formularle epistemologicamente con le teorie. Non è una cosa nuova. È la teoretica aristotelica con cui soltanto possiamo comprendere parti e partizioni della enorme vita che ci accoglie.

Di nuovo però c’è la consapevolezza che, senza spezzare le rigide cornici disciplinari su cui ancora purtroppo è costruita la nostra intera istruzione, senza superare i confni paradigmatici, restiamo chiusi nelle strutture rassicuranti e semplificatrici della nostra identità culturale, tradizionalmente indotta; restiamo imprigionati così in linguaggi locali o localizzatti, dialetti ordinari o un gergo eccessivamente specializzato, comunque esclusivi ed escludenti, richiusi dentro il casualismo ontologico (cioè la vecchia idea che ci sia una causa per ogni fenomeno oggettivo) dell’epistemologia empirica.

Per farci bene comprendere quanto il mito della cornice paradigmatica riduca e, in qualche modo, semplifichi la complessità del reale o anche soltanto quella dei nostri mondi vitali, Karl Popper ci ha proposto un exemplum, cioè una di quelle storie che, come le parabole, spiegano più di mille libri.

La storia è, a suo modo, macabra. Già narrata da Erotodo, racconta di re Dario I che, un giorno “volle dare una lezione ai Greci residenti nel proprio regno, i cui usi imponevano loro di cremare i defunti”[3].

Secondo Erodoto, il Re “convocò gli Elleni che si trovavano nel suo regno e chiese loro a qual prezzo erano disposti a mangiare i cadaveri dei loro genitori, e quelli risposero che non lo avrebbero fatto a nessun costo. Dopo di che, Dario chiamò gli Indi detti Collati, che mangiavano i loro genitori, e chiese loro, alla presenza degli Elleni che capivano quanto veniva detto a mezzo di un interprete, a qual prezzo avrebbero accettato di bruciare i genitori morti e quelli, alzando grandi grida di protesta, lo pregarono di non parlare così.[4]

Pertanto, sia i Greci che i Collati, per quanto sconvolti dalla indecente offerta di Dario I, uscirono da quel confronto con una cognizione della complessità del mondo più ampia di quanto non fosse quella a cui la propria identità culturale li aveva abituati, quella in cui la propria cornice li aveva rinchiusi, imprigionati. Proprio rompendo quella cornice invece estesero la propria percezione del mondo ed, entrambi, ebbero una diversa percezione di sé. Superando il limite della gestalt visiva tradizionale, empirica, indotta dalla propria identità culturale, gli Elleni concettualizzarono la possibilità di esistenza di stili di vita diversa e altrettanto fecero gli Indi. Le informazioni sulla diversità e sulla complessità dell’esistenza, anche se in modo traumtico e sotto stress, erano comunque passate. Si dice: la rottura delle cornici paradigmatiche delle verità incrementa il valore informativo della realtà.

Accade ogni giorno anche a noi quando ci riconosciamo nell’altro.

La diversità è ricchezza.

Di che cosa avete paura?

Il senso politicamente funzionale

Ridotta per essere conosciuta.

Conosciuta per essere ridotta.

L’altro aspetto del paradosso è che la complessità non può essere compresa e interpretata, quindi analizzata e rappresentata, senza una sua inevitabile riduzione. Il progresso delle scienze sociali passa per la convinzione che “la complessità del mondo – come scriveva Luhmann – possa essere compresa solo se si riesce anche a ridurla. Solo questa legge le da la possibilità di individuare le condizioni e le prospettive di un illuminismo effettivo.”[5]

Uno dei modi e dei metodi di riduzione della complessità è il senso.

In quanto esperienza empirica e soggettiva, il senso precede la formazione del linguaggio; definendo il panorama della percezione sensitiva dei soggetti, definisce e riduce la complessità del mondo con un’attività pre-razionale.

Anche inteso come significato, il senso è un criterio di riduzione della complessità. Senso e significato è l’ethos dei sistemi e dei network, la diffusa cultura degli ambienti, il pathos interdisciplinare della scienza. Indirizzando inconsciamente il comportamento selettivo degli individui il senso limita la percezione delle possibili alternative a quelle che esclusivamente hanno un significato, o, per meglio dire, che appaiono insignificanti.

Nell’accezione di valore, il senso ripristina la comunanza degli atteggiamenti tra pari nel gruppo di riferimento e di socializzazione forzata. Per mezzo della mano invisibile del conformismo associativo, il senso-valore etero dirige l’individuo, lo governa e lo conduce all’azione sistemica. È questo un altro modo per ridurre la complessità.

Mai come in questo momento si capisce come, la riduzione della complessità sociale tramite le percezioni sensitive (e sensorali) ha una fondamentale funzione politica nella società della comunicazione. È evidente a tutti noi che emozioni ed emotività indirizzano il processo decisionale ed elettorale nella politica dentro i mass media.

Tuttavia fin dal 1950, in America, David Riesman[6] (e prima ancora Alexis de Tocqueville) si chiese se fosse o meno il caso di considerare i mezzi di comunicazioni politica come elusivi della razionalità e della ragionevolezza politica. E si preoccupava, Rieseman, che il senso riducesse talmente la complessità da volgarizzarla, defraudarla addirittura dalla percezione della realtà. Verità banali da essere insignificanti ed incomprensibili, come accade per la moneta, secondo la nota legge di legge di Gresham[7] secondo cui la moneta di peggior qualità tende a rovinare la migliore e a restare prevalentemente in circolazione. Il senso dominante nei mezzi di comunicazione di massa tende a diffondere le idee peggiori che restano prevalentemente in circolazione e riducono talmente la compessità del reale da volgarizzarla definitivamente.

Riesman si domandava se i comuni mezzi di comunicazione, come affermavano alcuni critici contemporanei, accrescessero l’apatia politica, e incoraggiassero il pubblico a disinteressarsi a questa e ad altre realtà della vita, sostituendovi quella più piacevole degli spettacoli popolari. Reisman ripeteva che Washington, il simbolo della politica globale, non poteva assolutamente competere con Hollywood o Broadway, il luogo del divertissements che, una volta che viene proiettato sullo schermo della comunicazione, omologa la cognizione e diventa il nuovo luogo politico per antonomasia. Ciò non significa che i mass media non siano attenti alla politica. Vuol dire che la politica, troppo attenta agli strumenti del comunicare, si piega alla dimensione esclusivamente emozionale, al senso o, meglio, al sentiment, e involgarisce il contenuto della sua proposta e della sua interlocuzione.

Il tema prevalente di Rieseman era che i mass media assumono de facto una funzione di guida sugli atteggiamenti degli elettori e sui comportamenti dei cittadini, addirittura del proprio piano di vita e della propria gerarchia di valori. In quest’ottica, vista la diffusione della comunicazione moderna, la decisione politica non viene presa sulla base dei contenuti espressi, quanto piuttosto sullo spazio e sul tempo che i mezzi di massa dedicano ai protagonisti. Ciò è possibile soltanto se le strategie politiche e la complessiva comunicazione controllata riesce a mantenere, con una produzione di news mistificate standardizzata, un pubblico indifferenziato e potenzialmente illimitato[8]. Utenti. Semplicemente e soltanto utenti senza segmentazione[9].

Si può frenare questo processo?

In genere si teme, ingiustamente, internet.

Internet è lo spauracchio mistificatorio delle TV generaliste. Resta la migliore rete disponibile, quella tecnologicamente più affidabile, la più frequentata, con il maggior numero di scambi comunicativi al giorno. Quando uno strumento o una tecnologia è migliore la si riconosce subito. Uno strumento o una tecnologia che funziona cresce in modo inintenzionale. Di regola tutti i nuovi ambienti comunicativi “sorgono per via irriflessa, vale a dire col semplice manifestarsi di interessi individuali, che da sé, cioè senza una precisa intenzione, conduce ad un risultato utile all’interesse generale”. Evolvono in questo modo anche le città che nascono dalla occupazione di un territorio da parte di agricoltori, in cui si stanzia il lavoro artigianale, e poi via via il primo albergatore, il primo mercante, il primo maestro…

In uno spazio, in un ambiente comunicativo crescono bisogni e relazioni tra i membri della società, finché non sorga gradualmente una organizzazione, “senza di cui non si potrebbe immaginare una normale esistenza”, e che “non è affatto il risultato di una volontà comune, diretta alla sua costituzione”. Anche la rete internet è una rete essenzialmente inintenzionale. Questa è la sua forza. Così com’è oggi, non è stata inventata da nessuno. È un ordine spontaneo come l’occhio, come il sistema nervoso, come il cervello". Da questo punto di vista la rete internet mostra di avere ogni garanzia di permanenza, perché trattasi ormai di un COSMOS COMUNICATIVO, formatosi per via spontanea. Così come per tutte le cose nella storia dell’umanità, anche internet è un ESITO, un risultato inintenzionale di azioni intenzionali.

Una rete comunicativa, un ambiente – come il linguaggio - , non può essere il prodotto di un esplicito e programmato piano di uomini che, riunitisi in un gruppo, decidono di costituirsi uno spazio. Un Ambiente non è mai, non può essere l’esito di progetti umani intenzionali. Le TV generaliste sono intenzionali, volute, costruite per il controllo e la omologazione. Programmi televisivi sempre uguali per 30 anni, con sempre gli stessi interlocutori, con sempre gli stessi conduttori, con sempre gli stessi commentatori, con sempre gli stessi esperti, con sempre gli stessi giornalisti. Spazio e tempo occupati per ridurre la complessità del reale con sensazioni che trasmettono verità confezionate. Per le TV generaliste è impossibile evitare la comoda strada dei luoghi comuni. Su questo strumento controllato e programmato fonda la nuova autocrazia nella società della comunicazione. “L’autocrazia, i dispotismi, le vecchie e nuove dittature, sono il mondo tutto di un colore; la democrazia è il mondo multicolore. Si badi: non la democrazia antica, che fu anch’essa monolitica. E’ la liberaldemocrazia che viene strutturata sulla diversità. Siamo noi e non i Greci ad aver scoperto come costruire un ordine politico attraverso il molteplice e le differenze[10].

Giovanni Sartori, in un testo ancora troppo poco valorizzato sul metodo e la logica della scienze sociali, afferma che spesso il fare dell’uomo “è preceduto da un discorso (su quel fare). Il discorrere dell’Homo Loquax precede l’azione dell’uomo operante[11]. La TV generalista in un network autocratico moderno rompe questa simbiosi. L’homo loquax non è più lo stesso uomo del fare che rappresenta la politica. Con la tipologia di TV generaliste italiane, l’autocrazia di una complessità ridotta e volgarizzata da sensi autoprodotti per l’eterodirezione degli utenti, esiste soltanto l’homo loquax, colui che occupa lo spazio e il tempo precodificato della comunicazione per imporre la propria sensitiva verità alla complessa realtà della vita.

Il vero vulnus della democrazia italiana è nel blocco e nel controllo delle TV generaliste.

Una definizione

Come abbiamo più volte sostenuto, ci sono almeno 2 modi per ridurre la complessità: una riguarda la definizione e l’altra riguarda la decisione politica.

Non avendo il potere di prendere una decisione politica, dedichiamoci alla definizione.

Sappiamo che già la percezione riduce la complessità della fenomenologia esistente e, per quante cornici paradigmatiche possiamo frantumare, per quanti riorientamenti gestaltici possano sconvolgerci, sempre al nostro angolo visuale siamo ricondotti, sempre dentro il nostro orizzonte, se non camminiamo, restiamo inevitabilmente imprigionati.

Che cosa si intende per complessità?

L’ampia letteratura sul problema non corrisponde ad un altrettanto ampia capacità esplicativa. Tra le definizioni disponibili una delle più denotative mi sembra quella di Luhmann: “intendo per complessità la totalità delle variabili possibili: nel caso della complessità sistemica gli eventi che sono compatibili con la struttura di un determinato sistema. Una elevata complessità interna significa, di conseguenza, che entro il sistema sono ammesse le alternative, le possibilità di variazione, dissenso e conflitti.[12]

Bisogna dunque sfatare l’equivoco logico di vedere ovunque il mostro della complessità. Possono esserci situazioni prive di alternative e quindi relativamente semplici (come ad esempio 2+X= 4 l cui grado di complessità risulta ridotto ad una sola alternativa X=2) e possono invece esistere relazioni del tipo 2X+Y=4 il cui grado di complessità appare molto più elevato essendo il numero degli eventi possibili relativi a un numero molteplice di alternative.

Inoltre la complessità non è ovunque identica, varia “entro il sistema, in conseguenza della sua differenziazione interna.[13] La variazione della complessità, da questo punto di vista, attiene alla specifica connotazione delle variabili e delle alternative alla tipologia degli eventi possibili. Nel caso precedentemente esemplificato la tipologia della complessità varia al variare alternativo della X (per X=1 Y=2, per X=2 Y=1). Pur lasciando inalterato l’effetto conclusivo del fenomeno intero, spesso dunque si verifica il caso che a maggiori variabili corrispondono maggiori alternative negli eventi possibili ed una più articolata differenziazione interna.

La differenza logica che ne deriva immediatamente è che “quanto più drastici sono gli strumenti della riduzione, quanto più semplice e concreta si presenta la struttura dei processi decisionali, tanto più limitato è il numero delle alternative che un sistema può avere a disposizione.[14] Avendo cioè chiaramente e semplicemente deciso per X=1, la quantità e la qualità delle alternative possibili risulta estremamente ridotta al caso Y=2 e la struttura del processo decisionale ridurre la complessità del fenomeno 2X+Y=4.

Il paradosso apparente

Il paradosso è che la complessità non può essere compresa reinterpretata, quindi analizzata e rappresentata senza essere ridotta. Il progresso delle scienze sociali passa cioè per la convinzione che “la complessità del mondo – come scrive Luhmann – possa essere compresa solo se si riesce anche a ridurla. Solo questa legge le da la possibilità do individuare le condizioni e le prospettive di un illuminismo effettivo[15].

Uno dei metodi di riduzione della complessità è il senso.

In quanto esperienza empirica e soggettiva il senso precede la formazione del linguaggio; definendo il panorama della percezione sensitiva dei soggetti, definisce e riduce la complessità del mondo con un’attività pre-razionale.

Anche inteso come “significato”, il senso è un criterio di riduzione della complessità. Senso come significato è l’ethos dei sistemi, la diffusa cultura degli ambienti, il pathos interdisciplinare delle scienze. Indirizzando incoscientemente il comportamento selettivo negli individui il senso limita la percezione delle possibili alternative a quelle che esclusivamente hanno un significato, o, per meglio dire, che appaiono significanti.

Nell’accezione di valore, il senso ripristina la comunanza degli atteggiamenti dei pari nel gruppo di riferimento e di socializzazione forzata. Per mezzo della mano invisibile del conformismo associativo, il “senso-valore” etero dirige l’individuo, lo governa e lo conduce all’azione sistemica. È questo un altro modo per ridurre la complessità.

La differenza logica che ne deriva immediatamente è che “quanto più drastici sono gli strumenti della riduzione, quanto più semplice e concreta si presenta la struttura dei processi decisionali, tanto più limitato è il numero delle alternative che un sistema può avere a disposizione".

NOTE

[1] STOICHITA Victor, L'invenzione del quadro. Arte, artefici e artifici nella pittura europea, il Saggiatore, Milano 1998, p.41.
[2] In POPPER R. Karl, La ricerca non ha fine. Autobiografia intellettuale, Armando Editore, Roma 1986
[3] POPPER R. Karl, Il mito della cornice, in PERA M. e PITT J. (a cura di), I modi del progresso, Il saggiatore, Milano 1985
[4] EROTODO, III, 38, trad. Giuseppe Metri,De Agostini, Novara 1962
[5] LUHMANN Niklas, Illuminismo sociologico, Il Saggiatore, Milano 1983, p. 102
[6] RIESMAN David, La Folla Solitaria,Il Mulino, Bologna 1976, p. 239
[7] vedi CIPOLLA M.Carlo, Storia economica dell'Europa pre-industriale, Bologna, il Mulino, 2002
[8] vedi LEVER F., RIVOLTELLA P., ZANACCHI A., La comunicazione: il dizionario di scienze tecniche, RAIERI, Roma 2002
[9] vedi McQUAIL D., Sociologia dei media, Il Mulino, Bologna 1996
[10] Sartori Giovanni, DEMOCRAZIA E DEFINIZIONI, Il Mulino
[11] Sartori Giovanni, LA POLITICA: logica e metodo nelle scienze sociale, Sugar, Milano, 1980, pag.9
[12] LUHMANN Niklas, cit. 1983, p. 188
[13] LUHMANN Niklas, cit. 1983, p. 83
[14] LUHMANN Niklas, cit. 1983, p. 188
[15] LUHMANN Niklas, Illuminismo Sociologico, Il Saggiatore, Milano 1983, p.102
[16] LUHMANN, N., cit 1983, p.188
[17] LUHMANN, N., cit 1983, p. 83
[18] LUHMANN, N., cit 1983, p.188

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